(^ S7^é>
DIZIONARIO
DI ERUDIZIONE
STORICO-ECCLESIASTICA
DA S. PIETRO SINO AI ^JOSTRI GIORNI
SPECIALMENTE INTORNO
AI PRINCIPALI SANTI, BEATI, MARTIRI, PADRI, AI SOMMI PONTEFICI, CARDINALI
E PIÙ CELEBRI SCRITTORI ECCLESIASTICI, AI VARII GRADI DELLA GERARCHIA
DELLA CHIESA CATTOLICA , ALLE CITTA PATRIARCALI , ARCIVESCOVILI E
VESCOVILI, AGLI SCISMI, ALLE ERESIE, AI CONCILII , ALLE FESTE PIÙ SOLENNI,
AI RITI, ALLE CEREMONIE SACRE, ALLE CAPPELLE PAPALI, CARDINALIZIE E
PRELATIZIE, AGLI ORDINI RELIGIOSI, MILITARI, EQUESTRI ED OSPITALIERI, NON
CHE ALLA CORTE E CURIA ROMANA ED ALLA FAMIGLIA PONTIFICIA, EC. EC. EC.
CO.MPILAZIONE
Dl'X CAVALIlìRE GAETAÌNO MOROiM ROMANO
PIUMO AIUTANTE DI CAMERA DI SUA SANTITÀ
GREGORIO XVI.
VOL. XXXYIH.
' 4
IN VENEZIA
DALLA IIPOGRAFIA EMILIANA
M n CCCXLV I.
DIZIONARIO
DI ERUDIZIONE
STORICO-ECCLESIASTICA
LEO
LEO
JLEON di spagna (Legionen).
Città con residenza ■vescovile della
Spagna, capitale del regno e della
provincia del suo nome, situata in
una valle assai ombreggiata, al
confluente del Torio e della Bor-
nesga, che si passano ambedue so-
pra un ponte, diciotto leghe di-
stante da Oviedo e sessantacinque
da Madrid. E cinta di antiche mu-
ra in gran parte distrutte, l'inter-
no però non è bello, benché abbia
ragguardevoli edilìzi ; quelli che
sono in decadenza dimostrano quan-
to un tempo la città fosse florida.
Possiede sei piazze pubbliche, quat-
tro delle quali adorne con belle fon-
tane : quella maggiore forma un
quadrato in cui la unifoimità delle
fabbriche è osservata, e dove prin-
cipalmente è rimarchevole il palaz-
zo comunale. La cattedrale, uno
de'piìi preziosi monumenti della
gotica architettura nella Spagna, è
sopra ogni cosa osservabile per la
leggerezza della sua struttura, e
per le sue grandi e giuste propor-
zioni ; le opere di .scultui'a sono
di un'estrema delicatezza, e gli or-
namenti interni sono di una ric-
chezza straordinaria. Contiene essa
le tombe di trentasette re e di un
imperatore, e le reliquie di molti
santi. Si ammira pure il monaste-
ro e la chiesa di s. Marco, ove
vi è una bella biblioteca ; la chiesa
di s. Isidoro,, ove stanno le sepol-
ture di molti membri delle reali
fiuniglie della Spagna ; la magnifi-
ca cappella della chiesa del mona-
stero de'benedettini, e alcuni altii
edilizi, come la casa concistoriale
di s. Marcello, ed i palazzi dei
Luna e dei Guzman. Vi si vede
un palazzo del re di Leone, co-
strutto alla fine del secolo XII, ed
oggi in gran parte occupato da
officine di lavoro. Tra gli ospedali
vi è pure quello degli esposti. Nel-
le sue manifatture i guanti sono
6 LEO LEO
oggelli di gran commercio. E pa- di Leon fu Felice, dello dal clero
tria di diversi «omini illustri, co- e confermato dai Papa s. Stefano
me del poeta Bernardino de Ro- I e da s. Cipriano, morendo nel
belledo, di Diego di Santisteban 3 12. Siccome detto Pontefice fu
y Osorio, e del cardinal de Lo- martirizzato 1' anno 260, bisogna
renzana. I dintorni ridenti ed a- dire che il vescovo Felice visse as-
meni olirono delle belle passeggiate sai, e che altro Papa fu quello
e sono adorni di piantagioni di che lo confermò. Tra i di lui suc-
orrni sorla. cessori vi sono due santi fioriti
D
Alcuni autori pretendono essere dopo che il re Alfonso III nel
stata Leon fondata prima del re- 910 ristabiPi il vescovato, riconqui-
gno di Galba, mentre altri credo- stando la città e cacciandone i sa-
no clie lo sia stata dai romani i-aceni. I due santi vescovi sono,
sotto questo principe. Tolomeo di- s. Froilano benedettino, morto nel
ce che fu chiamata Legio seplima 1006, e s. Alvito egualmente mo-
Germanica, perchè vi si pose a naco benedettinoj morto nel 1062.
custodirla una romana legione di Clemente XI con decreto de' 3o
tal nome; ma secondo altri si chia- maggio 1716, Bull. Rorn. t. Vili,
niava in vece Legio seplima Gè- p. ^"^f), fece porre nel martirologio
ììiina. Sembra certo che il nome romano a' 5 ottobre, l'elogio di s.
di Leon siasi formato per corru- Frullano o Froilano, illustre nella
/ione di quello di Legio: fu anche [)ropagazione della vita monastica,
cliiatnata Septiina. E questa la Jiella carità verso i poveri, ed in
prima piazza importante che i altre virtù e miracoli. Inoltre Leon
cristiani ripresero sui mori, essen- ebbe molti distinti pastori, fra'qua-
do stata occupata da Pelagio prin- li nomineremo i seguenti. Francesco
«ipe goto nel 722. Egli la fece Sprata che fu nunzio pontificio in
fortificare innalzandovi un buon Ispagna, creato cardinale da Ales-
caslello per sua difesa. Divenne la Sandro VI, e morto in Roma nel
capitale del primo regno cristiano 1 5o4. Luigi d'Aragona marchese di
della Spagna, e fu per tre secoli Gerace, nipote di Ferdinando l re di
la residenza dei re di Leon, sino Aragona, crealo cardinale da Ales-
ai 1029, in cui fu questo regno Sandro VI, morto in R^oma nel i5 19.
unito a quello di Castiglia, dopo Sebastiano Ramirez inquisitore di
la morte di Berraondo HI ultimo Siviglia, presidente ed arcivescovo
re di Leone. dell'isola di s. Domingo, viceré del
La sede vescovile fu eretta nel Messico. Andrea Cuesta professore
III secolo, e secondo Commanville dell'università d'Alcalà, morto nel
verso l'anno 3o8, per cui alcuni dis- i564, dopo di avere assistito al con-
sero che fu uno dei primi vescovati odio di Trento. Giovanni di Sam-
fondati nella Spagna, sotto la millian professore dell' università di
metropoli di Braga; indi passò sot- Salamanca, che intervenne a detto
to la provincia ecclesiastica di Com- concilio e morì nel iSyS. D. Alfon-
postella, ed i sommi Pontefici la so Fernandez Velasco de Pontoia,
dichiararono esente, ed immediata- del collegio di Malaga, poscia mag-
mcntc soggetta alia santa Sede co- giore di s. Idelfonso dell'università
ruc lo è tuttora. Il primo vescovo d'Alcalù, doltore in teologia, profes-
LEO
soie di filosofìa, canonico tl'Osma,
Ciì nominato vescovo da Benedetto
XIV nel 1753, e governò saviamen-
te questa chiesa. Pio VI nel 1777
da Città Rodrigo vi traslatò Gaetano
Quadriliero della stessa diocesi di
Leon. Pio VII nel 1800 nominò
vescovo Pietro Luigi Bianco della
diocesi di Coria, e nel i8i4 Ignazio
Raimondo de Roda della diocesi di
, Lerida. Leone XII nel concistoro
de'27 settembie 1824 pieconizzò in
vescovo Gioacchino Abarca e Blacjue
della diocesi d' Hoesca, canonico di
Tarragona, che fu delegalo dalla
santa Sede, e segretario di stato e
del dispaccio di grazia e giustizia,
non che presidente del consiglio dei
ministri di sua maestà Carlo V. Que-
sto rispettabile prelato a' 23 novem-
bre 1837 emanò da Estella una ce-
lebre lettera pastorale, diretta agli
abitanti delle provincia soggette alle
armi del nominato sovrano. La sede
è vacante da molti anni.
La cattedrale è sacra a Dio sotto il
titolo dell'Assunzione di Maria Ver-
gine in cielo. Il suo capitolo si com-
pone di quattordici dignità, essendo
la prima quella del decano, di qua-
ranta canonici comprese le due pre-
bende teologale e penitenziaria, e di
altri preti e chierici addetti alla di-
vina ofliciatura. Prima il capitolo
aveva undici dignità, ottantaquattro
canonici, di cui il re era il primo, ed
il marchese d' Asterga il secondo, e
venti prebendari. La cura della cat-
tedrale viene esercitata da un sacer-
dote, ed ivi è il fonte battesimale.
L' episcopio è annesso alla cattedra-
le, anch'esso ampio e bello edifizio.
Oltre la cattedrale vi sono tre altre
parrocchie nella città, tutte munite
del battislerio. Da ultimo eranvi sei
monasteri e conventi di religiosi, e
cinque monasteri di monache, semi-
LEO 7
nari.o con alunni, ed alcune confra-
ternite. La diocesi è vasta, contiene
circa milletrecento parrocchie, prov-
vedute del sacro fonte, secondo l'ul-
tima proposizione concistoriale. Ad
ogni nuovo vescovo i fruiti della
mensa sono tassati ne' libri della ca-
mera apostolica in fiorini i5oo, cor-
rispondenti a 25,000 ducati di ren-
dita annua di moneta spagnuola ali-
cjHÌbus pensionibus antiquis gradali.
Concila di Leon.
Il primo concilio fu tenuto nel-
l'anno IO 12 sotto il regno di Al-
fonso V re di Leon, altri dicono
adunato per suo ordine ; ne resta-
no sette canoni o statuii. Vi è det-
to che si comincierà ne' concilii dal
giudicar le cause della Chiesa, poi
quelle del re, indi quelle del po-
polo. Questi concilii erano allora
assemblee, nelle quali trattavasi di
affari spirituali e temporali. Il pri-
mo statuto che risguarda la Chie-
sa, ordina che gli affari ecclesiastici
saranno discussi ne' concilii. Il se-
condo è sui testamenti fatti in fa-
vore della Chiesa. Il terzo concer-
ne la giurisdizione de' vescovi sui
loro diocesani. Piegia t. XXV ; Lab-
bc t. IX; Arduino t. VI; Diz. de
concila. .
Il secondo fu celebrato nel logr,
e vennero fatti molti regolamenti
sui riti e sugli uffizi della Chiesa.
Tra le altre cose fu risoluto, che
gli uffizi ecclesiastici sarebbero ce-
lebrati nella Spagna, secondo la re-
gola di s. Isidoro; e che in avve-
nire gli scrittori o notai si servireb-
bero della scrittura gallese o gal-
lica in tutti gli alti ecclesiastici, in-
vece della gotica usata allora in To-
ledo. Labbé t. X ; Arduino t. VI ;
Diz. de concilii.
8 LEO
LEON. V. S. PoL DE Leon.
LEON DI NIGARA.GUA. P". Ni-
caragua.
LEONA, Cardinale. Leona, che il
Baronio chiama Leone, monaco e
abbate del monastero di s. Cle-
mente di Roma, da Pasquale li
del 1009 fu creato cardinale dia-
cono di s. Vito. Confermò con giu-
ramento quanto avea fatto il Papa
in tempo di sua prigionia, in fa-
vore di Enrico V imperatore, sul-
l'affare delle investiture, e morì
nel pontificato dello stesso Pasqua-
•le H nel mese di febbraio, igno-
l'andosi l'anno.
LÉONARD (s.) Le Noblat, ZVb-
liliacuni. Città di Francia , dipar-
timento dell'Alta Vienna, circonda-
rio e capoluogo di cantone , nella
diocesi di Limoges. E in una si-
tuazione elevata, presso la riva de-
stra della Vienna, che vi si passa
sopra un bel ponte. Ha dei bastio-
ni da dove si scuopre un bel pae-
saggio, ed è assai bene fabbricata,
con chiesa architettata nel secolo
X: il commercio vi è considera-
bile. Quantunque questa città non
possieda alcun monumento che fìssi
l'epoca della sua fondazione, si cre-
de però che debba la sua origine
a s. Leonardo parente di Clodoveo, I,
che ritirossi in vicinanza .di essa in
una foresta. Nel 1290 vi fu tenu-
to un concilio sulle rendite eccle-
siastiche. Marlene, Thesaur. t. IV.
LEONARDO (s.), romito nel
Limosino. Era un gentiluomo fran-
cese in grande onore nella corte di
Clodoveo I. Convertito al cristia-
nesimo da s. Remigio, rinunziò al
mondo, e fu fedele imitatore delle
virtù del suo maestro, di cui ri-
trasse specialmente il disinteresse ,
lo zelo e la carità. Predicò per
alcun tempo la fedo, ma temendo
LEO
di essere richiamato alla corte , e
desiderando di consacrarsi a Dio
interamente, parti di nascosto, e ri-
tirossi nel territorio d'Orleans. Due
leghe distante da questa città era-
vi il monastero di Micy : quivi Leo-
nardo fece professione sotto la di-
sciplina di s. Massimino, dopo la
morte del quale, avvenuta nel Sto,
passò nel Rerrì, ove convertì molti
idolatri. Quindi, giunto nel Limo-
sino, pose sua dimora nella fore-
sta di Pauvain, quattro leghe lungi
da Limoges, e si fabbricò un orato-
rio in un luogo detto Nobiliac, No-
blac o Noblato. Visse molto tempo
affatto sconosciuto, esercitandosi nel-
le austerità della penitenza, e non
cibandosi che di erbe e frutti sal-
vatici ; poscia si diede ad istruire
i popoli di quel vicinato. Parecchi
de' suoi uditori sentironsi animati
dal desiderio d'imitare la sua ma-
niera di vivere , e ciò diede co-
minciamento ad un monastero che
divenne poi celebre, e al quale fu
posto il nome di s. Leonardo di
Noblac. 11 re compreso da somma
venerazione per questo santo , la
cui fama erasi per tutto sparsa a
cagione de' suoi miracoli, gli fece
dono di una gran parte della fo-
resta, ov'egli viveva co' suoi di-
scepoli. Pieno di opere buone, an-
dò s. Leonardo a riceverne in cie-
lo la ricompensa a' 6 di novem-
bre circa l'anno SSg. La maggior
parte delle sue reliquie è riposta
nella chiesa che porta il suo nome
a Noblac. Egli è patrono di mol-
le chiese in Francia : né era me-
no celebre il di lui culto in In-
ghilterra prima della pretesa ri-
forma. E particolarmente invocato
in favore de' prigionieri, pei quali
aveva in vita una tenera carità ,
avendone liberati parecchi anche in
LEO
modo miracoloso ; è anche invo-
calo dalle femmine ne' dolori del
parto. Leggesi il suo nome nel
martirologio romano e in molli
altri.
LEONARDO (s.) di Vandreuve,
abbate. Nato nel paese di Tongres,
lasciò la patria per servire a Dio
nella solitudine , ritirandosi in un
luogo deserto della diocesi di Mans,
che si chinmava Vandreuve. Ivi
coli' aiuto di s. Iniiocenzio vescovo
di IMans, edificò un monastero, in
cui raccolti molti discepoli, fu ob-
bligato di assumerne il governo.
Calunniato dagl' invidiosi di sue
virtù, ordinò il re Clotario I die
fosse cacciato dal regno; ma i sol-
dati a ciò incaricati furono sì com-
mossi dalla sua modestia e dai
suoi discorsi che disingannarono il
re, il quale conosciuta la verità ,
accordò la sua protezione a Leo-
nardo, ed avrebbe punito i di lui
accusatori, se egli stesso non aves-
se intercesso grazia per essi. Si col-
loca la sua morte nel 565 o Sro,
e fu seppellito nel suo monastero.
Circa tre secoli dopo venne trasfe-
rito il suo corpo neir abbazia di
Corbignv che prese poscia il suo
nome. E onorato nella diocesi di
Mans a' 1 5 d' ottobre.
LEONARDO (beato) di Porto-
Maurizio, al secolo Paolo Girola-
mo di Casa-Nuova. Nacque da o-
iiesti e pii genitori a'20 dicembre
1676 a Porto-Maurizio, nella dio-
cesi di Albenga, sulla costa di Ge-
nova, e sino dall' infanzia mostiò
tale inclinazione per la pietà che
pareva annunziare la futura sua
santità. Giunto al decimo anno di
sua età fu da un suo zio chiama-
to a Roma, dove venne educato
dai gesuiti nel collegio romano. Le
sue virtù gli meritarono d" essere
LEO 0
ammesso nella piccola congregazio-
ne formala nell'oratorio del padre
Caravita, composta di dodici gio-
vani scelti tra i più fervorosi e ze-
lanti, i quali si occupavano nello
spiegare il catechismo nelle chiese,
e nell'andare i giorni festivi per la
città in traccia di persone oziose
per condurle alle prediche. Nel
1697 entrò nel convento di san
Bonaventura dei minori osservan-
ti riformati, e pronunziò i suoi
■voti, prendendo il nome di Leo-
nardo. Dopo la sua professione de-
dicossi all'adempimento degli ob-
blighi del proprio stato, alla let-
tura di libri spirituali, e all'eser-
cizio dell'orazione. La sua regola-
rità faceva l'ammirazione de' suoi
fratelli, la sua condotta serviva lo-
ro di esempio, e i suoi discorsi gli
animavano alla pratica della virtù.
Allorché fu innalzato al sacerdozio
si consacrò al bene spirituale del
prossimo, ed ottimi effetti produce-
vano i suoi sermoni ; ma non cor-
rispondendo le sue forze fìsiche al-
l'ardor del suo zelo, cadde perico-
losamente malato, perlocchè fu co-
stretto per lo spazio di cinque an-
ni a limitar le sue cure alla pro-
pria santificazione. Frattanto reca-
tosi al paese nativo, fece ivi cono-
scete il pio esercizio della /' ia
Criicis. Ricuperata poi la sanità,
si diede novellamente a travagliare
pel bene delle anime, e con tanto
zelo che tutti meravigliavansi ch'e-
gli potesse reggere a tante fatiche,
estenuato com'era dai digiuni, dal-
le vigilie e dalle austerità. Le sue
moltiplici missioni l' obbligarono
a sconere gran parte d'Italia. Af-
faticò dapprima per molto tempo
in Toscana, poscia fu chiamato a
Pioina e nelle campagne circonvi-
cine, mandato poscia a Genova e
IO LEO
nella Cofsirn, e finalmente ritoi'nò
ancora negli stati della Cliiesa. in
mezzo alle sue apostoliche fatiche,
POH trascurava il santo missionario
la salute dell' anima sua. Si rin-
cliincleva sovente in una solitudine
ove vivea per Iddio solo. Egli tenea
in grandissima stima il libro degli
Esercìzi spirituali di s. Ignazio, e
per estenderne 1" uso ottenne da
Cosi ino III granduca di Toscana,
ammiratore delle sue virtù, una
casa nei dintorni di Firenze, nella
quale radunava sovente i fedeli che
desideravano di occuparsene. Pa-
recchie confraternite dovettero a
l^eonardo il loro increraento o la
loro fondazione. Afììne di propa-
gare la pratica della meditazione
sulla passione di Gesìi Cristo, da
Benedetto XIV fece innalzare nel-
l'anliteatro di Vespasiano, ossia nel
Colosseo, delle cappelline in cui so-
no rappresentati i patimenti del
Redentore, pel divoto esercizio del-
la Fia Crucis, In pili città insti-
tuì pure l'adorazione perpetua di
Gesù Cristo nel santissimo Sacra-
mento. IMorì finalmente in Roma,
nel convento del ritiro di san Bo-
naventura alla Polveriera, ai •26 no-
vembre 1^/5 1. IMolti miracoli ven-
nero da Dio operati per di lui in-
tercessione; e Pio VI in detto
convento nel 179^ vi promulgò
il decreto della sua beatificazione,
la quale venne celebiata ai i4
giugno 1796. Ci rimangono parec-
chi scritti di questo santo missiona-
rio, e tra gli altri il Maiiualiz sacro
e gli A^'verlinie.iiti utili ai confessori.
Una raccolta delle sue opere fu
pubblicata a Venezia nel 174^,
in 2 volumi. 11 p. Giuseppe Rla-
ria da Masserano pubblicò in R.oma
nel 1791 un libro che ha per ti-
tolo; Gesta, virtii e doni del b. Leo-
LEO
nardo da Porto- Maurizio. Di que-
sta, di altra vita, delle sue opere,
e del suo corpo che si venera sot-
to l'altare maggiore della suddet-
ta chiesa, ne parlammo all' artico-
lo Francescano ordine, § Il Mi-
nori riformali.
LEOlNE (s.), martire. Sofferse
a Pataro nella Licia, nel terzo se-
colo, probabilmente sotto gl'impe-
ratori Valeriano e Gallieno, in oc-
casione di una festa che i pagani
celebravano in onore di Serapide.
Volendo egli andar a pregare sulla
tomba di s. Paregorio, suo amico,
che avea di recente versato il san-
gue per la fede, fu preso e condot-
to dinanzi al governatore di Licia,
il quale dopo avergli fatto subire
le interrogazioni ordinarie, e cru-
deli battitture, non avendolo potu-
to indurre a sagrificare agi' idoli,
di cui aveva spente e calpestate le
Ilici al cospetto del popolo, lo con-
dannò ad essere legato per un pie-
de e trascinato a traverso le roccia
e le pietre. Spirò pregando per i
suoi persecutori, ed il suo corpo
fu precipitato in una voragine pro-
fondai, da dove fu in seguito tratto
ed onorevolmente sepolto dai fe-
deli. Tanto i greci che i latini ce-
lebrano la sua memoria, insieme a
quella di s. Paregorio, ai 18 di
febbraio.
LEOiVE (s. ), martire. Nacque
circa l'anno 856 a Carentan nella
bassa Normandia. Fu incaricato dal
Papa di fare una missione tra i
baschi, i quali di origine cantabri,
essendo scacciati dalla patria, eran-
si stabiliti nella Biscaglia e nei de-
serti della contrada di Labour fi-
no a Baiona. Leone, giunse a Ba-
iona verso l'anno 900, co'suoi fra-
telli Gervasio ed Eleutero, e erede-
si sia stalo vescovo di questa città.
LEO
Leggesì peraltro nella Gallia christ.
lìova, che non ci furono vescovi
di Baiona, che si sappia, prima
del 9B0; ma alcuni autori sosten-
gono che ve ne furono fino dal
38 1. E però certo che s. Leone
fece ivi conoscere Gesù Cristo, e
vi fondò una chiesa al nome della
Beata Vergine. Le sue apostoliche
fatiche fecero fiorire la religione
cristiana nel paese di Labour, nel-
le lande al disotto di Bordeaux,
nella Biscaglia e nella Navarra.
Egli fu martirizzato dai pirati con
suo fratello Gervasio, nel primo di
marzo, giorno in cui la sua festa
è notata ne' martirologi; ma non
si sa di qual anno. Le sue reliquie
furono deposte nella cattedrale di
Baiona, ove è onorato come pro-
tettore della diocesi.
LEONE I(s.), Papa XLVII, chia-
mato il lilcJgno, dottore della Chie-
sa, romano secondo alcuni, ma piìi
comunemente toscano. Tra quelli
che lo dicono romano avvi Ques-
nello, dissert. i, De vita et rcb. gc-
sl'ts s, Leonìs, coli' autorità di s.
Prospero in Chron. p. 748, ove
chiama E.oma patria di s. Leone I,
e di una lettera di questo mede-
simo Pontefice, episl. 3i ad Pul-
cherìam, in cui sembra ch'egli ri-
conosca E.oma per sua patria. I
Ballerini ancora nel toni, li Oper.
s. Leonìs p. 899, più favorevoli si
mostrano a Roma, che alla To-
scana, parlando della di lui patria.
Lo fanno toscano, il Baronio all'an-
no 44o> tium. I ; il Pagi allo stes-
so anno, num. 3; il Papebrochio
tlie 1 9 aprU. pag. 1 6, n. i-ì ; et in
Conatu ad s. Lconeni p. i5i, n. i,
i quali dicono, che tanto s. Leo-
ne I, quanto s. Prospero intesero
di dire, ch'era d'Italia, non delle
Gallie, dove dimorava quando fu
LEO II
eletto (mandatovi dal senato affine
di riunire gli animi discordi de'due
celebri generali dell'armata roma-
na Aezio ed Albino ), né dell'Asia,
dove fu chiamato da Teodosio II
per presiedere al concilio Efesino,
nella maniera stessa che Sallustio
chiama sua antica patria la Spa-
gna. Nacque verso la fine del re-
gno di Teodosio I, ed ebbe per
padre Quinziano. Fu educalo nella
via ecclesiastica, e coriispose ben
presto alle sollecite cure de' suoi
maestri con una condotta saggia,
studiosa e virtuosa, per cui venne
ammesso al clericato , e benché
semplice accolito fu scelto per por-
tare ai vescovi d' Africa le lettere
della condanna di Pelagio e di
Celestio, fotta dal Papa s. Zosimo,
il quale, al dire del Novaes, lo creò
cardinale diacono. Ebbe parte do-
po questa epoca in tutti gli af-
fari più importanti, ne' pontificati
di s. Bonifacio I, di s. Celestino I
e di s. Sisto IH, la cui innocenza vi-
gorosamente difese innanzi all' im-
peratore Valentiniano III, contro le
calunnie di chi ne tentava la per-
dita. Scuopri gli artifizi dell'ereti-
co vescovo di Eclana Giuliano ,
principale appoggio de' pelagiani.
Indi fu mandato nelle Gallie per
riconciliare i due mentovati gene-
rali, e seppe pacificarli. Durante
questa legazione mori a' 28 mar-
zo 440 s. Sisto III, e benché as-
sente a' 9 maggio s. Leone fu crea-
to Pontefice. Appena tornato in
Roma fece spiccare il suo talento
nel patetico sermone pronunziato
nel giorno della sua consecrazione,
del quale e della sua ordinazione
è a vedersi il Zaccaria, Storia lelt.
t. VII, p. 872. Del dono meravi-
glioso nell'annunziare la divina pa-
rola priucipalmcule fece uso per
11 LEO
preservare il suo popolo dalla se-
duzione, inciirizzaiidolo alla virlìi e
confortandolo nelle calamità , che
nel suo pontificato furono presso-
ché continue nell' Italia. Il di lui
zelo fu ardente, ed incredibile la
sua fermezza pel mantenimento
della disciplina ecclesiastica. Ghia
ino a sé i più dotti uomini , che
allora fossero nella Chiesa, per va-
lersi del consiglio e dell'opera lo-
ro, come rilevano i citati Balleri-
ni t. Il, pag. 4 '6. Avendo inteso
che in diversi luoghi, massime nel-
la Mauritiana, erano stati elevati
nll'episcopalo per mezzo d' intrighi
nomini indegni, colle sue lettere
riuscì a togliere sì detestabili abu-
si. Essendo poi stato deposto dalla
sede di Besancon il vescovo Celi-
donio, da s. Ilario vescovo d' Ar-
les, ed avendo appellato al Papa,
(]uesti adunato un concilio trovollo
innocente e lo rimise nella sua se-
de. Il p. Sangallo, Gesta de^ Poni.
t. IV, p. 271, rivendicò l'autorità
di s. Leone I e della santa Sede
sulle appellazioni contro Febronio,
ed altri nemici di esse.
Con sommo studio e con in-
credibile vigilanza si applicò s. Leo-
ne I a condannare ed abbattere
le eresie de'manicliei in Roma, dei
priscillianisli nella Spagna, dei pela-
giani e degli eutichiani, le quali sot-
to il suo pontificato a grave peri-
colo posero la religione, sì nell'oc-
cidente che nell'oriente. Con som-
ma erudizione raccolse il p. Cac-
ciari quanto apparteneva alla sto-
ria di queste eresie nel primo
tomo delle opere di s. Leone I,
che tutto intero si occupa in que-
sto argomento, ed ha questo titolo:
Extrcitaliones in iuii\<ersa s. Leo-
nia Magni opera perlinentes ad
ìvslorias hae resimi Maniclicorum j
LEO
PriscilUnnistariim , Pelagianornm ,
atque Eutychianorum , quns sum-
mo studio et labore s. Pontifex
evertit, atque damnavit , in sex
libros dìstributae, Romae lyai. Ma
ciò che piìi d'ogni altra cosa se-
gnalò questo Papa , fu la vitto-
ria da lui riportata dopo immensi
travagli sopra 1' eresia di Eutiche.
Penetrato s. Leone I del più vivo
dolore per 1' infelice riuscita del
concilio o Conciliabolo di Efeso
(Fedi), nel quale quell' eresiarca
trionfò nel 449> sollecitò ed otten-
ne dall' imperatore Marciano la
convocazione di un concilio gene-
rale nel /{Si, che fu quello di
Calcedonia (Fedi), la decisione del
quale fu espressa a tenore di quan-
to leggevasi scritto nella lettera di
s. Leone I a Flaviano santo ve-
scovo di Costantinopoli , vilipeso
indegnamente nel detto conciliabo-
lo. Commise a Giuliano vescovo
di Coos di rappresentare le sue
veci presso l'imperatore Marciano,
per impedire la propagazione del-
l'eresia nestoriana; ond'ebbero ori-
gine i Nunzi apostolici (Vedi).
JVeir anno l\^i Attila re degli
unni, che chiamava sé stesso fla-
gello di Dio, dopo di aver sac-
cheggiato molte città d'Italia, pa-
reva che si volesse dirigere a E.o-
ma ove risiedeva il Pontefice. Que-
sti gli andò incontro con diversi
ecclesiastici e con due senatori,
cioè Avieno uomo consolare , e
Trige/.io prefetto del pretorio .
Colla mirabile e maestosa sua pre-
senza, santità ed eloquenza s. Leo-
I si abboccò con Attila a Gover-
nolo, altri dicono ad Ambuleio sul
Blantovano, laddove il Mincio si
scarica sul Po. Soavemente ne dis-
armò la collera , frenò la ferocia
del barbaro vincitore, il quale al-
LEO
le persuasive del Papa diede fine
alle ostilità e si ritirò di là del
Danubio, con promessa di far la
pace_, mediante un tributo cbe pa-
gherebbe l'imperatore Valentiuiano
III : il Papa tornò in Pioma tra
le benedizioni dei popoli. RafTaello
nelle camere del palazzo vaticano
rappresentò l'incontro di s. Leone
I con Attila, col suo inimitabile
pennello; ed altrettanto fece col-
lo scalpello nella basilica vaticana
il celebre Alessandro Algardi, nel-
l'alto rilievo di marmo, che si ve-
de nell'altare che eresse a questo
santo suo predecessore Innocenzo X.
I due valentissimi artisti seguendo
la tradizione , rappresentarono s.
Leone I preceduto in aria dai ss.
Pietro e Paolo, che colle spade
sfoderate minacciando il re degli
unni, questi atterrito precipitosa-
mente retrocedette. Riconoscendo
il Pontefice dalla protezione del
principe degli apostoli la liberazione
di Roma, fece fondere la statua di
metallo di Giove Capitolino, e di
essa ne formò la celebre immagine
dello stesso principe degli apostoli,
che si venei'a nella basilica vati-
cana. Altri attribuiscono la fusione
di tale statua, e la formazione di
quella di s. Pietro a Costantino.
Su questo punto e sulla venera-
zione della statua di san Pietro,
oltre quanto noi abbiamo detto ai
loro luoghi, sono a vedersi il Cancel-
lieri, Descrizione della basilica Vati-
cana, p. 4i> ed il Marangoni, Delle
cose gentilesche p. 68, ove dice che
avendo Leone l'Isaurico minacciato
di farla in pezzi, gli scrisse s. Gre-
gorio II, che i popoli d'occidente
ne avrebbero fatta sanguinosa ven-
detta. Non ebbe interamente egual
successo l'altra ambasciata del Pon-
tefice $. Leone I a Genserico re
LEO i3
de' vandali, allorché nel 4''^ con
poderosa armata si portò all'assedio
di Roma. Sei miglia distante s.
Leone I raggiunse il re, dal quale
soltanto ottenne che nel saiclieg-
gio della città verrebbe rispar-
miato il sangue e l'incendio, e la-
sciate intatte le tre basiliche , La-
teranense, Vaticana , ed Ostiense.
La chiesa d'Alessandria era afflit-
ta per la fazione di Timoteo Elu-
ro, che dopo la morte del vescovo
Marciano aveva occupata la sede
d'Alessandria, e voleva ristabilirvi
l'eutichianismo ; il Papa se ne oc-
cupò con tutto lo zelo, ed ottenne
dall'imperatore Leone e dai me-
tropolitani d'oriente che fosse cac-
ciato l'intruso.
Tra le innumerabili determina-
zioni di s. Leone I, si ha che di-
dkhiarò doversi allontanare dagli
ufiizi ecclesiastici e dal nome sacer-
dotale , quello che avesse sposa-
to una vedova ; proibì 1' usu-
ra ai chierici ed ai laici ; vietò la
confessione pubblica ; nel canone
della messa aggiunse le parole
Sanclum sacrifìcium immaculatam
hostiam; riparòle basiliche Vatica-
na ed Ostiense, ed affidò la custo-
dia de'corpi de' principi degli apo-
stoli a suoi Cubicularii [Vedi) ;
ed ebbe la consolazione di vedere
a'suoi giorni molti infedeli abbrac-
ciare la fede, JVon è poi certo che
egli sia l'autore òqW Hanc igitur
oblationem , dell'/fe missa est, del
Benedicamiis Domino, e dell'incen-
sare l'oblata. In quattro ordinazio-
ni nel dicembre , s. Leone I creò
centotlantacinque vescovi, ottantu-
no preti, dodici o trentuno diaco-
ni. Governò venti anni e ventotto
giorni, e morì agli i i aprile del
461, giorno in cui la Chiesa cele-
bia la sua festa. Il p. ^angalJo
i4 LEO
loco citato p. 4'^> quanto alla
morte di s. Leone I, dice che la
più probabile opinione è che ino-
risse ai io novembre; su di che
può vedersi il p. Mabillon, Veter.
Analect. t. Ili, p. 43o. Fu egli il
primo Pontefice seppellito , cioè
trasferito nella basilica di s. Pietro,
come osserva Laerzio Cherubini,
Bull. Roni. t. I, p. I ; mentre al-
tri suoi predecessori erano stati
sepolti ne' sotterranei accanto al
santo apostolo, ovvero sul portico.
Indi le sue reliquie furono quattro
volte trasferite in diversi luoghi,
che indicammo nel voi. XII, p.
294 del Dizionario. Dell' ultima
ne fa distinta relazione Benedetto
XIV, De canon, ss. lib. IV, parte
II, cap. 23, n. 7 e seg., il quale
v'intervenne come promotore della
fede e canonico vaticano : questo
Pontefice colla costituzione 4*^ >
Ballar. Bened. XI F, t. IV, p. 228,
prescrisse a s, Leone I il rito di
dottore della Chiesa. Su detta tras-
lazione abbiamo da monsignor Ni-
colò Fortiguerra l'Oratio in trans-
lattone corporis s. Leonis Ma-
gni hahita in basilica Vaticana
anno 1 7 1 5. Questa si legge nel
Ragguaglio della traslazione del
corpo di s. Leone Blagno, di Lo-
dovico Sergar di, Roma 1715, Ad
onta di quanto dissero alcuni ere-
tici e falsi cattolici, nemici giurati
della pontificia autorità, s. Leone
I senza oltrepassare i limiti della
giustizia e della santa prudenza,
seppe sostenere con gravità il suo
decoro, con fermezza d'animo i suoi
diritti, con invila costanza la sua
nutorilà, unendo all' istcsso tempo
la piacevolezza, l'amore, le paterne
sollecitudini per accogliere i tra-
vinti , animare i pusillanimi , e fu"
rivedere gli erranti. Gio. Tritemio,
LEO
De script, eccles., lo chiama il Tul-
lio della facoltà ecclesiastica, 1' O-
moro della sacra teologia, l'Aristo-
tile delle ragioni della fede , il
Pietro dell'autorità apostolica, e il
Paolo del pergamo cristiano. E in
fatti , ch'egli fosse uomo non solo
nelle sacre carie, ma ancora nelle
profane scienze profondamente ver-
sato, ne fanno fede le lettere e i
sermoni che di lui abbiamo, nelle
quali oltre una giusta ed esatta
dottrina, vedesi una gravità ed una
eloquenza non ordinaria, che in
mezzo ancora ad uno stile che al-
lora si usava non troppo terso e
talvolta oscuro, piace non ostante
ed alletta assai, come esprimesi il
Tiraboschi nella Storia della lei-
ierat. ital. t. II, lib. IV, p. 335.
San Leone I è il primo Papa
di cui abbiamo una serie di opere,
cioè novanlasei sermoni sulle prin-
cipali feste dell'anno ; centoquaran-
ta lettere, ed un codice sugli anti-
chi canoni. Alcuni attribuiscono
pure a s. Leone I il libro della
vocazione de' gentili, ma sembra
piuttosto di sconosciuto autore. I
capitoli sulla grazia e sid libero
arbitrio sono del Pontefice s. Ce-
lestino I, e la lettera a Deinetria-
de è del medesimo autore della vo-
cazione de'genlili. Le lettere di s,
Leone I contro gli errori di Eu-
tiche furono da alcuni scrittori at-
tribuite a s. Piospero, che fu suo
cooperatore nel distruggere gli a-
busi e le eresie de' priscillianisti e
dei peingiani, ma d. Ceillier nella
Storia degli scrittori sacri, non con-
fonde Io stile dell'uno e dell'altro;
ed abbenchè preferisca evidente-
mente quello di s. Prospero, non
toglie però a s. Leone I il nìcrito
delle sue opere contro ^eresiarca
d'oriente. In tutti gli scrini poi ili
LEO
s. Leone I apparisce la bellezza
del suo spirito, colla solidità del
giudizio e colla grandezza del co-
raggio. Degno di occupar la prima
sede della Chiesa, ne fu l'ornamen-
to per le eminenti qualità, che gli
meritarono i gloriosi titoli di Tl/rtt-
gno e di Grande j la santità della
sua \ita lo rese rispettabile alle
potenze della terra, e fu l'ammi-
razione della Chiesa cattolica pel
suo zelo nel difendere la purezza
della sua dottrina, nel far osserva-
re i decreti de'suoi concili!, e nel
conservarne la disciplina. Le opere
di s. Leone 1 furono tutte insieme
stampate in Parigi in tre volumi
nel 1675, con annotazioni e disser-
tazioni dal p. Pascasio Quesnello,
e poi ristampate nel 1700 in Lio-
ne di Francia in due tomi in fo-
glio, ma questa edizione è infetta
dal veleno Quesnelliano. Per por-
gerle un convenevole antidoto fu-
rono fatte due edizioni in tempo
di Benedetto XIV, J'una dal p.
Pietro Tommaso Cacciari carmeli-
tano di singoiar erudizione, che
pubblicò colla stampa il primo to-
ìXìo nel 1751 e poi due altri to-
mi. La seconda dagli immortali
fratelli Pietro e Girolamo Ballerini,
dottissimi sacerdoti veronesi, che
pubblicarono il primo tomo in Ve-
nezia nel 1755, dopo il quale an-
no seguirono i due altri tomi. Ab-
biamo la Fifa di s. Leone I e di
Attila Pagello di Dio, scritta da
Gabriele Bertazzolo e stampata in
Mantova nel i6i4: fulvi riprodotta
dal Tassoni nel 1727. Leonis I vi-
tae conìpendiimi cum ejiis operibiis,
Lugduni i632. t9. Leonis I vìtae
cowpendium, editiun ante tjnsdem
opera, mss. nella libreria del Ge-
sù di Roma. Luigi Maimbourgh
nel 1686 pubblicò io Parigi: Hi-
LEO i5
stoire da pnnlifical de .1. Leon te
Grand, che Innocenzo XI condan-
nò con bi-evc de'2(3 febbraio 1687.
Vacò la santa Sede sette mesi.
LEOlNE li (s), Papa LXXXH.
Figliuolo di Paolo ML-neo o Mene-
io di professione medico, nacque
secondo alcuni in Cedella neh' A-
bruzzo Ulteriore, nel luogo chia-
malo la Valle di Sicilia, e secon-
do altri, e forse meglio, nella dio-
cesi di Catania in Sicilia. l'rofcs-
sato avendo tia i canonici regolati,
divenne eloquente e insignemente
perito nella scienza delle divine
lettere, nel che gli fu di gran lu»
me ed aiuto la perfetta cognizione
che aveva delle lingue greca e la-
lina. Ebbe eziandio molta capacità
nella musica, onde potè con tutta
agevolezza riformare il canto della
salmodia e il concerto degli inni
sacri, e fu insigne amatore de'po-
verelli. Essendo stalo creato car-
dinale di santa romana Chiesa,
dell'ordine de'preli, fu eletto Pon-
tefice a' i5 agosto del 682. Indi
venne consecrato secondo il con-
sueto dai vescovi di Ostia e di
Porto, e da quello di Velletri in
luogo di quello di Albano cui ap-
parteneva, perchè allora si trovava
questa chiesa priva del vescovo.
Con l'epistola ad Constant, imp.^
presso Labbé, Concil. t. VI, p.
iijG, confermò il VI concilio ge-
nerale riunito contro i monoteli ti,
gli alti del quale furono portati
in Roma dai legali, e s. Leone II
dal greco, come alferma Sigeberto,
De script, eccl. cap. 59, li traspor-
tò nel latino, inviandone con sua
lettera una copia ai vescovi della
Spagna. Con questa lettera ai ve-
scovi della Spagna, im'altra Leone
li ne mandò al reErvigio, la qua-
le è registrala da Labbé nel t. VI,
iG LEO
p. ii'ì'ì Condì., e in questa gli
dice il santo Pontefice: •» che O-
norio I avea consentito, che l'ini-
mncolala regola della tradizione
apostolica, da' suoi predecessori ri-
cevuta, fosse offesa e macchiata ".
Il Baronio stimò apocrife queste
due lettere, ma per vere e legitti-
me le difese il p. Lupo : De sexlo
syiiodo gener. diss. ult. 1. 111^ p.
51. Il cardinal Turrecremata dice
che il concilio male interpretò le
cattoliche lettere del Papa Onorio
I, al patriarca Sergio. Sostenne
l'onore della sua sede e la preemi-
iienza contro l'arroganza dell'arci-
vescovo di Ravenna ; laonde ad
istanza di S.Leone li, l'imperatore
Costantino III ordinò, che morto
l'arcivescovo di Ravenna, il nuova-
mente eletto dovesse, secondo l'uso
antico, ordinarsi in Puoma. In una
ordinazione a' i6 giugno il Papa
creò ventitre vescovi, nove preti e
tre diaconi. Il Cardella registra
sette cardinali nel suo pontificato.
Il Bergier dice che istituì il bacio
di pace nella messa, e l'aspersione
dell'acqua santa sul popolo. Go-
vernò dieci mesi e diecisette gior-
ni, e morì ai 4 luglio del 683 :
la Chiesa ne celebra la festa a' 28
giugno. Fu sepolto in s. Pietro,
ed il suo corpo si venera sotto
l'altare della Madonna della Co-
lonna. Ad una insigne dottrina ed
eloquenza accoppiò rara prudenza ;
non trascurò nulla per ristabilire
dovunque la purezza della fede
cristiana e de'suoi costiuni ; i suoi
benefizi lo resero caro a) popolo
romano. Vacò la Chiesa romana
undici mesi e veutidue giorni.
LEONE IH (s.), Papa XCIX.
Nacque in Roma ed ebbe per pa-
dre Asupio, secondo l'opinione con-
corde di tutti gli storici, laonde
LEO
non si sa comprendere come il
Voigt, Storia di Papa Gregorio
FU, cap. IX, possa dire che Ai-
stulfo figlio del conte di Calu, ca-
stello del Wurtem borghese, venne
assunto al pontificato col nome di
Leone 111, mentre il nome ancora
non si soleva cambiare nell'esalta-
zione al soglio papale. Da canoni-
co regolare, passò poi tra' monaci
benedettini al dire di Ciacconio.
Ma il Cardella seguendo il p. Nar-
di narra, ch'egli in età ancor tenera
entrato nel palazzo pontificio per
essere educato nella pietà e nelle
lettere, fece tali progressi, che me-
ritò di essere successivamente in-
nalzato ai sacri ordini del suddia-
conato, del diaconato, e finalmente
a quello di cardinale prete del ti-
tolo di s. Susanna. D'illibati co-
stumi, facondo nella favella, e
molto versato così nella sacra co-
me nella profana erudizione, in-
clinatissimo a ragionare o sentire
ragionare di cose divine, e ad o-
rare coi monaci ed altri servi di
Dio. Gran fautore delle dotte e
letterate persone, da ogni parte
con premi a sé le tirava, meravi-
glioso piacere provando in ragio-
nare con esse . Visitava gl'infermi,
sovvenne con larga mano i mise-
rabili, consolò gli afflitti, e i tra-
viati ridusse con cristiani ricordi
ed eflicaci esortazioni nella via del-
l'eterna salute. Fu di natura be-
nigna e tardo all' ira, intrepido
difensore dell'ecclesiastica immunità
e dell'onore di Dio. Dopo essere
stato l'ornamento della Chiesa ro-
mana, fu per universal consenso
a'26 dicembre del ygS eletto Pa-
pa e consecrato nel giorno seguen-
te. Dopo la consecrazione fu egli
coronato ai gradini inferiori della
basilica vaticana, e da questa fun-
LEO
eione il Cancellieri iacomiociò la
collezione delle relazioni de'solenni
possessi presi alla basilica latera-
nense dopo tal cerimonia dai som-
mi Pontefici successori di s. Leone
IIL V. Possessi de' Pontefici. Per-
venuta a Carlo Magno la notizia
nell'elezione di s. Leone III, scrisse
una ossequiosa lettera di rallegra-
mento, per mezzo di Engelberto
abbate del monastero di s. Ricario,
implorando l'apostolica benedizione,
l'orazioni del Pontefice, 1' alleanza
della romana Sede, che prometteva
continuare a difendere, ed inoltre
gii mandò dei doni provenienti
dalle spoglie conquistate sugli un-
ni. Pregato il Papa da Carlo Ma-
gno di confermargli il titolo di
patrizio romano, onde gli correva
l'obbligo di difendere la Chiesa ro-
mana, s, Leone III gli mandò le
chiavi di s. Pietro e Io stendardo
di Roma, insegne che lo l'endeva-
no obbligato a difendere il civile
e r ecclesiastico della Chiesa. F .
Chiavi. La deputazione spedita al
re dal Papa, ritornò in R.oma con
ricchi presenti.
Quattro anni dopo scoppiò una
terribile cospirazione contro i gior-
ni del Pontefice, della quale fa-
cemmo menzione in più analoghi
luoghi. Pasquale primicerio e Cam-
polo saccellario o cappellano della
Chiesa romana, nipoti dell'imme-
diato predecessore Adriano I, sotto
il cui pontificato aveano esercitato
molta influenza in Roma, vedendo
di non poter esercitar più il pote-
re sugli affari, e sdegnati di non
aver potuto succedere al loro zio,
determinarono di disfarsi di s. Leo-
ne III. Quindi nell'anno 799 ai
i5 aprile spedirono gente armata
per avventarsi contro il Papa, men-
tre usciva a cavallo dal palriar-
LEO 17
chio lateratiense, per assistere alla
processione delle litanie maggiori ,
nel giorno di s. Marco, recan-
dosi alla chiesa di s. Lorenzo in
Lucina. Questi assassini lo mal-
trattarono con tante percosse che
lo lasciarono mezzo morto, dopo
averlo acciecato e cavatagli la lin-
gua ( cioè avanti la Chiesa di s.
Sih'estro in Capile [Fedi), o avanti
la confessione della medesima se-
condo il Severano, Memorie p. 486),
e posto nel monastero di s. Era-
smo come in un carcere, per met-
terlo in sicuro dal popolo. In que-
sto luogo prodigiosamente i ss. Pie-
tro e Paolo lo risanarono nella
lingua e negli occhi. Alcuni scri-
vono che gì' iniqui soltanto si sfor-
zarono di strappargli la lingua e
gli occhi. Nella seguente notte si
portò nel monastero Albino ca-
meriere o camerlengo del Papa j
con buona mano di armati e di
fedeli amici, cavò fuori s. Leone
III , lo assicurò nella basilica va-
ticana, dove si trovava Tabbate di
Stavelo inviato di Carlo Magno, e
fece sapere a Winigiso duca di
Spoleto r infame avvenimento. Ir-
ritati i traditori di vedere libero
il Papa, sfogarono la loro rabbia
col saccheggio del patriarchio e
della casa d' Albino. Intanto con
un esercito giunse in Pioma Wi-
nigiso, condusse in salvo in un
suo castello s. Leone III, il quale
passò in FVancia a trovare Carlo
Magno che lo raggiunse in Pader-
bona, dopo essere stato per ordine
di questo incontrato da Gildivaldo
arcivescovo di Colonia e arcicap-
pellano, dal conte Ascario, e da
lui slesso col figlio Pipino con ogni
maniera di venerazione , e tra il
canto degli inni e dei cantici; ri-
cevendolo Gome vicario di Gesì»
VOL. XXXYUl,
i8 LEO
Cristo e sommo Pontefice. Al suo
arrivo il numeroso esercito con di-
vozione si prostrò a terra , e gli
domandò la benedizione apostolica.
Giunto s. Leone III al tempio col
re, intuonò 1* inno : Gloria in ex-
celsis DeOf cui rispose tutto il cle-
ro. Del miracolo operato dai prin-
cipi degli apostoli in s, Leone III
si fa memoria nel Martirologio
romano a' 12 giugno. Il Fleury,
Hist. eccles. lib. 45, all'anno 799,
sembra dubitarne, credendo che mal-
grado la crudeltà de' sicari non
riuscì loro di cavargli la lingua e
gli occhi. Ma il Pagi nella vita di
s. Leone IH, nel tom. II del Bre-
vìar. Rom. Pont.^ con fortissime ra-
gioni lo dimostra, come da Ana-
stasio Bibliotecario viene racconta-
to. Nella stessa guisa descrisse il
fatto in versi Alcuino maestro di
Carlo MagnOj nel poema della par-
tenza di s. Leone III, grave auto-
rità che si può vedere presso il
Duchesne, Script. Francar, t. II,
p. 196.
Dopo avere il Papa soggior-
nato in Francia, trattato onorifi-
camente da Carlo Magno , fece
ritorno in Roma, ove entrò a' 29
novembre dell'Boo come in trion-
fo, e al modo detto ad Ingressi
SOLENM IN Roma. Ivi giunse pure
Carlo Magno con grande accompa-
gnamento per sedare i tumulti, e
promuovere la stima ed il decoro
per la dignità pontificia, per lo che
nel i5 dicembre vi convocò un'as-
semblea di prelati e di nobiltà, di
vescovi italiani e francesij che può
dirsi concilio, a fine di esaminare
le accuse fatte contro del Papa.
Non essendosi presentato alcuno per
sostenerle, e protestando tutti i ve-
scovi che non avrebbero mai ar-
dito giudicare la prima cattedra,
LEO
s. Leone III nella basilica vatica-
na, asceso l'ambone, si giustificò con
suo giuramento, pronunziando quel-
le parole riportate dal Severano a
p. 549, e mettendosi sul capo la
croce ed il vangelo. Allora i ca-
lunniatori e cospiratori furono con-
dannati a morte ed alla mutila-
zione delle membra : il Papa in-
tercesse per essi, salvò loro la vita,
onde furono esiliati in Francia. In-
di nel giorno di Natale dell' 800,
essendo andato Carlo Magno ad a-
scoltare ed assistere la messa che
doveva celebrare nella basilica va-
ticana il Papa, questi l'unse e co-
ronò imperatore, rinnovando in lui
r impero d' occidente; . indi unse,
dichiarò e coronò re di Aquitania
Lodovico I, e re d' Italia Pipino,
ambedue figli di Carlo, al modo
che dicemmo nel voi. XVII, pag.
2 1 2 del Dizionario ed altrove, co-
me all' articolo Imperatore. L' A-
nastasio descrive le molte oblazio-
ni ricchissime di oro, d'argento e
di gemme preziose che Carlo fece
al Papa dopo la coronazione, giac-
ché r ordine romano prescriveva
qualche olìerta d'oro, ed aggiunge
che r imperatore pregò s. Leone
III a servirsi nelle processioni delle
litanie di una croce, ch'egli con
questo fine donò alla basilica la-
teranense. Carlo Magno ritornò in
Francia nell'aprile 801 dopo Pa-
squa. Il sommo Raffaele nelle ca-
mere valicane dipinse il giuramen-
to di s. Leone III, e l'atto solen-
ne della coronazione di Carlo Ma-
gno, che prostrato ai piedi del Pa-
pa riceve sul capo la corona.
Si espose al pubblico in Roma
l'anno 1810, nel convento della ss.
Trinità de'Monti, un quadro rap-
presentante s. Leone III nella chie-
sa di s. Pietro, che dopo aver co-
LEO
rouato Carlo Magno imperatore, gli
si prostra in atto quasi di doman-
dargli perdono, in abiti pontificali
colla tiara in testa : il trono del Pa-
pa il pittore lo collocò a sinistra,
quello dell' imperatore a destra, e
questo collo scettro in mano riceve-
re gli omaggi de'vescovi delle chiese
greca e latina, altri incensarlo dal-
l'altare, e persino genuflessi. Tale
quadro fu dipinto dal fiammingo
Francesco Odevaere pensionato del-
l'accademia di Francia , che inol-
tre pose al suo lato un passo degli
Annali ci' Italia del Muratori, in
cui si citano queste parole degli
antichi annali de' franchi: A Pon-
ti/ice more antiquornm principimi
cdoratus est, testo col quale l'ar-
tista si lusingava di potere rende-
re storico il suo quadro favoloso
ed immaginario. Questo quadro
\enne dipinto da Odevaere ne' mo-
menti piìi crudeli di Roma, della
prigionia cioè del Papa Pio VII,
della mutazione del governo , con
animo di presentarlo a Napoleone
nella pubblica esposizione di Pari-
gi. In un' epoca in cui si tentava
ad ogni costo l'oppressione del ro-
mano Pontefice, sperava il pittore
che tal soggetto esser dovesse gra-
tissimo all' imperatore. In tale sup-
posto ne ordinò il disegno, e quin-
di r incisione al celebre Pinelli ,
onde appena avesse udito il gradi-
mento di lui, ne avrebbe pubbli-
cato le stampe. Ma la cosa andò
diversamente j Napoleone appena lo
guardò, disse che non voleva tali
soggetti , dopo averne appreso la
storia. Ignorando il pittore in Roma
ciò che accadeva a Parigi, avea osato
esporre al pubblico la stampa del
suo quadro. Indignati i romani, e
pieni di orrore per tale falsità, il ge-
neral Miollis credette prudenza far
LEO 19
togliere dal pubblico la stampa.
Comparve inoltre in Roma un o-
puscolo dell'ab. Vertot tradotto in
italiano, intitolato : Ricerche sulto-
rigine della grandezza temporale
de' Papi. Opuscolo pieno di mal-
talento e di frode, atto specialmen-
te ad ingannare i semplici; in cui
l'autore, dopo di aver detto quan-
to di male il suo cuore corrotto
suggerivagli contro la cattedra apo-
stolica ed i Pontefici romani, sos-
tiene l'adorazione di s. Leone 111
a Carlo Magno colla solita auto-
rità degli Annali de' franchi. A
dissipare le sinistre impressioni del-
le persone poco accorte ed istruite,
le maligne conseguenze dello scan-
daloso quadro e sua stampa, a con-
fondere i male intenzionati, a di-
fendere r insulto che si fece alla
religione e magnanimità dell'im-
peratore Carlo, figlio obbediente e
benemerito de'Papi, uno de'più ze-
lanti difensori delia Chiesa, in cui sem-
pre sarà in benedizione la sua memo-
ria, il sacerdote romano monsig. An-
tonio Santelli dipoi e tuttora came-
riere d'onore di sua Santità, imprese
a comporre una dissertazione per
dimostrare che il Pontefice s. Leone
III non si prostrò a Carlo Magno
dopo averlo coronato, in un agli
argomenti che l' indole di s. Leo-
ne III era la più contraria a tale
prostrazione, e che Carlo Magno
giammai non 1' avrebbe permessa.
La dissertazione col rame o stampa
in discorso in fronte, dedicata al
cardinal Carlo Opizzoni arcivesco-
vo di Bologna, il dotto e zelante
prelato la fece stampare nel 18 15
in Roma coi tipi De Romanis, e
con questo titolo: Oltraggio fatto
a Leone III ed a Carlo Magno
in un quadro ed una stampa e-
sprirnenli l'adorazione del Ponteji-
20 LEO
ce all'imperatore. Quanto piena-
menle monsignor Santelli raggiun-
gesse lo scopo, udiamolo dalle ap-
provazioni premesse alla disserta-
zione, provocate per ordine supe-
riore, di due personaggi illustri,
cioè di monsignor Alessandro Ma-
ria Tassoni uditore della sacra ro-
ta, e del p. Antonio Maria Gran-
di procuratore generale de' barna-
biti. " Con un recente quadro ri-
pi'odotto in rame, rappresentante il
Pontefice Leone III prostralo a
Carlo Magno dopo averlo incoro-
nato, credevasi avvilire la supie-
rnazia papale. Non si è fatto che
dare un eccitamento, un impulso,
onde riandando gli antichi monu-
menti e la storia, l'autorità ponti-
ficia vieppiù risplenda e risalti. Mon-
signor Antonio Santelli vista l'in-
decenza, animato da un santo ze-
lo, affinchè il pubblico non resti
illuso, ha intrapreso di dimostra-
re, che lungi dall' essersi prostrato
il Pontefice , ricevette egli stesso
dall' imperatore i maggiori contras-
segni di omaggio e di ossequio, ed
ha spiegato nel suo vero e genui-
no senso le parole di una cronaca,
a cui il pittore alludeva per soste-
nere la favolosa invenzione, e l'as-
sunto è provato con ragioni, ar-
gomenti, fatti, che non hanno re-
plica e che vendicano a meravjgiia
l'insulto e l'ingiuria ". Tale fu il
giudizio del prelato , ecco quello
del religioso. « Ho letto d' ordine
superiore la bella dissertazione di
monsignor Antonio Santelli , nella
quale prese a provare, che Leone
III non si è altrimenti prostrato
a Callo Magno , dopo di averlo
incoronato, come si è, anni sono,
falsamente rappresentato in un qua-
dro, che fu esposto in E.oma alla
pubblica vista, e che si è pure in-
LEO
ciso in rame. Le ragioni che l'au-
tore ne adduce, e la molta e re-
condita erudizione colla quale le
corrobora, portano l'assunto ad una
evidenza, che non lascia desiderare
I pia .
In fatti monsignor Santelli, in-
cominciando dal descrivere i costu-
mi di Carlo Magno, dimostra ch'egli
non avrebbe mai permesso la pro-
strazione, ancorché il Papa l'aves-
se voluta fare. Narra come nel 774
giunto in Roma Carlo, appena vide
la croce papale, discese da cavallo,
si recò a piedi alla basilica vati-
cana, baciò e sali colle ginocchia
ogni gradino, e si presentò genu-
flesso a' piedi di Adriano I a cui
donò città e ducati. Che alla
morte di questo Papa lo pianse
amaramente, e con tenerezza fi-
gliale compose un epitaffio in ver-
si latini. Riporta le solenni dimo-
strazioni date dal principe a s.
Leone III appena elevato alla cat-
tedra di s. Pietro e nel suo arri-
vo a Paderbona, tanto per la
sua sublime dignità, che per la
grande stima che faceva di lui.
Quindi celebra l'animo del Pon-
tefice pieno di generoso corag-
gio e costante fortezza in mante-
nere illesi i privilegi della Chie-
sa romana, e le prerogative del
sommo Pontefice. Quando poi Car-
lo Magno giunse in Roma , di-
ce che fu incontrato a Noraentd
da s. Leone III, adoperando questi
un nobile contegno per la giusta ri-
verenza che avea alla propria digni-
tà; che l'incontrò senza formalità, e
con lui si pose a mensa per l'isto-
rarsi. Ma quando Carlo entrò in
Roma, il Papa 1' attese in abiti '
pontificali sulle scale della basilica
vaticana ; e se il predecessore A-
driano I dopo i teneri amplessi
LEO
con Carlo gli cede la destra, s.
Leoue III in vece sì conservò
in questa . Egualmente alla de-
stra di Carlo il Papa si fece rap-
presentare nelle immagini che fe-
ce eseguire in mosaico nella chie-
sa di s. Susanna e nel Tricli-
nio, Riporta ancora altri monumen-
ti, in cui il Pontefice tenne co-
me doveva la precedenza sull'impe-
ratore, come quello che con suprema
autorità apostolica trasferì su Car-
lo r impero d' occidente. Descrive
coH'autorità di scrittori tedeschi,
francesi, greci ed italiani, più an-
tichi, e del contemporaneo Ana-
stasio che descrisse le cose più mi-
nule, l'incoronazione ove non si
fa parola della favolosa prostrazio-
ne, come non ne fece il francese
Eginardo famigliare intrinseco di
Carlo e testimonio oculare della
funzione, d'una cosa cioè clamoro-
sa ed essenziale; avvertendo che
Eginardo non fu altrimenti l'au-
tore degli annali de' franchi, non
meritando fede le cronache france-
si che ciò asserirono per le ragio-
ni che adduce. Spiega il verbo
adoro per riverire e salutare, quan-
do però non sia diretto alla di-
vinità, per cui l'allegato passo si
dovrebbe necessariamente tradurre
cos'i : Dal Pontefice giusta il co-
stume degli antichi principi france-
si fu salutato. Il Santelii riporta
tutti gli argomenti contrari alla
falsa prostrazione, ed onorevoli al-
lo stesso Carlo. Di questi ne ma-
gnifica l'eroica umiltà, ed il cul-
to che gli lendono diverse na-
zionij mai vietalo dalla santa Se-
de; che se Carlo fosse stato un op-
pressore del sommo pastore della
medesima, essa certamente l'avrebbe
proibito ; mentre il clero di Fran-
cia venuto con lui io Roma, so-
2r
LEO
lennemenle protestò in 6, Pietro
di non riconoscere altra dignità
al mondo superiore a quella del-
la cattedra pontificia. La divo-
zione di Carlo per la dignità pa-
pale, averla dimostrata con tanti
segni non equivoci di rispetto, e
difesa col valore delle sue pro-
prie possenti armi, non che bene-
ficata coi doni segnalati compartiti
ad Adriano I ed a s. Leone 111.
Altrimenti questi non avrebbe mai
fatto porre nel Triclinio al paro
di Costantino la di lui effigie, quale
inoltre si dipinse in diverse parti di
Roma col diadema di santo, e che
in Aquisgrana fu rappresentato colla
chiesa in mano, non solo come
fondatore di essa , ma come di-
fensore dell' universale. Osserva e-
ziandio, che niuuo sebbene antico
rituale _, dice che i vescovi o i
Pontefici si prostrassero ai sovrani
prima o dopo la coronazione; ma
invece in essi si leggono gli o-
maggi di profonda venerazione usati
dai re ed imperatori coi Papi dopo
tal funzione, facendo ad essi da staf-
fieri, uffizio che rese a Stefano
III il re Pipino padre di Carlo.
Neil' Ordine romano composto ia
parte dai ss. Leone I, Gelasio I,
e Gregorio I, usato da s. Leone
III nella coronazione di Carlo, non
trovasi la prostrazione, ed è pela-
ci ò che il Papa non la fece, come
quello che mai introdusse abuso o
innovazione nella disciplina eccle-
siastica. Finalmente il Santelii con
abbondanza di prove su tutti i pun-
ti , rigettata qualunque obbiezione
che si possa addurre in contrario,
colle più convincenti ragioni trion-
falmente conhiude, che s. Leone III
non si prostrò a Carlo Magno, e
meritare il quadro di Odevaere pel
disonore che fa alla religione cat-
a« LEO
tolìca ed all' augusto suo capo , e
perchè mancante di veracità isteri-
ca, noncuranza ed obblio ( ed io
aggiungo severa riprovazione per
lo scandalo dato ) , avendo esso
tentato di sacrificare l'onore, il de-
coro della Chiesa romana , nella
lusinga di procacciarsi la protezio-
ne di una potestà secolare che la
conculcava. All'articolo Imperatore
[Fedi) , citammo le leggi degli
antichi imperatori , che proibirono
qualunque specie di adorazione che
si volesse prestare alle loro statue
ed altre immagini.
Riprendendo il filo della biografia
di s. Leone III, per cagione d'uno spa-
ventevole terremoto, che nell'ultimo
di aprile dell' 80 1 sobbissò parec-
chie città d'Italia, e la basilica di
s. Paolo di Roma, dal Papa tosto
riedificata , comandò che ne' tre
giorni precedenti alla festa dell'A-
scensione si cantassero in pubblica
processione le litanie, le quali pel
medesimo motivo erano state isti-
tuite in Francia nel V secolo, cioè
]e Rogazioni [Vedi). Oltre a mol-
tissimi musaici e pitture con che
ornò la città di Roma, vi fece più
finestre di vetro ornate di diversi
colori, così alla basilica lateranen-
se, ciò che forse è il primo esem-
pio dei vetri dipinti. Avendo s.
Leone III nel 798 eretto in me-
tropoli Salisburgo, neir8o4 istituì
il vescovato di Mantova per la se-
guente causa. Essendosi in questo
tempo scoperto in detta città una
spunga inzuppata del prezioso san-
gue di Gesù Cristo, Carlo Magno
scrisse al Papa acciò volesse accer-
tarsene; il perchè s. Leone III si
portò sul fine di novembre a Man-
tova, e verificata 1' identicità della
reliquia, ne die ragguaglio all'impe-
ratore, dimostrandogli il desiderio
LEO
di ritornare in Francia per cele-
brar con lui la festa del Natale.
Pai I ito per quel regno, a s. Mau-
rizio nel Vallese il Pontefice fu in-
contrato da Lodovico I primoge-
nito di Carlo, e da questi in Rei ras
con esultanza e divozione. Di là
insieme recaronsi a Soissons, indi
a Quiercy, dove, o meglio in Aquis-
grana, celebrarono le feste Natali-
zie. Accompagnato poscia dallo stes-
so augusto, il santo Padre passò
in Germania, dove falsamente di-
cesi che canonizzasse s. Suidberto.
Congedatosi il Papa da Carlo Ma-
gno, carico di donativi, ed accom-
pagnato da alcuni baroni del regno,
fece ritorno in Roma, congedando
a Ravenna la nobile comitiva.
Neir 8og s. Leone IH trasferì la
sede vescovile Iriense alla città
di Compostella. Nel novembre di
detto anno l'imperatore adunò uà
concilio, nel quale si trattò la que-
stione se lo Spirito Santo procede
dal Figlio come dal Padre. Per deci-
derla l'imperatore spedì il vescovo
di Worms e l'abbate di Gorbia a
consultare il Pontefice, col quale ì
deputati ebbero una gran conferen-
za sulla parola Filioque, cantata
nel simbolo dalle chiese di Fran-
cia e di Spagna, non da quella di
Roma. 11 Papa desiderava che ciò
fosse seguito da per tutto, ma ri-
spettava i concili i che vietavano
qualunque addizione al simbolo; e
per mostrare il suo attaccamento
all'antichità, e non offendere la de-
licatezza de' greci, fece appendere
nella basilica vaticana due tavole
di argento del peso di novanta-
quattro libbre e mezza, nelle qua-
li fece incidere il simbolo com'era
stato formato nel concilio di Co-
stantinopoli, in una in latino, nel-
l'altra in greco. Ma i fiancesi per-
LEO
slslellero nella loro opinione, e non
piegarono al prudente sentimento
del Papa che voleva evitar conle-
sa co'greci, benché la sua creden-
za fosse come quella del concilio.
Carlo Magno dopo aver fatto il
testamento e riportatane l'approva-
zione de' primati del regno, volle
udire l'oracolo di s. Leone III;
e finché visse altro non bramò che
Roma e la cattedra di s. Pietro
fosse celebre e venerata per tutto
il mondo per 1' ecclesiastica auto-
rità. Neir8i3 s. Leone III ristabi-
ìì la festa dell'Assunta, la quale si
celebrava fino da s. Sergio I; indi
tieir8i5 venne scoperta altra con-
giura contro i giorni suoi: ne con-
dannò i rei alla pena capitale, e
spedì legati al nuovo imperatore
Lodovico I per informarlo del fat-
to. Per sollievo di varie afflizioni
che pativa, soleva celebrare ogni
giorno otto o nove volte la messa;
altri dicono che ciò facesse quando
la solennità della festa e la molti-
tudine del popolo obbligava dirne
molte. Governò venti anni, cinque
mesi e sedici giorni. In tre ordinazio-
ni creò ventisei vescovi, trenta preti
e dieci diaconi. Il Cardella registra
otto cardinali nel pontificato di s.
Leone III. Morì agli i r o 12
giugno 8 i6j e fu sepolto nella ba-
silica vaticana, venerandosi il suo cor-
po sotto l'altare della Madonna del-
la Colonna. Dipoi la congregazio-
ne de'riti fece porre il suo nome
nel martirologio romano, celebran-
done la Chiesa a' 12 giugno la di
lui festa. Fu amatore e premiato-
re de' letterati, erudito , facondo,
affabile, mansueto e liberale. Edi-
ficò un ospedale pei pellegrini pres-
so detta basilica, con un pubblico
bagno per comodo de' medesimi,
al quale poi furono aggiunte mol*
LEO 23
te rendite da s. Pasquale I. Esen-
tò da tutti i tributi i pellegrini
inglesi che venivano in Roma, e
fu sommamente benemerito della
Chiesa. Abbiamo tredici lettere di
questo Papa nella raccolta de'con-
cilii. Gli fu attribuita falsamente
un'opera evidentemente apocrifa ed
insignificante , intitolata : Enchi-
ridion cantra omnia mundi peri'
cula , Carolo Magno in munus
datum. Vacò la santa Sede dieci
giorni.
LEONE IV (s), Papa CVI. Ro-
mano figlio di Ridolfo o Radoaldo,
di famiglia illustre, da canonico
regolare, come scrive il Ciacconio,
passò tra i monaci benedettini, non
già del monastero de' ss. Silvestro
e Martino a' Monti di Roma, ma
veramente del monastero di s.
Martino ch'era contiguo alla vec-
chia basilica vaticana , dove di-
venne perfettissimo religioso. Noa
solo fece profitto nella cognizione
delle lettere, ma nell'esercizio ezian-
dio delle cristiane virtù con edifi-
cazione di tutti. In fatti era uomo
di somma religione^ innocenza, u-
millà e dottrina, ed oltre a ciò
fornito di tale e tanta prudenza,
che come scrivono gli autori di
sua vita, imitava l'astuzia del ser-
pente e la semplicità della colom-
ba. Venuto in cognizione Gregorio
IV della singoiar morigeratezza ed
abilità del giovane monaco, lo
trasse dal monastero, lo fece chie-
rico, prendendolo al suo servizio
nel palazzo lateranense. Dopo qual-
che tempo lo volle iniziare nel
sacro ordine del suddiaconato, ed
il suo successore Sergio II, mosso
e penetrato dalla fama di sue vir-
tù, lo sollevò alla dignità di car-
dinale prete, e gli conferì per ti-
tolo la chiesa de' ss. Quattro Co-
a4 LEO
ronali. Appena morto questo Pon-
tefice e non ancor seppellito, fu
subito concordemente eletto in
successore, cioè a' 27 gennaio del-
l' 847 ; ma non fu consecrato se
non che agli 1 1 aprile, quando
per paura de romani, che i sara-
ceni venissero contro di Pioma, fu
d' uopo eseguire questa consecra-
zione prima che arrivassero gli
ambasciatori imperiali, che ad essa
allora doveano essere presenti. Col
segno della croce e coli' immagine
della Beata Vergine, che si venera
nella basilica Liljeriana, estinse un
furioso incendio che bruciava Ro-
ma in quella parie chiamata Bor-
^o {^Vedi) j ne racconta lo stupen-
do miracolo Anastasio Bibliotecario
nella vita di questo Papa, e ne
parlammo ancora nel voi. XIII, p.
249 del Dizionario. Per questo
avvenimento ordinò che la festa
dell'Assunta si celebrasse per otto
giorni, in riconoscenza alla Beata
VerginCj per avere ottenuto colle
sue preghiere che appunto fosse
estinto il fuoco nel giorno di tal
festività. Egualmente colle sue o-
razioni s. Leone IV ottenne che
sparisse un mortifero serpente, col
veleno del quale erano perite mol-
te persone in Roma : ne parlammo
pncora agli articoli Chiesa di s.
Lucia in Selce, e Lavanda dei
PIEDI. Scomunicò e depose Anasta-
sio dal grado di cardinale prete
di s. IMarcello, perchè avea abban-
donato il suo titolo per cinque
anni ; questo cardinale non si de-
ve confondere col Bibliotecario.
Fu s. Leone IV il primo Papa
che cominciò a contare gli anni
del pontificato, su di che sono a ve-
dersi gli articoli Anno del Pontifi-
cato, Bolle ec. Secondo gli Annali
Berliniani, appresso il Muratori,
LEO
Script, rer. Ital. t. II, p. 53 r, co-
ronò nell'anno 85o imperatore Lo-
dovico II.
Prima di questo tempo e nel-
r848 fondò la Città Leonina [Vedi)^
o borghi che sono prossimi alla
basilica vaticana, che s. Leone III
avea cominciato a circondare di
mura e di bastioni : ciò fece s.
Leone IV per difendere la basilica
dalle incursioni de' saraceni. Aven-
do questi barbari saputo che il
Pontefice avea riccamente adornata
la basilica ed altre chiese di Roma,
con un'armata navale si avviarono
per predarle neir849> sbarcando ad
Ostia presso le foci del Tevere.
Il santo Padre prima ristabilì e
fortificò le mura della città, e poi
aiutato dai napoletani si parti egli
stesso con un esercito per Ostia,
dove l'armata saracena fu disper-
sa, distrutta e in parte fatta schia-
va ; vittoria che in un al memo-
rato incendio, mirabilmente dipin-
se Raffaele nelle camere vaticane.
Terminata neir852 la Città Leo-
nina, ove si racchiuse la basilica
di s. Pietro, e gli ospedali delle
diverse nazioni che venivano a
Roma in pellegrinaggio, il Papa
a' 27 giugno solennemente la de-
dicò, dopo avere con costante vi-»
gilanza assistito alla fabbrica, nulla
curando l'intemperie del tempo. A
tale effetto s. Leone IV comandò
che tutti i vescovi, preti, diaconi e
chierici della Chiesa romana, dopo
cantate le litanie ed il salterio, gi-
rassero seco insieme le mura, can-
tando inni e cantici spirituali, a
piedi nudi e con cenere in capo.
Ordinò pure che i cardinali faces^
sero l'acqua benedetta, e nel pas-
sare aspergessero le muraglie, sulle
quali il Pontefice, spargendo la-
grime e sospirando, repitò tre Qx^-.
LEO
zioni, che riporta il Rinaldi all'an-
no 852. La prima recitata sopra
la porta che guarda verso s. Pel-
legrino, incomincia con queste pa-
role, e fu composta dal Papa : Deus,
qui Apostolo tuo Petto colla ti s
clavìbus. La seconda egli recitò so-
pra la porticella che soprastava
Castel s. Angeloj e principia così :
Deus, qui ab ipso Chrìstìanitatis.
La terza orazione cantò sopra la
piccola porta di contro alla scuo-
la de'sassoni : Praesta qnae.sumus
omnipotens. Dipoi s. Leone IV coi
sacerdoti e con tutti i baroni di
Roma si recò processionalmente
nella chiesa di s. Pietro, ove reci-
tando oiazioni e laudi, cantò la messa
per la salute del popolo, e per la
conservazione e perpetuo stabili-
mento della Città Leonina. Al dire
dell'Anastasio, s. Leone IV fu pu-
re autore dell'orazione: Deus cui
dextra b. Petrum ambulanlem in
fluctibus, la quale diede ai napole-
tani, che a favore della Chiesa
combattevano per mare i saraceni.
Va però avvertito, che sebbene
queste orazioni furono attribuite a
6. Leone IV, perchè egli in esse
inserì alcune parole adattate alle
circostanze di cui si è parlato, le
quali poscia furono levate rima-
nendo nella forma in cui oggi le
diciamo; ma sono esse più antiche,
poiché si trovano nel Sacramenla-
rio di s. Gregorio I, t. IH, pag.
ii3 e ii4 Oper. Il Labbé, Co«c//.
t. Vili, p. i3 e 19 le riporta
com'erano in tempo di s. Leone
IV. JNeila contrada de' Sassoni
nella Città Leonina, edificò ezian-
dio la chiesa di s. Maria. Neir'854
Etelvolfo re d' Inghilterra, avendo
fatto un pellegrinaggio a Roma, il
Papa lo accolse con grandi con-
trassegni di onore.
LEO 25
Tre volte questo Pontefice diede
la città di Porto colle vigne, pra-
ti, terreni e bestiami, ai corsi (che
erano stati costretti ad abbandonar
r isola di Corsica per li frequenti
sbarchi de* saraceni ) acciocché la
guardassero dai nemici, avendo essi
promesso obbedienza e fedeltà a
lui e suoi successori. Infestando i
saraceni anche l'isola di Sardegna,
molti sardi l'abbandonarono e pro-
curarono stabilirsi altrove. 11 Papa
concesse loro un borgo con chiesa
dedicata alla Madre di Dio, tren-
ta miglia lungi da Róma, onde il
borgo prese il nome di Sardi,
Vico Sardonum : alla chiesa oflrì
un calice con patena. Inoltre a s.
Leone IV si deve l'erezione della
città dì Leopoliin Tuscia, della qua-
le si parlò nel voi. XIII, p. 3oo e
3o I del Dizionario. Di questa cit-
tà si può vedere il t. Ili, p. 197
delle Memorie istoriche di Bene-
vento del Borgia, il quale opina
che Leopoli forse si chiamò anche
JSeapolis o Città Nuova, lo che e-
gli arguisce dal nome posterior-
mente dato a Centocelle di Città
Vecchia oggi Civita Vecchia. Per
opera di questo Papa si restaura-
rono le mura e le porte delle
antiche città di Orte e di Amelia.
Governò s. Leone IV otto anni,
tre mesi e sei giorni. In due or-
dinazioni creò sessantatre vescovi,
diecinove preti ed otto diaconi. II
Cardella riporta venticinque cardi-
nali che vissero nel pontificato di
s. Leone IV, alcuni de'quali furono
da lui creati. Morì nell' 855 a' 17
luglio, sotto il qual giorno fu il
suo nome registrato nel martirolo-
gio romano, e la chiesa ne cele-
bra la festa. Fu sepolto nella ba-
silica vaticana, ove sotto l'altare
della Madonna della Colonna si
iG LEO
venera il suo corpo. Fu di singo-
iar dottrina, consiglio e magniti-
cenza, che fece sperimentare anco
alle chiese di Roma, Simile a s.
Gregorio I che avea preso per
modello, si applicò sopra tutto ad
istruire i pastori dei loro doveri.
Pio, umile, amante della giustizia
e del popolo, beneficò i poveri, e
fu assiduo nelle orazioni e nelle
vigilie. Delle molte lettere che
scrisse se ne conoscono due, che
pur si pongono in dubbio. Una
è indirizzata a Prudenzio vescovo
di Troyes, sulla consecrazione di
un'abbazia per Ademaro e suoi re-
ligiosi ; l'altra è ai vescovi di Bre-
tagna che l'avevano consultato so-
pra molti articoli e particolarmen-
te sui vescovi simoniaci. Tra que-
sto Pontefice e il successore venne
narrata l'impudente e ridicola fa-
vola della papessa Giovanna [Vedi),
JXell'accademia di religione cattoli-
ca in Roma, de'5 giugno 1845, il
eh. p. Giampietro Secchi della
compagnia di Gesù, professore di
filologia greca e prefetto della bi-
blioteca nel collegio romano, nella
sua dissertazione presentò una Nuo-
va difesa de romani Pontefici Be-
nedetto III e Giovanni Vili, mio-
vamente infamati colla favola della
papessa Giovanna dai nemici del-
la Chiesa cattolica. Un sunto di
essa si legge nel voi. I, p. 1 15 della
serie seconda degli annali delle scien-
ze religiose compilati dal prof.
Giacomo Arrighi, e poscia ne' qua-
derni posteriori fu riportata per
intero s\ bella difesa. Vacò la
santa Chiesa un mese e dodici
giorni, fino alla consecrazione di
Benedetto III, eletto a' 17 luglio,
giorno della morte del predecessore.
LEONE V, Papa CXXI. Egli
nacque in Priapi, villa presso Ardea
LEO
(Vedi), nella Campagna romana,
della quale parlammo anche all'arti-
colo Genzano, ed alcuni senza ragio-
ne lo dissero nato in Arezzo; fu mo-
naco benedettino nel monastero di
Brandallo, poi cardinale, forse creato
da Giovanni IX, perchè nel suo pon-
tificato figura fregiato di questa di-
gnità. Sette giorni dopo la morte
di Benedetto IV, fu eletto Ponte-
fice a'28 ottobre del goS. Il cardi-
nal Cristoforo ambizioso suo fami-
gliare, abusando della troppa sua
bontà, vedendolo incauto e poco
abile al governo, lo fece subito ri-
nunziare e ritornare alla vita mo-
nastica, o piuttosto lo cacciò ia
un carcere, come scrive il Sigonio,
usurpando il soglio pontificio. Leo-
ne V accorato di vedersi spogliato
della suprema dignità, morì dopo
un mese e nove giorni da che vi
era assunto. Fu sepolto nella basi-
lica lateranense. L'invasore Cristo-
foro a* 6 dicembre si fece ricono-
scere per Papa, cioè nella morte
di Leone V, onde non vacò la
Sede.
LEONE VI,Papa CXXVII. Figlio
di Cristoforo romano della famiglia
Gemina, che poi fu detta Sangui-
gna. Questa antica famiglia roma-
na, che diede il nome alla torre
Sanguigna del suo palazzo, ed alla
contrada presso la Chiesa dì s. A-
pollinare (Vedi), restò estinta io
Pantasilea Sanguigni, maritata a
Ferdinando Torres cavaliere di s,
Giacomo della Spada, il quale da
Malaga nel regno di Granata tra-
piantò la sua famiglia in Roma,
dov'ebbe principio il palazzo archi-
tettato da Pirro o Pietro Ligorio ia
piazza Navona, oggi dal proprietario
detto Lancellotti. Essendo Ferdinan-
do incaricato d'affari nel regno di
Napoli per Filippo II, presentò la
LEO
cliinea a Pio IV. Da Roma poi
passò la famiglia Torres nell'Aqui-
la, avendo lasciato nella Spagna il
ramo primogenito ne'conti di Mi-
raflores, ed un altro in Portogallo,
estinto in principio del decorso se-
colo, ne' Tisconti di Ponte di Lima.
Leone VI in morte di Giovanni
X fu eletto Papa sul fine di giu-
gno, o sul principio di luglio del
928. Governò con integrità e mo-
destia, pieno di zelo di riformare
la Chiesa, per quanto eia possibile
in quell'epoca deplorabile, e solle-
cito di pacificare le turbolenze di
Italia. Mori circa i 3 febbraio
929, e fu sepolto nella basilica va-
ticana. 11 Cardella registra due
cardinali sotto questo pontificato.
Pare che la Sede apostolica sia slata
subito occupala da Stefano Vili. Il
pontificato di Leone VI fu di soli
sette mesi e cinque giorni. Alber-
to Kranzio lib. V Mctropolis cap.
I, p. II 7, si meraviglia de' pochi
mesi che TÌvevano i Pontefici di
que' tempi , onde sospetta che il
veleno fosse allora in grande uso.
Sull'epoca del pontificato di Leone
VI, Flodoardo, De romanis Pontif.
inter Script, rer. Ital. t. HI, par.
II, p. 324, riporta questi versi.
Pro quo celsa Peiri Sextiis Leo
regniina sximens,
Mensibiis haec sepietn servai,
qidnisque diebits.
LEONE VII, Papa CXXX. Ro-
mano figlio di Cristoforo, fu eletto
Papa contro sua voglia, e consecra-
to prima de' 9 gennaio del 936,
al dire di Flodoardo presso il Mu-
ratori, Script, rer. Ital. tom. lil,
par. II, pag. 324. H p- Mabillon,
saec. V Benrd. p. 907, stimò che
Leone VII fosse stato monaco be-
LEO 27
nedettlno. Fino dai primi giorni
del suo pontificalo chiamò in Ro-
ma s. Odone abbate di Clugny per
riformare la disciplina monastica,
riedificare in s. Paolo il monaste-
ro che vi era anticamente, e per
riconciliar Ugo re d'Italia con Al-
berico suo figliastro che qual prin-
cipe signoreggiava in Roma, la
quale per le loro discordie era con-
tinuamente oppressa. Scrisse Leone
VII tre lettere piene di buone
massime; la prima ad Ugo duca
di Francia e abbate di s. IMartino
di Tours, in cui sotto pena di
scomunica proibì l' ingresso alle
donne nel suddetto monastero; la
seconda a Gerardo arcivescovo di
Lorch in Germania, al quale ac-
cordò il pallio ; la terza ai vesco-
vi di Francia e di Germania, la
quale è una risposta a molte que-
stioni risguardanti gl'indovini, gli
stregoni e malfattori che facevano
penitenza, ed i matrimoni de' preti
e loro piole. Governò Leone VII
con somma mansuetudine, integri-
tà e singoiar zelo della ecclesiasti-
ca pace universale, tre anni, sei
mesi e dieci giorni. Morì circa li
ib luglio gBg, e fu sepolto nella
basilica vaticana. Non vacò la san-
ta Chiesa, perchè subito gli suc-
cesse Stefano IX . Flodoardo che
visse a suo tempo, loco citato, fa
il seguente elogio di Leone VII, e
con esso finisce il libro de' roma-
ni Pontefici.
Septimus exurgìt Leo, nec tamen
ista voluntas,
Nec curans, npicìs mundi nec
celsa requireni,
Sola Dei c/nae sunt, alacri sub
pectore voh'en<!,
Culminarne evitans, oblata subi-
re remitans.
28 LEO
Eaptiis at erigiiur, dìgnusque ni-
tore probatur
Regmims eximii, Petrique in se-
de loca tur.
Sed mìnime assuetam linquit de-
coramine curam,
Deditus asslduis precibus , spe-
cxdamine celsus,
AJfLalu laetns, sapiens, atque ore
sereiius, etc.
LEONE Vili, Papa CXXXVL
f^. Antipapa XVI, Giova:vmXXII,
Benedetto V, e Roma pel concilia-
bolo da lui adunato nel 964, es-
sendo stato eletto nel precedente.
LEONE IX (s), Papa CLVIII.
Brunone conte di Dapsburgo, ove
nacque nel 100^ ai 0.1 giugno,
luogo posto sulle frontiere della
Lorena, del Palatinato e dell'Alsa-
zia, figlio di Ugo conte di Enge-
neheim castello presso Colmar nel-
l'Alsazia, cugino germano dell' inj-
peratore Corrado II il Salico, e di
Gherardo di Alsazia duca dell'alta
Lorena da cui discese la casa di
Lorena, e parente dell' imperatore
Enrico III, dicendolo Cornerus }ia-
tione alemanimm. L'abbate Grandi-
dier, dietro la scorta delle niemo-
lie di Piivaz, dice che Gherardo fu
fratello maggiore di Brunone , ed
essere lo stesso che Berardo o Be-
roldo, stipile della casa di Savoia.
Vuoisi che Brunone discendesse da
Etico I duca d'Alsazia, che mori
verso il 6go , e che fu il ceppo
delle case di Zeringen-Bade, e di
Habsburg- Austria. Sua madre ere-
de de' conti di Dapsburgo o Da-
bo, lo fece educare diligentemente,
aflidandolo nell'età di cinque anni
alle cure di Bertoldo vescovo di
Toul. Brunone divenne un prodi-
gio di scienza, un modello di pietà,
e si rese distinto tanto per la sua
LEO
modestia e la sua dolcezza, quan-
to per le grazie di cui natura i'a-
vea fornito, e secondo alcuni fu
monaco benedettino. Diventò ca-
nonico della chiesa di Toul sotto
Erimanno successore di Bertoldo,
ed in morte di Erimanno il clero
ed il popolo l'elessero in sua vece
di unanime voto, onde fu consa-
crato vescovo in età di ventiquat-
tro anni a' 9 settembre 1026, co-
me scrivono i Sammartani, Gallia
christ. t. Ili, p. 196. I suoi co-
stumi, la sua carità, la sua con-
dotta corrisposero a tale scelta.
Amò i poveri, donò loro i suoi
beni e li serviva personalmente.
Prese l'abitudine di fare ogni anno
un pellegrinaggio a Roma, ov' era
accompagnato talvolta da cinque-
cento persone. Dopo la morte del
Papa Daraaso II, avvenuta agli 8
agosto 1048, il clero e popolo ro-
mano inviò legati all'imperatore
Enrico III, perchè volesse indicar-
gli un soggetto che degnamente po-
tesse occupare la Sede apostolica
vacante. L' imperatore convocò a
Worms in assemblea i vescovi ed
i grandi del regno, e li richiese di
consiglio alla domanda de' roma-
ni; e tutti con voto unanime di-
chiararono che Brunone, il quale
da ventidue anni con zelo infati-
cabile governava la chiesa di Toul,
era il più atto a sostenere in quei
tempi l'arduo incarico di presiede-
re alla Chiesa di Dio. Partecipata
a Brunone la scelta, l'udì di mala
voglia, e chiese tre giorni per de-
liberare, passandoli in orazioni. Vin-
to dalle istanze de' grandi e del
clero, accettò colla espressa condi-
zione, che il clero e popolo roma-
no dovesse confermarlo, né siffatta
elezione dell' imperatore non fosse
stimata e valutata che una sem-
LEO LEO 29
plice raccomandazione. Ritenne il unanimi di tutti. Generale fu l'ac-
vescovato di Toni, destinandovi però clamazione con cui fu accolto il suo
a successore Odone de' principi di parlare, e per consiglio d'ildebran-
Svevia, indi parli alla volta di Ro- do venne egli secondo gli antichi
ma a' 27 dicembre. Vestito da Pa- riti eletto dal popolo e dal clero,
pa si portò prima a Clugny, ov' e- chiamato Leone IX, benedetto a' 2
ra priore Ildebrando, poi s. Gre- febbraio 1049, e solennemente in-
gorio VII [Vedi), e vi giunse il Ironizzato a' 12 dello stesso mese,
giorno di Natale. Brunone che te- Per tal modo fu dimostrato e sta-
neva già in gran conto l' eccelse bilito non avere l'imperatore la fa-
doti d'Ildebrando, trattandolo potè colta di eleggere Papa chi più gli
meglio apprezzarle, e giunse a la- piacesse. Grato ad Ildebrando lo
sciarsi persuadere da lui, che eoe- creò suddiacono della Chiesa ro-
rentemente alla saggia riserva con mana, economo della Sede aposto-
cui avea accettato, deponesse le lica, ed abbate di s. Paolo; e d'ai-
insegne pontifìcie , e si recasse a lora in poi s. Leone IX nulla in-
Roma in abito da pellegrino, per traprese senza Ildebrando. Tutto il
così confermare ai i-omani che Ja suo pontificato fu un continuo viag-
semplice elezione dell' imperatore gio pel bene della Chiesa , i cui
non gli dava alcun diritto alla san- sacri canoni, da molti anni addie-
ta Sede di Pietro. Ildebrando gui- tro trascurati e nella memoria di
dato dal più sublime zelo per l'o- tutti quasi estinti, procurò ad ogni
nore della Chiesa e del suo capo, passo di restaurare. A questo fine
non potendo soffrire di veder l'u- celebrò in Roma nello stesso anno
na e l'altro troppo influenzati dai io49 un concilio dopo la dome-
principi, concepì il disegno di ren- nica in Albis, in cui furono con-
dere nuovamente indipendente dal- dannali principalmente i simonia-
la potestà civile l' ecclesiastica. A ci, e furono rinnovali gli antichi
riuscire al grande intento ed alla canoni. Alcun tempo dopo recossi
riforma dell' orbe cristiano, accom- il Papa presso l'imperatore, il qua-
pagnando Brunone a Roma, lo fece le a cagione di una differenza in-
pienamente entrare nelle sue viste, sorta fra lui e Goffredo il Barbuto
.sino a ricevere promessa da Bru- di Lorena, pel dominio della Lo-
none, che avrebbe seguito i di lui rena superiore, trovavasi nel Bei-
consigli salutari. gio, onde informarlo dello stato
Giunto Brunone in Pioma con d' Italia e dei bisogni della Chiesa.
Ildebrando, attraversò a piedi nu- Prima di arrivarvi, in passare per
di la città, e ritrovato il popolo ed Pavia il Pontefice celebrò un con-
il clero adunato a cantare inni di cilio, per restaurare nella Lombar-
lode, si avanzò nel mezzo dell'as- dia la disciplina ecclesiastica. Un
semblea ed asceso il pulpito cosi altro ne tenne io Reinis nella ba-
parlò. L'elezione del clero e popolo silica di s. R.emigio, che consacrò;
romano essere la sola canonica, e concilio che celebrò ad onta degli
maggiore dei decreti di ogni altra ostacoli frapposti da Enrico 1 re
autorità, quindi essere pronto di di Francia; il numero de' congre-
ritornare in patria , se la propria gali fu grande, e si trattò fra le
elezione non ottenesse i suffragi altre cose delle ingiustizie ed usur-
3o LEO
pazioni che si commettevano con-
tro la chiesa di s. Arnolfo; indi
passato in Germania, convocò un
concilio alla presenza dell'impera-
tore, in cui furono disputate molte
cose conceruenti il bene generale
della Chiesa, massime l'estirpazione
della simonia, e sulla continenza
de' chierici. Ivi pei buoni uffizi del
Papa e de'principi, Enrico 111 ac-
cettò in grazia Goffredo di Lorena.
Nel medesimo concilio s. Leone IX
dichiarò l'arcivescovo di Magonza
legato apostolico. Insieme coli' im-
peratore il Papa si trasferì in Co-
lonia a celebrare la festa de' ss.
Pietro e Paolo, e concesse all' ar-
civescovo que' singolari privilegi de;
scritti all'articolo Coloma. Ritor-
nando il Pontefice in Italia cele-
brò il Natale in Verona, e portossi
in Venezia a venerare il corpo di
s. Marco di cui era divotissimo ,
lasciandovi alle chiese di questo
stato , nel quale fu ricevuto con
sommo onore, molte indulgenze ed
immunità. Essendo rientrato in Ro-
ma nel io5o, nel concilio tenuto
in aprile condannò Berengario ca-
po de' sagramentari. Da Roma si
portò il Pontefice a Si ponto per
visitare la chiesa di s. Michele Ar-
cangelo nel Monte Galgano, ed in
Monte Cassino celebrò la domeni-
ca delle Palme, concedendo agli
abbati del monastero l'uso de* san-
dali ed altri ornamenti vescovili
nelle principali feste. Subito dopo
Pasqua si restituì in Roma, ove
adunato un concilio nel maggio,
"vi canonizzò s. Gerardo ■vescovo
di Toul, colla costituzione Virtus
dU'inae opantìonis, presso il Bull.
Rom. t. I, p. i3 1.
Nello stesso anno io5o tornò s.
Leone IX in Francia, ed in Ver-
celli, per dove passò, ia un concilio
LEO
nel settembre tornò a condannar
r eresia di Berengario, come pure
il libro del Corpo di Cristo di Gio-
vanni Scoto. Quindi nel io5i si
diresse in Germania, abboccandosi
coir imperatore in Augusta, e con
lui a' 2 febbraio celebrò la festa
della Purificazione , riconciliandosi
col ribelle arcivescovo di Ravenna.
Restituitosi in Roma , nel concilio
che adunò dopo Pasqua, depose
Gregorio vescovo di Vercelli adul-
tero e spergiuro, e fece nuovo de-
creto sulla continenza de' chierici.
Terminato il concilio, il santo Pa-
dre per Subiaco passò nella Pu-
glia : visitò Capua, Benevento, Mon-
te Cassino e Salerno , procurando
far la pace coi normanni invasori
dell' Italia meridionale, che da lun-
go tempo impunemente devastava-
no. In Monte Cassino celebrò le
feste de' ss. Pietro e Paolo, ed as-
solvette i beneventani dalla scomu-
nica, che per tentata ribellione a-
vea nell'anno precedente lanciato.
Tornato il Papa in Roma si recò
nel io52 per la terza volta in
Germania, per ottenere soccorsi con-
tro i normanni, e per pacificare
l'imperatore con Andrea I re di
Ungheria, eh' egli avea scomunica-
to per rifiutare l'autorità apostoli-
ca. Passando in Ratisbona il Papa
canonizzò i ss. Wolfango ed Erar-
do vescovi di quella città. Nell'an-
no stesso il santo Padre ebbe ia
Worms altro abboccamento coll'iin-
peratore, il quale mai fece lagnan-
za per quanto erasi operato sul
conto della sua elezione. Essendo
Bamberga feudataria della Chiesa
romana, riserbandosi il Papa l' o-
maggio della chinea, cambiò que-
sto feudo per l' intero possesso di
Benevento signoria della santa Se-
de, couveuendovi Enrico III. 11
LEO
Pontefice permise ai canonici di
Banibeiga l'uso della mitra, così a
quelli di Besancon, cioè al diacono
e suddiacono, ministranti al vesco-
vo. L' imperatore gli diede cinque-
cento valorosi tedeschi , coi quali
prosegui il suo viaggio. Celebrò in
Amburgo la festa della Purifica-
zione, e nella quinquagesima era a
Mantova, di dove partì sollecita-
mente per sedizione contro de' suoi
domestici, mossa da alcuni cattivi
vescovi, timorosi della sua giusta
severità ; indi si restituì in Roma
nella quaresima del io53. Dopo
Pasqua tenne un concilio, in cui
pose fine alle antiche liti tra i pa-
triarchi di Aquileia e di Grado. In
questo anno il Pontefice canonizzò
s. Urlo monaco ed i suoi compa-
gni. Guastando i normanni la Pu-
glia e la Calabria, ed altre terre
della Chiesa, ed ivi commettendo
molti disordini, s. Leone IX dopo
aver celebrato il detto concilio, a-
dunò un esercito per frenar le loro
usurpazioni: i pugliesi, i campani,
gli anconitani ed altri sudditi pon-
tificii vennero a ordinarsi sotto i
vessilli di lui, e se ne fece capita-
no egli stesso. Si venne a fiero
combattimento a' 28 giugno presso
Civitella o Civitade, e benché il
Papa restasse vinto dai normanni
che voleva scacciar dall'Italia, e
prigioniero, i normanni comandati
da Pioberto Guiscardo prostraronsi
a' suoi piedi, e ne implorarono la
benedizione ed il perdono. Quindi
condussero il Pontefice a Beneven-
to, dove restò sino a' 12 marzo
io54, ed ivi egli diede nondime-
no le leggi ai vincitori. Questi da
persecutori divennero protettori del-
la Chiesa, e furono dal Papa in-
vestiti delle terre occupate, e di
altre che avrebbero conquistate sui
LEO 3i
greci. Il santo Padre fece ritorno
in Roma prima di Pasqua, che
cadde a' 3 aprile, e fu il primo
Papa che armò milizie proprie. In
Benevento erasi ammalato grave-
mente ; migliorato alquanto, volle
celebrare pontificalmente a* 12 feb-
braio, anniversario della sua intro-
nizzazione, quindi intraprese il viag-
gio in lettiga. Si trattenne dodici
giorni a Monte Cassino, e l'abbate
Richero volle accompagnarlo. Nei
io54 s. Leone IX confutò erudi-
tamente Michele Cerulario, patriar-
ca di Costantinopoli, il quale avea
scritto conti'o il primato della Chie-
sa romana con abbominevole orgo-
glio. Spedì il Papa in Costantino-
poli per conciliare la concordia i
suoi legati , che furono Federico
cardinale arcidiacono della Chiesa
romana e cancelliere, poi Stefano
X, che si portò seco il fratello Gof-
fredo III duca di Lorena; Um-
berto cardinal vescovo di Selva
Candida , e Pietro arcivescovo di
Amalfi.
Il Papa avea loro consegnato
una lettera pel patriarca Michele,
tutta eslratla dalla sacre scritture,
colla quale dimostrò chiaramente
dovere regnare la pace e la con-
cordia fra coloro che fossero cri-
stiani non di nome, ma nel cuore;
essere l'orgoglio e la presunzione
i precursori dell'anticristo; la Chie-
sa orientale essere stata pur trop-
po la madre di molte eresie che
appena sorte furono sempre soffo-
cate e distrutte dalla romana; e
poiché la Chiesa di Roma avea o-
gnora conservata la dottrina di
Cristo nella sua purezza, aver essa
il diritto di sorvegliar tutte le al-
tre che soventi volte avevano er-
rato; provarlo quattro concilii ge-
nerali; i quali ispirati dallo Spirito
32 LEO
Santo avevano dichiarato che la
Santa sede di Roma era stata dal-
lo stesso Signor nostro Gesìi Cri-
sto costituita capo di tutte le cliie-
se di Dio ; dovere i fedeli della
Chiesa orientale cessare una vol-
ta dallo schernire con intollera-
bile insolenza i veri cattolici, i più
fidi discepoli e seguaci di Pietro,
chiamandoli azimiti, tanto più non
avendo la Chiesa greca onde insu-
perbire, e persistendo anzi nel ne-
gar quella pura e semplice obbe-
dienza alle leggi di Cristo, di cui
la Chiesa romana è l'erede; essere
ormai tempo che i greci rientrasse-
ro una volta in loro stessi e vedes-
sero la trave negli occhi loro. In
questa lettera il Pontefice si dif-
fuse assai contro gli scritti del mo-
naco Niceta di Costantinopoli , il
quale aveva con mollo fiele spar-
lato della Sede apostolica e del
pane azimo, e sostenuto a spada
tratta il matrimonio de' sacerdoti :
all'arrivare dei legati gli scritti di
lui furono arsi su quella pubblica
piazza in presenza dell' imperatore
Costantino IX. Ma il patriarca non
volle ritrattare le proposizioni ere-
tiche che avea sostenuto ne' suoi
scritti, né venire a conferenza coi
legati romani, per lo che questi
pronunciarono in faccia al popolo
la sentenza di scomunica contro
di lui, e contro tutti coloro che
ricevessero dalle sue mani l'Euca-
ristia, lu questa bolla di scomuni-
ca contro Michele , si fa l'enume-
razione di tutte r eresie sostenute
dal patriarca e dai settari di lui:
siciit dona ti s ine affìnnant , exce-
pta graecorum ecclesia^ ecclesiatn
Christi et veruni sacrificiuin atqiie
baplisinum ex loto inimdo peiiisse:
sicut mcolailae , carnales nnplias
concedunt et defendunt sacri alla-
LEO
ris ministrìs : sicut valesti, hospi-
tes suos castrant , ei non solurn
ad clericatuin sed insuper ad e-
piscopatuni promovent. Ciò fatto ,
i legati si disposero a ripartire
per Pioma col permesso dell'impe-
ratore, e come furono fuori della *
città, imitando gli apostoli scosse-
ro la polvere dai loro calzari. La
città tumultuava , Michele si di-
chiarò pronto a convenire in un
accomodamento colla Chiesa roma-
na, sicché r imperatore dovette ri-
chiamare i legati ch'erano già giun-
ti a Selimbria. Ritornati costoro,
voleva il patriarca convocar una
assemblea generale per farveli mal-
trattare dalla plebaglia a ciò aiz-
zata; ma informato l' imperatore
della perfidia , proibì qualunque
congresso fuori della sua presenza,
e licenziò i legati. Sdegnalo il pa-
triarca chiamò la plebe a rumore,
il che fu cagione che l'imperatore
ordinasse una inquisizione contro
di lui, ne facesse svelare l'infamie,
ne cacciasse in bando i parenti e
gli amici. Tuttavolta dipoi il pa-
triarca scomunicò i legati del Papa,
e tolse il nome di esso dai sacri
dittici, rinnovando così lo scisma
dell'iniquo Fozio, e la divisione
della Chiesa greca dalla latina.
Dicesi aver s. Leone IX deter-
minato che si cantasse il Gloria
in excelis Deo (Fedì) , in tutte
le messe, tranne quelle nominate a
quell'articolo. Cominciò il primo a
contar nelle bolle, ma non sempre,
gli anni dell' Incarnazione, Il Car-
della registra dieciselte e più car-
dinali da lui creati. Fu s. Leone
IX ornalo delle più belle virtù, e
tra queste soleva tre volte la set-
timana portarsi scalzo dal Latera-
no a s. Pietro di notte, accompa-
gnato da tre chierici, che l'aiutava-
LEO
iio alla recita delle orazioni. La
■vita che menò fu ansterissima; il
suo corpo era sempre coperto di un
cilicio; dormiva iu terra sul tavo-
lato, coperto di un semplice tap»
peto, adoperando un macigno per
guanciale. Di zelo ardente e viva-
ce, di pietà tenera e solida, era
attivo e laborioso a segno tale, che
di cinquant'aiini incominciò ad im-
parare la lingua greca, per meglio
poter confutare gli scritti de'greci
scismatici. In fatti fu il flagello
degli eretici, come fu il terrore
de' cattivi prelati , de' quali ne de-
pose un gran numero. Dipoi Vittore
III scrisse di s, Leone IX, ch'egli
era un uomo interamente aposto-
lico, nato di stirpe regia, fornito
di sapienza, cospicuo in religione,
e pienamente erudito in ogni dot-
trina. Lib. HI Dialog., t. XVIII
Biblioth. Patr. p. 854. Governò
cinque anni, due mesi e sette gior-
ni ; egli contò il tempo del suo
governo, non dalla benedizione o
consecrazione, ma dalla coronazione,
ciò che prima di lui facevasi dalla
consecrazione , come osserva Fran-
cesco Pagi, Brevi ar. gest. RR. PP.
t. I, p. 56i, n. 33. Dopo il suo
ritorno da Benevento, non mai gua-
rito, ricadde infermo, e la malat-
tia gli tolse la facoltà di prendere
cibi solidi. Avendo predetto il gior-
no della sua morte, nella vigilia si
fece portare nella chiesa di s. Pie-
tro, dove passò a pregare gran
parte del giorno. Rimessosi iu let-
to, ascoltò la messa, ricevette gli
ultimi sacramenti, e spirò senza
dolore, pieno di meriti e miracoli,
in età di cinquantadue anni, a' 19
aprile io54, almodo narrato da Ot-
tone diFrisinga, lib. VI, cap. 33, p.
126; Wispeigense in Chroii. ad
an. io54, p. 23o ; e dai Bollandi-
voL. xxxvm.
LEO 33
sti ad di'em 19 aprilis p. 664,
giorno in cui la Chiesa ne celebra
la festa.
Fu sepolto nella basilica vati-
cana presso r altare de' ss. An-
drea e Gregorio, come scrive il
ISTovaes nella vita di questo Papa.
IMa il Sidone e Martinetti dicono
che fu riposto nell'altare chiamalo
de morti, per essere uno de' privi-
legiali pei defunti, nell'antica basi-
lica presso la porta Piavenniana.
Nella ricognizione del sacro corpo,
Paolo V avendolo trovato ancora
incorrotto, e così lungo che giun-
geva all'altezza di nove palmi, per
opera del cardinal Cusenlino lo
trasferì con gran pompa a' 18 gen-
naro 1606 all' altare de' ss. Mar-
ziale e Valeria della stessa basilica,
come si legge nell'Aringhi, Roma
suhterranea lib. 2, cap. 8. JXote-
remo che siccome il quadro del-
l'altare dei detti santi limogesi ,
dipinto dallo Spadarino, nel 1824
fu trasferito nel primo altare dal-
la parte sinistra della chiesa di s.
Caterina della rota , filiale della
medesima basilica, ora il detto al-
tare si chiama di s. Francesco di
Asisi pel mosaico postovi , tratto
dall' originale del Domenichino ,
eh' è nella chiesa de' cappuccini.
Aggiungeremo, che il quadro di s.
Valeria e di s. Marziale fu poi
situato nello studio dei mosaici in
Vaticano, e nella chiesa di s. Ca-
terina vi fu sostituita una copia
eseguita da Francesco Kech sotto
la direzione del barone Camuccini.
Abbiamo di questo Pontefice al-
cune omelie col nome antico di
Brunone, vari piccoli trattati o di-
scorsi, delle antifone, de'responsori,
degli inni ed uflìzi di santi, vari
regolamenti di disciplina, con mol-
te decretali e lettere che trovansi
3
34 LEO
liumìe nella raccolta de'concilii.
Scrisse altresì la vita di s. Idul-
fo, pubblicata nel Thesaurus anec-
clot. del p. Martene. Scrissero la
vita di s. Leone IX, Agostino Bon-
tempi monaco d' Arras, in versi ;
s. Biunone vescovo di Segni, inter
Opera cjusdem^ Venetiis i65o;
Wirperto contemporaneo del santo
e suo famigliare, pubblicata dal-
l'Enschenio a' 19 aprile, la quale
illustrala dal p. Sirmondo uscì in
Parigi nel 1 6 1 5, e fu ancora il-
lustrala dal Barzio, Ach>ersarior.
lib. 4^, cap. 19. Si trova pure
nella Storia letter. della Francia,
t. VII, scritta dai benedettini. Se
Benedetto IX morì prima o nel
pontificato di s. Leone IX, o se
invase nuovamente la sede dopo
Ja morte di questi, ne traila il p.
Sciommari, Noie alla vita di s.
Bartolomeo IV abbate di Grotta-
ferrata, pag. 1 39 e seg. Vacò la Se-
de apostolica undici mesi e venti-
cinque giorni.
LEONE X,PapaCCXXVII. Gio-
vanni de Medici nacque in Firenze
agli 1 1 dicembre 147^ ^'^^ nobilissi-
mi genitori Lorenzo de Medici il Ma-
gnifico fiorentino, e Chiara o Cla-
rice Orsini romana. La sua educa-
zione corrispose all'opulenza ed allo
splendore di sua famiglia, e fu aliì-
data all'ateniese Demetrio Calcondi-
la. Angelo Poliziano, Egineta e Bei--
iiardo Dovizi di Bibbiena poi car-
dinale. Questi primeggiavano tra
gli uomini più valenti del loro tem-
po, e Giovanni si mostrò degno
di riceverne le lezioni, nelle lettere
greche e Ialine. Fece negli studi la-
pidi progressi, massioiC sugli anli-
chi filosofi. Il fasto e gli onori in
mezzo a cui crebbero i suoi primi
anni , gì' ispirarono quel lusso e
magnificenza, cui manifestò in lut-
. LEO
lo il corso di sua vita. Luigi XI
re di Francia Io nominò ancor
giovinetto ad un beneficio , e il
Novaes dice ad m\ arcivescovato.
Innocenzo Vili che avea maritalo
il suo figlio Franceschetto Cibo
alla di lui sorella Maddalena, nel-
l'età di selle anni lo nominò pro-
lonotario apostolico , e giunto a
quella di quattordici anni, agli r i
marzo i4^9 'o ^''^^ cardinale
diacono. Bensì il Pontefice volle
che solo dopo tre anni dovesse
chiamarsi e procedere da cardinale,
acciò prima compisse o s'inoltrasse
negli studi, con libertà di tenere o
rinunziare la dignità cardinalizia.
Questa ritenendo, agli I i marzo 1492
nel monastero di Fiesole solenne-
mente Giovanni assunse le vesti
cardinalizie. Portatosi in Roma,
Innocenzo Vili gli conferì le al-
tre insegne, e per diaconia la chie-
sa di s. Maria in Domnica, la qua-
le provò ben presto gli effetti di
sua pia generosità, dappoiché es-
sendo prossima a rovina, splendi-
damente la restaurò, indi ricevet-
te i primi ordini sacri. La dolcez-
za e mansuetudine del suo carat-
tere, e mollo più la straordinaria
sua liberalità lo resero universal-
mente amabile. Mecenate impegna-
tissimo de'ietterati, oltre l'estima-
zione in cui sempre li tenne, curò
ognora di soccorrerli e promoverli.
Egual premura ed amore mostrò
pegli artisti, e pei giovanetti che
davano indizio di talento e buona
indole. Con le grazie del suo spirito,
con l'amenità del suo fratto, e la
varietà delle sue cognizioni si gua-
dagnò TafFetto della nobiltà roma-
na. Osserva il Giovio, che quan-
tunque si trovasse talvolta esausto
di denaro, seppe con tale arte e
disinvoltura occultare il proprio
LEO
bisogno, the sembrava aspettasse
denari dal cielo. Jnnocenzo Vili
«elio stesso anno 1492 l'inviò le-
gato nella provincia del Pnirinioiiio
di s. Pietro, quando perdr Lorenzo
suo padre aV) apiile. Alloia aven-
do bisogno la casa IMedici di u-
na persona che ne sostenesse l'au-
lorità, la fortuna e il decoro che
godeva in Firenze, il Papa lo no-
minò legato a Intere di tutta la
Toscana. Tornato con questa di-
gnità a Firenze, colmò di benefìzi
gli amici di sua famiglia , e die
testimonianze di riconoscenza a'suoi
educatori, principalmente a Calcon'
dila. JNel declinar di luglio i^Ofi
morì Innocenzo \ 111 , per cui il
cardinale si portò in Roma, per as-
sistere al conclave in cui uscì e-
letlo Alessandro VI. Een presto il
cardinale restò involto nelle dis-
grazie della sua famiglia, la qua-
le dalle fazioni fu cacciata da Fi-
renze, all' autorità del gnnfaloniere
Piero suo fratello avendo la re-
pubblica sostituito quella del gon-
faloniero perpetuo Pier Soderini.
Il cardinale partito da Firenze a-
gli 1 1 novembre, vioggiò allora in
Francia e in Germania, dopo es-
sersi ritirato in Città di Castello,
ove i \ ilellii gli diedero onorevole
asilo. Ovunque si procacciò ammi-
ratori ed amici : al cimi tempo visse
anche in Genova presso sua sorella
Rladdalena Cibo. Anmuizialagli co-
là neir agosto i5o3 la morte di
Alessandro VI, fece ritorno in Ro-
ma, in cui assistè ai conclavi che
ebbero luogo nel settembre ed ot-
tobre del medesimo anno per le
elezioni di Pio 111 e Giulio II del-
la Rovere. Colla famiglia di que-
sti procurò riconciliarsi, dopo le
•vicende avvenute per la congiura
de' Pazzi nel pontificalo di Sisto
LEO
3?
IV, e col disegno di rialzare la
propria. Il perchè si procurò l'a-
micizia di Giulio II e del suo nipo-
te favolilo cardinal Galeotto Fran-
ciotti della Rovere, la cui morte
immatura nel 1 5o8 gli cagionò il
pili vivo cordoglio.
Intanto le sue viste politiche non
10 distraerono dai suoi lavori let-
terari, nò soprattutto dal suo genio
per la caccia, alla quale si abban-
donava con passione. Quando nel
i5o4 perde il suo fratello PierOj
le sue sostanze ne soffrirono, ma
non perciò restò abbaltuto il suo
coraggio. Kel 1 5o6 avendo Giu-
lio li ricuperato il dominio di Pe-
rugia, ne fece legalo il cardinale,
e formò il disegno di riraellere
i Medici in Firenze; ma le vicen-
de delle guerre per la lega di Cam-
bray, e poi contro ì francesi e il
duca di Ferrara, non glielo per-
misero. Nel tempo della seconda il
Papa spedì il cardinale in Bologna
per legato, non che in Romagna
per legalo e governatore. JNella
battaglia di Ravenna essendo alla
testa dell' esercito pontifìcio , agli
11 aprile i5ii fu fatto prigionie-
ro da' francesi, e dato in custodia
al cardinal Sanseverino ribelle di
Giulio II e legato dell'esercito fran-
cese, e solo gli fu resa la libertà
quando i francesi sgombrarono il
Milanese. Altri col Cardella narra-
no che evase allorché fu arrestato
ad un passo del Po detto la Stel-
la o a Bassignana, pel valore di
un suo famigliare che tagliò la
mano ed uccise quello che condii-
ceva il cavallo del cardinale. Pas-
sato in Modena in casa Rangoni, vi
fu accolto benignamente e provvedu-
to di vesti, denaro, cavalli e sitio dì
vasellame d' argento. Portatosi a
Firenze, con gran pompa e gloria
36 LEO
\i entrò agli 1 1 settembre, ma po-
scia dicesi la sua vita fu minac-
ciala da una congiura, ch'ebbe la
sorte di scampare, restituendosi in
Roma, dopo aver dato saggio di
grandezza d' animo per tante av-
venture. Frattanto a' 2 1 febbraio
i5i3 mori Giulio li, ed a'4 mar-
zo entrarono in conclave venticin-
que cardinali per dargli il succes-
sore, di trentadue che vivevano.
Il cardinal Medici molestato da u-
na postema, per tagliarla fu chia-
mato il chirurgo Giacomo di Brie-
ra, secondo la Storia de conclavi,
ma veramente da Brescia, il qua-
le dopo fatta l'operazione non po-
tè uscire dal conclave, per coman-
do del sacro collegio. Nel terzo
giorno i custodi del conclave, se-
condo le bolle pontifìcie, restrinse-
ro ad un sol piatto, unum ferculum,
il cibo d'ogni cardinale, onde co-
stringerli alla sollecita elezione. In
conclave si seppe come Parma e
Piacenza per opera degli spagnuoli
eransi ribellate al duca di Milano.
A' IO marzo nella cappella di s.
Nicolò e nel primo scrutinio di tal
giorno, il cardinal Alborense ebbe
tredici voti, onde i suoi emuli im-
paurili cominciarono a pensare ai
casi loro. Nelle ore pomeridiane vi
furono gran pratiche in conclave
ma segrete ; come ancora si abboc-
carono i cardinali Medici e Raffae-
le Riario detto s. Giorgio nipote
di Sisto IV, e fu creduto che uno
di loro sarebbe stato eletto ; indi
per tutto il conclave si pubblicò
per Papa il cardinal Medici. Tutti
i cardinali gli andarono a baciare
le mani ed a rallegrarsi nella sala,
e continuarono a far ciò per tutta
la notte nella di lui cella. Nella
mattina seguente adunati i cardi-
nali per Io scrutinio in detta cap-
LEO
pella, per opera principalmente dei
più giovani, restò a pieni voti e-
letto Pontefice in età di trentasette
anni, agli ii marzo i5i3, e prese
il nome di Leone X. Siccome al-
l'articolo Epoca, riportammo per-
chè il giorno I I fu particolarmen-
te memorabile per questo Papa ,
qui produremo i versi co' quali
venne ciò celebrato.
Undecima eduxit Leo te lux can-
dida in or beni,
Et Patribus sacris addidit unde-
cima.
Undecima exisli patriae conjlnibus
exul,
Ilostibus es saevis captiis in lui'
decima.
Undecima exolvit nexus, et Gallica
vincla,
Naiivas sedes reddidit undecima.
Undecima e tantis Pastorem Cu-
ria soluni
Te legit, et regnum firmai in wi'
decima.
Undecimum vales numerwn cele-
brate quotannis,
Carniinibus cultis lux sonet un-
decima.
Leone X a'i5 marzo fu ordinato
sacerdote, a' 17 fu consecrato ve-
scovo, ed a' 19 sabbato venne co-
ronato prima della domenica delle
Palme, onde poter celebrare con-
venientemente le funzioni della set-
timana santa, tanto essendosi sta-
bilito nel primo concistoro, tenuto
a'i4 marzo. Agli 11 aprile con
solennissima pompa, non mai ve-
duta dopo i tempi de' goti j essen-
dovisi speso centomila scudi nel
solo apparato delle strade, ed al-
trettanti per essere distribuiti, pre-
se possesso della basilica latera-
nense , sullo stesso cavallo in cui
LEO
un anno prima nello stesso giorno
era slato fatto prigioniero. In que-
sta cavalcata ebbe termine l'uso
de'paramenti sacri, ed in s. Gio-
vanni le antiche cerimonie. Di que-
sto possesso abbiamo le descrizioni
del cerimoniere Paride de Grassis,
Paolo Giovio, Gio. Penni, dicendo-
ci Sebastiano di Branca de' Tellini
che furono eretti sette archi trion-
fali. Delle pretensioni alla tiara di
Massimiliano I, ne parlammo al
\ol. XV, p. 285 del Dizionario.
Leone X prima di uscire dal con-
clave avea già fatto suoi segretari
i due celebri letterali Pietro Bem-
bo e Jacopo Sadoleto ; i due più
eleganti scrillori latini che allora
vivessero, e che poi Paolo III creò
cardinali. Essendo andato Pompeo
Colonna a baciargli i piedi, il Pa-
pa perdonandogli le trame ribeili
fatte nell'infeimità di Giulio li,
con singoiar umanità gli restituì i
benefìzi, ed usò grandissima libera-
lità coi Colonnesi. Perdonò ancora
ai congiurati, che avevano attenta-
to con Macchiavello a' suoi giorni.
I suoi discorsi pieni di grazia, di
bontà e di eloquenza incantarono
i romani. Fin d'allora la sua mo-
derazione lo fece mettere col suo
predecessore Giulio II nello stesso
genere di parallelo, che il lione e
l'agnello. Sotlo tali fausti auspicii
incominciò il suo glorioso pontifi-
cato ; il suo governo è il quadro
di un secolo intero, al quale ebbe
il valilo d'imporre il suo nome. Al-
l'arlicolo però Giulio li parlammo
del parallelo fallo dal dotto Fea
tra Giulio II e Leone X, il quale
dice, che il primo avendo lasciato
cinque milioni di ducati d'oro^ il
secondo polo largheggiare profusa-
nieule,e cunchiude che il secolo XVI
clovea portare il nome di Giulio li.
LEO 37
Fra le prime cure di Leone
X , una fu quella di dare fine
al generale concilio Laterancnse V
incominciato dal suo predecesso-
l'e , che descrivemmo all' artico-
lo Laterano. Fratlanlo i france-
si obbligati a sgombrare il Mila-
nese, aveano lascialo presidii nelle
cittadelle principali, per cui il re
di Francia Luigi XII, calcolando
sulla tregua conchiusa con Ferdi-
nando V ve di Spagna e di Na-
poli, sicuro della fedeltà dei vene-
ziani, passò le Alpi per combattere
Massimiliano Sforza duca di Mila-
no ch'era rientrato nel suo retag-
gio. Leone X vide con dolore tali
divisamenti, e malgrado le carezze
che il re di Francia avea fatte a
Giuliano de Medici, deliberò d'im-
pedire tale invasione. Seguendo gli
esempi del predecessore, si valse a
tal uopo del soccorso degli svizzeri:
i francesi a' 6 giugno i5i3 perde-
rono la battaglia di Novara, e fu-
rono obbligali a ripalriare. Rai-
mondo Cardona s' impadronì di
Genova, e Luigi XII fa cosi spo-
gliato di quanto possedeva in Ita-
lia, mentre era molestalo da En-
rico Vili l'e d'Inghilterra collegato
del Papa. I veneziani battuti a
Vicenza, rimisero le loro contese
all'arbitrio del capo della Chiesa.
Luigi XII oppresso dai disastri si
pacificò colla santa Sede, e fu as-
soluto dalle censure scagliale con-
tro di lui da Giulio II. La gioia
di Leone X fu accresciuta dalla
vittoria riportala dai re d'Unghe-
ria e di Polonia sui turchi, dalla
felice scoperta di Vasco Gama, e
dalla solenne ambasceria di Em-
raanuele re di Portogallo, per ot-
tenere da lui la donazione delle
terre conquistate dai navigatori
portoghesi. I tre ambasciatori in
38 LEO
nome del re di Portogallo presen-
tarono al Pontefice doni preziosi
delle conquistate Indie orientali,
fra' (jiiali eravi un elefante chia-
mato Annone, di singolari qualità,
che descrive l'Oldoino nelle Addi
zionl al Ciacconio, Vit.PP. t. 111,
p. 378. L'elefante riuscì cos'i grato
al Pontefice, che dovendolo perde-
re dopo due anni per un'angina,
a conforto del suo rammarico lo
fece dipingere dal celeberrimo Raf-
faele d'Urbino, colle misure delle
sue membra al naturale, presso la
torre della porta del palazzo vali-
cano, ove lo fece seppellire con ele-
gante epitaffio in nome del custode
del medesimo elefante , Giambatti-
sta Braconi aquilano, riportato dal
Cancellieri nella Siurìa de' possessi
a p. 62. Ricevette Leone X i doni
con magnifica pompa che descrive
Paride de Grassis nel suo Diario
mss. t. IV, p. g4j esistente ndll'ar-
chivio VcUicano, ed il Fabioni nel-
la f^'iui di Leone X, p. 74- I"
contrassegno di stima verso il mo-
narca portoghese, il Papa gli man-
dò la rosa d'oro benedetta, insieme
collo stocco e cappello pur bene-
detti ; celebrando siffatti avvenimen-
ti con sontuose feste.
JNel i5i4 il santo Padre spedì
legali ai moscoviti ed ai maroniti
per trarli dallo scisma de'greci ; col
medesimo apostolico zelo procurò
con lettere di trarre gli abissini
dai loro errori, e canonizzò s. Rru-
none. Luigi XII che non rinunziava
al ducato di Milano, tentò di trattare
colla Svizzera. Tale disegno essen-
dogli fallito, cercò di formare una
alleanza più stretta colle case d'Au-
stria e di Spugna, per una nuova
unione di famiglia. Leone X pro-
curò attraversare tale negozio, per
jtupedire la divisione d'Italia fra
LEO
quelle tre potenze ; offri al re di
Francia la sua mediazione presso i
cantoni elvetici, ma indarno ; però
ottenne che sposasse la sorella del
re d'Inghilterra. In tal guisa de-
stramente dissipò una formidabile
procella che stava per piombare
sull'Italia. Profittando di tale tran-
quillità, pensò a fermare in modo
piìi durevole l'autorità della sua
famiglia a Firenze. Sontuose feste
avvezzavano gli abitanti ai godi-
menti del lusso, e disponevano gli
animi a piegare sotto il giogo di
i.na casa che un tempo era loro
stata cara per più di un titolo, li
Papa nutriva ancora più alti dise-
gni : presedeva vicina la morte di
Ferdinando V, e destinava il re-
gno di Napoli a Giuliano de IMedi-
ci suo fratello, mentre Lorenzo suo
nipote sarebbe stato sovrano della
Toscana. JVIii'ando Leone X a tali
grandi avvenimenti, si ravvicinò a
Luigi XI 1, stimolandolo a fare un
nuovo tentativo sul Milanese, quan-
do il principe fece temere prossima
la sua morte. 11 Papa vide perciò
che non gli restava altro partito
che di difendere i suoi possedi-
menti in Lombardia. Con tale di-
segno tece l'acquisto di Modena,
di cui la situazione legava la co-
municazione coi dominii pontificii,
e le città di Reggio, di Parma e
di Piacenza, poco prima restituite
alla santa Sede. Intanto l'impera-
tore Massimiliano I e Ferdinando
Y spinsero con ardore i loro pre-
parativi contro i veneziani, mentre
i turchi avevano ottenuto colle ar-
mi alcuni vantaggi sui cristiani.
Sbigottito il Papa dalle tristi con-
seguenze che potevano nascere da
tali incidenti, risolse di tentare o-
gni cosa per ristabilire la pace,
almeno tra le potenze d'Italia. A
LEO
tale effello inviò il Bembo a ne-
goziare co'veneziani suoi concitla-
diiii, onde pcisiiaderli a fare dei
sagiifizi all'imperatore e al re di
Spagna, come a rinunziare all'al-
leanza de'franeesi, ma senza succes-
so. Luigi XII morì il primo del
i5i5, e Francesco I ereditò la sua
corona, ed i progetti di rientrare
in Italia. Appoggiato ancor lui al-
l'allenza della repubblica di Vene-
zia, ritornato padrone di Genova,
dove la fazione dei Fregoso avea
vinto quella de' Fieschi e degli
Adorni, si preparò a valicare le
Alpi. Leone X avrebbe voluto os-
servare la neutralità, ma fu obbli-
gato di unirsi allo Sforza, ch'era
collegalo cogli svizzeri, con Massi-
miliano I e Ferdinando V. Mal-
grado tutti gli ostacoli, Francesco
1 penetrò in Italia, e la vittoria
di Marignano rimise i francesi in
possesso di Milano, di Parma, di
Piacenza e della persona di Sforza,
che fece al re cessione de'suoi sta-
ti e si ritirò in Francia. Leone
X sconcertato da tali sinistri, e
temendo di vedere invaso lo stato
ecclesiastico, prese il partito di
trattare con Francesco I pel mezzo
del duca di Savoia Carlo III, di
cui Giuliano de Medici avea spo-
sata la sorella, zia del monarca
francese. Le negoziazioni incomin-
ciarono, obbligandosi il Papa di
levare la guarnigione da Parma e
da Piacenza, e di ritirarsi dalla le-
ga ; promettendo il re di difendere
il Pontefice, il suo stalo, la casa
Medici e la repubblica di Firenze;
indi si convenne d'un abboccamento
iu Bologna.
I caidinali per una delicatezza
forse poco sensata, non approvaro-
no che il santo Padre andasse in-
contro al re ; ma Leone X che
LEO
39
portava le sue vedute più lontano
di loro, e che d'altronde conosceva
meglio d'ogni altro i diritti della
tiara, non deliberò diversamente, e
prevenne saviamente le dure con-
tingenze, nelle quali si era trovato
Alessandro VI attendendo in R.o-
ma il re Carlo VIII colla sua ar-
mata. Fu il Papa il primo a met-
tersi in viaggio per Bologna, ac-
compagnato da dieciotto cardinali,
molti principi e da tutta la curia
romana, lasciando in Pioma per
legato il cardinal Soderini. Giunto
in Firenze a' 3o novembre i5i5
e visitata la tomba di suo padre,
s'avviò per Bologna preceduto dalla
ss. Eucaristia, ove fu ricevuto con
tutte le dimostrazioni di onore,
quanto all'esteriore, ed in sostanza
freddamente, perchè i bolognesi
desideravano sempre l'antico loro
governo. Fece incontrare il re dai
suoi legati , e fuori della città
dal sacro collegio ; il re fu pre-
sentato a Leone X in concistoro,
e dopo avergli reso i suoi reli-
giosi omaggi, gli fece i piìi grazio-
si complimenti. Il Pontefice, l'uo-
mo del suo secolo che si esprime-
va il più nobilmente, e che si
studiava di usar con tutti della
maniera più gentile, fece partico-
larmente uso di questo talento iu
un incontro, in cui la sua pulitez-
za serviva alla sua politica. Nella
messa solenne che celebrò nel
giorno di s. Lucia, Francesco I gli
rese i soliti onori; il Papa comunicò
molti della sua corte, altri assolse
per la pubblica confessione che
fecero, al modo detto nel voi. XVI,
p. io3 del Dizionario. Nei con-
gresso si combinarono quelle cose
che tratta a lungo lo Spondano
negli Annal. eccl. a detto anno,
ed il Fabioni a p. 93 e seg. JNe
4o LEO
furono le principali, la pace d'Ita-
lia e il famoso Concordato tra
Leone X e Francesco I {Vedi)^
con che venne abolita la pramma-
tica sanzione ; e siccome la bolla
che sostituiva il concordato alla
prammatica sanzione fu letta nel
concilio di Lalerano , a queil' ar-
ticolo riparlammo del concordato,
come ai luoghi che vi possono a-
vere relazione. Al duca di Ferrara
fu restituito Modena e Reggio, e
al ducato di Milano allora occu-
pato dai francesi, Parma e Pia-
cenza. Il Papa donò al re un ric-
chissimo reliquiario d'oro tempe-
stato di gemme, che racchiudeva
un pezzetto della vera Croce. Fran-
cesco I passò a Milano, e Leone
X ritornò in Roma ove riseppe la
morte di Giuliano suo fratello ; nei
primi momenti del suo dolore si
ritirò nell'aprile a Civitavecchia,
e poco mancò che non fosse rapito
da una mano di barbareschi sbar-
cati sulle coste, ed ebbe tempo
appena di salvarsi in Roma. IXel
i5i5 Leone X dichiarò alcuni
dubbi sulla regola di s. Chiara;
eresse in metropoli il vescovato di
Torino, ed in sede vescovile Bor-
go s. Sepolcro. Intanto l'alleanza
tra Francesco I e Leone X in-
quietò r Austria e la Spagna, le
quali cercarono di fortificarsi con
l'appoggio di Enrico Vili. 11 car-
dinal Wolsey, benché elevato alla
porpora da Leone X, persuase il
suo padrone re d' Inghilterra di
contrarre tal nuova alleanza, di
cui la conclusione fu sospesa per
essere morto nel gennaio i5i6
Ferdinando V. Allora Francesco I
•formò de' disegni sul regno di Na-
poli ; ma il Papa che temeva l'in-
grandimento de' francesi, cercò di
suscitargli contro Massimiliano !, il
LEO
quale piombò sul Milanese ; Leone
X ordinò in pari tempo a Marco
Antonio Colonna di unire le mi-
lizie pontifìcie alle imperiali. Però
il generale francese Lautrec, gli
oppose un'invincibile lesistenza. Il
re di Francia non dubitò piìi
d'esser tradito dal Papa ; questi
ciò non ostante fece dimostrazioni
di fedeltà al le, che parve prestar-
vi credenza : entrambi dissimularo-
no, spiandosi reciprocamente.
Nel i5i6 il Papa beatificò Fi-
lippo Benizi fiorentino, zelante pro-
pagatore del suo ordine de' servi
di Maria. Ad istanza di Emma-
nuele re di Portogallo concesse al-
la diocesi di Coimbra che si cele-
brasse ogni anno la memoria di s.
Elisabetta regina di quel reame.
Con un breve approvò il culto dei
sette martiri francescani martiriz-
zati in Ceuta , Daniele, Samuele,
Angelo, Donno, Leone, Nicolò ed
Ugolino. Dopo la morte di suo
fratello, tutti gli affetti di Leone
X si riunirono sul nipote Lorenzo,
al quale destinò il ducato di Ur-
bino. Francesco Maria della Ro-
vere nipote di Giulio II n'era il
possessore, reo di aver congiurato
coi francesi contro lo zio, di aver
ucciso il cardinal Alidosio, de' quali
delitti l'avea assolto in punto di
morte lo stesso zio, e di aver mal-
trattate le truppe della Chiesa nel-
le ultime occasioni. Il Papa, ben-
ché avesse promesso al re di Fran-
cia di perdonarlo , lo scomunicò ,
fece marciare le sue milizie contro
di lui, e s' impadronì del ducato, di
cui diede l' investitura a Lorenzo.
Nel seguente anno tentò il Rovere
di rientrare ne' suoi stati, ma fu
obbligato cedere al vincitore; tut-
tavolta fu liberato dalle censure, e
solo ebbe piccoli compensi. Questa
LEO
guerra esaun il tesoro pontifìcio,
ed il Pontefice fu assai criticalo ,
come nana Boscoe. In mezzo a
tali cure di famiglia, Leone X avea
gli occLi aperti sulla condotta del-
le altre corti. Ud\ con rammarico
il trattato concliiuso in Koyon tra
Fiancesco I ed il giovane arciduca
Carlo divenuto re di Spagna , poi
imperatore; procurò inutilmente
un contro-trattato, perchè Massi-
miliano I accedette a quello di
Koyon. JNel '5 17 poco mancò che
Leone X non cadesse vittima di
un'iniqua trama ordita contro la
sua vita. Il capo principale eia il
cardinal Alfonso Petrucci , offeso
dai Medici perchè l'avevano con
due altri fratelli suoi esiliato da
Siena, di cui Paudolfo loro padre,
poc' anzi morto, era signore, e pri-
vati delle ricchezze paterne. Or
volendosi il cardinale vendicare nel-
la sacra persona di Leone X, di
cui era stato uno de' piìi zelanti
promotori al papato , procurò di
ucciderlo di propria mano e sco-
pertamente, procurandosi l'appoggio
de' fautori del duca di Urbino de-
posto. JVcn potendo effettuare il
barbaro disegno, risolvette di ri-
correre al veleno, e guadagnalo il
chirurgo del Papa Eatlista da \ er-
celli, che serviva il di lui fratello
Borghese Petrucci, gì' insinuò di
porlo nella medicatura d'una fìsto-
la, che Leone X da gran tempo
soffriva nelle parti inferiori. Inter-
cettale le lettere che il cardinale
su questo esecrabile allentato dal
Lazio scriveva al suo segretario
Antonio de' Nini sanese rimasto in
Roma, fu scopeita la congiura.
Tornato il cardinal Petrucci in
corte , mediante il salvacondotto
che il Pontefice gli avea promesso
e dato all'ambasciatore di S;n'"na
LEO 4»
di lui protettore, malgrado i re-
clami di questo, fu arreslalo, e do-
po un regolare processo a' 6 luglio
fu decapitato segrelametile in Castel
s. Angelo nelle carceri , venendo
squartati il segretario ed il chi-
rurgo. Come consapevoli della con-
giura furono accusali e falli pri-
gioni quattro cardinali , cioè liia-
rio decano del sacro collegio, Sauli,
Volterrano fratello di Pietro Se-
derini, e Adriano Castellense di s.
Grisogouo. Tutti furono privali
della porpora e confiscali i loro
benefizi. liiario che implorò per-
dono per non averne dato avviso,
l'ottenne mediante la multa di cen-
tomila scudi, venendo assegnato il
di lui palazzo per la Cancelleria
[Vedi). Sauli egualmente complice
come consapevole della congiura,
condannato pure a perpetua pri-
gione, ne fu liberato per cospicua
somma di denaro, restando priva-
to di voce attiva e passiva ad ar-
bitrio del Papa. Gli altri dna car-
dinali conseguirono il perdono pa-
gando ognuno dodicimila fiorini.
Di tuttociò scrissero minutamente
il Fabroni pag. ii5 e seg. , e il
Guicciardini nella Storia d'Italia,
hb. XIII, p. 467.
Vedendosi Leone X in queste
circostanze poco amalo dai tredici
cardinali che componevano allora
il sacro collegio, stabili di accre-
scerlo con un numero grandissimo
di soggetti, da' quali si potesse a-
speltare maggiore attaccamento alla
sua persona. Laonde nel primo lu-
glio, in una sola promozione, creò
trentuno cai'dinali, cosa non mai
veduta né prima ne poi ( tranne
la promozione che di altrettanti
fece a' nostri giorni nel 1816 Pio
\'II, dieci de' quali però non pub-
blicò ma liseibò in petto), ed tb-
ù,% LEO LEO
be cura di sceglierli Ira* suoi pa- levazione de' suoi parenti, ottenne
lenii, amici, famigliari, ed anche per Lorenzo duca d'Urbino suo ni-
tra persone disliiile per merito, per potè la mano di IMaddalena de la
natali e per ricchezze, annoveran- Tour, del sangue reale di Fran-
dovi otto romani. Non essendo suf- eia: nelle nozze il re ed il Papa
licieiili pei cardinali preti i titoli rivaleggiarono in magnificenza , e
cardinalizi, istituì quello di s. Tom- tra loro ebbe perciò luogo momen-
maso in Parione, e diverse diaco- tanea concordia ; Francesco I resti-
iiie temporaneamente dichiarò tito- luì IM(jdena a Leone X, e Reggio
li. Indi con una costituzione di- al duca di Ferrara, ed il Ponte-
chiaro, che soddisfarebbero al pre- fice rilasciò ai re le decime esatte
cetto della messa quelli che 1' a- per la crociata contro i turchi. Av-
scoltassero nelle chiese de'mendi- venimenti della più alta imporlan-
canti. Un lusso di spendere e di za agitarono quindi l'Europa in-
spleudore, in cui il buon gusto an- tiera. Volendo Leone X continua-
dò del pari colla magnilìcenza , re la riedificazione sontuosa della
sparse l'agiatezza in tutte le clas- nuova basilica vaticana , incornili-
si di persone: la libertà del com- ciata dall'animo grande di Giulio
niercio, la prolezione accordata alle 11, e non essendo sufficiente per le
lettere ed alle arti, la saggezza del- immense spese il tesoro della ca-
1' amministrazione e la sicurtà del mera apostolica, ad esempio di al-
vi vere accrebbero la prosperità gè- tri Papi, come si disse all'articolo
uerale, e resero per sempre memo- Chiesa, ricorse alla pietà de' fedeli
labile questo pontificato. Tale bril- perchè contribuissero con limosina
laute epoca lii consecrata da un alla spesa necessaria, col premio delle
decreto solenne del magistrato ro- sante indulgenze. E siccome nella
mano, che commise al divino scal- Germania a promulgarle l'arcive-
pello di IMichelangelo Unonarroti scovo di Magonza si servì de' do-
l'erezionc d'una statua di marmo ; monicani a preferenza degli ago-
questa però r esegui malamente stiniani, un individuo de' secondi,
Giacomo del Duca, e si vede tut- l'inquieto e torbido Martino Lu-
tora nella sala dell' appartamento fero, prese il pretesto con iscagliarsi
de' conservatori in Campidoglio. JN'el con scandalose declamazioni ed ini-
i5i8 Leone X istituì l'anni versa- qui scritti contro le indulgenze, a
rio pe' cardinali defunti. Essendosi dar principio a' suoi perniciosissi-
adunati i principi di Germania nel- mi errori sulla grazia , il libero
la dieta di Augusta, per delibera- arbitrio, i sagramenli ec. , che il
re la guerra contro i turchi, per- Papa condannò con bolla e faceu-
chè Selim I vincitore della Persia do bruciare tutti gli empi suoi li-
e conquistatore dell'Egitto inquie- bri. Enrico Vili re d' Inghilterra
lava l'Europa sulla propria sicu- difese i sacramenti contro l' ere-
rezza. Il Papa spedi qualtio legati siarca, onde Leone X lo chiamò
u diversi sovrani per un'alleanza Difensore della feda {^Fedi): a Fe-
diliinsiva, e nella detta dieta fece dorico duca ed elettore di Sassonia
presentare a Massimiliano 1 lo stoc- che lo favoriva, regalò la rosa d'o-
co e berrettone benedetti. Conti- ra benedetta, pregandolo a porre
uuaudo poi ad occuparsi per l'è- un argine alla funesta eresia, che
LEO
sino dal suo nascere fece grandi e
liigriaievoli progressi massime in
Germania. /'''. Luterani.
Altro avvenimento importante fu
che l'arciduca Carlo d'Austria e re
di Spagna, aspirando al titolo di
re de' romani, ed all' invesliinra
del regno di Napoli, Leone X si
rifiutò a tali domande dichiaran-
dole incompatibili. Massinìdiano
mori improvvisamente a' 22 gen-
naio iSig, Carlo non dissimulò
le pretensioni all' impero, e Fran-
cesco I si presentò per competito-
re. Il Papa sembra che propen-
desse per l'elettore di Sassonia; ma
Carlo avendo fatto avvicinare un
esercito al luogo dell'elezione fu e-
letto col nome di Carlo V. Intanto
un nuovo affanno domestico afflisse
il Pontefice, morendo il nipote Lo-
l'enzo ; Leone X dopo fatti alcuni
provvedimenti per la Toscana, riu-
nì il ducato d'Urbino agli stati della
santa Sede. Psel 1 5 1 q canonizzò
s. Francesco di Paola , e nel se-
guente anno approvò l'arciconfra-
ternita della carità pei poveri car-
cerati, ed eresse il monastero per
le donne convertile, sotto la regola
delle agostiniane. Duraiile l'anno
iSao l'Italia fu tranquilla, e Leo-
ne X ricuperò Perugia, prese Fer-
mo ed altre città della Marca, indi
rivolse le sue armi contro il duca
di Ferrara Alfonso l. Nel iSai il
Papa canonizzò s. Casimiro re di
Polonia, e s. Leone vescovo, ed in-
citi e beatificò Marglicrita da Cor-
tona, Veronica di Bisnaco e Corra-
do piacentino. Fermo il Pontefice
di cacciar le potenze straniere dal-
l'Italia, persuase Francesco i a col-
legarsi seco per espellere gli spa-
giuioli dal regno di Napoli , con
molle promesse. Tuttavolla i! re
mostrò poco fidarsi di lui, chicbu
LEO
43
dilazioni, e non restituì Parma e
Piacenza. Allora Leone X si ri-
volse a Carlo V e cohchiuse un
trattato agli 8 maggio i 'j2 i , eoa
lo scopo di ripristinare Francesco
Sforza nel ducato di Milano, di
aiutarlo ad impadronirsi di Per-
rara, Parma e Piacenza , ed assi-
curare diversi appannaggi ai IMc-
dici, cioè al nipote Alessandro un
principato di dieclmda ducati di
rendila, e al cugino cardinal Giulio
de Medici una simile annua pensione
sull'arcivescovato di Toledo. Subi-
to le galeie pontificie ebliero or-
dine di unirsi alla flolta imperia-
le, ed il Papa permise a Carlo V
di conservare coli' impero il regno
di Napoli, accrescendogli l'annuo
censo. L'esercito fiancese fu scon-
fitto in Lombardia dall'esercilo pa-
pale ed imperiale, il quale ricupe-
rò alla Chiesa Parma e Piacenza,
indi cacciò i francesi da IMilano,
che con tutto il ducato si rese allo
Sforza, essendo legati apostolici i
cardinali Schiner, e Giulio de Me-
dici cugino del Papa, poi Clemeu-
te VII. Giunta in Roma questa
notizia, Leone X vi fece grande
allegrezza, in mezzo alla quale, do-
po cinque giorni di apo|)lessia, al-
tii dicono per febbre lenta e di
catarro presa nella sua villa Ma-
gliana , e disprezzata da' medici ,
appena tornalo da questa, morì il
primo dicembre 1 52 i, verso le ore
selle della notte, in età di qua-
rantasei anni non terminali, aven-
do governato olt'anni, olio mesi e
venti giorni. IMorì non senza so-
spetto di veleno, come può vedersi
nel Sandini, Fit. PP. t. II, p. 628;
neir Oldoino, Addit. in Ciacconio
t. Ili, p. 23 1, che a lungo traila
col Giovio di questo sospetto, pei
quale fu posto in prigione il cop-
44 LEO LEO
piere del Papa Barnabò Malaspi- n. 5. Il luogo più frequente del suo
na , poi messo in libertà per man- traltenimetito della caccia era la
caMza di prove: il Piatti ancora villa JMagliana sul Tevere verso il
ne parla, e meglio il Fabroni a mare, e Cerveteri allora apparle-
p. 237. Fu sepolto nella basilica ncnte a suo cognato Francesclietlo
vaticana in sepolcro di lui poco Cibo. Nelle doti dell'animo viene
degno, ma poscia in tempo di Pao- egli commendato da tutti gli scrit-
lo III fu trasferito nel coro della tori del suo tempo, che lo dipin-
Chiesa di s. Maria sopra lìlinen'a gono di acuto ingegno e di singo-
(f celi), e collocato in magnifico lare facondia. Formato di buon'ora
deposito. Era di statura grande e alla grande arte di governare, Leo-
ben formato in tulle le parli, fuor- ne X non si mostrò da meno del
che nella testa eh' ebbe di spro- suo destino. La sua politica fu de-
porzionata grandezza ; soleva orna- stia, e la pose in opera per af-
re le dita con molti anelli ricchi francar l'Italia dagli stranieri, e
di preziose gemme. I lineamenti del per elevare la sua famiglia Medici
suo volto ci sono slati trasmessi che dicesi volesse investire di Par-
dal pennello di Ralfaele, ed è una ma e Piacenza. P^. Firenze e Me-
delle opere più belle di quel som- dici Famiglia. Prudente, magnani-
mo pittore. Questi lo rappresentò mo, benigno nel ricevere e pazien-
sedenle in mezzo ai due cardinali te noi sentire tutti. I suoi coslumi
parenti cugino e nipote Giulio de furono castissimi, e li lodò lo stes-
3Iedici,poi Clemente VII, e Luigi so Lutero nell' insolentissimo libro,
de Pvossi prodatario, amato dal Pa- De lihertate Christiana, che dedicò
pa che in morte gli compose eie- al Papa: ciò non ostante Paolo
gante iscrizione: da ultimo questo Giovio ed altri li screditarono. Due
ritratto fu disegnato e stupenda- volte la settimana digiunava; nei
mente inciso dal valente artista mercoledì si asteneva dal mangiar
Samuele Jesi , con plauso generale, carne, e nel venerdì si nudi iva di
In otto promozioni creò quaranta- semplici erbe e legumi, come scrisse
due cardinali. Natale Alessandro, /Z/^/. ecc/. t. Yllf,
Sembra incredibile la passione p. 34- Nel conferire i benefizi fu
che Leone X ebbe per la musica, pieno d' integrità. Nel promovere
di cui ne conosceva perfettamente gli studi delle arti e delle lettere,
la teoria, e per la caccia nella qua- e nel proteggere e premiare i Iel-
le si occupava tutto il tempo che terali, seguì Leone X il genio del-
poteva, massime nei mesi di set- la sua famiglia Medici. Nato nel
tembre ed ottobre, non polendo- seno dell'opulenza, questo Papa
sene dislaccare, se non che per fare aveane derivato il gusto sublime
concistoro o cappella papale. I suoi del bello, che può avere avuto i
oinamcnli pontificali erano della suoi eccessi, ma che produsse una
massima magnificenza. Nelle chiese felice rivoluzione nel suo secolo e
apparve sempre così serio e grave, particolarmente nelle arti : tulli con-
che nel decoro e maestà delle sa- vengono che a ({ueslo Pontefice va
ere funzioni superò tutti i suoi an- debitrice l'Italia del rinascimento
lecessori, come rilevò il Pallavici- delle belle Icllere. Reslamò 1' uni-
uo, [list, condì. Dici. lib. 1, cau. 2, vergila romana, alla quale l'eslilui
LEO
le sue rendite eh' erano stale tla
lungo tempo rivolte ad altri usi.
Vi chiamò professori da tutta l'Eu-
ropa: la teologia, il diritto cano-
nico, il diritto civile, la medicina,
la filosofia morale, la logica, la
rettorica, le matematiche ebbero
cattedre riccamente dotate da lui.
La lingua greca fu l'oggetto delle
sue prime cure a mezzo di Gio-
vanni Lascari, pel quale aprì sul
Quirinale un collegio al modo che
descrive il Piodotà, t. III, p. i5?.j
ciò che accennammo all' articolo
Collegio greco. Inoltre Leone X
perfezionò pure la stampa greca :
la lingua latina formò del pari la
sua attenzione e le sue liberalità,
così protesse le lingue orientali. I-
stituì privilegi per gli studenti delle
scienze. La biblioteca sua partico-
lare la destinò alla patria, ove com-
mise a Michelangelo l'erezione del-
l'edifìzio; al medesimo commise ri-
fabbricare in Firenze la chiesa di
s. Lorenzo. La biblioteca del Va-
ticano provò ancora le sue solle-
citudini. Questo palazzo fu deco-
rato dalle pitture di Raffaello nelle
famose loggie, e nelle celeberrime
camere ove campeggiano gli em-
blemi di Leone X, cioè l'anello
col diamante simbolo della solidi-
tà e della forza , e le tre piume, il
giogo unito all'anello colle lettere
N-SVAVE, la qual impresa unita
al giogo ed all'anello si legge : A-
nulus nectit jiigum suave. Evvi an-
cora l'altro emblema della famiglia
Medici, espresso da queste lettere
le une sottoposte alle altre GLO-VI
che si leggono: Gloria, vita, saliis.
Il dotto monsignor Nicola Nicolai
nell'opera intitolata : Memorie, leg-
gi ed osservazioni sulle campagne
e sulV annona di Roma, tom. Ili,
pag. 65 e seg. celebrò l'abbondan-
LEO
4^?
za e la felicità che godè Roma nel
suo ponlilicato, per cui si aumen-
tò notabilmente il ninnerò ih^gli
abitanti, che perciò furono fabbri-
cate molte case, massime nel Cam-
po di fiore. Poterono a ciò con-
tribuire le provvidenze de' prede-
cessoii e perfino il clima felice <li
quelle stagioni, ma molto anche
deve attribuirsi alle provvidenze del
gran Pontefice. Tra gli altri enco-
mi, de' quali adornarono il di lui
sepolcro i letterali inconsolabili di
aver perduto sì gran protettore, vi
furono questi versi.
Delitiae Immani generis, Leo ma-
xime, ter uni
Ut simul illuxere, interiere si-
nini.
Della propensione ch'egli ebbe pel
celebre Agostino Chigi, ne trattam-
mo all'articolo Chigi Famiglia. Spes-
so avea assistente alla sua tavola il
famoso poeta Camillo Querno che
improvvisamente recitava un'infi-
nità di versi sull'argomento che gli
veniva dato. Dell'uso che avea Leo-
ne X di sentire mentre era a tavo-
la silfalti improvvisatoli e dei buf-
foni, non sempre castigati per ri-
guardo ai costumi, onde nascevano
le risate che i buoni non applau-
divano, ne trattano il Giovio a p.
i56, ed il Fabroni a p. iGo. Tal-
volta si abbandonava a conversa-
zioni frivole, onde non pochi cen-
sori gli rimproverarono una ten-
denza alquanto bizzarra per le
buffonerie. Per altro sosteneva per-
fettamente lo scherzo, e se ne trae-
va con garbo. Fu inoltre tacciato
di parzialità e di ambizione.
Eresse Leone X un ordine di
quattrocento cavalieri, che compra-
vano il loro posto, e ne aveano
46
LEO
(Inlln (lognnn la rendita di cento
scudi. Accrebbe il collegio de* cu-
biculari al numero di sessanta, e
degli scudieri al numero di cento
quaranta. Rinnovò il battisterjo La-
toranense, ed in molli altri pub-
blici edifizi, come nel santuario di
Loreto [Fedi), mostrò egli qual fosse
la somma sua magnificenza, per la
quale e per le guerre che fece, fu
costretto a lasciare impegnale le
gioie ed altre cose preziose del te-
soro pontificio; oltre ad altri con-
siderabili debiti, pe' frutti de'quali
ogni anno la camera apostolica pa-
gava quarantamila ducali d' oro.
Quanto egli ebbe zelo e fece per
gli ordini religiosi è notato ai ri-
s[)cttivi articoli. Non risparmiò né
spese né cure per acquistare anti-
chi manoscritti e per procurare
buone ed utili edizioni, massime
di Aldo Manuzio. Comprò per cin-
queuìila zecchini un esemplare dei
primi cinque libri di Tacito, che
furono tratti dall'abbazia di Cor-
wei in Westfalia, e cui gli recò An-
gelo Arcomboldo. Ne allidò la stam-
pa a Ceroaldoil giovane, con un bre-
ve che pronunziava contro ogni con-
traffazione la pena di scomunica
lalae sententìae , un'ammenda di
duecento ducati e la confisca del-
l'opera. Uno stampatore impruden-
te per nome JMinuziano incorse in
tali pene e fu obbligato di transi-
gere con Beroaldo. Leone X com-
poneva assai bene in poesia; le
sue lettere si leggono con piacere.
Di lui abbiamo delle costituzioni e
lettere in numero di ventitre, pub-
blicate nel t, XIV de' concilii, e
molte altre negli annalisti e nel bol-
lano. Angelo Poliziano, slato mae-
stro di Leone X, nel lib. Vili àc\'
Y epìsl. ad Innocenzo Vili fa mi
magnifico elogio del suo discepolo.
LEO
]\Tonsignor Paolo Giovio scrisse la
vita di questo Pontefice nel i ^4^5
la quale dal Ialino fu trndolta in
volgare da Lodovico de Domeni-
chi, e stampata in Firenze nel i55i :
in francese la pubblicò in Parigi
nel 1675 M. M. D. P. La scrisse
ancora monsignor Angelo Fabroni :
Leonis X P. 31. Flta, Pisis opud
auctorem excudebat Alexander Lan-
dius 1797. Inoltre la scrisse Gu-
glielmo Roscoe, che fu tradotta in
italiano e dal Sonzogno pubblica-
ta in Milano nel 18 r 6 in dieci
tomi, e col titolo: J^ila e pontifi'
rato di Papa Leone X. Nel 182^
la congregazione dell'indice de' li-
bri proibiti pose tra questi tale ope-
!'a, colle aiinolazioni e documenti
inediti del conte Luigi Bossi. Molte
buone notizie riguardanti il ponti-
ficato di Leone X trovanti in un
latino dialogo di Raffaello Rrando-
lino giuniore di Lippo fiorentino,
fatto stampare nel 1753 in Venezia
da Francesco Fogl lazzi, essendo in-
terlocutori il cartlinal Alessandro
Farnese poi Paolo III, e Alberio
Pio conte di Caipi. Da ultimo l'ec-
cellente storico cav. Audin, autore
di altri importanti lavori storici,
nel 1844 li^ pubblicato in Parigi
VLIisloire de Leon X etc. in due
volumi. Vacò la santa Chiesa un
mese e sette giorni.
LEONE XI, Papa CCXLIT. Ales-
sandro Otiaviano de Medici dei
principi d'Ottaiano, nacque in Fi-
renze nel i535, da Ottaviano de
jMedici e da Francesca Salviati fi-
glia di Lucrezia de Medici sorella
di Leone X. Fino dai primi suoi
anni si ujostrò Alessandro propenso
alla vita ecclesiastica, ma la madre
per impedire che si dedicasse ad
essa, lo introdusse nella corte di
Cosimo I granduca di Toscana
LEO LEO 47
suo cugino, il quale lo vestì cava- lissinie ch'erano in delta cliicsa di
Jieie dell'ordine di s. Stefano. IMor- s. Agnese, cioè due di porta-santa e
ta la madje, hranioso di menare due di paonazzetto con centocjua-
\ita quieta e tranquilla e lontana ranta fine scanalatine per ciascuna,
dai tumulti e dallo strepito della come uniche fra quelle antiche con
corte, credè che fosse giunto il tale lavorazione. Venuto ciò in noti-
tempo di porre ad esecuzione il zia del cardinale, senza (àrne dogliau-
suo pio disegno. Ordinatosi sacer- za, acquistò le colonne necessarie
dote ritirossi alla solitudine della per la cappella della IMinerva e
campagna, occupandosi nella pre- ne fece dono al Pontefice. Questi
ghiera e nella meditazione della allora conobbe l'errore che si vo-
divina legge. 11 granduca cono- leva fargli couinietlere, onde ab-
sciute le sue virtù lo destinò ani- bracciando il cardinale, si cavò l'a-
basciatore a s. Pio V, e rimase in nello dal dito con prezioso zafllro,
E.oma ad esercitare con fama di e regalandolo al cardinale viva-
straordinaria probità e saviezza l'of- mente lo ringraziò, non tanto per
fizio per quindici anni. Gregorio le colonne, quanto per aver impe-
XIII nei 1073 lo fece vescovo di dito ch'egli togliesse alla chiesa di
Pistoia, nel i574 arcivescovo di s. Agnese le coloime sue.
Firenze, e a' 2 dicembre i583 lo Clemente Vili nel lOtjG l'inviò
creò cardinale prete del titolo dei Legato apostolico, con quel seguito
ss. Quirico e Giulitta, chiesa che descritto a quell'articolo, ad Eniico
ridusse nell'interno e nell'esterno IV re di Francia, che lo ricevette con
in miglior forma, ed ornò con di- straordinarie onoriHcenze, e piesso
verse pitture. Da qtiesto titolo pas- il quale dimorò due anni. Delle ge-
sò a quello di s, Prassede, in cui sta gloriose operate nella sua le-
nella navata grande fece dipingere gazione, ne trattano il Ciacconio,
alcuni de'più divoti misteri della f^it. PP. t. IV, p. 71, 576, e lo
passione di Cristo. Lo stesso fece Spondano, y4nn. eccl. ad an. 1096,
nella chiesa di s. Pietro in Vincoli, iSqS, Egli fu spedito in Francia
altro suo titolo, e con la chiesa di per trattare con Enrico IV da po-
s. Agnese fuori delle mura, che co tempo liconosciuto dalla santa
ornò, risarcì e fece abbellire di Sede e con essa dopo l'abiiu-a del
pitture: il Novaes dice che fu an- calvinismo, riconciliato, i punti che
Cora titolare de' ss. Gio. e Paolo, i procuratori di lui avevano pro-
Di s. Agnese il cardinale era com- messo in Pioma, non che per ista-
niendatario, per cui Marc'Antonio bilire la pace tra lui e Filippo H
Valena nel suo Diario mss. narra re di Spagna, e tutto ottenne. En-
questo aneddoto. Clemente Vili rico IV con lettera degli 8 dicem-
Toleva ornare la cappella de'suoi bre 1596 ringraziò il Papa per
antenati, nella chiesa di s. Maria avergli mandalo un soggetto di
.sopra Minerva, in proporzione della tanta bontà, prudenza e propensio-
.sublime dignità in cui egli era, e ne alla sua persona e regno. JNel
della sua grandezza di animo. Gli giorno di Natale in Parigi ammi-
fu perciò suggerito dagli artisti nisti-ò al re l'Eucaristia, ed ammi-
applicati alla ricerca delle colonne se nella religione cattolica la prin-
occorrenti, di prenderne quattro bel- cipessa Carlotta Caterina de la
48 LEO
Tremouille col suo figlio principe
di Coiiclé, che abbandonarono il
calvinisuio, ed ambedue comunicò
ai 9 gennaio, dopo aver celebrato
solennemente la messa ntlla catte-
drale di Rouen, Reduce pieno di
gloria dalla legazione,, Clemente
Vili lo ricevè in Ferrara in con-
cistoro pubblico con somma onori-
ficenza, poscia lo nominò prefetto
della congregazione de'vescovi e re-
golari. Indi a'3o agosto 1600 lo
dichiarò vescovo di Albano, ed ai
17 giugno 1602 lo trasferì alla
sede di Palestrina. Ammirato pel
candore e gravità de'suoi costumi,
per l'ardente zelo per la cattolica
religione, e per nobiltà e grandez-
za d'animo, intervenne ai conclavi
per le elezioni di Sisto V, Urbano
VII, Gregorio XIV, Innocenzo IX
e Clemente Vili.
Dopo la morte di Clemente
Vili, a'i4 marzo i6o5 entrarono
in conclave sessantadue cardinali,
dirigendo i sacri comizi il cardinal
Pietro Aldobraudini nipote del defun-
to. Eransi presi per candidati fvn gli
altri, i cardinali Zacchia, Blandrata
e de IMedici, mentre il cardinal
Baronio ebbe l'esclusiva dal partito
della Spagna, perchè avea coope-
l'alo all'assoluzione di Enrico IV,
e per avere ne'suoi Annali scritto
contro le pretensioni del tribunale
della monarchia di Sicilia ; tutta-
volta egli in tutti i giorni negli
scrutini ebbe il maggior numero
devoti, dal partito del cardinal
Aldobrandini, cioè da venti sino
a trentasette. Anche il ven. cardi-
nal Bellarmino ebbe molti voti, e
nel primo scrutinio dieci. Vera-
mente il cardinal Aldobrandini
portava più di tutti il cardinal
Zacchia, ma a cagione di sue in-
fermità i medici dichiararono, che
LEO'
egli poteva al pii^i vivere altri tre
mesi, come in fatti si verificò.
Contro il cardinal Blandrata aper-
tamente si dichiarò il cardinal
Farnese, come pure accadde nei
seguenti conclavi, in cui di nuovo
si trattò di lui. Temendo quindi
il cardinal Aldobrandini, sempre
costante in favore del cardinale
Baronio, non essendo riuscito il
cardinal Zacchia, che tutti i cardi-
nali creati dallo zio, e che ne se-
guivano la di lui autorità, potes-
sero essere esclusi con pregiudizio
ancora de'seguenti conclavi, si la-
sciò persuadere a convenire in uà
terzo, cioè che non fosse del suo
partito, né di quello del cardinal
Rlontalto nipote di Sisto V. Fu
dunque proposto il cardinal de
Medici creatura di Gregorio XIII,
e il cardinal Aldobrandini non Io
ricusò, perchè sebbene dicesi non
Io volesse, credette che i sacri e-
lettori non vi sarebbero concorsi
ad eleggerlo ; ma avendo Dio de-
stinato alla tiara il cardinal de
Medici, fu col primo scrutinio alle
due ore di notte del primo aprile
i6o5, con suffragi aperti o sia per
adorazione, eletto Papa, e prese il
nome di Leone XI. Questa digni-
tà, al dire del Ciacconio, gli era
stata predetta da s. Maria Madda-
lena de'Pazzi, e da s. Filippo Ne-
ri, il quale un giorno gli disse :
voi sarete cardinale e Papa , ma
durerete poco. Dopo l'adorazione
fu da tutti i cardinali accompagna-
to alla cella del cardinal Farnese,
essendo la sua stala svaligiata. Ai
IO aprile, giorno di Pasqua, fu co-
ronalo nella basilica vaticana, ed
ai 17 dello stesso mese, essendo
la domenica in Allns, si portò in
lettiga aperta a prendere solenne
possesso della basilica lateranense,
LEO
della qual funzione ne fece la re-
lazione il cerimoniere Mucanzio, in
bellissimo idioma latino, ed Ales-
sandro Macchia in italiano, presso
il Cancellieri nella Storia dt posses-
si : quella del ]Mucanzio si legge
ancora nel p. Gallico, Ada cae-
remon. p. ^01 ; l'altra del Macchia
fu stampata a parte in Roma nel
i6o5 de Guglielmo Facciotto, con
questo titolo: Relazione del viaggio
fatto da N. S. P. Leone XI nel
pigliare il possesso a s. Già. in
Laterano^ con la descrizione degli
apparati, archi, trionfi ed iscrizio-
ni fatte, sì dal popolo romano, co-
me dalla nazione fiorentina, segui-
to il dì l'j aprile i6o5. Abbiamo
inoltre, Relazione della solenne ca-
valcala fìtta in Roma il dì 17
aprile 160 5 per l'andata di N. S.
Leone XI a pigliare il possesso in
s. Giovanni in Laterano, con le
iscrizioni ed epitaffi degli archi,
apparali, livree ^ ed altre cose oc-
corse in essa, con una brei'e ag-
giunta delle feste fatte in Firenze,
Roma e Firenze i6o5. Breve re-
lazione dell'apparato e cavalcata
fatta il giorno che la S. di JV. S.
Papa Leone XI andò a pigliare
il possesso a s. Gio. in Laterano
ai 1 7 aprile, nella quale si de-
scrive minutanieiìte gli archi, iscri-
zioni e livree fitte da diversi, rac-
colta da Flavio Gualtieri da To-
lentino, e pubblicata da Alessan-
dro Zannetli all'arco di Camiglia-
no. In Parigi nello stesso tempo si
pubblicarono colle stampe, Lacry-
mae in obitii Cleinentis Vili, et
gaudia in asswnptione Leoni s XI,
da Giovanni Calvello ; e Y Orazio-
ne delle allegrezze per la creazio-
ne di Leone XI, da Matteo Bac-
cellini.
La prima cosa che fece Leo-
vOL. xxxvni.
LEO 49
ne XI, si fu Io sgravio di al-
cuni tributi, imposti dal predeces-
sore pel mantenimento delle trup-
pe, encomiando il cardinal Galli
che di ciò l'avea pregato. Nello
stesso tempo avvertì i cardinali
che si astenessero dal supplicarlo
per tutto ciò che potesse ledere
la giustizia, o pregiudicare alla sua
leputazione, dovendo invece da lui
attendersi quanto ne' limiti dell'e-
quità potesse concedersi : lo stesso
inlimò a' suoi famigliari. Nel me-
desimo tempo, correndo l'opinione
che la sua esaltazione non fosse
gradita agli spagnuoli, supponendolo
attaccato ai francesi, Leone XI nel
ricevere al bacio del piede il mar-
chese di \ illena ambasciator^e del
re di Spagna Filippo III, gli dis-
se : Scrivete al vostro re, eh' egli
non ebbe mai, ne avrà in questa
cattedra un amico maggiore di
noi, come si lesrse nellOldoino a
p. 372. Dichiarò penitenziere mag-
giore il cardinal Cinzio Aldobran-
dini, datario il cardinal Arrigoni,
e tesoriere generale l'abbate Cap-
poni. Distribuì a' cardinali poveri
generose somme, ed ai conclavisti
diecimila scudi d'oro, i consueti
privilegi, ed i benefizi che non sor-
passavano la reudita di duecento
scudi, vacati dopo la morte di
Clemente Vili. Aveva il buon
Pontefice quasi cominciato a ren-
dere sicure le belle speranze che
in lui avevano i romani concepite,
allorché contratta per la sua com-
plessione delicata ed avanzata età
un'infermità nel prender possesso,
fu poco dopo costretto per la feb-
bre a porsi in letto. Aggravando-
si il male, e divenendo pericoloso,
tulli i cortigiani l'importunarono
a conferire il suo cappello cardi-
nalizio al nipote, giovane di età,
4
DO LEO
ma ti' illibati costami, e da lui te-
neramente amato. Egli però si mo-
strò in ciò tanto alieno, che facen-
dogli eguali premure il confessore,
lo licenziò perchè negli estremi
momenti gli suggeriva più l'amo-
re de' suoi parenti, che quello del-
le cose eterne ; laonde gli sostituì
il p. Pietro della Madonna della
Pegua carmelitano spagnuolo, nel-
le mani del quale, dopo avere ri -
cevuto i sagramenti, rese il suo
spirito al Creatore a' 27 aprile
i6o5, quando appena contava ven-
tisei giorni di pontificato, e set-
tanta anni di età. Fu scritto da
alcuni, fra' quali il cardinal Du Per-
von in una lettera al re di Fran-
cia, e il Doglioni, che una rosa
attossicata datagli nella funzione del
suo possesso gli avesse cagionato
la morte; ma dal suo cadavere
aperto si conobbe che la sua mor-
te era stata naturale, come atte-
stano molti storici contemporanei
riferiti dal Muratori, Annali d'Ita-
lia, ad an. i6o5. Leone XI fu di
presenza grave, ma grata; di co-
stumi e di virtù popolari ; liberale,
magnifico, affabile, politissimo nel
\eslire e nell' abitazione ; divoto
senza scrupoli; di poche lettere,
ma amatore degli uomini eruditi;
grato a tutti pel candore del suo
animo ingenuo, e nemico delle fin-
zioni sì nelle parole che nelle o-
pere. Nella sua famiglia domesti-
ca ebbe uomini dotti e letterati ,
che facendogli onore, in certo mo-
do e umanamente parlando, con-
tribuirono alla sua elevazione. Ne-
mico delle innovazionij confermò
le provvidenze de'suoi predecesso-
ri, come il governatore di Roma,
cui raccomandò amministrare la
giustizia senza l'estremo della se-
verità. Non avendolo l'esaltazione
LEO
invanito, e per le belle sue quali-
tà, fu generalmente compianto.
Venne sepolto nella basilica vati-
cana, pronunziando ne' suoi fune-
rali l'elogio Pompeo Ugonio. Il
cardinal Roberto Ubaldini suo pro-
nipote per sorella, nella stessa ba-
silica presso la cappella del coro
gli eresse un magnifico monumen-
to di marmo, di cui si parlò nel
voi. XII, p. 299 del Dizionario.
Decorandolo le statue della Fortezza
e dell'Abbondanza, colle rose e col
motto: sic fiondi, c^ax aggiungere-
mo, che nel suo possesso i fioren-
tini in principio della via de'Ban-
chi avendogli eretto per ordine di
Pietro Strozzi un arco trionfale,
nella sommità vi era l'arma del
Pontefice adornata con molti frut-
ti al naturale, sopra della quale
era un mazzo di rose, come im-
presa usata da lui, col moto sic
fiondi, '\tt mezzo delle statue signi-
ficanti l'abbondanza e la fama.
Oltre i biografi delle vite dei Pon-
tefici, trovasi il suo elogio nel toni.
Ili, p. 320 degli Elogi degli uo-
mini illnstri toscani. Vacò la ro-
mana Sede dieciolto giorni.
LEONE XII, PapaCCLXII, chia-
mato prima Annibale della Genga,
nacque nel castello della Genga, go-
verno e diocesi di Fabriano, a'22
agosto 17G0, dal conte Ilario, e
dalla contessa Maiia Luigia Peri-
berti di Fabriano. Della nobile ed
antica famiglia de' conti della Gen-
ga, signora del castello di tal no-
me ; della flimiglia Periberti, e
delle notizie di Annibale dalla na-
scita all'assunzione al pontificato,
ne trattammo all' articolo Genga
Famiglia [Fedi). Laonde solo qui
diremo, che Annibale cavaliere ge-
rosolimitano, fatto successivamente
da Pio VI cameriere segreto pur-
LEO
tecipante, cauonico di s. Pietro,
prelato domestico, arcivescovo di
Tiro in partibiis, vescovo assistente
al soglio pontifìcio, e nunzio prima
di Colonia al trattato del Reno,
in progresso fu incaricato di so-
prainteiidere alle missioni dell' In-
ghilterra ed a quelle dell'Olanda ,
a fungere le veci del nunzio di
Baviera, oltre frequenti ed impor-
tantissime commissioni rammentate
al citato articolo. 11 successore Pio
VII lo trasferì alla nunziatura
straordinaria della dieta di Ratis-
bona, incaricandolo poscia di por-
tarsi in diversi luoghi di Germa-
nia, ed a Parigi per particolari com-
missioni, avendo sempre seco il
conte Tiberio Troni d' Imola per
uditore zelante, istruito, pieno di
esperienza ed affettuoso : nel conci-
storo degli 8 marzo 1816 lo creò
cardinale dell'ordine dei preti e ve-
scovo di Senigallia , conferendogli
poscia per titolo la chiesa di s. Ma-
ria in Trastevere, dipoi lo promosse
al vicariato di Roma, con l'arciprelu-
va della patriarcale basilica di s. Ma-
ria Maggiore. La robusta sua sa-
lute aveva soilerto delle alterazioni,
onde il nobile ed avvenente suo
volto divenne scolorito ed emaciato;
tuttavolta la sua bella e dignitosa
presenza, l'alta sua statura, le soa-
vi sue maniere, il tratto disinvolto
ed insieme dignitoso, lo rendevano
grave e venerabile neli' aspetto. Il
suo temperamento vigoroso, man-
tenuto dall' esercizio della caccia,
in cui fu abile, divenne nel cardi-
nalato cagionevole e debole, per
cui alcun tempo dimorò in vari
luoghi di Spoleto e di Fabriano,
e risiedendo in Roma fece frequen-
te uso dei bagni di Acquasanta
nel locale di tal nome, e di rado
intervenne alla pontificie cappelle.
LEO 5i
Ciò non gli impediva di applicare
con indefesso zelo all' esei'cizio dei
suoi doveri, massime nella delicata
ed importante carica di vicario di
Roma. Intanto morì il magnanimo
ed immortale Pio VII a'20 agosto
1823, e dopo celebrati i funerali
novendiali alla di lui grand'anima,
i cardinali entrarono nel conclave
ai 2 di settembre, il quale non al
Vaticano, ma nel palazzo apostoli-
co del Quirinale per la prima
volta ebbe luogo , ed al mo-
do che ampiamente dicemmo al-
l'articolo Conclave [Vedi). È da
avvertirsi che alla morte di Pio
VII il sagro collegio era composto
di cinquantatre cardinali , quaran-
tanove de' quali si portarono al
conclave; non v'intervennero i car-
dinali Spinucci arcivescovo di Be-
nevento, de Beausset arcivescovo
di Parigi, Ridolfo Ranieri arcive-
scovo d'Olmiitz, e de Cunha pa-
triarca di Lisbona.
Gli animi dei cardinali rivolti
a dare un degno successore a Pio
VII, erano divisi nelle opinioni sulla
persona da scegliersi a tanta su-
blime dignità, ed in tempi cala-
mitosi, dappoiché l'Europa non era
interamente tranquilla, ed in molti
luoghi i nemici dell'ordine conti-
nuavano le loro prave macchina-
zioni contro la religione ed i troni.
Gli uni desideravano veder spenta
la somma autorità esercitata nel
pontificato del defunto dal celebre
e beuemeiito cardinal Ercole Con-
salvi segretario di stato, al quale
alcuni rimproveravano di aver te-
nuti lontani dal potere molti car-
dinali di merito, non che altri, e
non pochi uomini capaci di gover-
nare, e dotti nelle scienze ecclesia-
stiche; quelli che lo difendono di-
cono che il cardinal Consalvi ebbe
52 LEO
buone ragioni a tenere tale conte-
gno, per riflesso di varie circostan-
ze che a ciò lo costrinsero, e per
la massima che dalla più ristretta
circoscrizione del potere, ne deri-
vasse ordine e vantaggio, princi-
palmenle in un' epoca che per le
noie vicende tutto il governamenlo
civile ricevette un nuovo impasto,
e per l'ecclesiastico bisognò essere
indulgenti, e convenire in più con-
cordati con diversi sovrani. Non
pochi cardinali favorivano l'idea di
eleggere un Papa prudente e mo-
derato, che continuasse collo stesso
mezzo del cardinal Consalvi il me-
desimo sistema di governo e di
colitica ecclesiastica : tutti i cardi-
nali erano animati da mire saggie,
religiose, zelanti ed onorevoli, quan-
tunque diverse. 11 sagro collegio
diviso principalmente in due par-
titi, il primo composto d' italiani
pose gli occhi sul cardinal Antonio
Gabriele Severoli di Faenza, arcive-
scovo, vescovo di Viterbo e Tosca-
nella, già nunzio di Vienna, uomo pa-
cifico, cui qualcuno attribuiva nella
sua profonda religione e zelo eccle-
siastico, un carattere severo : a que-
sto partito apparteneva il cardinale
della Genga, che lo spirito de'ro-
mani designava per Pontefice nel-
la strofetta : Chi vuol che l'ordine
in tallo venga, preghi che scelgasi
il della Genga. 11 secondo compo-
sto d'italiani e stranieri era tutto
propenso pel cardinal Francesco
Saverio Castiglioni di Cingoli, pe-
nitenziere maggiore, che con petto
sacerdotale erasi opposto al gover-
no straniero, e distinguevasi per
acume di mente, dottrina ed al-
tre doti. A'21 settembre il cardi-
nal Albani in nome dell' Austria
die la Form ri le esclusione pel pon-
tificalo al cardinal Severoli, per-
LEO
che avendo avuto venlisei voli negli
scrutinii della mattina, temeva che
nella sera otterrebbe il ninnerò
de' voti suflìciente per l'elezione, che
allora dovevano essere trentalre,
corrispondente al numero di due
terzi del sagro collegio non com-
preso il candidato. Il sagio collegio
nella maggior parte restò malcon-
tento per tale colpo, ed il cardi-
nale Castiglioni che i cardinali
stranieri eiano impegnati di esal-
tare, in vece dei dieciotto voti
raccolti al mattino, n'ebbe solo
otto allo scrutinio e due all'accesso
della sera. Si narra che il cardi-
nal Castiglioni per l'eminenti sue
qualità avrebbe goduto il favore
anco del primo partito, se non si
fosse dichiarato ammiratore ed a-
mico riconoscente del cardinale
Consalvi.
I cardinali della parte inclusiva
italiana, ossia del primo partito, a-
vendo consultato il cardinal Seve-
roli escluso, su chi poteva proceder-
si all' elezione, e venendo da es-
so indicato il cardinal della Gengn,
fu accettato d'unanime consenso, e
nella mattina de'27 settembre eb-
be soli dodici voti, e tredici Va
sera ; quindi avendone raccolti tren-
taquattro con quello del francese
cardinal Clermont, che apparteneva
all'altro partito, nella seguente mat-
tina fu eletto Papa nello scrutinio,
nella cappella Paolina del Quirina-
le. Inoltre in questo n'ebbero uno
i cardinali Somaglia decano. Pacca
sotto decano, e Bertazzoli; due n'eb-
bero i cardinali Arezzo e Rusconi,
ed otto il cardinal Castiglioni che
nel seguente conclave fu Papa col
nome di Pio VITI {Fedi). Qui
noteremo che i cardinali che in
questo conclave ebbero in ogni
scrutinio i voti, furono Somagha,
LEO
clie giunse ad averne dodici, Pacca
cJie n'ebbe sino a cinque, Arezzo
che fu onorato sino a sette suffra-
gi, COSI de Gregorio; mentre Ca-
valchini ne ricevette sino a nove,
oltre i cardinali della Genga, Se-
veroli e Castiglioni. Tra i cardi-
nali che furono talvolta nominati
con voti, sono a rammentarsi Ca-
selli che n'ebbe sino a cinque, e
Rusconi che ne ricevette anche
otto : meno il primo giorno il car-
dinal Uertazzoli fu distinto sempre
con voti, i quali però non supera-
rono tre. Da questa indicazione si
può prendere un' idea , su chi
principalmente il sacro collegio ten-
ne di mira per la grande opera
dell'elezione. Seguita questa cano-
nicamente nella rispettabile persona
del cardinale Annibale della Gen-
ga, con quelle formalità che de-
scrivemmo all'articolo Elezione dei
sonimi Pontefici [Fedi), fu inter-
rogato se accettava: commosso il
cardinale eletto, non senza lagrime
rammentò ai cardinali la mal fer-
ma sua salute, e che eleggevano
un cadavere. Interrotlo da mol^
ti cardinali con incoraggimenti e
persuasioni, accettò il pontificato,
prendendo il nome di Leone XII,
per la divozione che nutriva per
san Leone I il JMagno. Rivolse
quindi cortesi parole al cardinal
Castiglioni , dichiarandogli essere
malcontento, che non si fosse ef-
fettuato il desiderio di Pio VII
che designava il Castiglioni per
successore col nome di Pio \1II,
e soggiunse, ch'essendo egli pie-
no d' infermità presto aviebbe a
lui lasciato il luogo, siccome veri-
fìcossi dopo la sua morte. Per ta-
li riflessi vuoisi che Leone XII
preferisse il nome che assunse a
quello del predecesiore, il quale
LEO 53
pili comunemente suole prendersi
dall'elettOj massime se dal defunto
ha ricevuto la dignità cardinali-
zia. Portatosi Leone XII nella
contigua sagrestia per deporre la
croccia e gli abiti cardinalizi, e
prendere coll'assistenza dei maestri
delle cerimonie i pontifìcii usuali,
fu di questi rivestito dai suoi fa-
migliari, cioè dai suoi conclavisti
Vincenzo Mariani nobile di Spo-
leto maestro di camera, e JNicola
Mocavini di Eonciglione cameriere,
nonché da \ incenzo Petrilli di
Piieti servo o baiulo : diede ad es-
si aiuto anche il sacerdote d.
Paolo Pericoli conclavista del car-
dinal Guerrieri amico dell' eletto,
cui serviva la messa, ed al presen-
te cameriere segreto soprannumera-
rio, e canonico Libeiiano, per be-
neficenza del Papa che regna. Ve-
stito coi detti abiti, Leone XII
ritornò nella cappella Paolina, ove
assiso nella sedia papale ricevette
dai quarantotto cardinali riuniti
in conclave la prima adorazione
di obbedienza.
Appena il cardinal Somaglia pei
primo, come decano, baciò il pie-
de, la mano, e ricevette l'amples-
so, fu da Leone XU dichiarato se-
gretario di slato; pel secondo fece
l'adorazione il cardinal Pacca, che
qual camerlengo di santa Chiesa mi-
se l'anello piscatorio al dito del Pa-
pa, il quale perchè vi fosse inciso
il proprio nome, lo consegnò a
monsignor Giuseppe Zucche prefet-
to dei cerimonieri pontifìcii; quin-
di gli prestarono l'adorazione tut-
ti gli altri cardinali. Dopo di aver-
la allo stesso Pontefice resa il car-
dinal Fabrizio Ruffo primo dell'or-
dine dei diaconi, questi col di lui
permesso dalla loggia del palazzo
Quirinale annunziò al popolo la se-
54 LEO
guila eiezione nella pei^son» del car-
dinal Annibale della Genga ch'erasi
imposto il nome di Leone XII: alle
acclamazioni del popolo fecero eco
le artiglierie di Castel s. Angelo,
e tutte le campane di Roma. Welle
ore pomeridiane il Papa col tre-
no nobile, avendo seco in carrozza
i cardinali Somaglia e Pacca, si
portò nella sagrestia della cappella
Sistina del Vaticano, passò ad essa
vestito degli abiti sagri pontificali,
e dai cardinali ricevette la secon-
da adorazione ; quindi in sedia ge-
statoria fu trasportato nella basi-
lica vaticana, dove dal sagro colle-
gio gli fu resa la terza , dopo la
quale per la prima volta dall'al-
tare papale Leone XII compartì
air immenso popolo l'apostolica be-
nedizione. Il Papa avea allora ses-
santatre anni, e dichiarò di essere
nato alla Genga feudo di sua casa,
rea si chiamò spolelinoje ritenne le
prefetture delle congregazioni della
sacra inquisizione, della visita ape-
stolica, e della concistoriale, secon-
do il costume de' suoi predecesso-
ri. A' 5 ottobre ebbe luogo nella
basilica medesima la solenne sua
coronazione, preceduta dalla ceri-
monia del bruciamento della stop-
pa, e della celebrazione della mes-
sa pontificale; il cardinal Ruffo pri-
llo diacono impose sul capo di
Leone XII il triregno nella gran
loggia di quel sontuoso tempio,
dalla quale il Pontefice diede la
papale benedizione con indulgenza
plenaria. Questo giorno Leone XII
lo segnalò col rinnovare il pio co-
stume introdotto da s. Gregorio I
il Magno, e seguito da altri Pon-
tefici, di alimentare dodici poveri
nel palazzo apostolico ogni giorno,
che di fri quente egli serviva a men-
sa colle proprie sue mani. Questo
LEO
costume Leone XII osservò in tutto
il suo pontificato con altrettanti
convalescenti degli ospedali, e nel-
r anno santo con dodici pellegrini,
presi, cornei precedenti, dall' arci-
confraternita della ss. Trinità dei
pellegrini. Più tardi l' arciconfra-
ternita ne mandò sei soltanto, e gli
altri sei li mandarono i parrochi
di Roma alternativamente ; in man-
canza degli uni o degli altri si pren-
devano i poveri delle pubbliche
strade. Oltre i dodici individui era
commensale un sacerdote stabile ,
mentre altro leggeva. Dopo il pran-
zo ricevevano una medaglia di ot-
tone benedetta, e di argento quan-
do li assisteva il Papa, giacché le
altre volte prestava assistenza alla
mensa il prelato elemosiniere, ch'è
sempre arcivescovo in partibus. Nel
giorno precedente, nel cortile di
Belvedere, Leone XII fece distri-
buire un paolo ad ogni povero
che vi accorse; fece rilasciare tutti
i pegni ch'erano al monte di pie-
tà dal primo gennaio sino ai sette
paoli ; distribuì cento doti di scudi
trenta l'una ad altrettante zitelle,
ed alle concorrenti che non erano
uscite al bussolo fece somministra-
l'e cinque scudi per cadauna; inol-
tre volle che si dispensassero co-
piosi biglietti per pane e carne alla
classe indigente, e diminuì alcuni
dazi. Emanò poscia diverse prov-
videnze, che dimostrando la sua
giustizia , fermezza e sollecitudine
paterna, riempirono i popoli delle
pili liete speranze.
Leone XII conferì al cardinal
Severoli la carica di pro-datario, e
confermò in quella di pro-segre-
tario de' memoriali il cardinal Gal-
leflì: per camerieri segreti parteci-
panti dichiarò i monsignori Gio-
vanni Soglia ora cardi uale, Carlo
LEO
Cazzoli, Vincenzo Martanl già suo
conclavista, e Luigi Frezza poi car-
dinale: il primo colla qualifica di
coppiere, il secondo di segretario
d'ambasciata, il terzo con quella di
guardaroba . Nominò primo aiu-
tante di camera, Nicola Mocavini
già suo cameriere conclavista, con-
fermando per secondo, giusta il co-
stume, Giuseppe Moiraghi, già pri-
mo di Pio VII. Il suo caudatario
d. Luigi Fausti lo confermò nel-
l'ufliziOj facendolo cappellano segre-
to, e tale dichiarò pure d. Vin-
cenzo Conti già suo segretario : il
novero degli altri famigliari di Leo-
ne XII si legge nelle annuali
JSoiizie di Roma del i824- Con-
cesse i solili diecimila scudi d' oro
ai conclavisti, coi consueti privile-
gi, ed ai conclavisti ecclesiastici
l'annua pensione di scudi quaran-
ta. A' l'è ottobre si recò d'improv-
viso all'ospizio apostolico di s. Mi-
chele a Ripa, come poi fece in molti
pubblici stabilimenti,, per renderne
il servigio più attivo e vigilante :
volle vedere ogni parte di quel
grandioso ospizio, non eccettuate le
cucine e le dispense, e prese i più
minuti ragguagli sull'andamento di
esso ospizio. Nel primo concistoro
de' 27 novembre ringraziò il sagro
collegio di sua esaltazione. Pochi
giorni dopo la coronazione di Leo-
ne XII, giunse in Pioma la notizia
che le armi francesi comandate dal
delfino Luigi duca d' Angouleme
avevano represso i ribelli spagnuo-
li, riportate diverse vittorie, e li-
beralo Ferdinando VII re di Spa-
gna: il Papa sebbene non avesse
preso ancora possesso della basilica
lateranense, si recò in quel tempio
a rendere grazie a Dio, insieme al
sagro collegio, essendo tali trionfi
utili alla religione, accompagnato iu
LEO 5^
carrozza dai cardinali Bardaxy spa-
gnuolo, e Clermont-Tonnerre fran-
cese ; intuonò il Te Deum, e col
ss. Sagramento die la benedizione.
Nelle chiese di s. Luigi de' france-
si, ed in quelle di s. Giacomo e di
s. Maria di Mon serra lo si fecero
altri rendimenti di grazie a Dio,
ed alla prima v'intervenne il Pa-
pa, mentre il ministro di Spagna
iu Roma cav. Vargas celebrò il
lieto avvenimento con splendide fe-
ste, e dispensa di generose limo-
sine.
Le prime cure di Leone XII
furono dirette all' estirpazione dei
malviventi nelle provincie di Ma-
rittima e Campagna, che descrivem-
mo all'articolo Frosinone ( Fedi)j
e per le disposizioni prese sugli
israeliti, massime di Roma, ne trat-
tammo all'articolo Ebrei [Vedi). 11
cardinal Antonio Pallotta favorito
dal cardinal Severoli, fu nominato
per la sua energia e zelo, legato a,
lalcre contro la malvivenza, come
governatore delle provincie di Ma-
rittima e Campagna; disgraziata-
mente le misure prese furono disap-
provale, ed i cardinali Pacca e de
Gregorio s'interposero per la sua
rinunzia. Nei primordi del pontifi-
cato istituì la congregazione di sta-
to composta di cardinali dei loro
tre ordini, ma non ebbe lunga du-
rata; dappoi fece vicario di Roma
il cardinal d. Placido Zurla. In-
tanto il Papa cadde gravemente
infermo, si tenne per certa la sua
morte , e nella vigilia di Natale
prese dalle mani del cardinal Gal-
leffi il ss. Viatico; la sua guari-
gione prodigiosa si attribuisce in-
teramente alle orazioni del ven.
Vincenzo Maria Strambi, già ve-
scovo di Macerata e Tolentino ,
della congregazione de' passionisi),
56 LEO
che siccome antico e tenero amico
del Pontefice, questi avea chiama-
to in Roma, e data abitazione
presso di lui nello stesso palazzo
Quirinale, ov'era restato dopo la
sua elezione. Il servo di Dio offrì
Ja sua persona e vita al Signore,
invece di quella del capo della
Chiesa, fu esaudito prontamente, e
dopo otto giorni morì, come am-
piamente è dimostrato nel cap. XII
della Fila del ven. servo di Dio
monsignor Fince.nzo Mafia Stram-
bi, del p. Ignazio del Costato di
Gesù, lloma i844- '^ Papa gli die-
de in successore al vescovato il
conte Francesco Teloni di Treia,
già suo vicario generale in quello
di Senigallia.
Appena Leone XII migliorò, si
accinse con tutto l'impegno e mi-
rabile attività alle cure del mondo
cattolico; ed a chi talvolta il con-
sigliava di pi endere qualche sollie-
vo e riposo, soleva rispondere, che
la vita è breve, e che conviene
usar bene il tempo e profittarne.
In seguito per le istanze del re di
Francia nominò amministratore del-
la diocesi di Lione, che il cardi-
nal Fesch non volle rinunziare,
monsignor Giovanni de Pins ve-
scovo di Limoges. Quindi volle ve-
dere il cardinal Consalvi che al-
lontanato dagli affari, con la cari-
ca di segretario de" brevi, stava in
Porto d'Anzo per curare la logo-
rata sua salute : egli prontamente
si portò dal Pontefice die tratle-
nendolo un'ora, lo consultò su molti
e gravi affari, sì politici che reli-
giosi. Leone XII si trovò soddisfat-
tissimo delle risposte di quel gran-
d'uomo, gli offrì la carica di pre-
fetto della congregazione di propa-
ganda y/f/cj dichiarandosi lieto per
l'accettazione; giunse pure a dirgli
LEO
che Pio VII era stato mille volte feli-
ce di possedere un sì grande mi-
nistro, ma che la medesima buona
sorte non poteva essere a lui co-
mune, e che avrebbero in seguito
lavorato spesso insieme. Dal canto
suo il cardinal Consalvi fu conten-
tissimo dell'accoglienza e delle con-
fidenze del Pontefice, il quale nulla
disse sulle mortificazioni da lui ri-
cevute allorché il predecessore l'in-
viò a Parigi, mentre il cardinale
già vi si trovava accreditato pres-
so tutti i sovrani ivi allora riuni-
ti. Il colloquio fu della piii alta
importanza per le interrogazioni che
Leone XII fece al cardinale, su
molti rilevanti argomenti, e per le
franche e sapienti risposte del car-
dinale. Si narra che il cardinale
avvertisse dover la segreteria di sta-
to scrivere poco e bene; procurare
l'aumento dell' intima amicizia del
re di Francia, che tante prove avea
già date al Papa di affezione, par-
ticolarmente a vantaggio de' catto-
lici d'oriente; parlò sull'ospitalità
da darsi alla fannglia Bonaparte,
per la quale le corti Borboniche
erano contrarie, altre favorevoli per
le parentele; della celebrazione del
giubileo universale; sui vescovati
dell'America meridionale, concilian-
do i doveri del pontificato con l'a-
micizia personale che il re di Spa-
gna aveva per lui ; usare sulla Rus-
sia una perenne vigilanza per le
idee di riunione de' greci e de' la-
tini, mentre il ravvicinamento della
Chiesa greca alla latina tornerebbe
utilissimo alla Russia, e compireb-
be l'incivilimento di quel vasto
impero; sperare che l'emancipa-
zione de' cattolici nell' Inghilterra,
per la quale tanto avea faticato in
Londra, si effettuerebbe nel di lui
pontificato ; fece elogio degl' impig-
LEO
gati delle materie ecclesiastiche di
Roma, ed invocò la di lui genero-
sità a prò loro. IMa la gioia pro-
vata dal cardinal Consalvi per si
solenne benevola dimostrazione di
un Papa che doveva riguardare
alieno da lui, gli cagionò un rad-
doppiamento di febbre, e portò agli
estremi la preziosa di lui vita: in
questo penoso stalo avvisato dal
cav. Italinski ministro di Russia
presso la santa Sede, che l' impe-
ratore Alessandro I avea l' inten-
zione di visitare Roma, il cardinal
pregò il ministro ad annunziar su-
bito la notizia al Papa. Questi pe-
rò mentr'era convalescente e de-
bole, fu estremamente addolorato
dal sapere in pari tempo essere il
cardinale agli estremi della vita ,
come ancora la propria sorella Cate-
rina IMongalli da lui dichiarata prin-
cipessa e teneramente amata. 11 car-
dinal Consalvi morì a' 24. gennaio
1024, e fu onorato dalle lagrime
di Leone XII, da quelle dell" im-
menso numero de' suoi ammirato-
ri, dal silenzio de' suoi nemici, e
dal dispiacere dell'intera Roma. /^.
CossALVi Ercole, Cardinale. 11 car-
dinal Albani fu nominato alla sua
carica di segretario de' brevi pon-
tificii. Le guardie nobili i^Vedi)^
ebbero nuova organizzazione bene^
fica e regolare.
Il Concordato Ira Pio VII e
Giorgio re d'Annover [Vedi), ven-
ne stipulato a' 6 marzo 1824 da
Leone XII col barone di Reden ,
per l'ordinamento cattolico del re-
gno d'Annover. A' i3 di detto
mese morì in Roma Maria Luigia
già regina d'Etruria, infanta di Spa-
gna, duchessa di Lucca, compianta
per le sue virtù a tutti note in
R.oraa per la lunga residenza fat-
tavi, ed il Papa pose a disposizio?
LEO 5j
ne la chiesa de' ss. Apostoli pei so-
lenni funerali. In questo tempo vi-
sitarono la capitale del cristianesi-
mo quattro piincipi reali, cioè i
figli dei re di Svezia, di Prussia,
di Baviera e de' Paesi-Bassi, tre dei
quali oggi sono altrettanti re. A'3
maggio 1824 Leone XII pubblicò
la consueta enciclica, che sogliono
mandare a tutto il coipo episco-
pale 1 romani Pontefici dopo la
loro assunzione al pontificato. Nel
medesimo giorno tenne il Papa con-
cistoro de' vescovi, e fece in esso
la sua prima promozione di car-
dinali, cioè Gio. Ballista Bussi ro-
mano uditore della camera, e Bo-
naventura Gazola di Piacenza, mi-
nor riformato, vescovo di Monte-
fiascone e Corneto; indi a' 17 del-
lo stesso mese restituì all' inclita
compagnia di Gesù il Collegio ro-
mano [P'edi), ed istituendo il Col^
Icgio de' Nobili (Vedi)^ ne aflldò
la cura ai medesimi gesuiti. Già
Leone XII avendo ripreso le sue
forze fisiche, il suo zelo instancabile
non conosceva più né limiti, né
requie ad utilità della Chiesa uni-
versale e dello stato pontificio, mi-
gliorandone l'amministrazione eoa
riforme concepite con rettissime in-
tenzioni. R.Ì formò le spese del pa-
lazzo apostolico, ed aumentò gli o-
norari di alcuni della Famiglia
pontificia, al modo che dicemmo
in quell'articolo; e con eroica gè-»
nerosità limitò i pi'oventi devoluti
al mantenimento di sua sacra per-
sona. A' 27 maggio pubblicò la
bolla per celebrare V Anno santo
XX [Vedi), dopo aver superato gli
ostacoli, e provveduto alle cose, se-
condo i tempi ; questa pubblicazio-
ne riempì il cristianesimo di reli-
giosa consolazione, ed i romani di
divoto entusiasmo. Ai 3i poi dello
58 LEO
slesso mese Leone XII emanò una
bolla, diretta al clero e popolo ro-
mano, con la quale pubblicò la vi-
sita apostolica di tulle le chiese e
luoghi pii di Roma, e ch'egli stes-
so avrebbe aperto nella basilica la-
terauense il giorno del suo posses-
so, dichiarandosene prefetto, e no-
minandone presidente il cardinal
Zurla vicario di Roma. Inoltre il
Papa invitò i patroni delle chiese
e luoghi pii a restaurarli ed ab-
bellirli, e con diverse chiese e luo-
ghi pii fu egli che concorse alle
spese, massime con l'antica sua chie-
bd arcipretale della basilica Libe-
riana, per gl'importanti restauri
che vi eseguì, e pel magnifico fon-
ie battesimale che vi eresse, e poi
benedì, come abbiamo detto nel
\ol, XII, p. 126 del Dizionario.
in quanto alle beneficenze pratica-
te da Leone XII con altre chiese,
solo ci limiteremo dire quanto fece
alla patriarcale basilica lateranen-
se. Fece restaurare tutti i mosaici,
tanto del batlistcrio di s. Giovan-
ni in Fonte, quanto quelli della
basilica. Fece un parato sacro in
quai lo, paonazzo, di lama d' oro.
Diede i cristalli per le finestre , e
scudi seimila pei restauri del tem-
pio, per cui in tutto spese circa
■ventiquattromila scudi. Dipoi Leone
XII ollenne da Carlo X re ili Fran-
cia a favore del capitolo lateranen-
se l'annua pensione di ventiquattro
mila franchi , in compenso della
perduta abbazia di Clairac; però
dopo la rivoluzione di Francia del
i83o il capitolo non ne ha più
fruito. Per la quiete di Romagna,
il Pontefice nominò legalo di Ra-
venna il cardinal Agostino Riva-
lula, personaggio fornito di emi-
nenti qualità. Finalmente a' i3 giu-
gno prese il solenne possesso delia
LEO
basilica lateranense: di questa fun-
zione ne trattai al voi. VIII, p. i 7 i
e seg. del Dizionario. Qui dirò
delle cose principali di quella di
Leone XII, che desumerò da una
dettagliata descrizione che a quel-
1 epoca feci, avendo onorata la fun-
zione di sua presenza il corpo di-
plomatico, il duca Carlo Augusto
di BrunsAvick, oltre molti ragguar-
devoli personaggi.
Avendo Leone XII stabilito re-
carsi a prendere possesso della pa-
triarcale basilica lateranense nelle
ore pomeridiane de! giorno in cui
correva la festa della ss. Trinità,
ad esempio dei suoi predecessori
emanò diverse beneficenze in pre-
cedenza. Fece pertanto distribuire
dall' elemosineria apostolica copio-
sissima quantità di pane ai pove-
ri ; dalla tesoreria cento doti di
scudi trenta 1' una a zitelle , che
avessero il partito pronto per ma-
li tarsi, e fossero prive di altre do-
ti ; dal vicariato cento sussidii o-
gnuno di scudi dieci per ecclesia-
stici poveri, per l'acquisto di libri
sacri ; dal monte di pietà la resti-
tuzione degli oggetti impegnati non
eccedenli i paoli cinque; condonò
tutte le multe di bollo e registro,
e le incorse per successioni, ben-
ché eccedenti in complesso scudi
centomila; altrettanto ordinò per
altre multe di qualunque ramo e
valore, riguardanti il pontifìcio era-
rio, ti anne le tasse dovutegli ec. ;
lilialmente condonò l' intero debito
che avevano col medesimo erario
le comunità delle delegazioni apo-
stoliche di Ancona, Macerata, Fer-
mo, Ascoli, Camerino, Pesaro e Ur-
bino, per la non completa leva dei
sali dal gennaio 182 1 a tutto di-
cembre 1823 in cui fu tolta, ec.
Il Papa amando la residenza del
LEO
Valicano, vi si portò ad abitarlo
a' 7 maggio ; ciò ebbe per quell'iin-
nienso palazzo ed annessi magnidoi
stabilimenti felici conseguenze, per-
chè vi si ristabib la residenza pon-
tificia, vi restò Leone XII finché
visse, e poscia ne imitò l' esempio
il regnante Gregorio XVI, somma-
mente benemerito del palazzo, degli
stabilimenti e di quelli accresciuti
e per fama notissimi. In quanto ai
grandi vantaggi che ne derivarono
da questa ripristinata residenza nel
Vaticano, ed ai suoi sontuosi con-
tigui slal)ili(nenli per grandiosi ri-
slauri ed abbellimenti, ne parlere-
mo all'articolo Palazzo apostolico
vaticano; mentre di quelli che ne
provennero al Borgo e Città Leo-
nina, lo dicemmo a quegli articoli.
Il possesso dunque di Leone XII
fu preso da lui in questo modo.
Allo sparo del cannone, e ad ore
vent'una di detto giorno, uscì dal
palazzo Quirinale il treno, giacché
ivi dopo la cappella erasi portato
il Papa dal Vaticano. Precedevano
i pontificii dragoni ed i carabinie-
ri pontificii, e seguivano pine a ca-
vallo , il battistrada, il soprainlen-
deute delle scuderie papali col mae-
stro delle medesime, le guardie no-
bili, i camerieri di onore del Pa-
pa, sì di spada e cappa che in
ubito paonazzo , il capitano della
guardia svizzera, monsignor Ber-
iietti governatore di Roma avanti
la croce pontifìcia sostenuta da mon-
signor crocifero pure a cavallo. In-
di procedeva la carrozza nobile col
Pontefice, e i cardinali Somaglia
e Pacca, col seguito delle guardie
nubili, carabinieri, dragoni, carroz-
ze palatine e cardinalizie. Il tre-
no in mezzo a folto ed acclaman-
te popolo percorse le vie che
dal palazzo conduce a santa Ma-
LEO 5:.)
ria INIaggiore, ed alla piazza Latc-
lanense.
In questa Leone XII ricevette
dal principe d. Paluzzo Altieri se-
nature di Pioma furmalmente l' o-
maggio delle proteste di fcdeltà ed
obbedienza del senato e popolo
romano. Alla porta principale della
basilica smontò il Papa dalla car-
rozza, e fu ricevuto da quel clero,
alla testa del quale si pose il car-
dinal delia Somaglia suo arciprete,
quindi ebbero luogo tutte le con-
suete cerimonie sagre. Le parole
del senatore, la risposta del Pon-
tefice, l'orazione del cardinal So-
maglia, le quattro iscrizioni com-
])Oste da Francesco Cancellieri , e
collocate in vari luoghi della ba-
silica, si leggono nel immero 48
del Diario di Roma. Mentre il Pa-
pa era nella cappella del ss. Cro-
cefisso a venerare, coi cardinali e
gli altri che hanno luogo nelle cap-
pelle pontificie, la ss. Eucaristia de-
corosamente esposta ; e terminatosi
dai cappellani cantori l' inno Te
Deiim j il cardinal arciprete nel
lato dell'epistola cantò i versetti
e l'orazione. Deus omnium vìsila-
tor, relativi all'apertura della sagra
visita, intimata come dicemmo da
Leone XII per detto giorno. Do-
po aver dato il Papa termine alla
funzione colla sulenne benedizione
che comparti dalla gran loggia la-
teranense al foltissimo popolo che
lo acclamava , in sedia gestatoria
ili trasportato nella camera de' pa-
lamenti o sagrestia della basilica,
dove commise al cardinal Zurla vi-
cario di Roma e presidente della
sacra visita apostolica, il prosegui-
mento degli atti dell' apertura della
medesima, il quale il cardinale ese-
guì nella mattina seguente. Quindi
Leone XU parli dalla basilica, pas-
Go LEO
sì) tra gli evviva di gioia dei ro-
mani al Quirinale, donde fece ri-
torno al palazzo vaticano. La me-
daglia coniata pel possesso, e di-
stribuita dal Ponlefìce sedente ia
trono ai cardinali nella tribuna la-
teranense, facendo tal distribuzio-
ne le veci dell'antico presbiterio, fu
incisa da G. Cerbara. Da uu lato
rappresentò il Papa in mozzetla e
sloia, con l'epigrafe in giro: leo xii
PONT. MAX. Ali. I. Nel rovescio il cali-
ce, il triregno, le chiavi, in significa-
to tiella creazione, coronazione e pos-
.vesso pontificio, insegne iliuniinatedai
raggi dell'occhio Iriiingolare, simbolo
dell'eterna Sapienza, che sovrastava
tali emblemi. Inoltre eravi questa i-
scrizione : EtECT. coROiv. poss. xxviii.
V. XIII. SErX. OCT. JUN. MDCCCXXIII.
MDCccxxiv, corrispondenti alle tre
«poche nominale. Esistendo nel lo-
cale degli antichi e pubblici gra-
nari a Termini, un deposito di
mendicanti postovi da Pio Vii per
liberare Roma dagli oziosi accat-
toni, Leone XII pensò farne una
casa d'industria per dare lavoro
ai poveri; a tale eifetto ne visitò
il locale, e con un njoto- proprio
stabili le cose per regolare lo sta-
l)ilimento, <;he poi prese forme più
stabili , ed ora è ia pia casa od
ospizio di s. Maria degli Angeli.
Con piacere ricordò poi la memo-
rata visita, e l'emanato moto-pro-
jtrio, dimostinndo quanta parte a-
xeano i poveri nel suo cuore ; anzi
l)er conoscerne i loro veri bisogni,
e [irovvcdcie ponderatamente senza
disordine al grave argomento, cre-
deva indis[)ensabile di ripristinare in
i'ionia le auliche maestranze, ossia-
no Unwersiià arlistiche [Vedi). Pru-
denti e vantaggiose istituzioni ch'e-
gli avea veduto anche in Germa-
nia giustamente riguardarsi come
LEO
l'occhio ed il braccio del governo,
per condurre e mantenere i popo-
li nell'abitudine dell' industria mo-
rale della religione.
Leone XII portò quindi la sua
vigilanza persino alla celebrazione
delle pontificie funzioni, accrescen-
done il decoro in diversi modi, e
col contegno esemplare ch'esigeva
da lutti quelli che vi avevano luo-
go, che sorvegliava col suo occhio
linceo : nella cappella Sistina del
Vaticano fece fare una muta di
candellieri con sua croce, di me-
tallo inargentalo, ed ai penitenzie-
ri vaticani , che intervengono ai
pontificali ed altre principali l'un-
zioni che celebra il Pontefice, do-
nò a cadauno tre pianete di da-
masco con trine d'oro, una bian-
ca, l'altra rossa, la terza paonazza.
IN'el giovedì e venerdì santo rijiri-
stinò i pranzi dei cardinali. In que-
sto tempo il re delle due Sicilie
Ferdinando I inviò a Roma il p.
Porta da Cuneo cappuccino , ve-
scovo di Termopoli iti parlibus e
suo confessore, per determinare il
governo pontificio a desistere sulla
questione dell'antico tributo della
Cìiinea [Fedi), e relativa solenne
protesta che il Papa faceva nel
giorno della festa di s. Pietro, co-
me tuttora prosiegue. Ed il Ponte-
fice credette bene spedire a Napoli
il p. Lodovico Micara da Fiascati,
cappuccino e predicatore apostoli-
co, suo aulico amico, per chiedere
al re spiegazioni piri estese. In di-
versi tempi Leone XII spedì per
importanti affari in Baviera, Vien-
na e Milano il conte Tiberio Tro-
ni già suo uditore in tutto il lun-
go tempo che amministrò gli affari
ecclesiastici di gran parte della
Germania, ed in segno di ulìetto
e di verace stima \o decorò dei
LEO
nobilissimo ordine di Cristo, dichia-
randolo di esso cavaliere. Leone
XII incaricò il medesimo conte
Troni dell'acquisto da Ini fatto in
Venezia, della sceltissima raccolta
contenente le più squisite edizioni
delle opere risguardanti le belle
arti, già di proprietà del conte Ci-
cognara, raccolta che il Papa riunì
alla biblioteca vaticana.
In quest' epoca l'abbate La Men-
nais fu presentato a Leone XII, ed
al cardinal Somaglia, il quale di-
mostrò qualche propensione per lui,
a cagione de' suoi talenti e fama
eli' erasi procacciata, sebbene i teo-
logi romani sino d'allora facevano
gravi rimarchi alle sue opinioni e
dottrine : breve fu la sua dimora
nell'alma città. Frattanto lo zelo
del Papa per l'amministrazione del-
la giustizia, la sua salutare severità, e
la vigilanza che portava su di tutto,
sempre più gli procacciò l'amore
del popolo ; visitò di persona ed
all'improvviso anche le prigioni,
per osservare il loro trattamento e
fargli sperimentare tratti di clemen-
za, massime pei detenuti per de-
biti che pagandoli li liberò; pre-
miò il diligente servizio, minac-
ciando i trascurati : quindi punì
l'appaltatore delle milizie, con la
multa di mille quattrocento novan-
tasei scudi, pel cattivo pane che
somministrava loro, e che un sol-
dato avea dato allo stesso Papa,
che perciò fu da lui ricompensato,
e la multa venne divisa tra i dan-
neggiati. Leone XII riceveva con
piacere le informazioni ed i consi-
gli che potevano istruirlo per pu-
nire, premiare e provvedere. Il suo
scrittoio era perciò pieno d'avvisi,
di querele, di denunzie e di pa-
reri. Nella cappella Sistina il dì
primo d'agosto il Papa consacrò
LKO fu
vescovo di IMenfì Abramo Cha-
sciour di Taafa, alunno del collegio
Urbano, il più grande impostole,
che poi ricevette la punizione che
si meritava : sagacemente lu dato
a lui per compagno il degno ed
accorto p. Luigi Canestrari de' mi-
nimi paolotti, il quale discoperto
l'inganno, operò in modo che l'in-
degno vescovo non evitasse il castigo.
Allorché Chasciour airivò in Egit-
to il viceré Mehcmet-Alì voleva
punire il suo intrigo con Dirlo mo-
rire, e solo lo abbandonò all'esilio
per la venerazione che nutriva pel
Papa, e per la protezione che spie-
gò il console francese Drovetti, per-
chè la congregazione di propagan-
da fide avea munito Chasciour d'u-
na commendatizia dell' ambasciato-
re di Francia. Il p. Canestrari ri-
condusse l'impostore in Roma, il
quale dopo accurato processo fu
formalmente degradato, e condan-
nato a perpetua prigione ; il p. Ca-
nestrari nel seguente anno fu pre-
miato col vescovato di Montalto
che ottimamente governa ; e mon-
signor Capraiio segretario della
congregazione di propaganda, che
pel gran zelo della propagazio-
ne della fede erasi illuso, e la-
sciato sorprendere dall'impostore,
ad onta dei conforti che ricevette
dal Pontefice, restò dal grave dis-
piacere sconcertato nella salute. Nel-
lo stesso mese di agosto Leone XII
fece dare nelle principali piazze di
Roma le sante missioni per pre-
parare i romani a degnamente ce-
lebrare l'anno santo; egli interveu'
ne ad alcuna di dette prediche, e
nell'ultimo giorno pertossi alla mis-
sione che facevasi in piazza Navo-
na ; l'udì dal balcone dell'apparta-
mento abitato dal ministro russo
cav, Italinski , e da esso balcone
62 LEO
hened'i il follo popolo. Ai 27 set-
tembre dell' islesso anno 1824 Leo-
ne XH, dopo aver nel concistoro
provveduto a vari vescovati, fece
la seconda promozione di tre car-
dinali, elle furono : Carlo Gaetano
Gaysruk di ClangenfLirt arcivesco-
TO di Milano; Patrizio da Silva
romitano di s. Agostino, di Leira,
arcivescovo d'Evora; e Carlo Fer-
rerò della Marmora di Torino, già
vescovo di Saluzzo.
Le insurrezioni dei sudditi di
Spagna essendosi consolidate nel-
l'America, il governo di Colombia
inviò a Pioma Ignazio Texada, in-
caricato di chiedere al Papa dei
•vescovi e de' vicari apostolici. Il
cav. Vargas divenuto marchese
della Costanza, domandò a Leone
XII, che Texada fosse rimandato
da Pioma. II Texada adottò qual-
che prudente temperamento, ed il
Vargas nell'anniversario della co-
ronazione del Pontefice, alla testa
del corpo diplomatico pronunziò
fdla sua presenza una tenera e fi-
liale allocuzione ; cui Leone XII
rispose, ch'era commosso dai voti
delle corti, ed assicurolle che niu-
iia potea dubitare del suo zelo
pei più solidi vantaggi del cristia-
nesimo e per la pace universale.
In questo tempo pianse Leone
XII la morte di Luigi XVIII re
di Francia, e si consolò deli'assiui-
zione al trono del di lui fralcllo
il conte d' Artois, che prese il no-
me di Carlo X; poscia nella cap-
pella pontificia suffragò l' anima
del defunto. Morì ancora il caidi-
ual Severoli, che vuoisi esercitasse
qualche influenza sull'animo del
Papa, onde si disse che d'allora in
poi Leone XII si governò da sé.
Fece perciò prò datario il cardinal
Pacca, camerlengo di s. Chiesa il
LEO
cardinal Gulefli, e segretario dei
memoriali il cardinal Guerrieri. A.
voler impedire le frequenti liti, i
ferimenti, le uccisioni, e lo scialac-
quo prodotto dagli intemperanti
bevitori di vino, il Papa fece por-
re alle pubbliche bettole venditrici
di solo vino alcuni cancelletti di
legno, acciò il popolo si provvedes-
se del vino, ma non vi si fermas-
se a gozzovigliare a danno della
pi-opria famiglia e salute, ed a
prender lite pel giuoco funesto
delle passatelle, fomite di tanti
ammazzamenti. Il popolo basso
mormorò, i saggi benedirono il
provvedimento; e la fermezza di
Leone XII vinse ogni ostacolo, e
fece rispettare i suoi ordini : le
felici conseguenze di questi , ed i
vantaggi che ne derivarono, piena-
mente giustificarono la misura pre-
sa, ad onta delle critiche che mol-
li fecero a tal temperamento. Se-
gui quindi 1' ordinamento cattolico
della Polonia e della P>.ussia, me-
diante una convenzione, per le
bolle degli arcivescovati e vesco-
vati in punto di tasse ; e nel set-
tembre il Pontefice istituì la Con-
gregazione degli studi i^Vedi), no-
minandone prefetto il cardinal
Bertazzoli. Quindi dichiarò visitato-
ri apostolici delle pontificie univer-
sità di Perugia, Camerino, Mace-
rala e Ferme, il p. abbate d.
Mauro Cappellari camaldolese, e
l' avvocato concistoriale Teodoro
Fusconi , e gli inviò alle mede-
sime università per riordinarne e
migliorarne i metodi dell'insegna-
mento. Dipoi Leone XII visitò
r Unii'ersità Romana [Fedi), ec-
citò i professori a prestare con ze-
lo l'opera loro, aumentando il loro
onorario : ivi istituì i due collegi
filusollco e filologico , oltre il col-
LEO
legio medico chirurgico da lui
ampliato. Mentre poi una sera nel
palazzo Massimi all' Araceli, resi-
denza del cardinal Bertazzoli pre-
fetto della congregazione degli studi,
alla presenza dei cardinali compo-
nenti la medesima, tenevasi un
esperimento dell'istruzione che ri-
cevono in Roma i sordo-muli , il
Papa divisò di farvi un'improvvisa-
ta. Acciocché niuno penetrasse la co-
sa , dopo un'ora di notte, copren-
dosi il capo con cappello nero ec-
clesiastico, ed in compagnia dei
camerieri segreti i monsignori Al-
tieri e Barbolani, con la carrozza
del primo si portò nelle camere
del cardinal Bertazzoli. Non è a
potersi ridire qual piacevole sor-
presa recasse ai cardinali e agli
altri l'inaspettata di lui comparsa,
e quanta consolazione ed incorag-
gimento die agl'infelici sordo- muti,
sia con tale alto, sia col dono di
alcune medaglie d'argento che di-
spensò loro, sia con le beneficenze
di cui fu poscia largo. Monsignor
Altieri , ora cardinale e pro-segre-
tario de'memoriali, con lodevole di-
•visamento, a memoria perenne del
ricevuto onore, e dello zelo di Leone
XII per tal classe di persone, dal
pittore romano cav. Conca fece rap-
presentare in un quadro il punto
in cui il Papa ascende nella sua
carrozza ; il quale quadro si vede
nel di lui palazzo di Roma. Alla
celebre accademia d' Arcadia accordò
Leone XII la promoteca Capitolina,
onde tenervi le più solenni adunan-
ze. Già quest' accademia ne avea
celebrato l'esaltazione al pontifica-
to con opuscolo pubblicato con le
stampe del Salviucci, ove si legge
l'acclamazione di monsignor Loreto
Santucci custode generale d' Arca-
dia, il quale per andar l'accademia
LEO 63
superba di contare ne' propri fa-
sti nove Papi che si degnarono
velare sotto pastoral denominazio-
ne la doppia maestà di monarca,
promulgò che Leone XII sarebbe
conosciuto, onorato e venerato tra
gli arcadi, sotto la pastorale deno-
minazione di Leopistate Cecropio ^
cioè di Leone capo de fedeli, poS'
sedilore delle campagne di Alene
celebri in Grecia per tanti prodi-
gi d'arte e d'ingegno, e simbolo
di que'venturosi successi che il suo
gran senno andava maturando a
prò delle buone lettere, delle utili
scienze, del moral costume, della
santa religione. Indi il custode a-
vendo invitato i pastori a far
plauso al Pontefice, pel primo il
cardinal Pedicini disse un ragiona-
mento, in cui si parla della fami-
glia della Genga, e delle notizie
di Leone XII dalla nascita sino
a quel punlo.
Con la lettera apostolica Su-
per universani soppresse alcune Par-
rocchie di Roma {Vedi), altre ne e-
resse. A' 2 1 ottobre di quest'anno
1824 si portò a Castel Gandolfo, vi-
sitò la chiesa principale^ indi passò
ai cappuccini di AlbanOj e nel loro
refettorio gli ammise a mensa col
p. Micara loro ministro generale,
monsignor Nicolai , e diversi indi-
vidui di sua corte, ritornando ifB
Roma la sera. Leone XII fece
pubblicare il moto-proprio sulla
riforma dell' amministrazione pub-
blica, della processura civile^ e
delle tasse giudiziarie; lavoro di
esperti e dotti giureconsulti , che
incontrò l'aggradimento del popolo.
A'20 dicembre il Papa in conci-
storo creò vari vescovi, e fece la
terza promozione di due cardinali,
il primo fu Pietro Inquanzo Kibe-
ra spagQuolo, arcivescovo di Tole-
64 LEO
(In; il secondo fu il p. Lodovico
Rlicara di Frascati minislro gene-
rale de' cappuccini e predicatore
apostolico, che non pubblicò riser-
bandolo in petto, al presente de-
cano del sacro collegio. Finalmen-
te a'24 dicembre Leone XII apri
solennemente la porta santa della
basilica vaticana, e die incomincia-
nienlo al tanto contrastato giubi-
leo, colla massima tranquillità, ad
onta dell' immenso numero degli
spettatori che portaronsi a vedere
l'apertura delle porte sante, delle
quali parlammo nei voi. Vili, p.
202 e seg., e XII, p. 201 e seg.
del Dizionario, compresa quella
della basilica di s. Paolo, sebbene
distrutta questa dal terribile incen-
dio del luglio 1823. Terminata la
funzione, Leone XI l colmo di pia
soddisfazione, nello spogliarsi dei
paramenti pontificali si lodava del
i)uon ordine com'erano procedute
le cose, coi cardinali diaconi assi-
slenti, ed allora uno di questi,
l'affettuoso e lepido cardinal Vido-
ni, graziosamente rispose : Santo
Padre, unallra volta saremo piìt
pratici j con che venne a fare al
Papa ed a sé l'augurio di vivere
almeno altri venticinque anni, es-
sendo tale il periodo intermediario
dalla celebrazione di un anno san-
to all'altro, sebbene nel 1800 non
erasi potuto celebrare a cagione
delle vicende politiche.
Nell'anno santo Leone XII die
splendido esempio di pietà nelle
opere in cui si esercitò, e di ge-
nerosità ed amorevolezza con cui
accolse i forestieri, fra' quali il re
e la regina delle due Sicilie; bea-
tificò solennemente fr. Giuliano di
5. Agostino francescano , Alfonso
Rodriquez gesuita, Ippolito Galan-
tini fondatore della congregazio-
LEO
ne cristiana di Firenze, e Angetc»
d'Acri cappuccino; cose tutte che
narrammo al citato articolo Anno
Santo, ove pur dicemmo quali
personaggi reali assisterono all' a-
pertura della porta santa ; e della
rosa d'oro benedetta donata alla
regina vedova di Sardegna Maria
Teresa d'Este, a mezzo del prelato
lifag-^iordoriio (^Vedi). Incominciato
l'anno santo sotto felicissimi auspicii,
il Papa se ne compiacque con lo stesso
corpo diplomatico, allorché questo gli
presentò i suoi omaggi al principio
del nuovo anno i825; e ben avea
ragione di dimostrarlo, come quel*
lo che pieno di fiducia nel divina
aiuto, ed animato dallo spirito a-
postolico, fermamente avea soste-
nuto la celebrazione dell' universa-
le giubileo, contro i diversi calcoli
timorosi di potenti politici, A'25
gennaio 1825 Leone XII pubblicò
l'enciclica diretta a tutto il corpo
episcopale, acciò invitassero i fedeli
a concorrere alla riedificazione deU
la basilica di s. Paolo, per la qua-
le il Pontefice assegnò vistose an-
nue somme, ed istituì una com*
missione speciale; il tutto può leg'
gersi al voi. XII, p. 219 e seg., ed
al voi. XVI, p. 272 del Dizionario.
Il Papa non mancò posteriormente
di visitare i lavori della risorgente
basilica, né mancò d'incoraggire la
commissione ; alla sua voce le offerte
per la nuova chiesa dell' apostolo
delle genti affluirono da tutte le
parti ; 1' Austria, 1' Olanda e la
Francia, particolarmente, ed insie-
me ai loro sovrani si distinsero
nelle generose obblazioni. A' 1 3
marzo Leone XII pubblicò la boU
la controia setta dei ^/«rtìrton (^e*
di) , riprovata anche dal predeces-
sore Pio VII nella bolla emanata
contro la sotta de' Carbonari {/'e.-
LEO LEO 65
di), facendo poi procedere cojilio vate nelle fondamenta delle porle
quelli che vi appartenevano. Qoin- sante, collocatevi nel i^J^- Per
di a' 2 1 di detto mese il Pa- la duchessa poi di Berry, nuora
pa nel concistoro de' vescovi fece del re, vedova del suo figlio, e
la quarta promozione di due car- madre di Enrico duca di Bordeaux,
dtnali ; cioè Gustavo Massimiliano diede all'ablegato due beilissinìi ca-
Giusto de'principi di Croy-Dulmen mei in agata rappresentanti il ss,
della diocesi di Cambray, grande Salvatore e s. Pietro, e due reli-
elemosiniere di Francia, arcivescovo quie, una delle quali consisteva in
di Rouenj ad istanza del re di un pezzetto del legno del presepio
Francia; e d. Mauro Cappellari di Betlemme, e l'altra in un pez-
di Belluno, abbate vicario generale zetto della tomba del santo apo-
de'camaldolesi, che riservò in petto, stolo.
ed al presente regnante Pontefice Nel Concordato fra Pio VII
Gregorio XVI. A premiare il valore, e Massimiliano Giuseppe re di
la moderazione, ed altre virtìi del Baviera (Vedi), quel Papa avea
duca d'Angouléine Luigi delfino di concesso al principe regnante e
Francia, e figlio del re^ qual be- successori cattolici, l'indulto di no-
nemerito generalissimo dell'armata minare agli arcivescovati e vesco-
francese che liberò in Ispagna Fer- vati; ed inoltre che il re avrebbe
dinando VII, e ristabilì la sua anche il gius di nominare ai deca-
autorità e l'ordine in quel regno, nati e canonicati ne' sei mesi detti
Leone XII in segno di solenne apostolici, mentre che per tre de-
soddisfazione gli spedi lo Stocco e gli altri sei mesi le elezioni dove-
berrettone henedelli [Vedi), che vano essere fatte dagli arcivescovi
soglionsi benedire dai Papi nella o vescovi, e pel resto del tempo
notte di Natale, ma da lui bene- da'capitoli. Ma una posteriore boi-
delti nella sua cappella segreta ai la dello stesso Pio VII del primo
3 maggio, giorno sagro all'Invenzìo- aprile i8i8 dichiarò, che i decani
ne della Croce; insegne che i ro- e canonici eletti dal re e dai capi-
mani Pontefici hanno sempre do- ioli dovrebbero rivolgersi, nei pri-
nato ai principi benemeriti della mi sei mesi dopo l'elezione, al Pa-
Chiesa. Siccome monsignor Lodo- pa per ottenere l'instituzione cano-
vico Ancaiani parente di Leone XII nica. Quindi il re domandò a Pio
e figlio del castellano o comandan- VII che tale instituzione si potes-
te di Castel s. Angelo, fu dal Papa se in vece dare dagli arcivescovi
dichiarato ablegalo apostolico per e vescovi ; e siccome ciò non ven-
portare a Parigi la berretta caldina- ne ultimato in quel pontificato, il
lizia pel cardinale Croy, così Tinca- re rinnovate le istanze a Leone
ricò anche della presentazione dello XII , questi, memore di essere
stocco e berrettone al delfino, per stato presso di lui nunzio apostoli-
la cui moglie la delfina Maria co, di buon grado annuì alla do-
Teresa figlia di Luigi XVI, Leone manda, concedendo il privilegio
XII consegnò al prelato per dono personale agli arcivescovi e vescovi
lo stesso martello d'argento da lui bavari, di confermare le elezioni
adoperato nella apertura della por- del re e dei capitoli, dovendo poi
la santa, e quattro medaglie tro- i loro successori domandare alla
VOL. xxxviii. 5
66 LEO
santa Sedo Id confeima dell'accor-
dalo privilegio. Durante la celebra-
zione dell' anno santo, importanti
notizie giunsero a Leone XII sulle
persecuzioni che infierivano nella
Cina da cinque anni ; e che valo-
rosi campioni affrontavano i peri-
coli e la morie, per maggiormente
diffondere le \erità del vangelo; e
Roma ammirò da vicino le virtù
dell' arcivescovo di Parigi, monsi-
gnor Giacinto de Quelen, che Leo-
ne XII fece alloggiare nel Semina-
rio Romano {Fedi), da lui stabi-
lito presso la chiesa di s. Apolli-
nare, nell'antico locale del collegio
germanico-ungarico ; ricolmò di fi-
nezze il prelato , e nel partire be-
nedi Parigi, nella cui diocesi con-
tasi circa un milione d' uomini ,
nella persona del suo degno arci-
vescovo che gli avea implorato
l'apostolica benedizione. Non solo
Leone XII nel detto locale stabiPi
il seminario romano, ma perchè
fosse sotto gli occhi del cardinal
vicario, assegnò a questi l'abitazio-
ne, che prima godeva il cardinal
prefetto del buon governo, pur di
ragione dell'antico memorato col-
legio, nel quale la diede pure a
monsignor vice-gerente, ed agli uf-
fizi del vicariato. Perchè poi il
prefetto del buon governo godesse
il beneficio dell' abitazione, prima
gli slabiPi un indennizzo, poi gliela
assegnò nel palazzo della Cancelle-
ria apostolica [Fedi): questa mi-
sura dispiacque al cardinal France-
sco Guidobono Cavalchini, che il
medesimo Leone XII avea fatto
prefetto. Il cardinale soffriva mollo
di nervi e di stranguria che gli
impedivano di andare persino in
carrozza, e di conversare. Questo
sistema di ritiratezza diede luogo
a molte dicerie, le quali si aumea-
LEO
tarono per quanto andiamo a nar-
rare. Un giorno il Papa fece sa-
pere al cardinale, che a momenti
lo sarebbe andato a visitare. Il
cardinale era in quel dì più che
in altro tormentalo dai suoi mali,
vestilo in tutta confidenza, e pel
suo vivere ritirato privo della pro-
pria corte; in somma non Irovos-
si in istato di ricevere convenien-
temente il sommo Pontefice. In
tanta angustia scrisse al maggior-
domo che gli avea notificalo la
cosa, che ringraziasse il Papa, e
gli rappresentasse la situazione che
gli impediva accettare un tanto
onore. Oltre a ciò nella sera stes-
sa il cardinale chiamò a sé mon-
signor Mario Malici segretario del-
la congregazione del buon governo,
ora cardinale, ed istantemente lo
pregò recarsi nel d\ seguente dal
Pontefice a rendergli nuove, vive
ed umili azioni di grazie, ed a
fargli le più rispettose scuse pel cu-
mulo delle circostanze che non gli
permisero ricevere lanla consolazio-
ne. Il Papa ne restò persuaso ; laonde
è tutto falso quanto in argomento
si divulgò, il perchè discendemmo a
questi particolari ad onore di Leo-
ne XII e del cardinal Cavalchini.
Aggravandosi a questi il male,
spontaneamente dipoi rinunziò alla
carica, ed il Papa tardò ad accet-
tarla, finché persuaso di sua impo-
tenza, la conferì al cardinal Dandini.
Intanto contro de' turchi scop-
piò l'insurrezione de'greci, che dai
saggi fu per la religione cattolica
tenuta cosa pregiudizievole. Essen-
do l'Olanda agitata dalle turbolen-
ze che vi suscitava una riunione
di persone, conosciuta sotto il no-
me di piccola Chiesa, Leone XII
diresse a' 17 agosto 1825 un bre-
ve ai fedeli dell'Olanda, nel quale
LEO
deplorava la Chiesa callolica tur-
bata ancora dallo scisma d'Utieclit :
Guglielmo Vet osava appellarsi
vescovo di Devenlei-j ed avea no-
tificalo al Papa la sua elezione;
ma Leone XII la dichiarò nulla, e
la sua consacrazione illegitlima e sa-
crilega. Nello stesso tempo il Belgio
provò delle commozioni religiose,
perchè il re de' Paesi Bassi Gugliel-
mo I avea decretato la soppressio-
ne de* seminari vescovili, e l'istitu-
zione in Lovanio di un collegio
filosofico, il quale avrebbe facil-
mente aperto l'adito alle dottrine
protestanti. Subito Leone XII fece
un fortissimo reclamo al governo
per mezzo del cav. Reinhold , in-
viato straordinario e ministro ple-
nipotenziario presso la santa Sede,
dichiarando agli ordinari del Bel-
gio di tenersi puramente passivi,
se il governo fosse proceduto alla
esecuzione de' decreti. Allora era vice-
superiore delle missioni di Olanda
monsignor Luigi Ciamberlani. L'ar-
civescovo di Malines monsignor
Francesco de' piincipi di Mean ,
dopo aver scritto una lettera di
vivi rechimi, si ritirò in una delle
sue terre presso Liegi j per non es-
sere testimonio di determinazioni
cos^ desolanti. In mezzo ad una
opposizione sì viva e sì giusta , il
collegio filosofico si aprì il gioino
1 7 ottobre. F'iìi tardi il Belgio
rinnovò quanto avea fatto sotto
Giuseppe II, sposse il giogo, e si
eresse in regno indipendente.
Non obliando Leone XII le ne-
goziazioni intavolate a favore della
religione, per istabilive una corri-
spondenza tra la santa Sede e le
colonie spagnuole, massime colle
repubbliche di Colombia e del
Messico, credette suo dovere di
rappresentare al governo spagnuolo
LEO 67
le inquietudini che provava per
un affare sì importante, e che non
poteva riguardare con indifferenza
l'attuale condizione della Chiesa
ne'possedimenti spagnuoli in Ame-
rica ; le diocesi erano prive di
vescovi , ed i fedeli con alte grida
chiedevano pastori. Il Papa deside-
rando conservare una perfetta ar-
monia col re di Spagna, pel mo-
mento non avea creduto bene di
annuire a sì giusti voti ; ma era
suo preciso dovere d'impegnare il
governo spagnuolo a fare sforzi
efficaci per ricondurre le colonie
sotto la sua autorità, od a pren-
dere almeno deteiminazioni tali,
che la Sede apostolica potesse eleg-
gere i vescovi per le sedi vacanti.
Intanto oltre i dazi diminuiti in
principio del pontificato, come l'a-
bolizione dell'appalto delle poIVeri,
l'abolizione della fida, l'abolizione
della tassa dei geometri, ed altro
da lui fatto successivamente, Leone
XII ordinò che Ja tassa e censo
urbano sui fondi fossero diminuiti
di un quarto, tanto in Pioma quan-
to in tutto lo stato , malgrado
1 aumento delle pigioni ; ad onta
di tutto ciò, e delle spese dell'an-
no santo, il Papa incaricò l'ottimo
e sagaci.ssimo tesoriere geneiale mon-
signor Cristaldi, di porre in riser-
va una somma sufficiente per for-
mare il nucleo di un tesoro dello
stato, come sapientemente avea fat-
to Sisto V, onde nei bisogni ia
santa Sede non si trovasse costret-
ta ricorrere ad altri con sagrifizi.
Giunto finalmente il dì 24 dicem-
bre, Leone XII die compimento
all'anno santo, con la chiusura
della porta santa della basilica va-
ticana, e consuete cerimonie; quin-
di nel seguente giorno pubblicò la
bolla, con la quale estese il bene-
68 LEO LEO
ficio del giubileo a tutti i paesi zione delle figlie della Carità clj'eb-
della cristianità, insieme ad un'en- bero principio in Verona. Col mo-
ciclica diretta ai patriarchi, prima- to-proprio de' 17 febbraio iS'afì il
tij arcivescovi e vescovi , ciò che Ponlellce eresse la congregazione
approvarono tutti i governi. Più di vigilanza, per vegliare sui pub-
tardi r intrepido e zelante Vuariu blici impiegati, punire i colpevoli,
parroco di Ginevra, ebbe il corag- e premiare gli onesti e i beneme-
gio di pubblicarvi la bolla del riti. Ne dichiarò prefello il cardi-
giubileo, onde i cattolici profìlta- nal segretario di stato, e membri
rono delle grazie spirituali della i cardinali prefelli, oltre il cardi-
Sede apostolica; e 1' abbate Mac- nal camerlengo di s. Chiesa, della
carlhy vi si portò a predicare con segnatura, e del buon governo, ed
ubertoso fruito. A quest'epoca il Pa- il presidente del censo; nonché i
pa restò assai afflitto per l'inattesa prelati uditore della camera, go-
tnorte di Alessandro 1 imperatore vernatore di Roma, tesoriere ge-
di Russia. Il primo gennaio 1826 nerale, segretario di consulta, udi-
Leone XII ricevetto il corpo di- tore del Papa, ed un prelato segre-
plomatico, e lo accolse con parli- tario ; destinando tre oflìciali della
colari attestati di estimazione ; gli segreteria di stalo al disbrigo de-
espresse il suo paterno gaudio pel gli affari di questa congregazione,
felice esito del celebrato giubileo, A' 27 febbraio 1826 Leone XII
non senza fargli osservare, che istituì la commissione de'sussidii,
quelle persone, le quali si erano con chirografo diretto al cardinal
sulle prime mostrate contrarie, a- Tommaso Riario Sforza, che di-
\evano finito col dichiararsene in- chiaro presidente, come dicemmo
teramente favorevoli; e per ultimo all'articolo Elemosineria apostolica
soggiunse protestarsi ben contento [Fedi). Dipoi a* i3 marzo Leone
e soddisfatto del concorso de'prin- XII tenne concistoro di vescovi,
cipi, e che Dio aveva fatto il re- e fece la quinta promozione di due
sto. Quindi a'5 gennaio Leone XII cardinali, pubblicandone prima due
istituì una deputazione centrale altri che avea anteriormente creali
sugli Ospedali di Roma [Vedi), e riservali in petto, cioè fr. Lo-
Aveva già intrapresa la visita per- dovico Micara , e il p. d. Mauro
sonale, sempre improvvisa, de' me- Cappellari sullodati. Gli altri due
desimi, volendo conoscere ogni cir- furono Francesco Saverio di Cieu-
coslanza dell' assistenza e cura de- fuegos-y-Jove-Llanos di Oviedo, ar-
gli infermi, gustando persino i ci- civescovo di Siviglia, e Gio. Bal-
bi e bevande pei' loro preparate ; lista Maria Anna Antonio de Latil
onde rendere più assidua e cari- di Frejus, arcivescovo di Reims, ad
tatevole l'assistenza di quello di s. istanza del re Carlo X , che avea
Giovanni destinato alle donne, ap- solennemente coronato e consagra-
provò l'istituto delle ubiate speda- to. Nell'allocuzione che il Papa ia
bere delle sorelle della Carità ivi tal concistoi'o pronunziò al sacro
stabilito, come si disse al voi. X, collegio, e tra i giusti elogi che
p. 36 del Dizionario. Anzi nella fece di ognuno de' quattro novelli
seguente pagina diciamo pure che cardinali, ecco come si espresse pel
Leone XII coulbrmò la congrega- cardinal Cappellari che ora vene-
LEO
viatro sulla catledia tli s. Pielio
col nome (li Gregorio XVI. « Que-
5> sii, ragguardevole a>sai per in-
» nocenza e gravità di costumi ;
» dottissimo specialmente nelle ma-
» terie ecclesiastiche, sì numerose
» e lunghe fatiche pei" l'apostolica
» Sede sostenne, che quanto sen-
" 7a prendere riposo valorosa-
« mente e con sommo applauso
" per la stessa apostolica Sede egli
" operò, jVoi col premio del car-
" diualato giudicammo ricompen-
>' sare. Impmocchè a quelli sol-
" tanto le dignità ecclesiastiche ci
« siamo proposti di conferire , i
« quali risplendano per lode di
» pietà e di dottrina ; e con que-
» sta e non con altra carriera al
>■> conseguimento delle medesime si
» saranno aperta la strada ", In
quanto all'elogio fatto dal Papa al
audin;il Micara, lo riportammo al-
l'articolo Frascati [P'edi). Frattan-
to le processioni del giubileo fa-
cevansi per tutta l'Europa, col zelo
più lodevole, con religiosa magni-
iìcenza, e con generale edificazio-
ne, onde guadagnarsi i tesori della
Chiesa aperti e sparsi dal magna-
nimo Leone Xlf. Assunto al trono
imperiale di Russia il regnante JNi-
colò I, fratello del defunto, il Papa
stimò conveniente d'inviare a Pie-
troburgo con la qualifica di am-
basciatore , monsignor Tommaso
Cernetti governatore di Pioma, per
felicitare il nuovo monarca. In
(jiieslo tempo PLoma vide un capo
irochese <:hiamato Teoracaron, ac-
compagnato da un ecclesiastico :
Leone XII lo ricevette con distin-
zione , lo ammise nella cappella
pontificia spettatore delle sacre fun-
zioni, e nel punto di sua parten-
za gli fece vari doiiati\i, fra i quali
uu corpo santo, da collocarsi in
LEO 69
una chiesa del suo paese alla pub-
blica venerazione. Dopo avere Leo-
ne XII nel concistoro de' 3 luglio
1826 fatto arcivescovo di Raven-
na monsignor Chiarissimo Falco-
nieri Mellini, e vescovo di Viterbo
e Toscanella monsignor Gaspare
Bernardo Pianetti, ambedue li con-
sagrò nella chiesa di s. Maria de-
gli Angeli : il Papa che regna creò
poi i due prelati cardinali.
Col mezzo del principe d. Ca-
millo Borghese il Papa inviò in
dono al re di Francia un magni-
fico musaico lavorato dal tedesco
Chech nello stabilimento de' mu-
saici in Vaticano, rappresentante lo
scudo d'Achille, montato sopra un
piedistallo di bronzo dorato di un
disegno grandioso, il cui costo si
fece ascendere a più di sedicimila
scudi. La composizione del musai-
co fu divisa dal valente artefice in
dodici quadretti, ove sotto i dodici
segni del zodiaco, maestrevolmente
figurò altrettanti de' principali fatti
narrati da Omero. Con questo no-
bile e ricco donativo Leone XII
volle dare a Carlo X un saggio
tiolla sua tenera riconoscenza , per
la benevola protezione conceduta
dal re ai bastimenti del dominio
pontificio, contro i pirati degli stati
barbareschi. Indi fece riattivare la
causa per la beatificazione della
ven. Maria Clotilde sorella del re.
E qui noteremo che il re di Fran-
cia gradì sommamente il sontuoso
donativo, e poscia inviò al Papa
alcuni bellissimi arazzi della fab-
brica di Gobelins , e vari super-
bi oggetti di porcellana della ma-
nifattura di Sevres. Gli arazzi rap-
presentano s. Pvemigio vescovo, s.
Stefano vicino ad essere lapidato,
e la Beata Vergine col Bambino ,
cuuloruala da angeli ; in questo ul-
70 LEO
timo arazzo, vuoisi che le figure
rappresentino altretlanli ritraili del-
la famiglia di Carlo X. I due pri-
mi arazzi sono nell'apparlamento
pontifìcio del Quirinale ; il terzo
nel casino di Pio IV, del giardino
vaticano. Gli oggetti poi di porcel-
lana furono, un orologio a pendolo
di sorprendente lavoro, con fondo
di porcellana, coi quadranti dipin-
ti, rappresentanti le tre principa-
li epoche dell'orologeria ; due va-
si di porcellana di mediocre gran-
dezza detti per fiori, col fondo co-
lor lapislazzuli , e con ornamenti
d' oro , avente inoltre ognuno un
quadro ovale colorato rappresen-
tante scene di giuocarelli infantili;
ed un vaso di porcellana detto e-
trusco da galleria, di una dimen-
sione straordinaria, il più grande
di tutti quelli sino alloi'a fabbricati,
perchè alto un metro e venti cen-
timetri, col fondo color lapislazzuli,
con ricca guarnizione di metallo
dorato, avente sulla fascia di mez-
zo dipinti vari mazzi di fiori. Il
Pontefice non si potè saziare di
ammirare sì stupendi capolavori ; ed
all'abbate Feliciauo cav, Scarpellini,
che fu incaricato vegliare sulla ri-
composizione de' pezzi, fece tras-
poi-tare il di lui pregevole gabi-
netto di fisica nel Campidoglio, in
imo de' locali più elevati , cui si
aggiunse pòi un osservatorio astro-
nomico. Dicemmo già all'articolo
Biblioteca Valicana (presso la qua-
le il Papa avea ripristinata la stam-
peria), che ad essa fece dono Leo-
ne XII dell'orologio e de' tre vasi,
il cui valore si fa ascendere quasi
a cinquantamila franchi. E qui no-
teremo, che non è vero che il Papa
abbia donato a detta bil>lioleca una
rnccolta di scrittori antichi ed altra
di classici, ciò che area fallo Pio
LEO
VII; bensì Leone XII acquistò per
la biblioteca valicana la preziosa e
copiosa biblioteca del conte Cico-
gnara, tutta relativa ad oggetti di
belle arti ed antiquaria ; come
neppure è vero che per la me-
desima biblioteca e neppure pel
collegio urbano acquistasse dal ce-
lebre sinografo Antonio Marlucci
la numerosa e compita sua libreria
cinese con ventinovemila tipi cinesi,
oltre molti papiri egizi.
Intanto più confidenziali si rin-
novarono le amichevoli relazioni
tra la santa Sede e l' imperiai ca-
sa d'Austria ; e nel passaggio per
Roma di diversi reggimenti austria-
ci che portavansi a Napoli per rin-
forzare l'esercito di occupazione, o
che . tornavano dopo essere stati
cambiati da altri corpi, al deside-
rio di ricevere l'apostolica benedi-
zione, benignamente corrispose Leo-
ne XII ognora, benché malaticcio,
affacciandosi o ad una finestra delle
camere da lui abitate, o ad una
di quelle del cortile vasto di Bel-
vedere, nel quale e sulla piazza di
s. Pietro bellamente si schieravano
i reggimenti, con le loro armoniose
bande musicali. Più tardi recla-
mando r Austria alla santa Sede
una somma assai rilevante per al-
cuni pagamenti da essa sostenuti
a favore delle provincie pontificie,
innanzi che queste fossero state re-
stituite, ebbe luogo una transazio-
ne. L'Austria si mostrò facile e ge-
nerosa, e si contentò di soli cin-
quantamila scudi, pagabili in cin-
quanta rate mensili. La Dalmazia
contava undici vescovi, i quali, a
motivo delle scarse rendite delle
loro sedi, conducevano una vita
meschina : l' Austria domandò a
Leone XII che questi vescovi fos-
sero ridotti a cinque, ed il Papa
LEO
contliscese che si riducessero a sei.
Anche con l'Inghilterra, dopo le
spiegazioni fatte in Roma a lord
IJarrowby, ristabilì regolare cor-
rispondenza fra la corte e le au-
torità ecclesiastiche riconosciute dal
Papa in quel regno. Fu allora che
sembrò opportuno all' instancabile
zelo del vigile Leone XII, di far
dire qualche cosa nella gran Bre-
tagna, anche per la bocca de' vi-
cari apostolici, che si sapeva essere
il bersaglio di triste calunnie. Le
rappresentanze de* vescovi cattolici,
e le querele dei fedeli dirette ai
loro connazionali, produssero un ec-
cellente effetto sullo spirito di al-
cuni pari del parlamento d'Inghil-
terra, e d'ini gran numero di mem-
bri della camera de' comuni. Dalla
fermezza spiegata dal Pontefice nel
biasimare apertamente la condotta
del governo de' Paesi Bassi, che
obliava i riguardi dovuti ai catto-
lici del Belgio, il re Guglielmo 1
venne colpito dall'effetto che avea
ciò prodotto in Brusselles, a Lo-
vanio ed a Gand, laonde giudicò
a proposito d' inviare a Roma il
conte di Celles per gradevoli spie-
gazioni ; ed allorquando egli fu am-
messo alla prima udienza del Papa
restò incantato delle sue maniere ,
franchezza di eloquio, e ben si av-
vide ch'era principe conoscitore del
mondo, esperto e coraggioso. Il con-
te ritornò al suo re con una lette-
ra del Pontefice, cui pel gradimen-
to il principe rispose nei termini i
più rispettosi, come avrebbe fatto
qualunque sovrano cattolico. Dipoi
arrivò in Roma nuovamente il ce-
lebre Clinmpollion giuniore ; Leone
XII lo rivide con piacere, ed ordi-
nò alla congregazione di propagan-
da fide di raccomandale l' illustre
scienziato nell' Egitto, nella Siria ,
LEO 71
ed ovunque si portasse pei suoi slu-
di . In questo tempo il magistero
dell'inclito ordine gerosolimitano,
rappresentato dal luogotenente Bu-
sca, ottenne dal Pontefice di trasfe-
rirsi da Catania [Fedi) in Ferrara,
ove si fermò co'suoi cavalieri. L'im-
peratore Nicolò I fu incoronato a
Mosca a' 3 settembre, e monsignor
Bernetti ch'era stato ricevuto da
quel monarca con gran distinzione ,
assistette alla solenne cerimonia.
Ai 2 ottobre Leone XII le-
ce nel concistoro de' vescovi la
sesta promozione cardinalizia di
dieci cardinali, sei dei quali riser-
bò in petto, pubblicandoli poscia
nel concistoro de' 1 5 dicembre 1 828 ;
quelli che pubblicò in questo li
accenneremo : ecco i dieci cardinali
secondo l'ordine di loro creazione.
Alessandro de R.udnay-et-Divek Ui-
falu di Szent, arcivescovo di Stri-
gonia. Pietro Caprano romano, ar-
civescovo d'Iconio, segretario della
sacra congregazione di propaganda
fide. Giacomo Giustiniani romano,
arcivescovo di Tiro, nunzio di Ma-
drid. Vincenzo Macchi della diocesi
di Montefiascone, arcivescovo di
Nisibi, nunzio di Parigi. Giacomo
Filippo Fransoni di Genova, ar-
civescovo di Nazianzo , nunzio di
Lisbona, che pubblicò coi due nunzi
piecedenli. Francesco Maria Ma-
razza ni Visconti di Piacenza, mag-
giordomo. Benedetto Barberini ro-
mano, maestro di camera. Gio. An-
tonio Benvenuti della diocesi di Si-
nigaglia, delegato apostolico straor-
dinario di Fresinone. Tommaso
Bernetti di Fermo, governatore di
Roma ed ambasciatore in Russia,
che pure pubblicò. Belisario Crislal-
di romano, tesoriere generale. Quin -
di Leone XII fece bibliotecario di
£. Chiesa il cardinale Somaglici; e
7» LEO
prefetto generale della congregazio-
ne di propaganda y?rfe e sua stam-
peria il cardinal Cappellari. E sic-
come stabiTi al prefetto di propa-
ganda l'abitazione nel collegio ur-
bano, recandosi Leone XII a dispen-
sare i premi agli alunni di esso ,
■visitò l'abitazione che stava ridu-
cendosi convenientemente, di che
ne trattammo all'articolo Collegio
Urbano {^Fedi), ove pur dicemmo
della pubblica conclusione che l'a-
lunno Paolo Cullen (ora rettore
del collegio irlandese e cameriere
d'onore del Papa ) dedicò a Leo-
ne XII, il quale ivi si recò ad u-
dirla. Indi a'26 dello stesso mese
di ottobre il Papa diede un pranzo
agli alunni di detto collegio a villa
Altieri, si degno assidersi a mensa, e
vi ammise pure i cardinali Ber-
tazzoli che amava, Cappellari e Ria-
rio prefetto dell' economia di pro-
paganda. Della conclusione poi che
gli dedicò Camillo de Pietro ( al
presente arcivescovo di Berito ed
internunzio straordinario e delegato
apostolico in Portogallo ) nella
chiesa di s. Apollinare, ove egual-
mente Leone XII si recò, ne parlam-
mo all'articolo Conclusione [Fedi).
Da ciò si noti l'operosità del Pon-
tefice, e quanto faceva per la pro-
tezione degli studi, e per animare
gli alunni banditori «lei vangelo,
in ogni parte del mondo. Indi Leo-
ne XII dichiarò nunzi, monsignor
Luigi Lambruschini arcivescovo di
Genova, di Parigi; monsignor Fran-
cesco Tiberi arcivescovo di Atene,
già uditore di rota, di Madrid ; e
monsignor Alessandro Giustiniani
arcivescovo di Petra, di Lisbona:
dall'uditorato di rota promosse alla
carica di governatore di Roma
monsignor Marco- y-Catalan. Mon-
signor Giovanni Soglia lo nominò
LEO
arcivescovo di Efeso, e suo elemo-
siniere segreto, intervenendo il Pa-
pa al pranzo che fu fatto nel mo-
nastero della Chiesa di s. Gregorio
{^Vedi), per la di lui consagrazione,
come dissi meglio a quell' articolo,
in cui notai aver Leone XII con-
ferita la commenda delle tre con-
tigue cappelle al capitolo Liberiano.
Intanto il Papa con moto-proprio
de' i4 novembre 1826 istituì una
commissione sui Conser\'alorii di
Roma [Vedi). A' i5 dello stesso
mese il clero anglicano si riunì nel-
la chiesa di s. Paolo di Londra,
ove il dottor Monck decano di Pe-
terboroug, predicando in latino, a-
cremente inveì contro i cattolici,
per impedirne la tanto bramata
emancipazione : l'assemblea con que-
sta convocazione non avea risulta-
mento positivo, ma voile con essa
provare il diritto che avea di riu-
nirsi ad ogni nuovo parlamento.
Nel medesimo novembre uno stra-
ripamento dell'Aniene recò immensi
danni a Ti\'oli {^Fedi)j il Papa ac-
corse per le convenienti riparazio-
ni, e poscia inaspettatamente ne
■visitò le lavorazioni.
Leone XII approvò la congrega-
zione de'preti secolari, detta degli O-
blati della B. Vergine Maria {yedi)j
ed ebbe la paterna soddisfazione
d'ammettereal baciodel piede i mari-
nai pontificii, che fatti schiavi delle
potenze barbaresche di Algeri, erano
stati liberati per istanza del re dì
Francia. Essendo ritornato dall'Aia
in Roma il conte di Celles con la
qualifica di ambasciatore straordi-
nario e plenipotenziario per con-
chiudere un concordato religioso, nel
quale gl'interessi dei belgi e degli
olandesi cattolici si accordassero
con quelli del re de' Paesi Bassi ,
che doveva avere dei riguardi alle
I
Li:o
pretensioni della vecchia Olanda ,
egli condusse per referendario e
consigliere d' ambasciata Giovanni
Germain, non che il marchese A-
lessandro de Trazegnies in qualità
di addetto alla medesinna, venendo
confermato il precedente segretario
della legazione Carlo Serruys. Ade-
rendo Leone XII ai voti dell'am-
basciatore, nello stesso novembre
1826 dichiarò il cardinal Cappel-
lari plenipotenziario per combinare
un concordato col re de' Paesi Bas-
si, colla coadiuvazione di monsi-
gnor Francesco Capaccini sosti-
tuto de' brevi, presidente e visita-
tore apostolico della pia casa d'in-
dustria fondala dal Papa, il quale
in molli gravi affari si serviva del
dotto prelato, che avea goduto la
fiducia e la stima del cardinal Con-
salvi : dovevano pure essere con-
sultati i monsignori Nasalli e Ma-
zio, ed il canonico Belli, poi car-
dinali. V. Co^fCORDATO TRA LeOXE
XII E Guglielmo I re de' Paesi
Bassi. A' 22 dicembre 1826 Leo-
ne XII approvò gli statuti e la so-
cietà delle dame del Sacro Cuore
{^T'edi). Queste religiose furono po-
scia stabilite in Pioma presso le
Chiese della ss. Trinità de Monù,
e delle ss. Ruffìna e Seconda (^Fe-
di). A' 27 gennaio 1827 giunse in
l'ioma il cardinal Bernetti , che a-
vendo supplicato il Pontefice di
dispensarlo di accettare la dignità
cardinalizia, non erasi fermalo a
Parigi per riceverne la berretta ,
com'era stato disposto; ma Leone
XII non accettò la rinunzia , ed
egli stesso gli impose colle solite
cerimonie la berretta rossa, e tutta
Roma di ciò fu lieta. Frattanto nel
parlamento d' Inghilterra, dopo la
leltura di parecchie suppliche in
favore e contro i cattolici, sir Fran-
LEO 73
Cesco Burdett fece una proposta in
favore de'cattolici, riguardante l;i
loro emancipazione. Jn appresso
lord Elliot prommziò un discordo
nel quale d'avverso ch'era al cat-
tolicismo, comparve invece propen-
so, dopo aver maturamente esami-
nalo l'affare. Quindi il direttore
del registro Copley combattè la
proposta di sir Burdett; ma Plun-
kett rintuzzò i di lui argomenti ,
ed allora Peel segretario di slato
per gli aifari interni, che in ap-
presso fu favorevole ai cattolici ,
parlò con molta vivacità, accusan-
do i cattolici d' idolatria. Invece
Brougham perorò in vantaggio dei
cattolici, ma contro di essi dichia-
rossi Goulburn. Soggiunse il segre-
tario di stato Canning, ch'era stato
in E.oma sotto Pio VII e il car-
dinal Consalvi, ed aveva ricevuto
giuste spiegazioni, e conosciuto le
intenzioni saggie e leali di ambi-
due. La proposizione di sir Bur-
dett ad altro non tendeva se non
a dichiarare che lo stato dell'Ir-
landa e dei cattolici reclamava l'at-
tenzione della camera: si passò alla
■votazione e si ebbero 272 voti fa-
vorevoli per la proposizione, e 276
contro, per cui la causa de' catto-
lici fu rovinata per soli quattro
voti, almeno per allora. Della cro-
ce apparsa in Francia nel villag-
gio di Migné a' 17 dicembre 1826;
dei due brevi emanati su di essa
da Leone XII, de' 18 aprile e 17
agosto 1827, e della croce d'oro
donata da lui al villaggio, sene
parla al volume XVIII, p. 227 del
Dizionario.
Nel concistoro de' 2 1 maggio
1827 Leone XII partecipò al sa-
cro collegio, che l'arcivescovato di
Friburgo [Vedi), istituito con quat-
tro suffraganei da Pio VII, avea
7't
LEO
ricevjilo coinpinienlo e pieno effet-
to, sia nelle rendile assegnate ai
vescovi, che per quelle disposte pel-
le cottedrali, seminari e parrochi ,
provvedendo intanto ai pastori di
Friburgo e Limhurgo. Quindi pro-
teslù, che non potendo senza col-
pa lasciare ancora vedove diverse
chiese d' America, a riparare le
conseguenti calamità, nominava i
vescovi per le sedi vacanti di
Cuenca, Quito, Renezuela, s. INIar-
la, s. Fede, Antiochia, ec. La cor-
te di Madrid vedendo con dispia-
cere queste ultime determinazioni
del Papa, sebbene da dodici anni
gli spagnuoli non dominavano più
ni que luoghi, temporeggiava di ri-
cevere il nuovo nunzio monsignor
Tiberi. In questo mentre il re di
Spagna Ferdinando VH mandò
in ambasciatore straordinario e
ministro plenipotenziario il cav.
Gomez Labrador, una delle prime
persone della diplomazia spagnuo-
la, ed il cardmal Cappellari fu
nominato dal Papa a trattare con
lui. Nel concistoro de' vescovi dei
•^5 giugno, Leone XIT annunziò
la morte di Giovanni VI impera-
tore del Brasile, re di Portogallo
e degli Algarvi, dichiarando la sua
determinazione di volergli far cele-
brare le consuete esequie nella
cappella papale ; indi fece la setti-
ma promozione cardinalizia, crean-
do cardinale Ignazio Nasalli di
l'arma, arcivescovo di Ciro, già
nunzio presso la confederazione El-
vetica, e Gioacchino Gio. Saverio
Isoard d'Aix , decano della rota.
Due giorni dopo il Papa provò il
dispiacere di sentire la morte del
cav. llalinski ministro di Russia,
per l'ottima intelligenza che pas-
sava con quel saggio diplcjmalico.
Ycr>o quc-to tempo giunse in Ho-
LEO
ma In notizia della battaglia rli
Navarino, in cui la fiotta turco-
egizia venne distrutta ; questa vit-
toria favoriva gì' interessi della
Francia, non quelli della Russia e
dell'Inghilterra; ne fu poi conse-
guenza r istituzione del regno di
Grecia (^P'edi), ma senza felici ri-
sultati pei cattolici, come diciamo
a quell'articolo. Intorno a quest'e-
poca un decreto dell' imperatore
d'Austria Francesco I die maggior
consistenza agi' istituti de' gesuiti,
ch'eransi aperti ne'suoi stati. A'rxc)
oltobie 1827 il Papa recossi a
Monte Porzio, e desinò nel luogo
di villeggiatura del Collegio Ingle-
se : di ciò ne parliamo anche al-
l'articolo Frascati. Indi a' 2 r di-
cembre Leone XII pubblicò il
moto- proprio sulla amministrazione
pubblica, ed il riparto territoriale
dello stato ecclesiastico, di cui te-
nemmo proposito all' articolo De-
legazioni E LEGAZIONI APOSTOLICHE
DELIO STATO PONTIFICIO.
Nel gennaio 1828 essendo stati
pi'oscritti gli armeni cattolici sta-
biliti in Coslaiilìnopoli [Vedi), al
modo che dicemmo in quell'artico-
lo, per cui quasi quindicimila ar-
meni furono ol)bligati a ritirarsi
in Asia, tranne alcuni che si na-
scosero, e passarono in Grecia,
l'animo paterno di Leone XII
ne fu profondamente amareggiato.
Quindi ordinò di ricorrere al pa-
trocinio della Beata Vergine con
una novena. Questa si fece nella
chiesa del collegio Urbano di pro-
paganda fide con l'intervento del
cardinal Cappellari prefetto genera-
le della congregazione di propagan-
da, e di tutti i prelati orientali :
nell'ultimo giorno vi si recarono
riiniora i cardinali della congrega-
zione, ed il Papa, compartendo la
\
LEO
benedizione col ss. Sacranienlo il
cnrdinal Cappellnri. Il re di Sar-
degna Carlo Felice inviò in Roma
il cav. di Colobiano (del quale par-
lammo ancora nel voi. XXVll, p.
I 66 del Dizionario ed altrove), per
una missione straordinaria, die Leo-
ne XII fece trattare ai cardinali Ber-
tazzoli eCappellari, nonché a mon-
signor Sala. In virtù di tali accordi
il re restituì agl'istituti ecclesiastici
il resto di tutti i beni che il go-
verno imperiale francese aveva riu-
niti al dominio dello stato. Ver-
so lo stesso tempo il re di Bavie-
ra Luigi regnante ristabilì ne' suoi
slati alcuni monasteri di benedet-
tini, eh' erano stati soppressi in
gran parte da suo padre. Il con-
cordato pel ristabilimento del ve-
scovato di Basilea venne rigettato
dal cantone di Argovia, ma lo ra-
tificarono gli altri cantoni interes-
sali di Soleure, Lucerna e Zug.
Kel maggio 1828 sir Burdelt,
benché non più appoggiato da Can-
ning defunto, fece alla camera dei
comuni di Londia la proposta sul-
l'emancipazione de' cattolici, pei
quali con grave eIo([uenza appog-
giò la domanda Brougham, ma
Peel si dichiarò contro di loro;
allora lord Guglielmo Paget, che
sino a quel punto aveva votato
contro i cattolici, meglio infoimato
volò in favore, e Grani membro
del ministero pronunziò un lungo
ragionamento a vantaggio della
proposta. Passando la camera dei
comuni ai voti, 272 di essi furo-
no favorevoli, e 2G6 contrari. Pro-
seguendo le trattative per l'eman-
cipazione de' cattolici, alla camera
dei pari la sorte del bill non fu
prospera ; diversi arcivescovi della
cl»iesa anglicana, lord Colchester,
ed il duca di AYcllingtou parlaro-
LEO 7^
no contro; ed in favore peroraro-
no lord Wellesley fratello di detto
duca, ed il duca di Sussex. Ma la
proposta fu respmta alla maggioran-
za di 182 voti, contio 137. Frat-
tanto il Papa nel dì della Pentecoste
fece celebrare la solenne beatificazio-
ne di Maria Vittoria Fornari S Ira-
ta, fondatrice delle monache della ss.
Annunziata dette turchine ù celesti.
Il cardinal Giulio della Somaglia
decano del sagro collegio e segre-
tario di stato, essendo vicino a com-
pire 84 anni di sua età, e per la
sua salute di molto alterata, pre-
gò Leone XII ad esonerarlo dalla
carica : il Papa accolse benigna-
mente le sue brame, e nominò se-
gretario di stato il cardinal Ber-
netti, che avea nominato legato
apostolico a Ravenna, senza che
ancora vi si fosse recalo; quindi
a' 17 giugno il cardinal Bernetti
incominciò a fungere il supremo
ministero. Nel giorno precedente
erano state pubblicate in Parigi le
regie ordinanze, con le quali ven-
nero ristrette le facoltà al corpo
episcopale sulle nuove scuole spe-
ciali per gli affari ecclesiastici, giù
concesse dal re defunto Luigi XVIU,
ad istanza del metlesimo corpo ; e
perciò si venivano a sopprimere
una quantità di scuole tenute dai
gesuiti, che per tal modo erano
colpiti d'un biasimo immeritato. I
vescovi che avevano chiamato nel-
le loro diocesi i gesuiti, reclamaro-
no costantemente contro questa de-
terminazione, ma non furono ascol-
tati ; diecimila padri di flmìiglia,
alle cui case tornarono i loro figli
senza istruzione, inutilmente anche
essi alzarono le loro querele. Car-
lo X domandò consiglio a Leone
XII, cui furono rimessi i reclami
de" vescovi francesi, e i relativi do-
r6 LEO LEO
dimenìi. Per malasorte era allora monsignor del Drago; maestro di
il Papa alquanto alterato nella camera monsignor de Simoni ; e
salute, nonché tutto preoccupato segretario di propaganda monsignor
da molti argomenti d' inquietudine Castracane, tutti poi creati cardi-
c di timore che da tutti: parti na- nali dal Papa che regna, tranne
sccvano, per lo stato delle cose re- il penultimo creato da Pio Vili. 11
ligiose nella Prussia, nell'Inghilter- gran Pontefice era giunto al tra-
ra, ove la grand'opera dell'emanci- monto di sua vita, né gli liiancò
pazione de' cattolici non consuma- qualche interno presentimento, co-
vasi, nel Belgio particolarmente e me si espresse con qualcuno, e
nelle Russie. Il Papa tuttavia si dopo la sua morte fu trovata sul
abbandonò alla previdenza ed alla di lui tavolino la modesta iscrizio-
saggezza del re; quindi nell'otto- ne sepolcrale, che riportammo al
bre emanò un breve col quale ri- citato articolo Genoa, insieme a
spose alle rimostranze della dieta quella che da arcivescovo erasi fat-
Elveticii, relativamente ai matrimo- ta per la sua sepoltura nella chie-
iii contraiti a Roma dagli svizzeri, sa di Monticelli sua abbazia. Le
i quali COSI eludevano le leggi del- sagre funzioni della solennità del
la loro patria. Il Pontefice dichia- Natale 1828 senza incomodo le
rò ch'egli avea il diritto di ammi- celebrò come negli anni precedeo-
lìistrare il sagramento del matri- li ; cioè il vespero pontificale, il
ruouio ai cattolici di tutti i paesi, mattutino, assistette alla messa dei-
che però allorquando il matrimo- la notte di Natale, la celebrò bas-
nio potrà essere differito senza pre- sa nella chiesa di sani' Anasta-
giudicare la morale, si esigerà la sia, secondo l'antico uso de'Pon-
presentazione dei necessari docu- tefici, e poi la solenne nella ha-
nienti. silica di santa Maria Maggiore.
Nel concistoro de' i5 dicembre Nel seguente gennaio 1829 la ve-
1828, dopo avere Leone XII pre- glia notturna, ad onta del laudano
conizzato i nuovi vescovi, pubblicò che soleva prendere per dormire,
cardinali i prelati R^udnay, Capra- si aumentò sensibilmente; tutta vol-
no, INJarazzani, Barberini, Benvenu- ta godeva di un sufllciente stato
ti e Crislaldi, riserbati già in pet- di salute, potendo eseguire a' 2
to ; indi creò e pubblicò cardinali febbraio la lunga funzione della
Anton-Domenico Gamberini d'Imo- candelora, ma volle consegnare al
la, vescovo d'Orvieto; e Gio. Fran- prelato maggiordomo l'anello pre-
cesco Marco-y-Catalan della diocesi zioso che i Papi sogliono usare
di Saragozza, governatore di Roma, ([uando celebrano solennemente, e
Questa fu l'ottava ed ultima prò- da noi descritto all'articolo Anello
mozione cardinalizia di Leone XII, de'Papi o Pontificale, nel timore
che nel suo pontificato creò venti- che potesse smarrirsi nel suo pynto
cinque cardinali. Conseguenza di estremo. Intanto monsignor Patrizio
questo concistoro fu la noiuina di Curtis arcivescovo d'Armach, e gli
varie cariche; diremo le primarie, altri vescovi cattolici d' Inghilterra
F'ece governatore di Roma monsi- raddoppiavano il loro zelo ed ini-
guor Cappelletti; tesoriere generale pegno pel bill di emancipazione
aiouiigiior Malici ; maggiordomo iii favore dei cattolici, e la ses-
LEO
sione del pailamento dovea aprir-
si a' 5 fiibbiaio; ina ne' segieli <li
Dio era stabilito cbe Leone XII
non dovesse godere della paterna
gioia e consolazione di sentire il
cattolicismo emancipato in Inghil-
terra prima di morire, giacché fu
accettato a'2 3 febbraio: questa leg-
ge pose a livello i cattolici con
gli altri sudditi dell' Inghilterra, gli
assolvè dalle pene e dalle gravezze
the pesavano sopra di loro, gua-
rentì loro r eguaglianza de' diritti
politici, e stabili che non \i sarà
alcun velo per le relazioni colla san-
ta Sede. I ministri Wellington e
PeeI, che avevano da prima com-
battuta tale misura, ne assicuraro-
no questa volta 1' adempimento .
A' 18 gennaio era morto il cardinal
Marazzani già maggiordomo del Pa-
pa, che avea pubblicato cardinale
tientatre [giorni avanti: questo fu
l'unico cardinale da lui creato che
morì nel suo pontificato, nel qua-
le erano morti dieciotto altri di
Pio VII suo predecessore, compre-
so uno di Pio VI.
A'5 febbraio Leone XII per la scala
segreta, dalle sue stanze si recò in
quelle del cardinal Bernetti infermo
di podagra. Nella sera cominciò a
sentire i primi dolori d'una stran-
guria, ed il male essendosi aggrava-
lo, il chirurgo Filippo Todini che
godeva la confidenza del Papa fece
quanto prescrive l'arte; ma Leone
XII ch'era stato sovente il medico
di sé stesso, volle subito il suo
confessore d. Giovanni Santini. Du-
rante la notte il male si aumenti),
onde furono chiamati non l'archia-
tro pontificio dottore Michelangelo
Poggioli, ma solo i chirurghi Giu-
seppe Sisco e Speroni. INondiraeno
ne'giorni 6 e 7 la malattia andò
peggiorando ; nel giorno 8 sembrò
LEO 7-
alquanto diminuita, e sorgere qual-
che speranza, por essere stato feli-
cemente siringato dal Sisco; ma il
miglioramento fu effimero. 11 dot-
tore Poggioli visitò il Papa, secon-
do il solito a lui stabilito, nella so-
la domenica, che era il terzo o
quarto giorno del male; quindi
non ebbe piìi accesso nella came-
ra del Pontefice, e solo per coman-
do del cardipal segretario di stalo
restò sempre in anticamera, e dormi-
va in una stanza vicina, senza però che
venisse giammai interpellato sulU»
grave infermità del Papa. Nella stessa
domenica verso sera il male imp»r-
versò di nuovo, laonde nel seguen-
te mattino aumentandosi sempre
più il pericolo, il Pontefice chiese
da sé medesimo il ss. Viatico, che
gli fu tosto amministrato da mon-
signor Alberto Barbolani, suo came-
riere segreto; e poco dipoi volle
che monsignor arcivescovo Soglia
gli amministrasse pure l'estrema un-
zione, rispondendo con edificante
pietà e coraggiosa rassegna/ione
alle preghiere che la Chiesa usa per
tal sagramento. Il cardinal Bernetti,
come segretario di stato, partecipò
il grave pericolo di vita in cui tro-
vavasi il Pontefice al cardinal So-
raaglia decano, ed al cardinal Zur-
la vicario, non che al corpo di-
plomatico. Il cardinal vicario im-
mediatamente fece esporre il ss.
Sacramento nelle basiliche Lalera-
nense, Vaticana e Liberiana, ed oi--
dinò a tutto il clero la recita del-
l'orazione : Pro infìniw Pondfìce
morii proxirno j ed in pari tenq^o
furono sospesi in B.oma tutti i pub-
blici spettacoli. Nella mattina dei
nove il cardinal decano per im suo
gentiluomo partecipò a tutto il sa-
cro collegio l'uifausta notizia, ed al-
lora i cardinali in abito si recaro-
78 LEO
no nelle pontificie camere per in-
formarsi della preziosa salute del
capo della Chiesa, e si traltenneio
alquanto se avesse voluto vederli,
poscia si restituirono alle proprie le-
sidenze. Nella stessa sera il cardinal
Castiglioni entrò nella camera del-
l'augusto infermo e 1' assistette se-
condo i doveri della sua carica di
penitenziere maggiore, mentre il
Pontefice che sino allora era stato
costantemente presente a sé stesso,
cadde in un profondo sopore ,
prestandogli gli ultimi uffizi fino
allo spirare il dottore Poggioli, do-
po cioè la partenza de' chirurghi,
attribuendo la voce pubblica al
Todi ni il peggioramento del vene-
rando infermo. Sul far del giorno
il cardinal Odcscalchi, per far ri-
posare il cardinal Castiglioni, suben-
trò nell'assistenza ; e dopo lunga e
placida agonia, fra le lagrime e la
desolazione di tutti gli astanti, nel
martedì mattina io febbraio 1829,
ad ore quindici e tre quarti, Leo-
ne XII rendette V ultimo respiro,
nell' età d'anni sessantotto, cinque
mesi ed otto giorni, e di pontificato
anni cinque, mesi quattro e gior-
ni tredici. A cagione dell'inatteso
e rapido corso del morbo da cui
fu condotto il Pontefice in brevissi-
mo tempo alla tomba, non mancò
chi avvisasse ad una causa violen-
ta, il che per noi non vuoisi qui
né ammettere né escludere; riferen-
do solo come illeso abitualmente
ei si fosse da ogni malore uretrale
e vescicale, in modo che negli stessi
abituali e cronici incomodi ed ac-
cessi emorroidali ebbe sempre ed
in ogni tempo ad emettere le sue
acque spedite, limpide ed abbon-
danti.
Dopo le consuete cerimonie e
funebri pompe, nella sera del secon-
LEO
do giorno delle esequie novendiali,
il cadavere del Pontefice alla pre-
senza de'cardinali da lui creati fu
collocato dentro le solite casse, e
poscia rimossa quella di Pio VII,
fu posta nella nicchia sopra la por-
ta della cantoria del coro della ba-
silica vaticana. Nel nono ed ultimo
giorno de'novendiali, dopo la mes-
sa celebrata dal cardinal Odescalchi,
alla quale assistette il re di Bavie-
ra nel più stretto incognito, e pri-
ma delle cinque solenni assoluzioni
intorno al tumulo grande, monsi-
gnor Angelo Mai primo custode
della basilica vaticana, vestito di
cappa sah sul pergamo a cornu e-
vangelii della cappella del coro della
medesima basilica, e pronunziò in
latino la funebre orazione, essendo
stato a ciò scelto dal sagro collegio,
la quale con la nota dottrina dipin-
se al vivo con grave eloquenza i
principali tratti del pontificato di
Leone XII. Il tumulo grande o ca-
tafalco, intorno al quale negli ul-
timi tre giorni de'novendiali si fan-
no le cinque solenni pontificali as-
soluzionij fu innalzato in mezzo alla
navata maggiore di detta basilica,
con disegno del cav. Giuseppe Va-
ladier, e gli ornali e le figure del-
lo scultore Adamo Tadolini. Que-
sto magnifico catafalco consisteva
in una grandiosa piramide egiziana,
e ne' quattro angoli eravi dipinto
il ritratto del Papa defunto, il suo
stemma gentilizio, quello della re-
verenda camera apostolica, ed il
triregno colle chiavi incrociate. Nel-
la cima sorgeva la gigantesca sta-
tua della Religione: nella parte del-
la principale prospettiva, in grandez-
za naturale, eranvi le statue simbol-
leK£;ianti la Carità e la Giustizia,
con un genio accanto ali urna de-
corata di panneggio eoa sopravi
LEO
duo cuscini e pioporzionalo triregno
ed iscrizione, figiirando come rac-
chiudesse le ceneri dciraiignslo ile-
funto. iVelia parie opposta poi ven-
nero dipinti molti emblemi sacri,
con due fame personificate e pian-
genti, e soUo con pitture a chia-
ro-scuro venne rappresentalo l'ac-
crescimento delle cattedre nell' ar-
chiginnasio romano. Dai lati late-
rali, corrispondenti a rimpctto del-
le cappelle del coro e del ss. Sa-
cramento, si leggevano quattro iscri-
zioni latine di Girolamo Amali
scrittore in lingua greca della biblio-
teca vaticana, nelle quali egli lie-
pilogò i fasti del breve, ma glorio-
.so pontificato di Leone XII, enco-
miando principalmente sì nella i-
scrizione minore, e con piìi diffu-
sione nelle quattro mentovate, la
somma di lui religione e pietà ,
quanto fece per la più spedita e ret-
ta giustizia, la sua liberali là e prov-
vida sollecitudine nel governo, e la
costanza del suo animo, instancabile
nell'esercizio de'suoi doveri ad onta
di sua inferma salute, virtù tutte
che eminentemente adornarono s\
gran Pontefice. Queste iscrizioni
sono riportate nell'opuscolo di mon-
signor Giuseppe Baraldi, intitolato
Leone XII e Pio Vili, e nel-
l'edizione che nel 1829 ne fe-
ce in Venezia Giuseppe Battaggia ,
si leggono con la versione in ita-
liano del eh. dottore Paravia, no-
me come quello del Baraldi alle
lettere carissimo. Sotto 1' urna con
pittura a chiaro-scuro venne figu-
rata r apertura della porta santa.
Quattro magnifici candelabri soste-
nenti ognuno copioso numero di
candele, aventi in cima una faccella,
adornarono la bella e sontuosa pi-
ramide che posava sopra analoga
base, e circondata da un ordine di
LEO 79
scalini. A pie di questi nelle quat-
tro laterali estremitii, e precisamen-
te sotto i candelabri, furono po-
sti quattro tappeti con altrettanti
sgabelli pei cardinali che ne'predet-
ti ultimi tre giorni, in un al ce-
lebrante fecero le memorate asso-
luzioni, sedendo il celebrante da-
vanti alla cappella del coro, luo-
go ove i cardinali, i prelati ec, ce-
lebrarono i novendiali funerali. Del-
l'umile sepolcro decretato da Leo-
ne XII vivente innanzi la cappella
di s. Leone I Magno, ne parlammo
all'articolo Ge.vga, come del monu-
mento di gratitudine eretto nella
basilica vaticana, a spese particola-
ri del regnante Gregorio XVI.
Leone XII, il cui nome solo è
gloria, sostenne con magnanimitìi
la grandezza di questo nome mae-
stoso per le gesta degli undici Pon-
tefici che precedentemente l'aveva-
no portato; nelle quali se ne in-
contrano diverse confoimi a quelle
ed al carattere di Leone XII, sic-
come zelantissimo dell'apostolico mi-
nistero, di sveglialo ingegno, corag-
gioso e franco. Se E.oma fosse sta-
ta minacciata da qualche nemico,
esli sarebbesi mostrato senza dub-
bio un altro s. Leone IV. Il perchè
la perdita di un tanto Pontefice fu
giustamente compianta non solo da
quelli di cui fu egli ancora prin-
cipe e padre, ma da tutto l' orbe
cattolico, e dalla maggior parte dei
sovrani, come dichiararono nelle let-
tere al sacro collegio, ed a voce
per mezzo dei loro ambasciatori e
ministri, sì in forma pubblica che
particolare; e pianse l'intera Chie-
sa, essendo benemerito della religio-
ne e della società. Però con la sua
vita non è stala spenta la sua me-
moria; la fama non può morire.
Dopo il pontificato di Pio VII,
8o LEO
torno la alla santa Setle la calma,
Leone XII nel breve suo regno si
mostrò tutto inteso a rimettere le
cose di Roma e dei suoi domini i,
in quello stato, nel quale non ave-
vano potuto mantenersi tra le pas-
sate vicende, con quelle provviden-
ze e modificazioni proporzionate ai
tempi ed ai bisogni dei popoli ; e
ad esservi coadiuvato fece scelta di
egregi ministri, esaltando al car-
dinalato personaggi d' un merito
distinto, virtuosi e dotti, i quali
aumentarono il lustro del sagro
collegio. IMalgrado la sua debole
salute, si può dire che governò
sempre da sé stesso, occupandosi
del dettaglio d'ogni cosa ; dichiarò
aperta guerra agli abusi, cercò d'ap-
plicare una salutare riforma ai di-
versi rami della pubblica ammini-
strazione, s\ civile che criminale,
tanto sul giudiziale che sull'econo-
mico, ed ecco perchè alcune suede-
terminazioni furono biasimate. Dap-
poiché essendo perfettamente irre-
prensibile riguardo alle cose religio-
se, al dire di alcuni volle forse per
rispetto alle cose amministrative es-
sere piìi corrivo di quello che si
convenisse, spintovi dall'ardente bra-
ma che avea di fare il bene e la
felicità de' sudditi. L' umiltà sua,
come osserva il lodato monsignor
liaraldi, gli fece talvolta esclamare
quando ammetteva alcuno al bacio
del piede: non ì)iihi, sed Petro ;
la sua mansuetudine e dolce con-
versare consolava e rapiva chi avea
l'onore di trattarlo e visitarlo, co-
me ampiamente dimostra il beneme-
rito suo principale biografo cav.
Artaud di Montor già incaricato
d' alFuri per la Francia a Pioma
nel suo pontificato. Varie società
segrete minacciavano turbare la pa-
ce e la tranquillità di^ll' Europa ;
LEO
ma Leone XII ripetè le proteste
de'suoi antecessori contro queste il-
lecite assemblee, e contro le loro
prave intenzioni ; laonde discoprì
novelle trame, che osavano attenta-
re all'autorità de'principi legittimi,
ed aveano altri tenebrosi scopi .
Condannò pure le società bibliche;
mentre le sue allocuzioni, bolle ed
encicliche saranno sempre monu-
menti per lui gloriosi, siccome ze-
lante conservatore del culto divino
e della disciplina ecclesiastica.
Promosse Leone XII i buoni stu-
di, protesse le arti ed i suoi cultori ;
fu sostegno dei poveri, degli infer-
mi e de'prigionieri : principe fru-
gale e modesto, e pieno d'integrità,
fu alieno dal nepotismo e dall' in-
grandimento de' suoi parenti ; e fu
dalla morte rapito quando nella
vastità di sua mente molte cose
andava disponendo per il bene del-
la Chiesa, non meno che per la
prosperità dei sudditi. Studiò inge-
gnosamente l'abbellimento tanto di
Roma che dello stato nelle strade
pubbliche, negli arsenali di Ancona
e Civitavecchia, ed in altre opere da
lui intraprese pel maggior decoro
estrinseco della dominante e dello
stato. In Roma edificò il Porto Leo-
nino ( Vedi), per vantaggio della
regione di Trastevere e della città
Leonina. Nel palazzo di Papa Giu-
lio stabilì una scuola e collegio
veterinario, dove venivano raccolti
da tutte le provi ncie dello stato
dei giovani abili a dedicarsi a questa
utilissima scienza : ivi erano istrui-
ti nell'anatomia, nella zoologia, nella
patologia e nella mascalcia. Lo sta-
bilimento era sorvegliato da abile
direttore ed assistito da valenti pro-
fessori, ed il tutto era regolato a
norma dei più famosi collegi ve-
terinari di Europa. Nelle Notizie del
LEO
giorno di Roma del 1842, al nu-
mero 49 si legge l'elogio del pro-
fessor Luigi Metaià, che Leone XII
prescelse al magistero della veteri-
naria in detto stabilimento, conser-
vandogli nell'università la cattedra
di zoologia; ma nel pontificato di
Pio Vili il collegio fu soppresso, e
le cattedre furono incorporate nella
nominata università. Il macello pub-
blico in Roma, per incolumità della
città, fu per ordine di Leone XII edi-
ficato a porta Flaminia detta del
Popolo, dal lato del fiume Teve-
re, a forma dei migliori di altri
luoghi. In questo edifizio volle sta-
bilito un locale per la mattazione
di tulli gli animali, le di cui cai''-
ni servono ad uso pubblico, onde
così venissero tolti i pericoli ed il
disordine che derivava dai ma-
celli privati. Questo vasto edifi-
zio fu eseguito con disegno del-
l'architetto cav. Gio. Battista Mar-
tinetti, ed il locale è capace della
mattazione contemporanea di più
centinaia di bestie, ed è fornito di
tanta copia d' acqua corrente da
provvedere all'istante alla nettezza
del luogo : vari sopraintendenti di-
rigono l'utile stabilimento, alcuni
de'quali invigilano alla bontà delle
carni, che non vengono introdotte
in città se non sono giudicate salu-
bri, e si trasportano ai macelli col
mezzo di carri coperti, venendo co-
sì rimosso il fetore che prima era
in essi, e nocivo alla pubblica sa-
nità. Leone XII dichiarò direttore
sopraintendente dello stabilimento
di mattazione o pubblico macello,
il lodato professore Metaxà. Inol-
tre Leone XII fece lastricare la
Piazza del Popolo [Fedi), rimosse
r antica fontana , ed in vece in-
torno all' obelisco eresse una gra-
dinala quadrata, ai cui angoli fu-
VCL. xxxvui.
LEO 8t
rono collocali quattro leoni di mar-
mo di stile egizio, i quali gilta-
no acqua nelle sottoposte vasche
rotonde: del vicino Monte Pincio
( Fedi), pubblica e deliziosa passeg-
giata, Leone XII fu benemerito del
suo abbellimento, come di altri luo-
ghi di Roma, di che trattiamo ai
rispellivi articoli. Di quanto poi fe-
ce in vantaggio della città e san-
tuario di Loreto^ l'ho detto in
queir articolo.
Per maestà e decoro del Ponte-
fice, allorché si reca in alcune se
lennilà con treno nobile e pubblico,
Leone XII fece fare la sontuosa e
ricca carrozza di cui parlammo al
volume X, p. 119 del Dizionario^
la quale nell'odierno pontificalo ha
ricevuto dei ragionevoli migliora-
menti, acciò meglio corrispondesse
alla sua onorevole destinazione. Nel-
la serie dei conii delle medaglie pon-
tificie esistenti nella zecca papale,
vi sono pure quelli del pontificato
di Leone XII. Oltre i conii delle sue
cinque medaglie che si dispensano
nel giovedì santo a quelli che fanno
le veci degli apostoli, ed oltre la
suddescritla del possesso, e quella
che descrivemmo all'articolo Genga,
vi sono i conii delle medaglie coll'ef-
figie dell'arcangelo s. Michele, col
mollo : Prospere . Procede . Ex . Re-
GNA,anch'essa allusiva all'incoronazio-
ne e possesso; con l'eftigie di s. Pietro,
e l'epigrafe: Ut . Thesauros . Aiv-
m . Sanctiobis . Tecum . Aperiam ,
coniata per l' apertura della porta
santa; col molto Benemerenti, per
premiare i benemeriti delle arti,
scienze ed utilità pubblica; colle
parole : Agademiis . Archigvmnasii .
Romani, di premiazione dell'univer-
sità romana; con incisione rappre-
sentante la funzione dell' apertura
della porta saota^ e le parole : Ja»
82 LEO
jfUAs . CoELi . ApERUtT; coii la fi-
gura della religione radiata sedente
sul globo, e 1' epigrafe : Sedet . Su-
per . Universum . Anno . Jubilaei .
MDCCcxxv ; con l'incisione che rap-
presenta il Papa che chiude la por-
ta santa, e l'iscrizione: Et . Clau-
siT . Mscccxxv; con l'epigrafe: Au-
DITORIBUS. ArCHIGYMNASU . ROMANI,
medaglia di premiazione; con l'inci-
sione in cui si vede il Pontefice vi-
sitare l'arcispedale di s. Spirito, e
la leggenda: Infirmus . Eram . Et .
VisiTASTis . Me; col disegno del
nuovo battisterio Liberiano, ed il
motto : Baptisterio . Liberiano . E-
KECTO . Dedicato; con la figura del-
la Religione, medaglia incisa ad o-
nore del Papa dall'alunno dell'ospi-
zio apostolico Davilli, coU'epigrafe :
In . Forti . Turris . In . Tua . Fi-
de . PoRTioR . Orcis. Tutte queste
medaglie hanno nel rovescio l' efH-
gie di Leone XII, o in raozzelta
e stola, o in piviale e triregno. In
quanto alla medaglia grande conia-
ta per la congregazione degli studi ,
se ne può leggere la descrizione nel
■volume XVI, pag. 276 del Dizio-
Ilario.
Finalmente diremo che Leone
XII non fece mai villeggiatura, so-
lo recossi nei luoghi suindicati sen-
za pernottarvi; fu bensì solito tal-
volta recarsi alla Cecchignola a
pranzo, con qualche famigliare o
ministro, il perchè ne daremo un
cenno. La Cecchignola detta pure
Piliotti, Cicomola , e Cicognola, è
il nome di due tenute dell'agro ro-
mano confinanti fra loro; la pri-
ma appartiene oggi al principe d.
Alessandro Torlonia, ed un tempo
fu del priorato gerosolimitano di
Roma, indi del palazzo apostolico,
e questa suol designarsi coll'aggiun-
to di Priorato^ o Cecchignola nuO'
LEO
vaj l'altra spetta alla nobile fami-
glia Lepri, distinta col nome di Cec-
chignola vecchia , e già fu pioprie-
tà dei Cenci. Delle due Cecchigno-
le tratta monsignor Nicola Maria
Nicolai nel t. I, p. i83 e i85 del-
le sue dotte Memorie, l^ggj^ ^^ os-
servazioni sulle campagne e sull'an-
nona di Roma. La Cecchignola
Priorato resta cinque miglia fuori
della porta di s. Sebastiano, a destra
della strada denominata del Divi-
no Amore, l'antica via Ardeati-
na. Il nome di Cecchignola de-
riva da Cicomola, leggendosi nella
bolla di Onorio HI del 1217 a
favore de'monaci di s. Alessio di
Roma, riferita dal Nerini, De tempio
et coenobio ec. pag. 229 e 5i5, che
questi possedevano duas pedicus
terrae in Piliotti, vel Cicomola. A
quell'epoca pertanto apparteneva in
parte a quel monastero. In un altro
istromento riportato pure dal Ne-
rini, e pertinente all'anno 1 349 ^'
legge come confine di un casale
denominato Schiaci il casale nnod
vocalur la Cicognola. Allora appar-
teneva tutto al monastero predetto,
poiché da un documento del iSyj
si raccoglie, che Bartolommeo ab-
bate di s. Alessio die in affitto a
Nucco di Pietro Gibelli tertiam
partem ciijusdani casalis dicti ma-
naslerii quod vocatur la Cicogniola.
La Cecchignola Priorato, luogo de-
lizioso con lago, essendo proprietà
del priorato gerosolimitano di Ro-
ma, da Leone XII fu riacquistato
alla camera apostolica che un tem-
po n'era stata signora. In seguito
come luogo opportuno alla caccia
fu notabilmente migliorato da Leo-
ne XII, che restaurò ed ingrandì
il casale già costrutto da Paolo V.
Ed in occasione de' lavori da lui
ordinati, si trovarono le tracce del
LEO
pavimento clell'antica via Ardealina,
pavimenti di musaico , ruderi di
sepolcri, molli dolii di terra cotta
ec, indizio di un'antica villa in que-
sto luogo. Pio Vili avendo fatto
restaurare il palazzo di Castel Gan-
dolfo, luogo della villeggiatura pon-
tificia, ivi fece trasportare dalla Cec-
chignoia parte del mobilio e stam-
pe incise, con cui Leone XII a-
\ea abbellito il casino della Cecchi-
gnola. Nelle noie vicende del i83i
avendo la camera apostolica dovu-
to alienare diverse possidenze, ven-
dette la Cecchignola Priorato alla
nobile famiglia Torlonia, ed il re-
stante del mobilio e slampe incise
che vi avea collocale Leone XII, le
fece il regnante Pontefice traspor-
tare al palazzo pontificio di Castel
Gandolfo : ma il quadro della cap-
pella della Cecchignola dipinto dal
Muziani, e rappresentante s. Fran-
cesco d' Asisi , fu trasferito nella
chiesa di s. Sebastiano fuori le mu-
ru di Roma, e collocato nella cappel-
la a mano manca dopo l'ingresso, in
sostituzione ad un s. Carlo Borro-
meo, perchè essendo ora la chiesa in
custodia dei minori osservanti, era
bene che vi fosse una cappella sa-
cra al loro fondatore s. Francesco.
Per altre notizie del Pontefice Leo-
ne XII si possono leggere i Diari
di Roma e le Notizie del giorno
pubblicate nel suo pontificalo, gli
autori ed opuscoli citali in questo
articolo ed in quello di Genoa Fa-
miglia, ì relativi articoli del Dizio-
nario, e la dotta opera del canoni-
co di Padova e protonotario apo-
slolico d. Antonio Nodari, da lui
stesso donatami con onorevole epi-
grafe, ed intitolata : Vitae Pontifi-
ciini Ronianorum Pii VI, Pii VII,
Leonis XII^ Pii Vili, addito com-
mentariolo de Gregorio XVI ec.j
LEO 83
Patavii typis Seminari! 1840. Que-
sta opera viene giustamente loda-
ta per la grazia e per la forza
di una latinità elegante ed ener-
gica; e le finezze di spirito famiglia-
ri a Tacilo vi sono impiegale eoa
ingegno, oltre altri pregi. La san-
ta Sede vacò cinquanta giorni.
LEONE, Pontefice finto. Corra-
do Alberstadense nel suo Cronico,
e "Vincenzo nel suo Specul. Just.
lib. i4 > dicono che al Papa san
Felice II , che patì il martirio
a' 22 novembre dell' anno 365,
successe un Pontefice della eretica
sella degli ariani, chiamato Leo-
ne, che poi morì precisamente co-
me l'eresiarca Ario; la qual co-
sa non credono improbabile i Cen-
turiatori di Maddeburgo. Ma non.
facendone menzione né s. Girolamo,
ne s. Agostino, né s. Oliato, né Teo-
doreto, né Ruffino, né finalmente
altri antichi e moderni scrittori ,
sembra manifesto che sia interamen-
te fittizio ed immaginalo il Ponte-
fice Leone, ed una vera favola. A
questa assegna qualche origine il
ven. cardinal Bellarmino, De Rom.
Pont. cap. II.
LEONE, Cardinale. V. S. Leo-
ne I Papa.
LEONE, Cardinale. V.S. Leo-
ne II Papa.
LEONE, Cardinale. Leone car-
dinale prete del titolo di s. Dama-
so, intervenne al concilio del Papa s.
Zaccaria,lenulo nell'anno 743 o 'j/\5.
LEONE, Cardinale. Leone car-
dinale prete del titolo di s. Ana-
stasia fu al concilio del 743 o 74^,
celebrato in Roma dal Pontefice s.
Zaccaria.
LEONE, Cardinale. Leone car-
dinale vescovo d'Albano solloscris-
se il concilio celebrato dal Papa s.
Paolo I nel 761.
84 LEO
hEO^'E, Cardinale. V. S. Leo-
ne HI Papa.
LEONE, Cardinale. V. S. Leo-
ne IV Papa.
LEONE, Cardinale. Le one car-
dinale prete del titolo di s. Ceci-
lia fu al concilio tenuto in Roma
da s. Leone IV neU'SSS.
LEONE, Cardinale. Leone pre-
te cardinale del titolo di s. Loren-
zo intervenne neir853 al concilio
romano di s. Leone IV. Fu lega-
to apostolico alla corte dell'impe-
ratore di Costantinopoli in favore
di s, Ignazio , e contro 1' intruso
Fozio.
LEONE, Cardinale. Leone car-
dinale prete di s. Ciriaco fu al con-
cilio tenuto da s, Leone IV l'aa-
no 853.
LEONE, Cardinale. Leone car-
dinale vescovo di Selva Candida,
registrato tra i cardinali di s. Leo-
ne IV.
LEONE, Cardinale. Leone car-
dinale vescovo di Sabina interven-
ne al concilio dell' 872 celebralo
da Giovanni VIII, e sottoscrisse al
commonitorio consegnato ai legati
apostolici ad oggetto di restituire
l'empio Fozio alla cattedra patriar-
cale di Costantinopoli.
LEONE, Cardinale. Leone car-
dinale diacono intervenne al sino-
do romano dell' 872, celebrato da
Giovanni Vili.
LEONE, Cardinale. V. Leone V
Papa.
LEONE, Cardinale. Leone car-
dinale prete di s, Balbina , fu al
concilio che il Papa Giovanni XII
tenne nel 964.
LEONE, Cardinale. Leone car-
dinale prete del titolo di s. Croce
in Gerusalemme sottoscrisse alla
bolla dell'antipapa Leone Vili del
964.
LEO
LEONE, Cardinale. Leone car-
dinale vescovo d'Ostia sottoscrisse
un diploma di Giovanni XIII in
data del 969, e diretto a Gandol-
fo primo arcivescovo di Benevento.
LEONE, Cardinale. Leone car-
dinale prete del titolo de' ss. Gio.
e Paolo fiorì nel pontificato di Be-
nedetto VII del 975.
LEONE, Cardinale. Leone car-
dinale prete di s. Nereo sottoscrìs-
se nel 998 la bolla di Giovanni
XVI, colla quale canonizzò s, U-
dalrico.
LEONE, Cardinale. Leone car-
dinale prete di s. Sisto appose la
sua sottoscrizione alla bolla di Gio-
vanni XVI, con la quale nel 993
canonizzò s. Udalrico.
LEONE, Cardinale. Leone car-
dinale prete de' ss. Giovanni e Pao-
lo sottoscrisse ad una bolla di Be-
nedetto Vili del IO £2, in favore
dell'abbazia di s. Ruffillo di For-
limpopoli.
LEONE, Cardinale. Leone car-
dinale diacono fiorì nel pontificato
di Benedetto IX eletto nel io33.
LEONE, Cardinale. Leone car-
dinale diacono sottoscrisse un pri-
vilegio accordato nel io44 da Be-
nedetto IX al patriarca di Grado.
LEONE, Cardinale. Leone car-
dinale prete del titolo di s. Loren-
zo in Lucina, ed arciprete della
santa romana Chiesa, fiorito sotto
s, Leone IX del 1049, abbandonò
il Papa s. Gregorio VII, per se-
guire l'antipapa Clemente III ; laon-
de condannato e degradato dalla
sua dignità, morì decrepito ed o-
stinato nello scisma, nel pontificato
di Urbano II.
LEONE, Cardinale. Leone car-
dinale prete del titolo di s. Loren-
zo in Damaso fiorì nel pontificato
di s. Leone IX del 1049, e tre»
LEO
vossi presente al concilio celebrato
da Nicolò II nel loSg, come alla
solenne dedicazione della basilica
di Monte Cassino fatta da Alessan-
dro li.
LEONE, Cardinale. Leone car-
dinale diacono di s. Maria in Cos-
medin, fiorito nel pontificato di A-
lessandroll, è il primo, secondo il
Ciacconio, che dall'officio di arci-
diacono fosse decorato della cari-
ca di camerlengo di santa romana
Chiesa, che allora era pure teso-
riere della medesima. E vero che
in una bolla spedita da Stefano
X a favore della chiesa d' Arezzo
nel loSy si legge: Scriptum per
manus Gregorii notarti et came-
rarii s. Sedis apostolicaej ma que-
sto Gregorio non era cardinale. Sot-
toscrisse una bolla da Alessandro
li nel 1062 spedita da Anagni, ed
a lui si ribellò per giltarsi al par-
lilo dell'antipapa Clemente III.
LEONE, Cardinale. Leone car-
dinale prete del titolo di s. Mar-
co, registrato tra i cardinali di A-
lessaiidro li che mori nell'anno
1073.
LEONE, Cardinale. Leone car-
dinale diacono di s. Maria in Cos-
medin, si legge tra quelli di A-
lessandro II, il cui pontificato finì
nel 1073.
LEONE, Cardinale. Leone car-
dinale prete fiorì nel pontificato di
s. Gregorio VII eletto nel 1073.
Alcuni lo dicono creato cardinale
diacono da Alessandro II, e che s.
Gregorio VII lo trasferì all'ordine
dei preti. A lui si ribellò per aderire
allo scismatico Clemeule III falso
Pontefice.
LEONE, Cardinale. Leone car-
dinale vescovo d'Albano, creato da
Pasquale II del 1099, fu spedito
p Benevento col carattere di lega-
LEO 85
to, insieme con Anastasio poi car-
dinale, per istabilire la pace coi nor-
manni , dove si trattenne finché
le cose furono accomodate e quel-
la città ridotta alla obbedienza del
Papa. Morì nel pontificato di Pa-
squale II.
LEONE, Cardinale. Leone o Lee-
na abbate casauriense fu da Ales-
sandro HI a'21 marzo 1 170 crea-
to cardinale diacono in Verdi, ove
nella chiesa di s. Erasmo se ne
scolpì in marmo la memoria.
LEONE NUOVO NEL MESSI-
CO. V. LlNARES.
LEONE, Ordine equestre. Que-
sto ordine militare lo istituì nel-
l'anno 1080 Enguerrando I signo-
re di Coucy, in memoria di un
feroce leone eh' egli aveva ucciso
nella foresta di Coucy, perchè fa-
ceva terribilissime stragi. Istituì in-
oltre delle feste di ringraziamento,
da doversi rinnovare ogni anno ;
ed i fondatoli dell'abbazia di Nou-
gent, eh' erano della casa di Cou-
cy, obbligarono l' abbate di quel
monastero ad offrire del pane e
delle torte al signore di Coucy
nella corte, ov'era collocata l'effi-
gie del leone. Questo omaggio ve-
niva fatto con delle prescrizioni
bizzarre, proprie de' bassi tempi, e
rinnova'vasi nelle feste di Natale, di
Pasqua e di s. Giovanni Battista.
Lallovette che scrisse nel 1576 la
storia genealogica delia casa di
Coucy, dice che quest'ordine ven-
ne rinnovato da Enguerrando li
nel secolo XIII, sul cominciare del
regno di s. Luigi IX re di Fran-
cia; e che anzi, secondo il p. He-
lyot, è forse assai più probabile
che Enguerrando II sia stato il
vero istitutore di questo ordine, i
di cui cavalieri portavano per in-
segna equestre una medaglia d'o-
se LEO
ro, in cui era rappresentata la fi-
gura di un leone.
LEONE D'ORO d' Assia - Cas-
SEL, Ordine equestre. Lo istituì Fe-
derico II landgravio d'Assia - Cas-
sel a'i4 agosto 1770. Sino al 18 16
l'ordine formava una sola classe, i
cui membri prendevano il titolo e
grado di cavaliere. Oltre i princi-
pi del sangue, i quali dalla nasci-
ta n'erano fregiati , tra gì' impie-
gati civili e militari non potevano
portarne la croce che quelli che
appartenevano alla prima classe. In
detto anno 18 16 l'elettore d'As-
sia-Cassel Guglielmo I, volendo ri-
compensare i servigi resigli dalle
persone impiegate d'una classe in-
feriore, estese l'ordine, e vi aggiunse
all'unica classe altre tre classi. Al-
lora i membri della prima classe,
lasciato il titolo di cavaliere, pre-
sero quello di gran croce. Le nuo-
ve classi vennero divise in com-
mendatori di prima e seconda clas-
se e in cavalieri. Pei gran croci
restarono in vigore gli antichi sta-
tuti. Quanto agi' impiegati fu sta-
bilito, che gli assiani di seconda
classe possono ricevere la croce di
commendatore di prima classe; quel-
li della terza classe hanno la cro-
ce di commendatore di seconda
classe. La decorazione di quest'or-
dine consiste in una croce collo
scudo, entro cui è il leone inse-
gna d'Assia, coir epigrafe intorno:
VIKTUTE ET FIDELITATE ; il naStrO di
seta al quale si appende la deco-
razione è di colore sanguigno.
LEONE DI Zahrixgex, Ordine
equestre. Ebbe per istitutore il gran-
duca di Baden Carlo Federico. Vo-
lendo questo principe premiare i
suoi sudditi che fedelmente lo a-
veano servito nelle vicende politii
che dei primi anni del secolo cor-
LEO
rente, a' 26 dicembre 1812, gior-
no onomastico della sua sposa Ste-
fani;!, fondò quest'ordine militare
e cavalleresco, ed in memoria de-
gli antichi e potenti duchi di Zah-
ringen da cui discendeva gliene die-
de il nome. Formò gli statuti e di-
vise l'ordine in tre classi : la pri-
ma di gran croci, la seconda di
commendatori, la terza di cavalie-
ri semplici. La decorazione formasi
da una croce nel cui centro vi è
il leone stemma dei Zahringen,
leggendosi in giro il motto ; Fi'cr
Ehre und PVahrheif, cioè per l'o-
nore e la verità. La decorazione
ha il nastro di seta ondata di co-
lor verde, e con orli di color di
arancio. Inoltre il granduca Fede-
rico nell'anno i8i5 istituì ancora
una medaglia d'onore per que' sud-
diti che avessero bene meritato del-
la patria e del principato , tanto
nell'esercizio degli impieghi civili,
quanto per gesta militari durante
le sanguinose vicende che desola-
rono l'Europa dal i8i3 al 18 15.
Questa decorazione, se concessa
agi' impiegati civili, pende da un
nastro nero con una lista di color
di arancio; se data ai militari, il
nastro è rosso con le strisce tra-
versali bianche, con orli neri.
LEONE de' Paesi Bassi, Ordine
equestre. Il re de'Paesi Bassi Gu-
glielmo I, dopo avere istituito un
ordine cavalleresco che dal pro-
prio nome chiamò Guglielmo, on-
de premiare i prodi e fedeli mili-
tari, volle a' 26 settembre i8i5
fondarne altro col titolo del Leone
per premio del merito civile. Lo
divise in tre distinte classi, vàie a
dire, di gran croci, di commenda-
tori e di cavalieri. La croce del-
l'ordine è d'oro, di forma ottago-
na, smaltata in bianco: sulla faccia
I
LEO
dello scudo ewi la figura del leo-
ne, e nel rovescio l'iscrizione: vir-
Tus NOBiLiTAT. 11 iiastro della de-
corazione è di seta color violetta,
eoa orli color d'arancio; però i
gran croci portano inoltre una pia-
stra, e i corameudatori una croce
ricamala in oro, sulla parte sini-
stra dell'abito. In seguito all'ordi-
ne del Leone pel merito civile,
venne aggiunto un certo numero
di fratelli., i quali portano una me-
daglia simile allo scudo della cro-
ce : essi godono l' annua pensione
di duecento fiorini, metà della qua-
le alla loro morte finiscono le ve-
dove de' medesimi.
LEONE. Animale fiaroca che
per la sua forza è detto il re de-
gli animali. Gli autori sacri ne
parlano sovente, anche in via di
similitudine. Il leone di Giuda è
Gesù Cristo sortito dalla tribù di
Giuda, che vinse la morte, il mon-
do, il demonio. In Grecia il leo-
ne era consaci'ato al Sole, in E-
gitto a Vulcano, in altri luoghi
alla dea Cibele, come in Roma,
fingendo i poeti che i leoni tiras-
sero ad essa il carro, figurando
nella dea la terra, nei leoni l'a-
gricoltura. I gentili lo tennero per
simbolo della virtù divina, ed in
Egitto gli furono dedicati templi,
ed una città chiamata Leopolea
ovvero LenlopoU. Gli orientali so-
levano tenere i leoni all' ingresso
de' loro templi, massime di quelli
dedicali al Sole, 'come vendicatore
degli spergiuri e di altre scelleratez-
ze, acciò in que' luoghi sacri non
si commettessero da alcuno. I ro-
mani costumarono altrettanto, po-
nendo le statue de' leoni alle por-
te de' templi, taiif/uam divinorum
custodes j affinchè il loro aspetto
servisse di fieno e di timore a co-
LEO 87
loro che vi entravano, per man-
tenersi nella modestia a' sacri luo-
ghi dovuta. Quindi è che siccome
il leone dai gentili fu tenuto per
simbolo di diversi elfetti naturali,
o del sole o della terra, e figu-
rati nelle loro cose sacre, così i
cristiani, come di un simbolo in-
differente, non hanno avuto diffi-
coltà di servirsene, sì nelle sacre
immagini come ne' templi. Questo
u';o la Chiesa sembra averlo preso
più dalla sacra Scrittura che dal
gentilesimo, il quale forse anch'es-
so lo tolse da egual fonte, per cui
vediamo le figure de' leoni impie-
gate nel tempio e nel trono di
Salomone. Similmente tra i quat-
tro misleriosi animali mostrati da
Dio al profeta Ezechiele, e poi
all'apostolo s. Giovanni, vi fu an-
che il leone, onde la Chiesa appli-
cò le effigie de' quattro simbolici
animali per esprimere i quattro e-
vangelisti, ed i quattro suoi prin-
cipali dottori; figurando tra i primi
in quella del leone san Marco, ed
il massimo de' dottori s. Girolamo
nei secondi. Il p. Mamachi t. I,
p. 191, De coslumi deprìmi cri-
stiani^ dice ch'essi dipingendo e
scolpendo i leoni, denotavano la for-
tezza con cui dovevano sopporta-
re qualunque patimento per Ge-
sù Cristo , o la vigilanza che fa
d' uopo usare per non cadere
nel peccato, o il nostro Reden-
tore chiamato nelle sacre lettere,
Leone della tribù di Giuda. Poscia
i cristiani senza badare al costume
de'gentili, ma solo a'simboli che si
riconoscono nelle immagini de'leo-
ni, usò di collocare le statue dei
medesimi in varie maniere nelle
chiese. Narra il Baronio, che in Car-
tagine, convertito il tempio della
Dea celeste in chiesa, si giudicò per
88 LEO
una gran vittoria, che quel leone
sul quale sedeva quel falso simula-
cro, stasse sotto la cattedra del ve-
scovo, e da essa il vangelo si pro-
mulgasse. Aggiunge, essersi intro-
dotto nella Chiesa la consuetudine
che ne'postergali delle sedie de' ve-
scovi si scolpissero! leoni, per deno-
tare che la superbia del mondo è
opposta alla dottrina di Cristo, ed
ancora la fierezza del demonio in
quella del leone, che però fu sog-
giogato dalla virtù della Croce, Ec-
co dunque perchè nelle sedie di
molte antiche cattedrali si vedono
effigiati i leoni, ed in Roma somi-
glianti figure sono nelle tribune
e sedie di marmo di alcune chiese
e basiliche, che servirono antica-
mente ai Pontefici, a' vescovi, ed ai
loro titolari. Altri leoni scolpiti si
vedono ne' piedistalli de'candellieri
sì degli altari come de' cerei pa-
squalij e delle colonne che sosten-
gono i pochi amboni superstiti o
pulpiti, variamente effigiati , come
nelle chiese di s. Maria in Cosme-
din, di s, Balbina, di s. Pietro in
Vincoli, ed in altre chiese.
Soprattutto poi gli antichi fedeli
collocarono i simulacri de'leoni alle
porte delle chiese, con più giusto e
diretto fine di quello che facessero
i gentili, affinchè tacitamente ricor-
dassero a'fedeli il timore del giu-
sto sdegno di Dio, se alcima irri»
verenza in que'Iuoghi sacri si com-
mettesse. Molte chiese antiche di
Roma hanno conservato questo co-
stume, vedendosi due leoni interi
fuori delle porte della patriarcale
basilica di s, Lorenzo presso il cam-
po Yerano; uno intero in un an-
golo fuori del portico della basi-
lica de' ss. Xil Apostoli, mancan-
do r altro dalla parte opposta.
Quattro mezzi leoni adox'uauo gli
LEO
angoli di prospetto de'due amboni
nella chiesa di s. Pancrazio; due
leoni sono alle porte delie chiese
di s. Lorenzo in Lucina, de' ss. Gio.
e Paolo, di s. Saba, e due avanti
alla cappella della Beata Vergine
nella chiesa di s, Bartolomeo all'I-
sola, i quali anticamente erano alla
porta della chiesa. Due sono nella
chiesa di s. Maria in Candelora in
Banchi, della quale parlammo al voi.
XXVI, p. 2 3o del Dizionario, ed
in altre chiese ; due gran leoni si
vedono avanti la porta maggiore
di s. Salvatore in Lauro, e due a
quella laterale. Due teste grandi
di leone sono affisse sopra gli ar-
chitravi del portico della diaconia
di s. Giorgio in Velabro^ e sopra
quella di s. Giovanni avanti porta
Latina. Que'simulacri di leoni che
sono alle porte delle chiese, e che
alcuni tengono fra le zampe un'i-
strice o altro animale, ovvero un
uomo o bambino, sembrano opere
gotiche piuttosto che de'gentili. E»
giziani e di granito bigio sono quel-
li ch'erano avanti la chiesa di s.
Maria ad Martyres o Panteon, ivi
forse collocati da M, Agrippa, lascia-
tivi dal Papa s. Bonifacio IV al-
lorché la ridusse in sacro tempio,
trasferiti da Sisto V alla sua fonte
Felice a Termini, e dal regnante
Gregorio XVI nel museo Egizio da
lui fondato in Vaticano, di che ne
parlammo al voi. XXV, p. 167 del
Dizionario, insieme ai due leoni
eh' erano anticamente nella porta
maggiore della basilica lateranensej
e dal medesimo Sisto V trasporta-
ti a detto fonte. Dei due memorati
leoni egizi lavorati in Menfi e for-
se rappresentanti il dio Mophta Ni-
lotico del Pantheon, eruditamente
ne scrisse il p. Rircher in Oedipo
Aegypt. t. \\\,synlag. i3, e. a. Due
!
LEO
leoni di pietra di basai le ed egiziana,
sono nel principio della salita del
Campidoglio^ al quale articolo se ne
fece menzione, dicendosi che dalla
porta della chiesa di s. Stefano del
Cacco de'silvestrini, ivi li fece si-
tuare Pio IV. Nella chiesa di s.
Tommaso a' Cenci, giuspatronato
delia fomiglia Cenci-Bolognetti, la
mensa dell'altare maggiore è soste-
nuta da due grossi marmi in forma
di piedistalli scolpiti con intagli di-
Tersi, che nel prospetto figurano
due teste di leoni, colle corna di
montone, barbe lunghe di capra,
con due ali stese. Pompeo Ugonio,
delle Stazioni dì Roma a p. 28, os-
serva che siccome il leone ha la pro-
prietà che quando veglia tiene gli
occhi chiusi, e quando dorme li
tiene aperti e sfavillanti come fuo-
co, è il vero simbolo del vigilante
e fedele custode, e perciò con ra-
gione posto alla custodia dei sacri
templi sì de'gentili che de' cristia-
ni. Il padre Lupi t. I delle sue Dis-
sertazioni p. 40) citando il Ciampi-
nij discorre de'leoni di marmo posti
nelle antiche chiese de'cristiani, o-
pinando essere appartenuti al tem-
pio d' Iside quelli che decoravano
il Pantheon, e di marmo ad ope-
ra greca quelli eh' erano avanti la
porta lateranense del gran portico
o patriarchio. Il Marangoni dotta-
mente traila de'leoni rappresenta-
ti in islatue alle porte e nelle chie-
se, nella sua erudita opera Delle
cose gentilesche e profane traspor-
tate ad uso e ad ornamento delle
chiese. Inoltre le statue de'leoni si
posero anche sui sepolcri o presso
i medesimi.
Il Santini, /Memorie di Tolenti-
no p. 60, descrive il sarcofago di
marmo bianco di Tolentino, dove
è riposto il corpo de' ss. Caterve,
LEO 89
Sellimia, Severina e Basso, soste-
nuto da quattro leoni, i quali han-
no nelle branche la croce, ed una
bambina, la quale in uno di essi
sta rita in piedi colle mani alzate
verso il capo, e negli altri giace
distesa in terra. La bambina egli
la prende per simbolo della reli-
gione cristiana nascente; quanto ai
leoni dimostra l' antichissimo uso
di far sostenere i sepolcri dai leo-
ni, tanto dagli egizi, ebrei, greci,
romani e cristiani, non solo per
ornamento, ma come simbolo di
vigilante custode. Può il leone a-
vente con sé una bambina rappre-
sentare più significati , come la
mansuetudine, se la persona è im-
belle di sua natura ; il simbolo
della maestà o quello della magna-
nimità e fortezza. In Italia inoltre
si vedono leoni avanti alle antiche
chiese, a Genova, a Parma, a Pia-
cenza, a Verona, a Ferrara, ad
Ancona, e in altri luoghi come a
Monza ed a Modena. Entrando in
questa ultima cattedrale, a destra
ed a sinistra si vede un uomo rag-
gruppato sopra un leone sostenen-
te una colonna sulle sue spalle, e
vuoisi simbolo della religione, base
della ragione umana che ci dà la
forza per sopportare le tribolazioni.
Quanto ai leoni che sottostanno
alle colonne della facciata della
medesima cattedrale di Modena,
tenenti un agnello sotto le loro
zampe anteriori, si dicono imma-
gine del forte che sostiene il debo-
le o dell'innocenza, protetta dalla
religione, poiché gli agnelli non
compariscono spaventati né mal-
trattali. JNel medio evo solevasi a-
vanti la porta principale de'templi
rendere giustizia, ed ivi erano le
arti pubblicate ed autorizzale. Per-
tanto si legge nelle antiche carie
f)o LEO
di quel lempo la formola: Domi-
no nostro sedente inter leones, che
indica il luogo in cui sedeva il
signore feudale sopra la scalinata
in mezzo ai leoni. Anche fuori d'I-
talia molti ediBzi sacri sono ador-
nali colle figure ili leoni, con di-
versi emjjlemi e significati.
LEONESSA, Ordine equestre. I
cavalieri o compagnia della leones-
.sa, equites laenae, laenae societas,
ebbe origine dalle turbolenze e
dalle guerre sanguinose cagionate
nel regno di Napoli, dalle due fa-
zioni che seguivano nel declinar
del secolo XIV e ne' primi anni
del secolo XV, Ladislao figlio di
Carlo III Durazzo, e Luigi II d'An-
giò per l'adozione fatta da Gio-
vanna I di Luigi I d'Angiò. Vi
furono pertanto molti gentiluomi-
ni di quelli che si erano dichia-
rati per la casa d'Angiò, che pre-
sero per divisa un arcolaio d' oro,
che portavano sul braccio sinistro
in fondo rosso, come meglio si dis-
se all'articolo Arcolaio. I gentiluo-
mini poi che parteggiavano per
Margherita vedova di Carlo IH e
pel figlio Ladislao, adottarono per
impresa una leonessa d'argento,
la quale aveva i piedi legati, quale
portavano in petto pendente da un
nastro, qualificandosi per cavalieri.
11 p. Bonanni nel Catalogo degli
ordini equestri, a pag. LXVII ri-
porta la figura del cavaliere della
leonessa, ma lo confonde con quel-
lo dell'arcolaio, supponendolo con-
trario a Margherita e Ladislao.
LEONIDA (s.), marfire. Filosofo
cristiano, nativo di Alessandria, e-
gualtnente versalo nelle scienze sa-
cre e profane. Fu padre di sette
figliuoli, il maggiore de' quali fii
il grande Origene, che educò egli
stesso con cura speciale. Mentre la
LEO
persecuzione contro i cristiani, au-
rizzata dall'imperatore Severo nel-
l'anno 202 , infieriva in Alessan-
dria, Leonida fu preso e messo in
prigione per ordine di Leto go-
vernatore d'Egitto ; e perseverando
fermamente nella fede , fu decapi-
tato. Alcuni credettero che s. Leo-
nida fosse stato insignito della di-
gnità episcopale. E onorata la sua
memoria ai 22 d'aprile.
LEONISTA o LIONISTA. No-
me dato sopra tutto in Germania
agli eretici che chiaraaronsi in Fran-
cia poveri di Lione: questi sono
gli stessi che i valdesi, chiamati leo-
nisli o lionisti, perchè ebbero pi'in-
cipio nella città di Lione.
LEONORIO (s.), vescovo regio-
nario in Bretagna. Uscito di un'il-
lustre famiglia, abbracciò lo stato
monastico nel paese di Galles, do-
po essere stato allevato sotto la
disciplina di s. Iltuto. Passato in
Francia , di cui la provincia di
Domnonea faceva parte, fondò un
monastero tra il fiume Rance e
d'Arguenon, avendogli Giona, con-
te del paese, donato il terreno ne-
cessario. Il re Childeberto lo ave-
va in grande estimazione per le
sue virtù, ed invitollo colle più
pressanti inchieste a venirlo tro-
vare a Parigi : il santo si arrese,
e vi fu accolto con venerazione.
Al suo ritorno intese la morte fu-
nesta di Giona suo protettore, da
Conomoro spogliato del principato
e della vita. Egli accolse e protes-
se Indualto, figlio dello sventura-
to conte ; e senza temere lo sde-
gno dell'usurpatore, si adoperò
presso il re pel di lui ristabilimen-
to nel paterno dominio. Non si sa
l'epoca della morte di s. Leonorio.
Il suo corpo fu trasferito in una
chiesa presso a s. Malo, che portò
LEO
)ioscia il suo nome. La sua festa è
celebrata al primo di luglio, e quel-
la della sua traslazione ai 1 3 d'ot-
lobre.
LEONTINI o LENTINI, Leonti-
ni seu Leonlium. Città vescovile an-
tichissima del regno delle due Si-
cilie, nella Val di Noto presso la
riva del fiume Lisso influente del
Teria, o fiume di s. Leonardo, di-
stante venti leghe da Siracusa, ca-
poluogo di cantone della provincia
della Valle Minore di Siracusa.
Si dice edificata dai calcidesi, es-
sendo gli edifici moderni di buon
gusto, tutti quasi eretti dopo il
teiremoto dell'anno 1693 che ro-
vinò la città. Possiede diverse chie-
je, ed in quella de' cappuccini so-
novi due tavole dipinte dal Tin-
toretto e dal Bassano. I campi leon-
tini fra il Teria e l'Erice sono famo-
si per la loro ubertà: il suo terre-
no è uno dei più fertili della Si-
cilia. Questa antica città di origine
greca,, portò secondo Diodoro il
nenie di Xulhia,o almeno così chia-
mavasi il piccolo paese ove fu e-
dificata, e che sembra aver appar-
tenuto agli antichi lestrigoni di a-
tletiche forme. Dionisio discacciò
gli abitanti, ed obbligoUi ad accre-
scere la popolazione di Siracusa,
mentre munì Leontini, collocando-
vi un presidio di truppe scelte. La
diede poi come stipendio ai soldati
mercenari, ed i successivi domina-
tori di Siracusa la riguardarono sem-
pre come un suo antemurale. Go-
dè il municipale reggimento, tran-
ne il tempo che soggiacque alla
tirannia di Falaride d' Agrigento.
Nell'anno 214 avanti Gesù Cri-
sto fu presa dai romani, indi nel
4H8 vi nacque Gorgia : nelle sto-
rie delle guerre tra' romani e i car-
lagiuesi è molto nominata. Di poi
LEO 9'
nell'anno 4^8 dell'era nostra se ne
impadronirono i maomettani d'A-
frica, dai quali fu poi liberata. La
sede vescovile fu eretta nel III seco-
lo, sotto la metropoli di Monreale.
S. Neofito è il primo vescovo co-
nosciuto, che ne occupava la sede
l'anno 258 circa; a lui successe s.
Piodippo. Tra i di lui successori no-
mineremo s. Luciano, che nel 689
assistette al concilio Lateranense, e
Costanzo che fu al secondo conci-
lio di Nicea nell' anno 707. Dopo
questa epoca non si conoscono più
altri vescovi di Leontini. F'. Rocco
Pirro, Sicilia sacra lib. II, pag,
44'-
LEONTOPOLI. Sede vescovile
di Egitto nella seconda Augustamui-
ca, sotto il patriarca di Alessandria,
eretta nel quinto secolo, che poi
divenne metropoli ed ebbe i seguen-
ti dieci vescovati per suffraganei: A-
treus, Heliopoli o Matarea, Bu-
basta o Basta, Carbetus o Phar-
betus, Babylon, Scena Mandrorum,
Thoum, Antithoum, Scia, ed A-
rabias. Questa città fu chiamata
città de' Leoni , Leonuni civitas ,
e Tolomeo la colloca tra il fiu-
me Attribite e quello di Busiri-
de, cioè tra la parte superiore del
ramo Pelusiaco ed il Phathmetico.
Secondo alcuni, Leontopoli corri-
sponde al Tel-Essahe degli arabi, che
significa collina del Leone. Quattro
vescovi si conoscono di Leontopoli:
Ischirione che sottoscrisse alia lega-
zione di Eugenio diacono della chie-
sa di Amila, a s. Atanasio, in fa-
vore del loro vescovo ; Metrodoro
che fu al concilio di Efeso; Gennaro
che nel concilio di Calcedonia non
volle sottoscrivere la condanna di
Dioscoro ; e Teodoro che assistè al
quinto concilio generale e fu uno
di quelli deputati ad invitarvi il Va,-
9^
LEO
pa Vigilio. Oriens chrìst. tom. II,
p. 554.
LEONTOPOLT. Sede vescovile
di Isauria nella diocesi di Antio-
chia, sotto la metropoli di Seleu-
cia, alla città della quale si vuole
che r imperatore Leone gli dasse
il proprio nome. Dalla legge 4>/"'
ris graec. rom. p. 227, pare che
fosse eretta in metropoli dall'im-
peratore Marciano. Ne furono ve-
scovi Zaccaria che sottoscrisse il
VI concilio generale ed i canoni
in Trullo; e Giovanni insieme ad
alcuni altri vescovi, portò querela
contro Fozio innanzi al Pontefice
iSlefano V detto VI. Oriens christ.
t. II, p. 102 1. Leontopoli , Leon-
topolitan, città vescovile di Bitinia,
è un titolo vescovile in parlihus
che conferisce la santa Sede, sotto
la metropoli pure in partibiis di
Elenopoli. Portò questo titolo Gioac-
chino da s. Maria di Nazareth ,
della diocesi di Porto in Portogal-
lo, da Pio VII nel concistoro dei
23 agosto 18 ic) traslato alla chie-
sa vescovile di s. Lodovico di Ma-
ragna no.
LEONZIA (s.), martire. Sofferse
il martirio in Africa, sotto Unne-
rico re de' vandali, nell'anno 4^4j
in compagnia di s, Dionisia, s. Dati-
va, s. Terzio, s. Emiliano, s. Boni-
facio, s. Maiorico ed altri. Il marti-
rologio romano ne fa menzione
sotto il giorno 6 di dicembre.
LEONZIO (s.), vescovo di Fre-
jns nella Provenza. Nacque a Ni-
iiies nella Linguadoca, ed ebbe a
fratello s. Castore vescovo di Apt.
Innalzato all'episcopato, si distinse
per le più esimie virtù. Indusse s.
Onoralo, suo amico, il quale vo-
leva menare vita solitaria, a stan-
ziare nella sua diocesi, e gli asse-
gnò l' isola di Lerino, ove Onora-
LEO
to pose un monastero che divenne
poi celebre. S. Leonzio di Frejus
si annovera fra i vescovi delle Gal-
lie, a cui i Papi s, Bonifazio I e s. Ce-
lestino I scrissero per affari impor-
tanti. Mori circa l'anno 4^2, ed è
onorato il i.° dicembre. Gli è stalo
dato talvolta il titolo di martire, e
fu eziandio confuso con Leonzio
d' Arles e con altri vescovi dello
stesso nome.
LEONZIO II (s.), vescovo di
Bordeaux. Uscito d' uno dei più il-
lustri casati d'Aquitania, militò in
sua gioventù nella guerra contro i
visigoti, in Ispagna e nella Gallia
Narbonese. Sposò Placidina, la qua-
le contava tra' suoi maggiori s. Si-
donio e l'imperatore Avito. L'in-
tegrità della sua condotta, la pu-
rità de' suoi costumi, il suo amore
alla giustizia e alla pietà , le sue
limosine, lo fecero giudicar meri-
tevole dell'episcopato ; laonde il clero
ed il popolo di Bordeaux lo elessero
a loro pastore dopo la morte di s.
Leonzio I detto il Vecchio, verso
l'anno 541. D'allora in poi non ris-
guardò egli Placidina che quale so-
rella; ed impiegò i suoi considerabili
beni a costruire e a dotare un gran
numero di chiese. Assistette al se-
condo ed a! terzo concilio di Pa-
rigi, tenuti negli anni 55 1 e 557-
Ne radunò egli pure uno della sua
provincia a Saintes nel 565, e mo-
ri circa questo leni pò. È onorato
a Bordeaux ai i5 di novembre;
ma non si trova il suo nome nei
martirologi.
LEONZIO , Cardinale. Leonzio
prete cardinale del titolo di s. Su-
sanna, fu uno de' cardinali che tro-
vossi nel 761 al concilio celebralo
dal Pontefice s. Paolo I.
LEONZIO, Cardinale. Leonzio
cardinale dell' ordine de' diaconi ,
LEO
intervenne al concilio clie tenne
in Roma s. Leone IV nelT 8^3.
LEOPEPtTO, Cardinale. Leoper-
to cardinale vescovo di Palestrina,
sottoscrisse a' io maggio 1067 una
bolla spedita da Alessandro II, a
favore del celebre monastero di
Monte Cassino. Fu amico di s. Pier
Damiani, e si recò in Germania ad
accompagnare l'imperatrice Agne-
se madre di Enrico IV. Mori nel
pontificato di Alessandro II , che
pare Io avesse fatto cardinale.
LEOPOLDO (s.), quarto di que-
sto nome e soprannominato il P/o,
marchese d'Austria, figlio di Leo-
poldo III, e di Ita figlia dell' im-
peratore Enrico III. Coltivò in gio-
vinezza la sua mente collo studio
delle scienze; ma maggior premu-
ra si diede di prepararsi una bea-
ta eternità, mortificando le sue pas-
sioni e i suoi sensi, rinunziando ai
diletti del mondo, nutrendo l'ani-
ma sua coll'orazione, versando lar-
ghe limosine in seno ai poveri , e
praticando ogni maniera di opere
buone. Morto il suo genitore nel
1096, mentr'egli era ancor molto
giovine, si tenne maggiormente in
obbligo di procurare la felicità dei
suoi sudditi , di cui riguardavasi
piuttosto padre che sovrano. Il suo
palazzo divenne la sede della vir-
tù, della giustizia, della beneficen-
za. Essendosi accesa una guerra
civile tra l'imperatore Enrico IV
scomunicato dal Papa , ed il suo fi-
glio Enrico V, Leopoldo credette di
poter prendere la difesa di que-
st'ultimo ; ma sembra che dopo si
pentisse di questo contegno, e lo
espiasse con una severa penitenza.
Nel 1 106 sposò Agnese figlia dello
stesso imperatore Enrico IV, e ve-
dova di Federico duca di Svevia,
principessa degna di lui, dalla quale
LEO 93
ebbe diciotto figli, di cui sette mori-
rono in fresca età, gli altri resero
chiari i loro nomi per virtìi e gran-
diosi fatti, distinguendosi fra essi
il celebre Ottone vescovo di Fri-
singa . Nel 1127 Leopoldo fon-
dò il monastero della santa Croce
dell'ordine de' cistcrciensi, presso il
castello di Kalnperg, ove faceva
sua residenza ; poscia di concerto
colla pia sua consorte un altro ne
fondò di canonici regolari col ti-
tolo di Nostra Signora di Neu-
bourg, due leghe lungi da Vien-
na. Allorché Stefano II re d' Un-
gheria entrò a mano armata nel-
l'Austria, Leopoldo gli mosse con-
tro colle sue truppe, e gli diede
campale battaglia. Gli ungheresi
tornarono qualche anno dopo; ma
la loro armata fu sconfitta dal
marchese d'Austria per modo, ch'es-
si non ne poterono che colla fuga
salvare gli avanzi. Alla morte del-
l' imperatore Enrico V, avvenuta
nel I 125, molti elettori volevano
innalzare Leopoldo alla dignità im-
periale; ma restò eletto Lotario II
duca di Sassonia, al quale Leopol-
do rimase fedele, ed accompagnollo
in Italia. Finalmente dopo un re-
gno glorioso morì della morte dei
giusti, ai i5 novembre 11 36, e
fu sepolto nel monastero di Neu-
bourg. Avendo Iddio glorificato il
suo servo con molti miracoli, il
Papa Innocenzo Vili lo canonizzò
nel i485. La sua festa è notata
nel martirologio romano il i5 di
novembre, ed in altri trovasi quel-
la della sua traslazione ai i5 di
febbraio.
LEOPOLDO, Ordine equestre
d'Austria. Allorché la Francia nei
primi anni del secolo corrente do-
minava in gran parte l'Europa,
l'augusta casa d'Austria più volte
94 LEO
dovette gnerieggiare cogli eserciti
fiancesi, ed il capo di essa 1' im-
pera loie Francesco I, con mirabile
accorgimento, non ommise cosa al-
cuna per mantenere ne' sudditi la
fedeltà e l'allezione. Considerando
che l'ordine di s. Stefano era stato
eretto dopo la metà del secolo pre-
cedente per compensare il merito
civile de' nobili , sino dal 1808
r imperatore medesimo per le con-
tingenze in cui si trovava, saggia-
mente divisò di fondarne altro per
le classi inferiori, senza l'aiuto del-
le quali quello de' nobili non era
sulìiciente. L' intendimento fu il
creare una rimunerazione onorifi-
ca, la quale avesse per iscopo te-
nere i cittadini perseveranti nella
difesa della patria libertà, contro
chi pretendeva privameli colla pre-
ponderanza delle armi. Dipoi pose
ad effetto il concepito disegno nel
celebrare il suo matrimonio con
l'arciduchessa d'Austria Luigia,
cioè due giorni dopo le celebrate
nozze; ed in onore dell' imperato-
re Leopoldo II suo padre, lo chia-
mò r ordine di Leopoldo. Gli sta-
tuii di esso furono pubblicati a' 1 4
luglio 1808, ove si legge essere
l'ordine istituito espressamente per
premiare coloro cbe in guerra si
distinsero per valore, ed eziandio
quelli che avessero dato prove so-
lenni di attaccamento al governo
ed alla famiglia d'Austria. In que-
sto ordine sono tre classi differen-
ti, destinate tanto pei soldati quan-
to pei cittadini, secondo i diversi
gradi di merito. La prima classe
si compone di gran croci, la se-
conda di commendatori, la terza
di semplici cavalieri ; a tutte e tre
possono appartenervi i meritevoli,
senza distinzione alcuna di nascila
o di religione. La decorazione con-
LEO
siste in una croce o stella a otto
raggi smaltati in rosso, con intor-
no un filetto bianco. Sulla faccia
della croce sono incise le lettere
iniziali F. I. A. cioè : Franciscus
Iinperalor Austriaca ed in giro ev-
vi l'epigrafe : otegritati et merito.
Nel rovescio poi vi è il motto e-
gualmente inciso, dell'imperatore
Leopoldo II: opes regum corda sub-
DiTORU-vf. La croce si appende dal
lato sinistro del petto, per un na-
stro di seta di colore rosso con liste
bianche ed orli turchini. A rendere
memorabile il giorno dell' istituzio-
ne di questo ordine cavalleresco,,
l'imperatore Francesco 1 decretò
che per l'ordine fosse festa solen-
ne, per la quale stabi b la dome-
nica dopo r Epifania. A meglio
estendere il benefizio del nuovo or-
dine, venne statuito che chiunque
nell'atto di ricevere la gran croce
non avesse ancora la dignità di con-
sigliere intimo, tosto l'ottenesse, e
gralisj che i commendatori, se ne
facessero istanza, ricevessero senza
tassa il titolo e grado di barone;
e che ai cavalieri semplici, ricercan-
dola, si conferisse loro la nobiltà
ereditaria.
LEOPOLDO, Ordine ec/ncstre
del Belgio. Dopo l'istituzione del
regno del Belgio (Fedi), venne so-
lennemente inaugurato per primo
re il regnante Leopoldo I di Sas-
sonia-Coburgo, a'';i4 luglio i83i.
Conoscendo questo monarca saggio
ed illuminato, quanto vantaggioso
fosse accattivarsi l'animo de' sud-
diti, stabib premiare con onorifi-
cenza equestre quelli che meglio
avessero servito al bene del regno
Belgico; per cui un anno dopo la
sua elevazione al trono, agli 1 1
luglio i832, fondò questo ordine
militare e cavalleresco, cui impose
LEO
il proprio nome di Leopoldo, dan-
dogli analogbi statuti. In essi ven-
ne stabilito, che il re sarebbe sem-
pre il gran maestro dell'ordine; che
l'ordine verrebbe diviso in milita-
re ed in civile, ed ognuno in quat-
tro differenti classi e gradi, cioè
di gran croci, di commendatori ,
di uffiziali e di cavalieri semplici.
Dai medesimi statuii risulta anco-
ra, che ogni soldato di un grado
inferiore a quello di uffiziale, uni-
tamente all'ordine, riceve una pen-
sione annua di cento franchi : pen-
sione che cessa allorquando il sol-
dato giunge al grado di uffiziale
nel corpo militare cui appartiene.
La decorazione dell'ordine consiste
in una croce di argento smaltata
in bianco, nella forma quasi simi-
le a quella dell' ordine gerosolimi-
tano, i cui quattro spicchi o rag-
gi sono legati da una corona di
quercia. In un lato della croce
evvi uno scudo smaltato in nero
con orlo rosso, ed ivi tra due cer-
chi d'oro sono alcuni fregi, ed in
mezzo si vede la cifra del re ;
mentre nel rovescio nel centro del-
lo scudo vi è il leone belgico co-
ronato, e tra i due cerchi l'epi-
grafe : l' uniox fait la force. La
croce è sovrastata da una corona,
e si appende ad un nastro di se-
ta ondata di colore amaranto. Va
notato, che i gran croci oltre la
descritta decorazione portano una
piastra, e i commendatori una cro-
ce. Il marchio distintivo de' sol-
dati sono due spade che sostengo-
no la corona della croce dell'or-
dine. I gran croci ed i commen-
datori nello scudo della piastra
portano le spade che sormontano
a croce.
LEOPOLI oLEMBERG {Leo-
polien). Città con residenza di tre
LEO cv7
arcivescovi chiamata ancora Leo-
polcl, ed in polacco Tavciw^ in la-
tino Leopolis. Città dell'antica Po-
lonia, in passalo capitale della Lo-
domiria o della Russia Rossa nella
piccola Polonia, ed ora capitale
della Galizia o Galiizia o Galicia
austriaca, capoluogo del circondario
del suo nome. La Galiizia e Lo-
domiria è uno degli stati della mo-
narchia austriaca, ed il primo con
titolo di regno: il carattere de-
gli abitanti differisce generalmente
di poco da quello de'polacchi. Quan-
tunque il governo austriaco abbia
abolita quivi sino dal 1782 la ser-
vitù, pure le proprietà territoria-
li essendo tutte fra le mani della
nobiltà, il galliziano ignobile poco
s'interessa del commercio che ab-
bandona agli ebrei. Esiste nelle
sue montagne, verso le frontiere
dell'Ungheria, una razza d'uomini
chiamati goralì, che per le fattez-
ze, pel carattere indipendente e
per le loro abitudini si distinguo-
no dagli abitanti delle pianure e
riconoscono un capo: si credono
discendenti de'sauromati, tribù che
ritirossi in Europa, cacciatavi dalle
armi di Mitridate, circa 80 anni
prima della nostra era. La Galli-
zia, prima chiamata Halicz, è la
Lodomiria anticamente detta Wo-
lodimir o Vladimir, che nel me-
dio evo erano due ducati indipen-
li. Dal secolo XII fino verso la
fine del XIV questi ducati fecero
parte del regno d'Ungheria; nel
1874 passarono alla Polonia col
mezzo di un matrimonio ; ma i re
d'Ungheria ne conservarono il titolo
e eli stemmi. Al momenlo della divi-
sione della Polonia nel 1772, Maria
Teresa d' Austria si fece restituire
questi ducali , coi quali formò il
retino di Galiizia e Lodomiria ;
96 LEO
nella seconda divisione della Po-
lonia nel 1795 l'impero austriaco
aumentò questo regno di molti
possedimenti polacchi, ma la Lo-
domiria sembra essere stata distac-
cata, non portando presentemente
questo regno che il solo nome di
Gallizia ; fu esso diviso in Gallizia
orientale ed occidentale. Nel 1809
r Austria dovendo cedere al re di
Sassonia, in conseguenza del trat-
tato di Tilsit, una gran parte della
sua porzione della Polonia, la par-
te più considerabile di tale cessio-
ne, composta di quasi tutta la Gal-
lizia occidentale, entrò allora a for-
mare il gran ducato di Varsavia ;
quindi è oggidì compresa nel re-
gno di Polonia, ed il restante della
Gallizia forma attualmente il re-
gno di questo nome. Il regno di
Gallizia ha un governatore che ri-
siede nella capitale. Nel 1817 ri-
cevette una costituzione ed un go-
verno rappresentativo; gli stati sono
composti di deputati del clero, dei
nobili, dei cavalieri e delle città
reali : questi deputati ricevono un
trattamento fìsso dal governo. Leo-
poli ossia Lemberg sede della die-
ta, è la sola città che mandi de-
putali agli stati. Nei primi mesi
del corrente anno scoppiò in Gal-
lizia una rivoluzione, e si solievò
pure Cracovia che le truppe delle
tre potenze protettrici subito sop-
pressero. Quella della Gallizia pro-
vocata da alcuni nobili polacchi,
fu repressa con grande spargimento
di sangue e massacri, dai paesani
addetti alla gleba e divisi in di-
verse bande , i quali reclamarono
l'abolizione delle prestazioni perso-
nali ed una riforma delle leggi e-
conomiche che reggono al presen-
te le proprietà di questa nazione.
11 provvido governo immediataraen-
LEO
te ricondusse l'ordine nel regno e
la calma negli animi, e si occupa
del suo mantenimento con analoghe
organizzazioni e modificazioni , per
migliorare la condizione del popolo
sulle giurisdizioni patrimoniali dei
signori e possidenti.
Questa grande e ben fabbrica-
ta città giace presso molti ruscelli,
che si riuniscono onde formare il
PelteWj affluente del Bug. E di-
stante centotrenta leghe da Vien-
na e sessantotto da Cracovia, E
sede di un arcivescovo latino^ di
un arcivescovo di rito armeno, e
di un arcivescovo di rito greco ru-
teno: dei due ultimi se ne parle-
rà ne' due seguenti articoli. Vi ri-
siedono ancora le principali auto-
rità civili e militari della Gallizia,
del suo generale comando milita-
re e del tribunale di appello. E
cinta da quattro grandissimi sob-
borghi chiamati Halicz, Krakau,
Zolkiew e Brody, che s'innalzano
per un dolce declivio sulla som-
mità di ridenti alture, tutte coper-
te di belli giardini, e di chiese,
monasteri e superbi edifizi, che per
per la loro varietà offrono un col-
po d'occhio amenissimo. La città
propriamente detta è piccola, non
contenendo forse al di là di tre-
cento abitazioni. I suoi antichi ba-
stioni sono convertiti in deliziosi
passeggi. Ha ancora due castelli,
uno nell'interno, l'altro fuori del-
la città, sopra una montagna. In
generale la città, edificala in pie-
tra, ha molte strade larghe e be-
ne lastricate. Vi si osserva nel cen-
tro una bella piazza, in cui stan-
no il palazzo comunale, la prigio-
ne ed una cisterna a ciascun la-
to. Gli altri pubblici edifizi sono
la cattedrale cattolica, con cupole
e torri assai alte; il palazzo del-
LEO
l'arcivescovo armeno, che per la sua
elegante architettura ed elevata si-
tuazione è uno de' più belli orna-
menti della città; un gran nume-
io di chiese per le diverse comu-
nioni ; nove conventi, uno de'qua-
li, quello de'domenicani, possiede
una bella chiesa eretta sul model-
lo di quella di s. Carlo di Vien-
na, e rinchiude il mausoleo della
madre dei conti Borowski o Bor-
kuski, opera del celebre Torwald-
sen;due sinagoghe, le quali hanno
un rabino superiore per gli ebrei,
non che cinque ospedali. L'istru-
zione pubblica vi conta una uni-
versità fondata nel 1782, un gin-
nasio, una scuola principale , ed
altre luterane ed ebree. Dal 1827
s'incominciò a stabilire un museo
nazionale ed una pubblica biblio-
teca, che Leopoli o Lemberg deve
in gran parte alia liberalità del
conte Ossolinski. Questa città è
più commerciante che manifattu-
riera ; vi sono però alcune fabbri-
che di panni e tessuti di cotone,
buone tintorie, conciatoi , ec. La
sua posizione le apre varie impor-
tanti relazioni con Odessa ed altri
porti russi del Mar-Nero, e fa in
qualche modo questa città il fon •
daco del commercio di questi por-
ti con Vienna e l'interno della
Germania. Vi si tengono delle fie-
re considerabili, in cui i russi por-
tano pelli e pelliccerie, che cam-
biano con merci dell'Austria. Ar-
riva pure dalla Moldavia molto
bestiame cornuto, con cui si prov-
vedono l'Austria e la Slesia. Col
mezzo di questa città, la Polonia
e la Gallizia spediscono i loro grani
ad Odessa. Conta più di 52jOOO
abitanti, de' quali 1 5,ooo sono e-
brei; vi sono pure molti armeni
e greci, ed anche de'turchi. Poco
VOL. XXXVIII,
LEO 97
lontana al sud trovasi nel piccolo
villaggio di Winika la magnifica
fabbrica imperiale del tabacco. Fu
questa città presa da Casimiro III
detto il Grande, re di Polonia, nel
1 340, e dipoi assediata da Chmi-
nieski capo de' cosacchi , 1' anno
1648. Nel i636 si difese corag-
giosamente contro i russi; ma nel
1671 i turchi la misero a contri-
buzione. Carlo XII re di Svezia
la prese di assalto nel 1704, e vi
fece incoronare re di Polonia Sta-
nislao Leczinski, nativo della città,
che per le sue virtù fu detto il
Benefico. Nel 1773, al tempo del-
lo smembramento della Polonia,
Leopoli col suo palatinato passò
sotto il dominio austriaco. Nel
1781, a nove leghe di distanza,
si scMopri un'abbondante miniera
di zolfo.
La sede arcivescovile fu eretta di
rito latino nel 1362 dal Pontefice
Urbano V, indi Gregorio XI nel
1375 la trasferì ad Halicia, ove fu
eretta in metropoli; ma poscia i po-
lacchi la fecero ritornare a Leopoli
nel i4'4> conservando la dignità
metropolitica. Ebbe a sulFraganee le
sedi episcopali di rito latino di Ha-
licia che si riunì a Leopoli nel se-
colo XV, Premislia, Chelma, Kio-
via, Wolodimiria e Caminiec. Al
presente Leopoli ha due vescovati
suffraganei, cioè di Premislia e di
Tarnovia. Nell'anno i556 Luigi Lip-
pomano vescovo di Verona e lega-
to apostolico di s. Pio V in Polo-
nia, tenne un concilio provinciale
a Leopoli, in cui fu pubblicata una
formola di fede compresa in tren-
tasei articoli. Mansi, Siippl. cle'con-
cilii t. V, p. 797. Fra gli arcivesco-
vi latini che occuparono la sede
di Leopoli noteremo Gedeone, che
sottoscrisse la lettera sinodale di Mi-
7
(,8 LEO
chele meliopolitano del rito greco
ruteno à\ Kiovia ( Fedi), al Ponte-
fice Clemente Vili per la riunio-
ne. Arsene assistette al concilio che
Partenio tenne in Moldavia, per
condannare gli errori di Cirillo Lu-
caris, settario calvmista. Costantino
Ziclinski dal 1698 al 17 io: egli ab-
brarciò il partito di Stanislao Lec-
zinski che incoronò re di Polonia
nel l'joS, e venne da quel principe
nominato a Clemente XI arcivesco-
TO di Gnesna; in seguito fu fatto
prigioniero dal re Augusto li, e
mandato a Roma, dove diventò e-
lemosiniere di Maria Casiraira de
la Grange d'Arquien regina vedo-
va di Giovanni HI re di Polonia.
Essendo ritornato alla sua antica
sede di Leopoli, cadde nelle mani
de'russi, e mori in prigione a Mo-
sca nel 17 IO. Gli successe nel me-
desimo anno Giovanni Skarbeck, già
vescovo di Livonia. Sotto di lui
Clemente XllI colla costituzione
Jn supereininentìs, del primo apri-
le 1759, presso il Bull. Roni. Con-
nnuatìo, tom. XI, p. 1 i i, confer-
mò l'erezione della università, sot-
to la direzione de' gesuiti, coi pri-
vilegi di quella di Cracovia. Allor
che nel 1 778 Leopoli passò sotto l'im-
peratore Giuseppe II, n'era arcivesco-
vo Venceslao Sieiakowski, traslato
da Clemente XIII nel 1760 da Pre-
mislia. Gli successero, nel 1780
Ferdinando Kicki per coadiutoria ;
Gaetano Ignazio Kicki per coadiu-
toria traslato da Solca in pariihiis;
nel i8i5 Andrea Luigi Arckwicz;
a questi il regnante Papa Gregorio
XVI diede in successore a'28 giu-
gno 1834 monsignor Francesco Sa-
verio de' principi di Luschin, Iras-
lalandolo da Trento. Di poi il me-
desimo Pontefice, nel concistoro del
primo febbraio i836, dopo aver
LEO
trasferito il precedente a Gorizia,
preconizzò rultimo arci vescovo Fran-
cesco di Paola Pischtek di Polo-
zich arcidiocesi di Praga , ch'era
vescovo di Tarnovia, ed il quale
morì il primo febbraio i84^> la-
sciando di sé benefica memoria : al
presente la sede è vacante.
La cattedrale, magnifico e vasto
edifìzio di architettura gotica, è
dedicata a Dio, sotto il titolo del-
la Beala Vergine assunta in cielo.
11 capitolo si costituisce di quattro
dignità, delle quali è la prima il
preposto ; sei sono i canonici capi-
tolari, dieci i canonici onorari , ed
oltre ad essi sonovi quattro vicari,
ed altri preti cooperatori e chierici
addetti al divino servizio. Nella cat-
tedrale vi è la cura d' anime, che
si esercita da un canonico e dai no-
minati vicari, ed il fonte battesima-
le. Tra le reliquie si venera il
corpo del b. Giacomo di Strepar
arcivescovo di Halitz, che morto
santamente in Leopoli nel i4ri,e
sepolto nella chiesa di s. Croce, l'ar-
civescovo Ferdinando Kicki lo tras-
portò nella metropolitana. Il pa-
lazzo arcivescovile, ampio e splen-
dido, non è molto lungi dalla cat-
tedrale. Oltre questo, nella città e-
sistono altre otto chiese parrocchiali
che hanno il sacro battisterio, quat-
tro conventi di religiosi, tre mona-
steri di monache, alcune confrater-
nite, monte di pietà, e seminario
con più di cento chierici. L'arcidio-
cesi si estende per una metà del
regno di Galizia, contiene cento-
novant'una parrocchie, più città,
castelli e luoghi. Ogni nuovo arci-
vescovo è tassato nei libri della came-
ra apostolica in fiorini cento, corri-
spondenti ai fruiti della mensa, qua-
li ascendono a circa sedicimila fiorini
d'argento di quelle parti all'anno.
LEO
LEOPOLI ( Leopolien Armeno-
rum ). Arcivescovato di rito arme-
no la cui sede dell' arcivescovo è
in Leopoli [Vedi), capitale del re-
gno di Galizia. Gli armeni furono
chiamati nella Russia, nella Galizia,
e Lodomiria o Uladimiria dai princi-
pi di quei luoghi, perchè fossero loro
di aiuto nelle guerre che sostenevano.
Finite queste, e concessa loro la liber-
tà o di rimanere ivi o di ritorna-
re alla patria, molti si fermarono
in Galizia, Moldavia, Vallachia, e
ciò avvenne nel secolo IX, Erano
da principio cattolici, e dipendeva-
no dal patriarca che risiedeva in
Armenia. Caduto questo nello scis-
ma vi trasse seco anche gli armeni
di Polonia. Nell'anno 1620 Nicolò
Torossovicz fu consecrato dal pa-
triarca di Ezmiazin ( Vedi ) arci-
vescovo di Leopoli simoniacamente,
e per fini puramente umani nel
i635 abiurò gli errori, e fu segui-
to dal clero e dal popolo, non
senza però oppositori, che emigra-
rono piuttosto che riconciliarsi col-
la Chiesa romana. Sebbene la con-
versione non avesse un fine retto
.sotto tutti i riguardi, pure sortì
un buon effetto, essendo questi ar-
meni sempre rimasti cattolici, quan-
tunque non senza vicende piene
(li pericoli e d'interesse. 11 detto
arcivescovo venne in Roma nel
medesimo anno i635, fece la so-
lenne professione di fede, e da Ur-
bano YIII riportò grazie e favori.
La giurisdizione dell'arcivescovo ar-
meno di Leopoli si estendeva su
tutti gli armeni di Polonia, della
Lituania, della Moldavia, Vallachia
e Crimea. Aveva in questa parte
del regno diecisetle parrocchie, ma
nella divisione di questo, sette pas-
sarono sotto il dominio de'mosco-
,. vili, e si sono potute salvare dal-
LEO 99
la totale estinzione io questi anni
di oppressione per parte di quel
governo. L' arcivescovo armeno di
Leopoli non avea che scudi cin-
quanta di rendita provenienti da
un censo, e scudi duecento annui
gli erano somministrali dalla sacra
congregazione di propaganda fide.
L' imperatore d'Austria Francesco
I, come re di Galizia, avendo ot-
tenuto da Pio VII la nomina a
questo arci vescovato, ne dotò l'or-
dinario prò tempore con tremila
annui fiorini, la scelta però del-
l'arcivescovo procede così. 11 clero
armeno di Leopoli elegge tre sog-
getti, dei quali 1' imperatore ne
nomina uno in arcivescovo. Il re-
sto non si allontana dalle leggi
canoniche, per la via di propagan*
òa fide, come solevasi praticare per
lo innanzi, dappoiché il breve e-
uianato a' 19 settembre 18 19 da
Pio VII, volle salvi i diritti della
medesima congregazione di propa-
ganda f,de. Ecco il novero degli
arcivescovi armeni di Leopoli, do-
po che Leopoli col suo palatinalo
nel 1773, all'epoca dello smembra-
mento della Polonia, passò sotto il
dominio austriaco. Giacomo Ago-
stinovicz nato in Leopoli, succedu-
to per coadiutoria nel 1/52, era
arcivescovo a tale avvenimento; a-
veva per coadiutore con futura
successione Giacomo Tumanowicz
di Stanislopoli diocesi di Leopoli,
fatto vescovo di Camaco in parti-
bus nel 1 77 I, che successe al pre-
cedente nel 1784- Giovanni Simo-
nowicz fatto arcivescovo a' 12 set-
tembre 1800. Gaetano Varteresse-
vicz di Leopoli, fatto arcivescovo
a' 21 febbraio dell'anno 1820.
Al presente lo è monsignor Sa-
muele StefanoAvicz, fatto arcivesco-
vo a' i3 marzo i832. Questo ar-
loo LEO
civescovato non ha vescovi suffra-
ganei.
La chiesa delle monache arme-
ne tiene anche il luogo di catte-
drale. L'arcivescovo ha dieci par-
rocchie nella Galizia, sette delle
quali hanno le chiese di solido ma
terialcj le altre sono di legno. Il
capitolo si compone di quattro ca-
nonici; vi sono quattro vicari, e
quattro giovani sacerdoti attendo-
no a reudei'si idonei nella cura del-
le anime. Le dette monache arme-
ne hanno monastero, e seguono
la regola di s. Benedetto. Esse sen-
za mancare alla propria santifica-
zione istruiscono nella pietà e nei
lavori un numero grande di fan-
ciulle. Esisteva un collegio in Leo-
poli per educarvi la gioventù di
rito armeno, ed era comune anche
ai ruteni, ma ne parleremo per
ultimo, essendo stato soppresso dal
governo nel 1784: non è vero che
oggi questo collegio in qualche par-
te esista presso i monaci armeni
mechitaristi di Vienna. Vi è un
monte di pietà della sorte capita-
le di scudi ventimila d'oro, fon-
dato coi pii legati dei fedeli, am-
ministrati dai laici non sempre co-
scienziosi in trattare questi affari.
L'arcivescovo fa elogio del suo po-
polo, il quale si mostra molto alie-
no da tante mancanze comuni ad
altre nazioni. Ignorante è il popo-
lo scismatico, ma niente piìi istruito
è il suo clero, che alti-onde non
si mostra tanto alieno dai cattoli-
ci; anzi i medesimi scismatici spes-
so intervengono alle funzioni delle
chiese cattoliche, e non senza con-
versioni ed abiure. Ma già è noto
che gli armeni scismatici, se non
conoscono il Papa per capo della
Chiesa di Gesìi Cristo, ne'loro libri
liturgici lo riconoscono come pie-
LEO
tra della fede, e supremo ammi-
nistratore della Chiesa medesima.
La popolazione armena della Ga-
lizia ascende ad ottomila, sei mila
de' quali, e cattolici, sono in Leo-
poli. Oggi dipende ancora da que-
sto arcivescovato, oltre la Galizia,
anche la provincia di Bukovina,
che formava parte della Moldavia.
Giace tra la Galizia, la Transil-
vania e la Moldavia; Ischernowitz:
è il capoluogo, con 34oo abitanti.
I cattolici armeni sono numerosi
nella città di Czernovich, e non
mancano in Soczavia. Questa ulti-
ma città mancando di chiesa di
rito armeno, i divini uffici si eser-
citano nelle chiese Ialine. In Czer-
novich è stata di fresco terminata
una chiesa e dichiarata parrocchia.
Vi erano ultimamente due padri
mechitaristi di Vienna che vi spe-
di monsignor Aristace arcivescovo
di Cesarea in parlibus, superiore
di quella congregazione, sotto l'im-
mediata dipendenza dell'ordinario
armeno di Leopoli, secondo un de-
creto imperiale approvato nel 1882
dal Papa regnante Gregorio XVI.
Inoltre l'imperatore d'Austria as-
segnò una pensione ai monaci me-
chitaristi di Vienna, ai quali fu
commessa la conversione degli ar-
meni scismatici , che si trovano
sparsi in questa provincia. Al pre-
sente questi monaci avendo rinun-
ziato a tale diritto, non lo go-
dono più.
Il collegio di Leopoli fu eretto
dalla sacra congregazione di pro-
paganda nel i665. Fu da princi-
pio fondato per i soli giovani ec-
clesiastici di rito armeno. Furono
questi dieci, e dovevano chiamarsi
dall' .Armenia Maggiore, ed erano
mantenuti ad un annuo assegno
della sacra congregazione. Erano
LEO
affidali alla cura de' religiosi teati-
ni sotto la dipendenza di Roma :
il priuio rettore fu il celebre p.
Galano. Si cominciavano a sentire
gli effetti favorevoli di questa fon-
dazione, quando si portò il rifles-
so sui bisogni de' ruteni venuti po-
co prima all' unione della Chiesa
cattolica. Quindi s'ideò un nuovo
collegio per questi, e si diede prin-
cipio alla fondazione impedita dal-
la guerra. Nel 1709 entrarono due
ruteni nel collegio armeno, man-
tenuti parimenti a spese della sacra
cougicgazione. Con duemila fiorini
somn)iuistrali dal nunzio di Polo-
nia monsig. Pignattelli poi cardinale,
e con diveise somme date dalia
congregazione, si acquistò pel man-
tenimento degli alunni ruteni dai
religiosi di s. Giovanni di Dio il
villaggio Dublany. Crebbero nel
collegio altri sei alunni ruteni, a
spese della medesima congregazio-
ne, allo zelo della quale si deve
attribuire se i vescovi ruteni di
Leopoli, di Luck e di Premislia
assegnarono dei fondi pel mante-
nimento di alcuni alunni delle lo-
ro diocesi. Nel 1724 il p. Radana-
scki rettore ottenne in dono dal real
principe Sobieski un eminente lo-
cale per la fabbrica del collegioj
che non fu reso abitabile in par-
te che nel ly^ì. La sacra con-
gregazione non cessò mai di man-
dar sussidi al nascente stabilimen-
to, da cui traeva operai evangelici
per le missioni armene non meno
che per le rutene. Seguita la di-
visione della Polonia, ed essendo
passato Leopoli sotto il governo
austriaco di Giuseppe II, si comin-
ciò a perturbare il sistema stabili-
to, volendosi far passare gli alunni
ruteni ed armeni in ampio locale
destinato ad un sistema generale
LEO lor
di studi . Non era rilornala in
Vienna la risposta della santa Se-
de dissenziente, e già il governo
di Galizia avea soppresso il col-
legio, essendosene impadronito nei
1784, non che confiscato beni mo-
bili ed immobili: il collegio fu in-
di destinato per l'alloggio delle mi-
lizie. Si voleva trasferire il collegio
in Kaminiek, ma senza restituzio-
ne de' suoi fondi, poiché il gover-
no avea applicato i beni alla cas-
sa di religione, nulla valutando i
reclami della sacra congregazione
di propaganda contro un simile
spoglio. Non fu che nel 1790 che
venne restituito il collegio, e nel
1796 la villa di Dublany; ma
quanto altro mì avea, fu incame-
rato e soppresso. Anche nella ter-
ra di Morozow avea per ragione
d' ipoteca la sacra congregazione
dei diritti, ma questa terra era nei
dominii russi : era anche suo il lo-
cale de' gesuiti donato dal re di
Polonia in Raminiek ; era sua la
biblioteca del collegio di Leopoli
trasportata in quella città, ma tut-
to fu tolto. Nel i8o4 la sacra con-
giegazione decretò di vendere al
governo austriaco il collegio, ven-
dila che non ebbe effetto che nel
1824 al fisco regio imperiale, pel
valore di quarantamila fiorini di
carta, equivalenti a sedicimila fio-
rini di buon argento. La sacra con-
gregazione desiderosa d' impiegare
questa somma pel fine che si era-
no proposto, cioè per l'educazione
dei giovani ruteni ed armeni, In-
nocenzo XI, i cardinali Pignatlelli
e Grimaldi, non che la duchessa
di Buglione, ed alcuni signori po-
lacchi, tutti benemeriti di questa
pia fondazione, incontrò infinite
diflicoltà contro l'esportazione del
denaro; e le difficoltà furono alla
,o2 LEO
fine superate, essendosi depositato
in Vienna quanto doveva il go-
verno, in compenso di quanto spet-
tava al collegio. Non è vero che
si applicassero le somme al mona-
stero dei monaci mechitaristi di
Vienna, perchè considerati come
missionari esteri, e perciò non sog-
getti alle leggi ecclesiastiche au-
striache, ai quali, al dire di quelli
che asserivano la cosa, incombeva
l'obbligo di educare giovani arme-
ni e ruteni in un numero pro-
porzionato alla rendita , sotto la
dipendenza del nunzio apostolico,
al quale i religiosi sarebbero stati
tenuti di rendere ragione, per poi
rendere conto alla congregazione
di propaganda fide a cui il colle-
gio appartiene nella sua integrità.
Non esiste ne ha mai esistito il
detto collegio presso i mechitaristi
viennesi.
LEOPOLT, HALTCU e KAME-
NEC {Leopolien, Halicien et Carne-
ceri riuheni rilus). Arcivescovati u-
niti di rito greco-ruteno, la cui se-
de dell' arcivescovo è in Leopoli
[P'edi), capitale del regno di Ga-
lizia. La sede vescovile greco-rute-
na di Leopoli fu eretta nel secolo
XIII; il vescovo di Leopoli venne
all'unione quasi un secolo dopo de-
gli altri vescovi ruteni, che come
si disse all'articolo Kiovìa [Vedi),
di cui era suffraganeo, essi rientra-
rono nella comunione cattolica sotto
Clemente Vili. Nel 1807 agli 8
marzo il Papa Pio VII, colla bolla
III universali Ecclesia, elevò la se-
de vescovile di Leopoli di rito gre-
co-ruteno al grado arcivescovile e
metropolitico, assegnandogli per snf-
fraganee le sedi vescovili di Chel-
ina e Belzi unite , non che Pre-
ruislia, la quale riunì i titoli ve-
scovili di Saml)oria e Sanodiia.
LEO
Inoltre all'arcivescovato di Leopoli
furono riuniti i titoli arcivescovili
di Halicia e di Kamenec [Fedì).
Questa erezione di Leopoli in me-
tropoli fu fatta perchè i sudditi
austriaci non dipendessero dai ve-
scovi ruteni residenti fuori dei do-
minii austriaci. Dipoi il vescovo di
Chelma e Belzi fu dichiarato sog-
getto immediatamente alla santa
Sede; Chelma per un tempo fii
pure suffraganea della metropoli di
Posnania. Allorché nel lyyS Leo-
poli col palatinato del suo nome
fu smembrato dall'antico regno di
Polonia, e passò sotto il dominio au-
striaco regnando l'imperatore Giu-
seppe II, era vescovo di rito greco-
ruteno di Leopoli e di Kamenec
Leone Lodovico Szeptychi basilia-
no della diocesi di Premislia, fatto
vescovo nel i 749 e coadiutore del
suo metropolitano a' 20 dicembre
1762. Ne furono di lui successori,
nel 178-2 Pietro Bielonski ; nel
1799 in vescovo di Leopoli, Hali-
cia e Kamenec uniti, nella Galizia
Polono-Austriaca, Nicolò Skorodyn-
ski della Galizia orientale. Primo
arcivescovo poi di Leopoli, Halicia
e Kamenec uniti di rito greco- ru-
teno, fu fatto l'odierno monsigno-
re Michele Lewicki di Pokucia ,
traslato da Premislia agli 8 mar-
zo 18 16, per breve di Pio VII e-
raanato a mezzo della sacra con-
gregazione di propaganda Jide. A
questo prelato li r5 luglio i84i
il regnante Gregorio XVI dichiarò
in concistoro ausiliare e vescovo di
Poinpeiopoli in partibus monsignor
Gregorio Jacliimowicz di Podber-
ge arcidiocesi di Leopoli, per eser-
citare i poiitiiìcali e le funzioni
sacre.
L'esimio e zelantissimo metropoli-
tano dei greci imiti ruteni, che in
LEO
gran numero abitano la Galizia, par-
te dell' antica Polonia, monsignor
Michele Lewicki, a' io marzo i84i
indirizzò loro una lettera enciclica
che incomincia colle parole Priina-
tuin Ecrlcsiae catìiolicae esse dii'i-
nae insdtntionis. Con essa conforta
i greci uniti ruteni a perseverare
fermi nella loro divozione ed ob-
bedienza alla suprema Sede apo-
stolica di Pietro, Gli avvenimenti
religiosi eh' ebbero luogo , non è
guari tempo, in uno stato confi-
nante colla Galizia, danno un'al-
tissima importanza a questo pre-
zioso documento, che può leggersi
nel voi. Xir, p. 439 e seg. degli
Annali delle scienze religiose, che
si pubblicano in Roma. Nel voi.
XV de' medesimi Annali si ripor-
ta a p. 1)5 il breve Perlaliim ad
nos est exempluni , del Papa Gre-
gorio XVI, die 17 julii 1841, di-
retto al rispettabile arcivescovo Le-
wicki, encomiandolo per l'encicli-
ca e per la sua unità cattolica.
Comunicando il prelato a' suoi dio-
cesani tal breve pontificio, lo ac-
compagnò con quella bella lettera
che si legge a p. 104 degli stessi
y^/mfl//, scritta agli i i ottobre 1841,
dabamus Leopolì ad ccclesiani no-
strani archicalhedraleni s. Magni
inartyris Georgiì. Fra le cliiese di
questo arcivescovato, no lineremo
quelle dell'Assunzione della B. Ver-
gine, e di s. Onofrio con monastero
spettante alla confraternita Stauro-
pigiana. Uno dei Ire ospedali di
Leopoli ha una scuola che spetta
alla detta confraternita, che ab im-
memorabili non è soggetta alla giu-
risdizione deir(jrdinario se non nel-
lo spirituale. La mensa arcivesco-
vile ha di rendita in beni stabili
'scudi i5oo. L'arcivescovo abita uu
palazzo magnifico. Del collegio di
LEP io3
Leopoli comune agli armeni ed ai
greco-ruteni ne parlammo al pre-
cedente articolo. La popolazione ru-
tena del regno di Galizia di rito
cattolico si fa ascendere a più di
due milioni.
LEPANTO, Naupaclus. Città ar-
civescovile della Grecia nella Li-
vadia, sulla costa settentrionale del
golfo del suo nome presso al suo
ingresso, chiamata pure Ainahakht
o Enebachle. Giace sul declivio di
una collina di forma conica, distan-
te trentotto leghe da Atene, e qua-
ranta da Jannina. Considerata co-
me già facente parte dell' impero
turco, fu il capoluogo di un san-
giacato. Cinta di alte mura in cat-
tivo slato, ha due sobborghi, una
fortezza posta sopra un' altura, ed
un piccolo castello i-ovinoso. L'at-
tacco di questa piazza era assai dif-
ficile prima dell'uso del cannone.
Nel i4o8 obbediva all'imperatore
di Costantinopoli, ma Emmanuele
la cedette a' veneziani, dai quali
fu posta in tale stato di difesa che
i turchi nel i^'j^ furono costretti
di allontanarsi dopo quattro e più
mesi di ostinato assedio, e dopo aver
perduto più di trentamila uomini.
Nel 149S Baiazetto II la prese però
ai veneziani. L'ammiraglio Grima-
ni padre del cardinale Griniani
Dontenico [Vedi), fu perciò con-
dannato in prigione, nella quale
con memorabile esempio volle se-
guirlo il figlio. Presso il golfo di
Lepanto e presso ad Azio, luogo
celebratissimo per la battaglia che
decise dell' impero del mondo tra
Marcantonio ed Augusto, a' 7 ot-
tobre 1 571 l'armata cristiana del-
la triplice àllean/a di s. Pio V, cogli
spagnuoli e veneti, nel navale com-
battimento benedetto dal legato a-
poslolicu Giorgio Odescalchi, lipor-
io4 LEP
tò contro vSelim li imperatore dei
turchi quella strepitosa vittoria di
cui parlammo iu lauti articoli del
Dizionario, massime a Costantino^
poli ed Ingressi solenni in Roma.
Quanto a Lepanto fu ripresa dai
veneziani nel 1687, indi la resti-
tuirono ai turchi nel 1699 in con-
seguenza della pace di CarioAvitz,
dopo per altro aver demolito il ca-
stello di Romelia. Gli antichi greci
avevano in NaupacLus quattro cele-
bri templi dedicati a Venere, Net-
tuno, Esculapio e Diana. Servì un
tempo di ritirata agli etolii nemici
de' romani, e poscia divenne uu
luogo di rifugio a diversi corsari,
per cui le fu dato il nome di pic-
colo Algeri. In oggi Lepanto fa
parte del nuovo regno di Grecia,
ed appartiene alla sezione della
Grecia occidentale, dipendendo da
Missolongi, che n' è il capoluogo.
Naupaclus o Lepanto nel V se-
colo divenne sede vescovile dell'e-
sarcato di Macedonia, nel IX me-
tropoli, nel XIII esarcato dell' E-
tolia. Nel secolo XV la residenza
del metropolitano passò ad Arta o
Larta nell' Epiro. Larta però fu
fatta essa pure metropoli, e venne-
ro ad essa uniti anche i diritti me-
tropolitani della chiesa di Nicopoli,
capitale dell'antico Epiro. La me-
tropoli di Lepanto ebbe i seguenti
nove suffraganei : Nicopoli, Leuca,
Phenica , Corfù, Ragusi, Yentza,
Aiton o Calydou, Acheloo e Do-
done. Si conoscono dieci vescovi
che occuparono la sede di Lepan-
to, di cui il primo fu Callicrate
che intervenne al primo concilio
di Efeso, cui succedette Ireneo, che
fu al concilio di Calcedonia. Gli
altri vescovi furono Antonio N. . . ;
Basilio del ii56; N dei 11 85;
Giovanni del 1229; Xero ; Gio-
LEP
vanni del 1266; ed N di
cui è fatta menzione nella lettera
degli orientali scritta al Papa Gre-
gorio X, e nella risposta che loro
fece il Papa. Oriens christ. t. II,
pag. 198. Ebbe altresì Lepanto i
suoi vescovi latini, cioè R.ostagno
Candela dell'ordine de' predicatori
nel 1237; Giovanni nel i345;
Eustachio d'Ancona de' frati mi-
nori; Ermanno nel i366; ed An-
tonio Maria Pallavicini, il quale ac-
compagnò nel 173 i il cardinal Pie-
tro Ottoboni mentre faceva la vi-
sita della patriarcale basilica late-
ranense di cui era arciprete, a' 7
ottobre. Oriens christ. t. Ili, p= 994-
Al presente Lepanto, Naupacten, è
un titolo arcivescovile in partibus
che conferisce la santa Sede , con
un titolo vescovile in partibus per
suifraganeo, cioè Calidon.
LEPTINES o LETINES o LE-
STINES o LIPTINES o LISTINES,
ed oggi L'ESTINES-AU-MONT.
Villaggio dei Paesi Bassi nella pro-
vincia di Hainaut, diocesi di Cam- ■
bray, presso Binche. Eravi un pa- »
lazzo dei re di Francia della pri-
ma stirpe. Ivi furono tenuti due
concilii. Il primo nel 743 sotto
Carlomanno re di Francia, e si fe-
cero quattro canoni sulla regola di
s. Benedetto, sui beni ecclesiastici,
sui matrimoni illeciti, e contro su-
perstizioni pagane : si accordarono
delle rendite ecclesiastiche al re
per le spese della guerra contro
Aldeberto eretico. Vi presiedette s.
Bonifacio, ed i vescovi, i conti, i
governatori vi promisero di osser-
vare il concilio di Germania ; tut-
to il clero si sottomise agli anti-
chi canoni. Gli abbati ed i monaci
riceverono la regola di s. Benedet-
to. Vi si dice, che a motivo delle
guerre presenti, il principe pren-
LER
deih per un certo lempo una por-
zione dei beni di chiesa , a titolo
di prestito e di censo, per prov-
vedere al mantenimento delle sue
truppe ; a condizione di pagare o-
gni anno alla Chiesa un soldo del
Talore di dodici denari, vale a di-
re venticinque soldi della moneta
di F'rancia. Reg. t. XVII; Labbé
t. VI; Arduino t. III. Il secondo
fu tenuto nel 736 sopra la disci-
plina. Ibidem. Tuttavolla il p. Pa-
gi in Critic. ad an. 74^> "• '2, i3,
ha dimostrato che questi due con-
cilii non sono propriamente che un
solo, tenuto nel 74? e non nel 743,
sotto Carlomanno re di Francia ,
e sotto s. Bonifacio legato della
santa Sede, come viene provato
dalla lettera IX del Papa s. Zac-
caria al medesimo s. Bonifacio. Man-
si, Sappi, t. I, p. 600.
LERCARI Nicola Maria, Cardi-
nale. Nicola Maria Lercari sortì la
sua origine da una delle più cospicue
famiglie di Genova , ma nacq uè ai
c) novembre 1675 in Taggia nella
diocesi di Albenga. Condotto a Ro-
ma nel 1 686 nella tenera età di
undici anni, dopo avere con suc-
cesso applicato agli .studi , fu da
Innocenzo XII nel 1699 fatto re-
ferendario di segnatura, e da Cle-
mente XI nel 1701 impiegato nel
governo delle città di Todi e poi
di Benevento , dove la specchiata
sua integrità e religione gli gua-
dagnò la grazia dell' arcivescovo
cardinal Orsini, poi Benedetto XIII.
Da Benevento fu trasferito al go-
verno di Camerino, e lichiamalo
a Pv.oma ebbe luogo tra i ponenti
di consulta, e dopo alcuni mesi fu
di nuovo destinato al governo del-
le città di Ancona, di Civitavec-
chia e di Perugia; indi restituitosi
in Roma fu ammesso tra i votauti
LER io5
di segnatura. Appena eletto Bene-
detto Xlil, ricoidevole delle sue
belle qualità, lo fece suo maestro
di camera e dopo due anni segre-
tario di stato ed arcivescovo di
Nazianzo, creandolo a' 9 dicembre
1726 cardinale prete del titolo dei
ss. Gio. e Paolo, donde poi passò
a quello di s. Pietro in Vincoli.
Lo ascrisse a tutte le congregazio-
ni cardinalizie, colla piotettoria
de' canonici regolari lateranensi. Mo-
rì in Roma ai 20 marzo 1757
d'anni ottantadue non compiti, con
infinito rammarico de' poveri, le
miserie de' quali trovavano presso
di lui tenera compassione e gene-
roso sovvenimento. Le sue ceneri
furono collocate nel centro della
chiesa titolare di s. Pietro in Vin-
coli, sotto una semplice lapide, col-
le insegne cardinalizie ed il solo
suo nome. Dipoi il suo degno ni-
pote Giovanni Lercari arcivescovo
di Genova, nella cappella gentilizia
di loro casa, nel battisterìo lale-
ranense, gli eresse un elegante mo-
numento, ove al destro lato collo-
cò il di lui busto di marmo in atto
di orare genuflesso, con magnifico
elogio. Questo cardinale dopo ave-
re ricevuto Benedetto XIII nel suo
palazzo in Albano, da lui fabbri-
cato, generosamente lo lasciò per
uso perpetuo dei cardinali vescovi
di Albano.
LERIDA (Illcrden). Città con
residenza vescovile della Spagna
nella Catalogna, capoluogo della
provincia del suo nome , distante
trentaquattro leghe da Barcellona
e venticinque da Saragozza. Giace
in fertilissimo territorio, sulla riva
destra della Segra o Sicori, che si
attraversa sopra un bel ponte di
pietra di sette archi, ed è celebre
perchè di cesi che prima portava
io6 LER
arene d'oro. Una parte di questa
città è fabbricata in forma di an-
lltealro, sul pendio di un'alta mon-
tagna, sulla cui sommità vedesi una
cittadella; il restante si estende lun-
go la Segra, sino al piede d'un'al-
tura su cui è situato il forte Gar-
den. Lerida è una delle più im-
portanti piazze di guerra della Ca-
talogna ; ha buoni baluardi bastio-
nati, e dal lato del nord-ovest fosse
piene d'acqua. Eccettuata la strada
che r attraversa nella parte bassa,
che ha un quarto di lega di lun-
ghezza, tutte le altre sono piccole
e tortuose. Le più belle case sono
nella riviera, ove si osserva una
bella strada lungo l'acqua. Il solo
edilizio che fissar possa l'attenzio-
ne è la magnifica cattedrale; vi si
vedono pure sulla collina del forte
gli avanzi dell'antico palazzo dei
re di Aragona. Avvi un ospizio,
un ospedale militare, un collegio
e degli ameni passeggi. Celebre era
l'antica sua università che a' tempi
di Adriano VI era insigne , come
rilevasi dall'opera del suo famiglia-
re Ortiz. Calisto III già canonico
di Lerida, fatto dall' antipapa Be-
nedetto XIII canonico della catte-
drale, avea nella medesima uni-
versità ricevuto il grado di dottore,
ed ivi era stato professore di leg-
ge. Anche s. Vincenzo Ferreri as-
sunse il grado di dottore nell' in-
signe università di Lerida, la quale
fu poi soppressa nel 1717, ed uni-
ta a quella di Cervcra da Filippo
V re di Spagna.
Lerida è l' antica Herdan capi-
tale del paese degli ilergeli. Lungo
tempo prima dell' invasione de' ro-
mani ebbe dei principi particolari,
gli ultimi de' quali Mundonio ed
Indibilis, avendo alternativamente
preso parte contro i cartaginesi e
LER
contro i romani, furono le vittime
di questi due popoli. Nelle vici-
nanze di questa città Scipione ri-
portò una segnalata vittoria sopra
Annone, generale cartaginese, l'an-
no di Roma 537, e Giulio Cesare
vi sconfisse Afranio e Petreio luo-
gotenenti di Pompeo, V anno 705
di Roma, dopo averla conquistata.
I romani le diedero il titolo di cit-
tà municipale, e sotto il dominio
de' goti cadde nella decadenza del
romano impero. Caduta in potere
dei mori nel 716 della nostra era,
venne conquistata sui medesimi da
R.aimondo Berengario re d'Aragona
nel I 1 49) 6 divenne quindi per
qualche secolo la residenza dei re
d'Aragona. I francesi se ne impa-
dronirono durante la rivolta de' ca-
talani, ma gli spagnuoli la ripre-
sero, e sconfissero il corpo di trup-
pe del maresciiillo de la Mothe nel
i644- Enrico di Lorena conte d'Har-
court fu obbligato di levarne l'as-
sedio nel 1646, e così pure Luigi
di Borbone, II di nome e principe
di Condé, nel 1647. Filippo duca
d'Orleans, comandante dell'arma-
ta di Filippo V re di Spagna, la
prese di assalto nel giorno 1 1 no-
vembre 1707, dopo sei settimane
di assedio, e la fece saccheggiare,
avendo preso il partito dell'arcidu-
ca Carlo d'Austria poi imperatore.
Cadde in potere de' francesi il i\
maggio 18 IO, e nel iSiS aprì le
sue porte ai francesi ed alle trup-
pe reali spagnuole.
La sede vescovile fu eretta verso
l'anno 600, secondo Commanville ,
altri dicono nel III secolo e fatta
sulFiaganea della metropoli di Tar-
ragona di cui lo è tuttora. Fino
dall'anno 269 viene nominato s.
Licerio o Glicerio in vescovo di Le-
rida : intli si trovano altri vescovi
LER
clie sottoscrissero a diversi concilii
/ino al 716, nel quale anno i mori
s'impadronirono di questa città. Fu
allora che i vescovi di Lerida sta-
bilirono la loro sede a Roda sui
confini della Catalogna, dove fuvvi
fabbricato in seguito un monaste-
ro pei canonici di s. Agostino. iVel
I 149 poi, che come dicemmo la
città fu conquistata dal re d' Ara-
gona, scacciandovi gì' infedeli, i suoi
vescovi abbandonarono la sede di
Roda e ritornarono a Lerida. Nel
secolo corrente furono vescovi Gi-
rolamo Maria de Torres della dio-
cesi di Pamplona, fatto vescovo da
Pio VI nel 1783. Emmanuele de
Villar traslato da Titopoli in par-
tibiix da Pio VII nel 18 16. Simo-
ne Antonio a Reateria-y-Reyes del-
la diocesi di Santander, nominato
dal detto Papa nel 1819. Paolo
Colmenares monaco benedettino del-
la diocesi di Calahorra, fatto ve-
scovo da Leone XII nel 1824. Il
regnante Papa Gregorio XVI, per
morte del precedente, nel concisto-
ro de' i5 aprile i833 preconizzò
in vescovo Giuliano Alonso dell'or-
dine premonstratense della diocesi
di Zamora. In (juesto tempo la
sede è vacante.
La cattedrale, vasto edifizio, è sa-
cra a Dio, e sotto il titolo della
Beata Vergine assunta in cielo. Il
capitolo si costituisce di sei dignità,
delle quali è prima il decano, di
venticjuattro canonici comprese le
prebende del teologo e del peni-
tenziere, di trentalre beneficiati, e
di altri pcrzionari e cappellani in-
servienti all'ufSziatura ecclesiastica.
JN'ella cattedrale, di fonte battesima-
le munita, vi è la cura d' anime ;
non lungi da essa sorge l'episco-
pio , palazzo di ottima struttma.
Oltre la cattedrale nella città vi
LER 107
sono altre quattro parrocchie, in
due delle quali vi è il battisterio;
e vi è pure il seminario. Ogni nuo-
vo vescovo è tassato ne' libri della
camera apostolica i5oo asseritur
ad praesens ascendere ad 3oo,ooo
circiter regalhun moneta e de Vel-
lori nuncupatae pensionibus gra-
vati.
Concilii di Lerida.
Il primo concilio fu tenuto nel
5i4 o 524 sotto Teodorico, com-
posto di otto vescovi, che vi fece-
ro sedici canoni, il primo de' quali
ordina, che quelli che servono al-
l'altare si astengano di versar san-
gue umano, sotto qualsivoglia pre-
testo, anche di difendere una città
assediata, sotto pena di due anni
di penitenza e di non essere mai
promo-ssi a gradi maggiori. Da que-
sto canone apparisce che la neces-
sità di difendersi dalle incursioni
dei barbari faceva insensibilmente
dimenticare ai chierici l'antica dol-
cezza ecclesiastica. R^egia t. I; Lab-
bé t. IV; Arduino t. II; Diz. dei
conc.
Il secondo concilio ebbe luogo
nel 546 sopra la disciplina eccle-
siastica. Aguirre t. III.
Il terzo nell'anno 1229. Aguir-
re t. III.
Il quarto concilio si tenne nel
I 246 per la riconciliazione di Gia-
como I l'C d'Aragona, che avea fat-
to mozzare la lingua al vescovo di
Girona, perchè avea scritto al Pa-
pa Innocenzo IV contro di lui; ma
avendo quel principe confessato pub-
blicamente il suo delitto, fu assolto
dal Pontefice e prosciolto dalla sco-
munica. Aguirre t. Ili ; Arduino
t. VII ; Mariana lib. XIII, e. 6.
Il quinto concilio si celebrò nel
io8 LER
12^7 pei privilegi de' vescovi. A-
guirre t. III.
LERliXS o LERINO, Congrega-
zione di monaci. Prese il nome da
una delle due isole del suo nome,
ove fu il celebre monastero che
sussisteva sul finire del passato se-
colo. Lerins sono due isole del ma-
re Mediterraneo sulla costa della
Provenza, poco distanti l'uiia dal-
l'altra, e situate in faccia a Can-
ne e verso Antibo. Alcuni geografi
ne parlano sotto il nome di Pla-
nasia e di Lero, altri sotto quello
di Lero e Larina. Lero è la più
grande delle isole, chiamata in oggi
s. Margherita; Planasia o Larina
è l'isola minore, detta di s. Onorato
perchè questo santo vi fondò il
detto monastero nel 3^5 o nel
391 o nel 4 IO- Il santo cacciò dal-
l' isola i serpenti che la rendeva-
no deserta, e procurovvi una fonte
di acqua dolce; poi fu nominato
arcivescovo d'Arles. Questa solitu-
dine fu per molti secoli il semi-
nario de' vescovi della Provenza e
delle Provincie vicine. Diede alla
Chiesa dodici arcivescovi, altrettanti
■vescovi, dieci abbati, quattro monaci
messi nel numero de'santi confessori,
con una infinità di martiri, senza
parlare di un grandissimo numero
di monaci illusili. Ennodio chiamò
l'isola, la nndrice de'xanlij e Sido-
nio Apollinare ne parla vantaggio-
samente, cHiiamandola Planasia, In-
sula plana. Le isole di Lerins htui-
110 provato diverse vicende. Molte
volle furono saccheggiate dai cor-
sari. Gli spagnuoli le sorpresero nel
settembre i635 e ne furono espulsi
nel maggio iGSy ; ma ne' due an-
ni che le dominarono desolarono il
santo luogo, di cui s. Eucherio ci
ha lasciala una amenissima descri-
zione. Ce lo ha dipinto come un
LER
luogo vago e dilettevole, pieno di
fontane, coperto di erbe, smaltato
di (lori, piacevoli egualmente alla
Vista che all'odorato. Ma gli spa-
gnuoli tagliarono le foreste di pi-
ni, che formavano una gralissiraa
ombra contro gli ardori del sole,
e che la natura avea disposti in
viali, al termine de' quali s'incon-
travano degli oralorii fabbricati in
onore dei santi abbati o monaci
dell' isola. I turchi sempre la ri-
spettarono, e mai vi discesero, quan-
tunque ciò fosse loro agevolissimo.
Gettando s. Onorato i fonda-
menti di Lerins avea convenuto
con Leonzio vescovo di Frejus, sot-
to la du'ezione del quale era allo-
ra queir isola, che i chierici ed i
sacerdoti sarebbero ordinali dal so-
lo vescovo, o da colui al quale egli
ne avrebbe data la permissione, e
ch'egli solo conferirebbe la sacra
cresima, ma che tulli i monaci lai-
ci sarebbero sotto la dipendenza
degli abbati da loro eletti. Mal-
grado questa convenzione, il vesco-
vo Teodoro avendo preteso una
giurisdizione assoluta su tutto il
monastero, Ravennio arcivescovo
d' Arles convocò un concilio ove le ^
questioni furono pacificale , obbli- I
gandosi Teodoro a quanto avea
convenuto Leonzio. La regola che
seguivano in origine i monaci di
Lerins si congettura che fosse di
s. Macario, in seguito osservarono
quella di s. Benedetto, cioè verso
il IX secolo, quando ncll' 8 1 7 il
concilio d' Aquisgrana 1' impo.se a
tulli i monasteri, ovvero solamente
quando s. Odilone abbate di Clu-
ny venne incaricato della direzio-
ne di questa abbazia nel 997. Cer-
to è che nel 66 1 i monaci di Le-
rins elessero per loro abbate Ai-
guUu tnouaco di Fleury , quello
LKR
stesso che avea portato in Francia
le reliquie di s. Bcnedello; laonde
pare che un uomo così attaccato
a quel santo, senza dubbio avrà
proposto la sua regola a quelli che si
soggettarono alla sua direzione. Que-
sto pio abbate soffrì le persecuzio-
ni di alcuni furibondi monaci , e
con alcuni del suo partito ebbe
tagliala la lingua e cavati gli oc-
chi : questi furono i primi martiri
di Lerins, il di cui sangue consoli-
dò maggiormente la riforma. La
riputazione di santità eh' ebbero i
successori di s. Aigulfo, attirò nel-
r isola un numero prodigioso di
persone che andavano ad impara-
re la perfezione sotto la loro di-
rezione, e dicesi che la comunità
fu composta di più di cinquecento
religiosi, quando i saraceni invase-
ro l'isola negli anni 780 e ySi.
S. Forcarlo che n' era abbate, pre-
vedendo tal disastro, ebbe cura di
far ritirare in Italia trentasei gio-
vani religiosi, e sedici fanciulli che
si educavano nel monastero; tutto
il restante fu massacrato dagli in-
fedeli, a riserva del vecchio Eleu-
terio, per essersi nascosto, che poi di-
venne abbate, e di quattro giova-
ni monaci che fuggirono nel bosco,
donde tornarono a Lerins, Vi fu-
rono diversi priorati tanto in Plan-
cia, che in Italia ed in Catalogna
dipendenti dall'abbate di Lerins,
e i di cui priori dovevano tro-
varsi ai capitoli generali. Eranvi
altresì dei monasteri di donne che
ne dipendevano, come quello di
Tarascona, ch'era rimasto sotto la
giurisdizione dell'abbate, ed anco
uno di canonici regolari. 11 mo-
nastero di Lerins dipendeva da
principio dall'abbazia eli Cluny ; fu
soggettato in seguito a quella di s.
\iltore di Marsiglia nel i366) e
LER 109
fìnatmente Agostino Grimaldi ve-
scovo di Grasse, essendone abbate
nel i5o5, lo assoggettò alla con-
gregazione dei benedettini della ri-
forma di Monte Cassino e di s.
Giustina di Padova, che ne prese
possesso l'anno i5i5; ciò appro-
vando il Papa Leone X, ed il re
di Francia Francesco L Dopo que-
st'epoca gli abbati non furono piìi
perpetui, e 1 abbazia divenne com-
menda. Vi furono stabiliti i monaci
della congregazione di s. Mauro
nel i638, unione che poco durò.
Tutta r isola era sotto la dipen-
denza del monastero. Gallia Chri-
stiana t. Ili, p. I 189 e seg. 11 p.
Bonnani nel Catalogo degli ordini
religiosi par. I, ce ne dà la figura a
p. CXXIV, dice che l'abito de' mo-
naci lirinensi era nero, della forma
di quello de' greci, con piccolo cap-
puccio, e che di essi scrissero il
Choppino nel suo Monasticon, il
Surio nel tom. V, il Mireo nella
Cronica, ed il Baronio.
LERO o LEROS, Leria. Sede
vescovile nell' isola del suo nome,
nell'esarcato d'Asia, sotto la metro-
poli di Rodi, eretta nel IX secolo,
e chiamata anche Larosa. Leros
isola dell'Arcipelago, presso la co-
sta d'Anatolia nel mare Egeo, una
delle Cicladi, è considerabile per
il suo doppio porto, e per l'aloe
che vi cresce. Coperta di monta-
gne assai alte, vi sono molte api
che danno un miele eccellente. Fu
patria di diversi uomini illustri,
come di Patroclo, ed era una an-
tica colonia di milesii, che ave-
vano una grande riputazione di
probità. L'isola rinchiude una cit-
tà dello stesso nome, situata sulla
costa orientale, sul pendio d'una
montagna, fra due porti. E do-
minata da un castello fortificato
I IO LES
in rovina, già eretto dai genove-
si. Si osserva sulla costa settentrio-
nale il porto Parlhein, che può
contenere una squadra, e cli'è
ben difeso dalla piccola isola Ar-
cangelo, posta innanzi al suo in-
gresso. La sede vescovile di Lero
ebbe per vescovi, Giovanni che si
trovò al quinto concilio generale; Ser-
gio che intervenne al settimo ; Giu-
seppe all'ottavo; e Calisto che sede-
va sul finire del VI secolo. Orieiis
christ. 1. 1, p. 956. Al presente Lero,
LereH) è un titolo vescovile in par-
tibus, sotto l'arcivescovato pure in
pardhus di Rodi, che conferisce la
santa Sede. Ne furono ultimi a
portarlo Emmanuele de Schimen-
ski di Breslavia, fatto da Pio VI
a' 18 dicembre 1797, non che suf-
fraganeo di Uladislavia, morto nel
182 5; e monsignor Vincenzo An-
novazzi di Civitavecchia fatto a' 3
luglio 1826 da Leone XII, e suf-
fraga neo di Porto, s. Piullìna e Ci-
■vilavecchia , indi nel i838 dal
Papa regnante Gregorio XVI tras-
lalato ad Anagni che paternamen-
te governa.
LESBO, r. Metelino.
LESCAR . Città vescovile di
Francia nel Bearn, capoluogo di
cantone del dipartimento dei Ba^si-
Pirenei, situata sopra una collina,
distante duecento leghe da Parigi,
presso la riva destra del Gave di
Pau. Alcuni autori credono che que-
sta città sia stata fondata verso
l'anno 1000 colle rovine di ^e^r-
nensiuni Civitas^ come la chiama-
rono i latini, poscia Lascura Bcne-
harniim, indi Benaniensium iirbs :
questa città l'avevano distrutta i
normani neir84'>. Altri dicono che
Guglielmo Sancio duca di Gua-
.scogna la rifcdjbricò nel 980 e pre-
se alloia il nome di Lesrar, a nio-
LES
tivo di molti ruscelli e fontane
che trovansi ne'suoi dintorni, e che
gli abitanti del paese chiamano
las escourres. Fu la città assai im-
portante nelle guerre di religione,
e nel 1569 il conte di Montgom-
mery la prese e ne saccheggiò le
chiese. Vi si coltiva molto il lino.
La sede vescovile fu fondata nel
V secolo, e fatta suffraganea pri-
ma d'Elusa o ElusaCj che unitasi
nell'VIlI secolo ad Auch, lo diven-
ne di questa metropolitana. Il pri-
mo vescovo di Lescar o Benarnuni
fu san Giuliano, ordinato vescovo
di Bearn da Leonzio arcivescovo
di Treveri in principio del V se- I
colo. Gli successe s. Galattorio, il
quale assistette al concilio d' Agde
nel 5o6. Rovinata nell' 84^ Bearn,
dice Commanville che il vescovo
si ritirò a Morlano, borgo distan-
te quattro leghe. Nel seguente se-
colo avendo Guglielmo duca di
Guascogna , come dicemmo, rifab-
bricata la città col nome di Lescar,
fu ripristinata la sede vescovile nel-
la nuova città, e poscia Sancio suo
figlio ristabilì l' antica cattedrale
dedicata alla Beata Vergine. Cin-
quantuno furono i vescovi di Le-
scar, dall'epoca dell' istituzione di
questo vescovato sino alla soppres-
sione; la maggior parte di essi si
distinsero per religione, dottrina e
zelo nel governo della diocesi .
L'ultimo vescovo fu Marc' Anton io
de Noè della diocesi di Rochelle,
fatto vescovo da Clemente XIII ai
16 maggio 1763, dimissionario nel
1S02 quando Pio VII pel concor-
dalo soppresse la sede, morendo
nel medesimo anno a Troyes, alla
cui sede il Papa lo avea traslata-
to da pochi giorni. Il vescovo di
Lescar era presidente degli stati di
Bearn,. primo consigliere del par-
LES
Jatnenlo tli Pau, e primo barone
di Learn. Il capitolo della calle-
diale coruponcvasi di sedici cano-
nici e di oUo prebendati. JXella
città eravi un collegio di barnabi-
ti, e nella diocesi conlavansi due-
cento quaranta parroccliie.
LESINA (Pharen). Città con
residenza vescovile in Dalmazia,
sulla costa dell' isola del suo no-
me, huigi dieci leghe da Spala-
tro, posta parte in monte e parte
in una valle ristretta, il cui piano
forma la sua piazza e parte del
molo. È il capoluogo dell' isola
Lesina o Liesina , Pliaros , Fini-
rà o Pharia del mare Adriatico,
d'aria salubre e dolce; l'isola fu
eretta in repubblica da una colo-
nia di parli, indi passò sotto il
dominio degli antichi re d' Illiiia,
nel 584 sotto quello devoniani, i
quali nelle guenc con Filippo re
di Macedonia più volte distrussero
la città. Passò in seguilo con al-
tre isole in potere de' narenlini a
cui fu tolta dal doge veneto Pie-
tro Orseolo li nel 997, finché di-
venuta proprietà di signori parti-
colari, uno di questi, Aliota Cape-
na, nel 1424 'a cedette alla re-
pubblica di Venezia, alla quale se-
condo, altri l'isola si diede spon-
taneamente nel i4'2i. Quanto alla
città di Lesina, la situazione è de-
liziosa, mentre le sue case disposte
in forma di anfiteatro gli danno
un aspetto bello, sebbene sieno
nella maggior parte in cattivo sla-
to. Il palazzo del governatore ,
quello del vescovo, la cattedrale,
e molte altre chiese sono degne di
essere osservate. Questa città è mu-
nita di un castello fortificato in fi-
gura circolare, eretto dagli spagnuo-
li, sulla sommità di un pietroso
ed erto monte,, che sorge a sct-
LES 1 1 1
tentrione e che la domina. Il
porto scavato nel iSgy è spazioso,
profondo , e perfettamente difeso
da roccie ; esso è cinto di buona
muraglia ed ha due ingressi, ciò
che permette di giungervi con ven-
ti diversi, per cui quantunque non
vi si faccia un esleso commercio,
vengono ivi per allro ad ancorar-
si moltissimi navigli, che qui aspet-
tano il tempo favorevole. Nel 1 353
fu questa città saccheggiata dai ge-
novesi, nel i5oo i turchi 1' attac-
carono, ma il generale veneto Pe-
saro gli sconfìsse. Nel 1571 fu
presa la città dal corsaro Ulaza-
li, ma non tardò a ritornare in
potere dei veneziani, dopo il qual
tempo seguì i destini della Dal-
mazia.
La sede vescovile da un' arci-
pretura ch'era sotto la diocesi di
Spalatro, un arcivescovo di Piago-
si nel ii4o l'eresse coli' autorità
del Pontefice Eugenio III in sede
vescovile, altri dicono nel i 1 5o,
ciò che confermò nel 1198 Inno-
cenzo HI, sotto la metropoli di
Spalatro, donde passò suffraganea
di quella di Zara, come Io è tut-
tora. Ne furono ultimi vescovi An-
gelo Pietro Galli di Corfù, fiuto
vescovo da Pio VII nel 1801. Do-
po alcuni anni di sede vacante il
medesimo Papa dichiarò vescovo
Giovanni Scacoz di Traù nel 1822.
Per sua morte il Papa che regna
Gregorio XVI, nel concistoro de'2 i
febbraio iSSg, trasferì dalla sede
di Sebenico a questa di Lesina
l'odierno vescovo monsignor Filip-
po Bordini di Scardona. La cat-
tedrale, moderno edifizio, è sacra
a Dio sotto r invocazione di san
Stefano 1 Papa e martire. Il ca-
pitolo si compone di due dignità,
la prima delle quali è l'arciprete,
ìli LES
di sei canonici comprese le prebende
del teologo e del penitenziere, aiu-
tati nelle sacre funzioni da cinque
preti e tre chierici. Nella catte-
drale vi è il fonte battesimale e
la cura delle anime, di cui è par-
roco l'arciprete: tra le reliquie che
in essa si venerano^ vi è il corpo
di s. Prospero martire, patrono di
tutta l'isola. Presso la cattedrale
è il palazzo vescovile. Oltre la cat-
tedrale in città non vi sono altre
chiese parrocchiali o collegiate; vi
è un convento di religiosi, un mo-
nastero di monache, una confra-
ternita, un ospedale; ma il monte di
pietà ed il seminario, secondo la
proposizione concistoriale per l'at-
tuale vescovo, si desideravano. Am-
pia è la diocesi, compresa in cir-
ca centottanta miglia di paese,
comprendendovi pure tre isole, qua-
li sono quelle di Lesina, Brazza e
Lissa. Ad ogni nuovo vescovo la
mensa è tassata ne'libri della can-
celleria apostolica in fiorini qua-
rantuno, ascendenti i frutti annui
della medesima in fiorini 9700
delle monete di quel luogo.
LESINA o LESIRIA. Città ve-
scovile del regno delle due Sicilie,
nella provincia di Capitanata, di-
stretto di s. Severo da cui è di-
stante sessanta miglia, sulla riva di
un lago cui dà il nome. Sta alle
radici aquilonari del Monte Gar-
gano, e dicesi fondata dai cristia-
ni pescatori di Lesina isola della
Dalmazia. Fu distrutta e più vol-
te desolata dai saraceni, e poi
dagli abitanti di nuovo riedificata.
La regina Margherita madre di
Ladislao re di Napoli, la donò al-
la chiesa ed al monastero della
ss. Annunziata di Napoli, con lutti
i suoi diritti nel i4'i> '^ quale
■vi esercitò il suo dominio tempo-
LES
rale, e vi teneva pure un cappel-
lano. Il terremoto del 1627 la
distrusse quasi intieramente, e non
vi restò che un piccolo villaggio
che trovasi presso il golfo di Ro-
dia, sul pescoso lago di Lesina, che
è il Pantanus Incus di Plinio, chia-
mato anche Salso o Salpe, il qua-
le si estende sui contorni di s.
Nicandro e di s. Paolo, e non è
diviso dall'Adriatico, in cui sboc-
ca, che mediante una lingua di
terra bassa e ristretta. La sede
vescovile di Lesina vuoisi eretta
nel secolo X, ma il primo vescovo
di cui si ha notizia fu Nicolò ca-
nonico di Benevento, sotto la cui
metropoli era la sede, ed il qua-
le fiorì nell'anno 1254. Gli suc-
cessero, Perono che nel i265 pose
la prima pietra nella chiesa di s.
Maria di Valle Verde; Lorenzo nel
i343; Guglielmo, morto nel i348;
fr. Alberto francescano, in detto
anno traslato da Nicomedia da
Clemente VI; fr. Andrea de Cal-
viiiis francescano nel i35i, e quelli
che registra 1' Ughelli nell' Italia
sacra t. Vili, p. 309. Tra que-
sti faremo menzione di Francesco
de'couti Titignani da Todi cistcr-
ciense, fatto vescovo nel 1400.
Nicolò de'Tartagli cistcrciense, no-
minato da Gregorio XI l nel i4o9>
mentre dimorava in Gaeta. Dopo
di lui nel 14519 Pio II uni que-
sta chiesa alla metropolitana di
Benevento, ma dipoi nel 1472
tornò a dividersi, e Sisto IV vi
nominò in vescovo fr. Tommaso
di Bitonto, cui successero, nel
1482 Masello de Auria napoleta-
no; nel i5o7 Francesco Nomeci-
si ; nel i526 fr. Luca Matteo Ca-
racciolo carmelitano; nel medesimo
anno tV. Jacopo mantovano dei
predicatori; e nel i538 mor"i il
LES
successore Antonio Pannella napo-
letano. 11 Sarnelli nelle sue Memo-
rie p. 11^ dice che 1' ultimo ve-
scovo fu Orazio Greco di Troia
in Puglia, eletto a' 1 8 febbraio iSTi
da Giulio IH, che nel i556 fu
vicario generale dell' aicivescovo di
Benevento Giovanni della Casa :
intervenne al concilio di Trento
sotto Pio IV, e nel sinodo provin-
ciale del cardinal arcivescovo Sa-
■velli, celebrato agli i i aprile 1567.
Verso questo tempo la sede fu
soppressa,, e di nuovo riunita alla
metropoli di Benevento, divenendo
arcipretura.
LESINGI Erardo, Cardinale.
Erardo Lesingi della diocesi di
Langres, decano e poi vescovo di
Auxerre, essendosi trasferito a Ro-
ma per difendere i diritti della
sua chiesa contro il conte d' Au-
xerre, da Giovanni XXI, secondo
il Ciacconio, o da Nicolò 111, se-
condo il Cardella^ nel 1276 o
1277 fu creato cardinal vescovo
di Palestrina. Prima di essere fre-
giato di questa dignità recitò una
orazione alla presenza di s. Luigi
IX re di Francia, onde persua-
derlo ad obbligare gli scomunicati
a chiedere 1' assoluzione della sco-
munica, prima che terminasse l'an-
no dacché era stata lanciata. Morì
nel 1277 o 1278 in Roma, e fu
sepolto nella basilica di s. Stefano,
senza alcuna memoria, nella tom-
ba di Guido di Mellotto eh' era
slato suo predecessore nel vescovato.
LESTAT. Luogo della diocesi
di Cambray, ove il Pontefice Pa-
squale II nel 1107 tenne un con-
cilio, assicurando al vescovo di
Verdun il possesso de' beni con
franchigia assoluta, sotto pena del-
la scomunica contro chi lo mole-
Stasse in avvenire per tale motivo,
voi. XXXVIII^ ^.»,.....«.,.^
LET 113
il Papa erasi portalo in Francia
per implorar l'aiuto del re Filip-
po I contro r imperatore Enrico
V. Mansi, Sappi, t. II, p. 237.
LETARDO (s.), vescovo. Seguì
in Inghilterra la regina Berta, fi-
glia di Caroberto I re di Parigi,
destinata sposa ad Etelberto il più
possente dei sovrani dell'Eptarchia,
circa la metà del sesto secolo, in qua-
lità di suo limosiniero e direttore,
ed adoperossi zelantemente per as-
sodarla sempre piìi nelle cristiane
virtù. I pagani edificati della vita
esemplare e dei discorsi del vene-
rando prelato, lasciarono a poco a
poco le loro superstizioni; e lo stes-
so Etelberto sentiva diminuire la sua
avversione per la religione professa-
ta dalla regina sua moglie, per cui
in appresso, fattosi anch'egli segua-
ce dell'evangelo, divenne santo. In
tal guisa i semi del cristianesimo
che Letardo gettò nel regno di Kent,
apparecchiarono le vie al santo mis-
sionario Agostino. Fu seppellito sot-
to la porta maggiore dell'antica chie-
sa di s. Martino, ov'egli celebrava
i divini misteri per la regina Ber-
ta. Onoravasi per lo addietro a
Cantorbery; e nella chiesa abbazia-
le di s. Agostino si custodivano le
sue reliquie che si portavano alla
processione delle Rogazioni. Veniva
invocato massimamente in tempo
di siccità, e spesso si provarono i
prosperi effetti della sua intercessio-
ne. Alcuni moderni hanno preteso
che s. Letardo fosse vescovo di Sen-
lis; ma è più verosimile ch'ei fos-
se vescovo regionario, e forse anche
non fu consacrato vescovo che quan-
do passò in Inghilterra colla regi-
na. La sua festa è segnata a' 24
febbraio.
LETO (s.). Nacque nel Beni e
passò i primi aoni della sua infau-
■^>^iù^\
ii4 LET
7.ia a gtinrtlare la greggia di suo
nadie. Eiili'ò giovanelto in un mo-
nastero, dal quale uscì in appresso
pel desiderio di maggior perfezione,
e passò in quello di Micy presso
Orleans. Strinse amicizia con s. A-
\ito, e tutti e due si ritirarono in
una solitudine della Sologna. Essen-
do s. Avito tornato a Micy, s. Leto
andò ad abitare nel bosco d'inatoi-
re, detto poscia Foresta alle loggie,
nella Reauce. 11 concetto di santità
di cui egli godeva trasse a lui pa-
recchi solitari di somma pietà. La
sua morte si crede avvenuta circa
l'anno 534. Costruitasi una cappella
nel luogo della sua tomba, vi si
formò in seguito un villaggio assai
considerabile, che prese il uome
di s. Lié o s. Leto. Le sue reli-
quie sono nella collegiata di Plu-
viers, nella diocesi d'Orleans. E men-
zionato ai 5 di novembre ; ma non
è certo ch'egli fosse prete, quantun-
que gli si dia questo nome nel mar-
tirologio d' Usuardo e nel romano.
LETTERA o LETTERE, Let-
teranum. Città vescovile delle due
Sicilie, nella provincia del Principa'
to Citeriore, distretto di Castella ma-
re, in amena ed ubertosa valle, di-
stante cinque miglia da Nocera dei
Pagani e tre da Castellamare. Fu
fabbricata dai romani, e cosi ap-
pellala dalle lettere che il senato
romano inviò a Lucio Siila, il qua-
le iu tempo della guerra italica si
era accampalo nelle alture; per la
sua deliziosissima posizione e per
la temperatura del suo cielo, ven-
tie scelta dai dominatori dei mon-
do a luogo di riposo e di sollievo,
come attestano i diversi monu-
menti e le iscrizioni superstiti. Al-
loichè sorse la repubblica di A-
malfì altro destino si preparò a
Lettera, che come sorella a quella
LET
città pel suolo, pel clima, pei co-
stumi e per l'indole de' suoi abi-
tanti, doveva concorrere alla sua
politica libertà , quale mantenne
sino al 1075. Fu allora che sulla
cresta del colle, come luogo atto
a fortificarsi ed a rendeisi inespu-
gnabile, gli abitanti alzarono il suo
rinomato castello, che cangiò il
luogo da villeggiatura in piazza di
guerra. Quindi i letterani uniti in
armi agli amalfitani pugnarono
accanitamente contro i surrenlini,
e successivamente contro i pisani,
i siculi, e quindi contro gli stessi
amalfitani, con che debilitarono le
loro forze, laonde non poterono
poscia resistere all' imperatore Lo-
tario li, ed al normanno Rugge-
ro 1. Già i letterani sino dalla me-
tà del secolo XI cooperarono co-
gli amalfitani a fondare iu Geru-
salemme un ospedale, che poscia fu
culla al nobilissimo e potente or-
dine gerosolimitano. Il detto ca-
stello di Lettera è noto per uno
de' più validi forti della contrada,
perchè elevasi sulla vetta d' un
colle che s' innalza a picco sulle
pianure d'Angri. Difeso natural-
mente dai monti, più da altri pic-
coli presidii che stavano iu poca
distanza, guarnito di torri e di
mura validissime, non poteva non
essere che difficile ad essere pre-
so. Ma ora esso è rovinato, e ben-
ché la torre sia priva di merli
supera tuttavia in altezza palmi
centosessanta. Le tre torri che so-
no agli altri angoli sono minori
assai in grandezza, e trovaosi ia
sufficiente stato. Una di esse è tut-
ta vuota, chiamandosi la Torre del
grano, per le vettovaglie che ivi si M
custodivano negli assedi. I creduli 1
del luogo bonariamente ritengo-
no che sia abitata dalle favolose
LET
l'Ili*', le quali, essi dicono, lianno
un libro, ov'è registrala la vita
die menano gli uomini, non die
il nome di ciascuno, con altri li-
dicoli racconti, dettati dallo spa-
vento con cui riguardano il luogo.
Lettere, Lettenun, Lycterae, fu
erelta in sede vescovile dal Papa
Giovanni XV detto XVI nel 98-,
quando eresse Amalfi in metropoli di
cui la fece sufiraganea. L'antica cat-
tedrale di s. Andrea apostolo caden-
do in rovina ed essendo troppo lon-
tana dalla dimora degli abitanti, il
Pontefice s. Pio V accordò al vesco-
vo Bartolomeo Ferri di Lugo do-
menicano il permesso di fabbricar-
ne altra, sotto il titolo della Assun-
zione della Beata Vergine detta del
Popolo; indi nel i57o autorizzò il
vescovo Filippo Fasio Capponi pa-
lermitano di trasferire nella nuova
cattedrale il capitolo e le sante re-
liquie. Era ufficiata da dieci cano-
nici, di cui quattro erano dignita-
ri. Nella cattedrale la cura di ani-
me veniva disimpegnata da un sa-
cerdote scelto dal capitolo; la dio-
cesi era piccola, dappoiché non con-
teneva che la città e due borghi.
Il primo vescovo di Lettere fu Ste-
fano ordinato dall'arcivescovo di A-
malfi Leone I, nel pontificato di
Giovanni XVI, verso 1' anno 994-
S'ignorano i successori fino al vesco-
vo Pietro, che ne occupava la se-
de nel II 18; nel 1169 gli succes-
se altro Pietro; il vescovo Giovan-
ni nel 1179 intervenne al concilio
generale Lateranense 111, celebrato
da Alessandro 111. Meritano tra i
vescovi di Lettere special menzione
i seguenti : Giacomo fatto nel i :ì86
da Onorio IV; Giovanni di Pisa
domenicano insigne, nominato da
Bonifacio IX nel 1892; Antonio
arciprete di s. Maria ad Martyves
LET it5
di Roma, creato nel t44' ^^ ^^'^"
genio IV; Andrea Curiali nobile
di Sorrento, eletto nel i5o3 da A-
lessandro VI, intervenne al conci-
lio generale Lateranense V ; Gio.
Antonio Pandosio nobile di Cosen-
za, dichiarato nel 1^47 da Paolo
III, fu al concilio di Trento, loda-
to per mirabile dottrina, onde scris-
.<e sulla predestinazione, della gra-
zia, del libero arbitiio, del vero
corpo e sangue di Gesù Cristo; gli
successe nel i562 Sebastiano Lec-
cavella greco, insigne teologo dome-
nicano, traslato da Naxia: ancor lui
intervenne al concilio di Trento;
morì in Pioma nel i566, e fu se-
polto in s. Maria sopra Minerva,
Clemente Vili nel 1599 fece ve-
scovo fr. Francesco Bruschi di Sezze
dotto minore conventuale, morto
nel i625; fu sepolto in patria nel-,
la chiesa di s. Bartolomeo, A que-
sti Gregorio XV diede per coadiu-
tore Andrea Caputo nobilissimo na-
poletano, encomiato per dottrina ed
erudizione, fatto perciò vescovo di
Costanza in partibus ; egli di suo
peculio rifabbricò il palazzo vesco-
vile, abbellì la cattediale, cui pure
donò molte suppellettili sacre. Gli
successe per volere d' Innocenzo X
nel i65o Onofrio Ponte napoleta-
no, sotto il quale le rendite del sop-
presso convento di s. Maria Annun-
ziata degli agostiniani, e quelle di
s. Maria Belvedere in Pimonte furo-
no applicate all'erezione del semina-
rio. Questa fu effettuata da Antonio
Molinari genovese che nel 1676 gli
successe, il quale consecrò la nuo-
va cattedrale nell'anno 1696. Inol-
tre ornò e riparò la chiesa di san
Leone in Graniano, nel quale luo-
go morì e fu trasportato nella cat-
tedrale. Il suo successore Giovanni
Anacleto Citi patrizio di Rossano, nel
ii6 LET
1706 riparò ed ornò la cattedrale
rovinala dal terremoto, ed eresse
dai fondamenti la torre campanaria.
Nel 1709 fu fatto vescovo il teati-
no Domenico Gagliani napoletano
de' marchesi Pompilii, benemerito
della cattedrale e dell'episcopio, e
per altre cose. Domenico Galisi no-
bile napoletano, fatto vescovo nel
17 18 da Clemente XI, è l'ultirao
della serie dell'Ughelli, iLalia sacra
t. VII, p. 270, la cui continuazio-
ne si legge nelle annuali Notizie
di Roma. INIentre n' era vescovo
Bernardo della Torre di Capo di
Monte, traslato da Marsico JNuovo
da Pio VI nel 1797, il Papa Pio
VII nel 18 18 colle lettere De iiti-
liori Dominìcae, soppresse la sede
vescovile di Lettere, e l'unì a quel-
la di Castellnmare ( f^edi).
LETTERA , Litem. Carattere
dell'alfabeto; figura di cui un po-
polo si serve per signitìcare qualche
cosa, e la di cui unione fa conosce-
re i pensieri degli uni e degli altri.
Le lettere dell'alfabeto furono im-
maginate per conservare le espres-
sioni de' diversi suoni che si for-
luano parlando, e secondo Rollin
la loro funzione è quella di farle
passare fedelmente al leggitore, co-
me un deposilo che loro è confida-
to. La primaria invenzione delle
lettere si attribuisce a Dio, il qua-
le allorché diede all'uomo la ragio-
ne e l'uso della parola, gì' insegnò
pure il segreto di esprimere i suoi
pensieri per mezzo della scrittura.
Altri in vece danno il vanto d'in-
ventori delle lettere ad Adamo, ov-
vero a Noè, al dire di s. Agostino,
ch'è di opinione che come istruito
nelle arti meccaniche, scrivesse cou
caratteri alfabetici; Giuseppe Ebreo
conferma questa opinione, giacché
narra che i figliuoli di Set, nato da
LET
Noè, fecero due colonne nelle qua-
li lasciarono scritte e scolpite tutte
le arti, ed egli afferma di averne
veduta una in Siria. Filone Ebreo
le attribuisce ad Abramo, altri a Mo-
sè autore della legge scritta sulle
tavole col dito di Dio; altri dicono
che ne furono inventori i fenici!,
gli egiziani, ec. Crinito dice che Abra-
mo inventò le lettere siriache e le
caldaiche; Mosè l'ebraiche; i fenieii
le proprie che comunicarono poscia
ai greci; Iside le egiziane; Nicostrato
quelle de'latiui ; Ultìla quelle dei
goti. Gli egizi ed i fenicii si sono
per lungo tempo disputata la glo-
ria di avere inventati i caratteri al-
fabetici, ed ignorasi a quale di que-
sti popoli debba con maggior ra-
gione attribuirsi. Credesi che l'Eu-
ropa ignorasse i caratteri della scrit-
tura sino all'anno 2620 del mou-
do, in cui Cadmo, che fiori qua-
ranta anni dopo Mosè, passando
dalla Fenicia nella Grecia, comuni-
cò ai greci la cognizione delle lettere,
cognizione che Evandro dopo due-
cento anni trasmise ai latini. Fino ai
tempi di Plinio lutti i popoli cono-
sciuti si servivano dei caratteri gre-
ci ; ma in appresso l' alfabeto ro-
mano ebbe a prevalere, ed è quello
che oggidì si applica a quasi tutte
le lingue europee. Il Buonarroti os-
serva che nelle iscrizioni latine an-
tiche, vi sono mischiate lettere ed
intere parole scritte cou lettere gre-
che. F'. gli articoli Lingua, Stampa,
e tutti quelli che sono relativi a
questo argomento. Atenodoro Filip-
po stoico, grande amico di Augu-
sto che lo fece precettore di Tibe-
rio, lo consigliò a contare le venti-
quattro lettere dell'alfabeto, prima
di seguire i moti della sua collera.
Erodoto Attico, figliuolo di Attico
prefetto di tutta l'Asia sotto Nerva
LET
imperatore, ebbe un figliuolo cosi
inetto, che non poteva mai appren-
dere le lettere dell'alfabeto : suo pa-
dre pensò di dargli ventiquattro
schiavi, ciascun de'quali aveva una
lettera dell'alfabeto dipinta sul pet-
to. A forza di vederli e di chia-
marli, quell'imbecille conobbe l'al-
fabeto, ed imparò a leggere.
La parola alfabeto è composta di
Alpha e Beta, nomi delle prime
due lettere dell' alfabeto greco. La
parola alfabeto significa il cata-
logo delle lettere usate da un po-
polo per rappresentare i suoni ele-
mentari della lingua ch'egli parla.
Si attribuisce, come dicemmo, ai fe-
nicii, agli egizi ed anco agli assi-
rii l'invenzione de' caratteri alfabe-
tici. L'uso delie lettere esisteva nel-
l'Arabia avanti l' epoca di Giobbe,
contemporaneo di Giacobbe nipote
di Abramo; poiché nella provincia
di Canaan v' era una città, molto
prima di Giosuè, chiamata Dahir,
la quale in origine chiamavasi Ca-
rialh'Sepher, vale a dire Ciuà del-
le lettere. Platone dice positivamen-
te che Thaut fu il primo in Egitto
che distinse le lettere in vocali, e
consonanti, in mute e in liquide.
L'arte di rappresentare le parole
col mezzo di caratteri alfabetici non
si propagò se non che assai lenta-
mente nelle diverse regioni del mon-
do: tranne gli egiziani ed alcuni po-
poli dell'Asia, le altre nazioni igno-
rarono per molli secoli questa arte
così utile. Gli storici piìi antichi si
accordarono nel dire che Cadmo fu
il primo che portasse in Grecia la
cognizione de'segni alfabetici, ma il
suo alfabeto non conteneva che die-
cisette lettere : Palamede alla guer-
ra di Troia, ne aggiunse altre quat-
tro. I fenicii, come la più parte dei
popoli orientali, non seguavano le
LET 117
vocali nello scrivere, e si contenta-
vano di aspirarle nella pronunzia. I
greci convertirono queste aspirazioni
in vocali che rappresentarono con
appositi segni nella scrittura : un an-
tico storico ne attribuì l'invenzione
a Lino precettore di Orfeo, di Ta-
miri e di Ercole. Nel secolo XVI
il Trissino paragonando la nostra
pronunzia colla scrittura , giudicò
che quest' ultima fosse difettosa e
mancasse di lettere ad esprimere
tutti i suoni; quindi propose di ag-
giungere nell'alfabeto italiano tre
altre lettere greche, come pure la
/e i' consonanti ; anche il Tolomei
tentò di aggiungere altre lettere
a quelle già proposte dal Trissi-
no, ma furono queste innovazio-
ni gagliardamente impugnate , e
rimasero senza eflètto ad eccezione
della 7 e v consonanti, che il nostro
alfabeto ritenne e delle quali va
debitore al Trissino. I caratteri alfa-
betici presentando ad un tempo e i
nomi delle cose, e il loro numero,
e le date degli avvenimenti, e le idee
degli nomini, diventarono ben pre-
sto mistici segni agli occhi di coloro
medesimi che gli avevano inventati.
I caldei, i sirii, gli egizi attribuirono
qualche cosa di divino alla combi-
nazione delle lettere ed alla manie-
ra di pronunziarle. Alcune analoghe
erudizioni si leggono nel Cancellie-
ri, Descrizione della setlimana san-
tó, in nota alle Lamentazioni. Il Sar-
nelli nelle sue Lettere eccl. nel toni.
Vili, scrisse la lett. XVIII: Del si-
gnificato de' nomi e delle Jigure di
alcune lettere dell' alfabeto. Il me-
desimo ne! tom. IX, lett. XXX:
Enoch come scrisse il suo libro de-
gli Egregori, parla delle lettere e-
bree come le prime del mondo, per-
chè derivate dalle assirie, siriache
e fenicie. Nel tom. IV, lett. Il;
ii8 LET
Degli inventori delle lettere , indi
della stampa, dopo aver notato che
le lettere ebree che ora sono in uso,
sono dette assirie come insegnano gli
ebrei, riporta le iscrizioni che agli in-
ventori delle lettere da Sisto V fatti
dipingere nella biblioteca vaticana, il
medesimo Papa fece porre sotto le fi-
gure, che andiamo ad accennare an-
che coll'autorità del Taja, Descrizio-
ne del palazzo vaticano p. 432 e seg.
Negli otto pilastri che reggono la
volta della gran sala della biblioteca
sono dipinti in sette di essi e ne' quat-
tro lati di ognuno gl'inventori tutti
dei caratteri delle varie lingue, i quali
Ciuatteri veggonsi formati entro una
cartella per di sopra a ciascuna figu-
ra. Il pilastro ultimo attaccato agli
archi a dritta dell' ingresso contiene
l'immagine di G. C. coli' iscrizione :
Jesus Christus,suninms magister,coe-
leslts doctrinae auctor; nel secondo
lato vi è l'effigie del Papa s. Silvestro
I coll'epigrafe : Chrisli l'icariiisj nel
terzo si vede la figura dell'imperatore
Costantino Magno, col motto; Fidei
defensor. Nel pilastro che rimane a
dritta dell'ingresso evvi l'effigie di A-
damo riguardato come l'inventore
delle antiche lettere ebraiche, confor-
me si esprime da questa iscrizione : A-
dani, divinitus edoctus, prinius scien-
tiaruni et Utleraruni inventar j la figu-
ra è cinta di pelli e con una zappa in
mano. Nel primo pilastro isolato veg-
gonsi nella faccia che guarda le fine-
stre a sinistra i due figli di Set, che fe-
cero due colonne, una di mattoni cot-
ti, l'altra di mattoni crudi ed empi-
ronle di volumi per salvarli dall'acqua
e dal fuoco. Sopra è l'alfabeto ebrai-
co antico, e sotto leggesi : Filii Seth
colnmiiis duabus rerum coelestium
disciplinani inscribwit. La secon-
da faccia del pilastro medesimo rap-
presenta Àbramo, il quale cinge la
LET
spada con allusione alla guerra che
fece ai cinque re: ha in mano la
squadra e le seste per aver insegna-
to le matematiche agli egiziani, co-
me vuole Giuseppe, o perchè da
alcuni venne reputato come perito
nella scoltura. Sul suo capo è l'al-
fabeto siriaco e sotto i piedi l'epi-
grafe: Abraham syras, et chaldaicas
litleras invenit. Nella terza faccia è
dipinto Mosè colle tavole della legge
posate su due fibri; e perchè Eu-
sebio lo dice anch'egli inventore del-
l'alfabeto ebraico antico, questo si
vede sopra di lui, e sotto i piedi la
scritta: Moyses antiquas hebraicas
littcras invenit. Si vede nella quar-
ta faccia Esdra in abiti sacerdotali,
coir alfabeto ebraico odierno e la
iscrizione : Esdras novas Hebraeo-
rum litteras invenit. La prima fac-
cia del secondo pilastro ha un' Iside,
da s. Agostino creduta inventrice
dell'alfabeto egizio, che le sta sopra,
avendo sotto queste parole : Isis re-
gina aegyptiaruni litieraruni i/i«
ventrix. Nella seconda faccia si ve-
de Mercurio, creduto inventore dei
geroglifici egiziani; suini è un al-
fabeto, che si vuole usato già in
Egitto, e sotto leggesi: Mercurius
Tlioyt Acgyptiis sacras litteras con-
scripsitj è figurato nella terza faccia
Ercole egizio, tenuto inventore delle
lettere frigie, come afferma l'iscrizio-
ne : Hercules Aegyptius phrigias litte-
ras conscripsitj a' piedi di Ercole è un
fanciullo, alludente al racconto di E-
rodoto, cioè che un bambino educa-
to senza mai udire a parlare, da sé
pronunziasse una parola frigia, si-
gnificante il pane; per di sopra è
l'alfabeto di quella lingua. L'ulti-
ma faccia ha 1' effigie di Menone ,
stimato anch' egli trovatore delle
lettere egizie, che gli stanno im-
presse sopra, avendo per di sotto
LET LET HO
le pillole : Meinnon Phoroneus ne' strade, della virtù o del vizio, che
qualts litteras in Aegyplo iinrnU. V uomo prende dopo la fanciullex-
La prima fat^cia del terzo pilastro za. Nella terza faccia è Epicarmo
ha Cecrope re d'Atene ; tiene nel- poeta, da alcuni credulo inventore
la destra un giogo, come simbolo di due lettere greche, colla scritta:
della fede coniugale, perchè viene Epicharmiis Siciilus dnas f^niecai
creduto istitutore del matrimonio addidit liUeras. Nella quarta si
tra 'suoi popoli, da lui ridotti dal vede Simonide colla lira, il quale
vivere selvaggio al civile, per cui trovò quattro lettere, e sotto ha
gli sta presso un satiro mezz'uomo le parole : Simonides Melicus qua-
e mezzo bestia ; per di sopra è tuor graecary.ni Ihterarum inveri'
l'alfabeto, di cui lo fa inventore tor. 11 quinto pilastro ha nella
l'iscrizione che segue, quantunque prima faccia l'effigie di Nicoslrata
si pretende che non trovasse più Carraenla madre di Evandro, che
che sedici o diecisette lettere: si vuole invenlrice dell'alfabeto
Cecrops Diphyes^ primus Aihenien- latino A, B, C, D, E, F, G, H,
siimi rex , graecarum lillerarum I, L, /!/, N, O, P, Q, R, S, T,
auclorj nella seconda faccia è di- f^, conforme dice la iscrizione:
pinto Fenice, avente sul capo l'ai- Nicostrala Carmenta latinaruni Ut'
fabeto fenicio, e sotto ai piedi si teraruni invenlrixj nella seconda
legge: Phoenix litteras Phoenìcibus è Evandro inventore di alcune
tradiditj sulla terza è effigiato Cad- lettere sul capo notale, e sotto
mo, colle parole: Cadnius Phoeni- lui si legge: E\>ander Cannentae
cis frater litteras sexdecim in fìlius Aborigines litteras docuit j
Graeciani intulit; nella quarta si nella terza si scorge Claudio im-
osserva Lino tebano colla sua li- peratore, che trovò tre lettere, due
ra ; per di sotto è scritto : Linus delle quali andarono in disuso,
Thebanus liiieranint graecarum in- per cui sopra ha solo l' F , e sot-
ventor. La prima faccia del quar- lo l' epigrafe : Claudius inip. tres
to pilastro contiene l'effigie di Pa- novas litteras adinvenil; nella (piar-
lamede in armi, sotto cui è l'epi- ta vedesi Demarato corintio col-
grafe : Palamedes, bello Trojano^ V alfabeto etrusco , e l' iscrizione :
graecis litteris IIII adjecit. La se- Demaratus Corinlhius etruscarnrn
conda ha Pitagora inventore del- litteranwi aiictor. Il sesto pilastro
l' Y ; egli sta in atto d' intimar contiene nella prima faccia Ulfila
silenzio, ed ha presso una stadera vescovi de'goti che trovò le lettere
allusiva a quel suo detto con cui di cui quella nazione fece uso, co-
insegnava la moderazione, cioè : me si ha dall' iscrizione : Ulphilas
Stateram ne excedas ; la iscrizio- episcopus Golìioruin litteras iiwe-
ne poi da piedi dice : Pjthagoras nitj nella seconda si osserva s. Gio-
Y lilLeram ad mnanae vitae exent- vanni Crisostomo, autore dell'alfa-
plum invenit; perchè il piede di belo armeno, conforme rilevasi dal-
questa lettera mostra, come si pre- le parole: *$". Joan.Chrysosl. lilte-
tende, la fanciullezza che va sem- ramni armenicaruni aurlor ; la
pre diritta nella sua semplicità, e terza ha l* effigie di s. Girolamo,
il dividersi in due linee una stret- come inventore delle lettere illiri-
ta, l'altra larga, significa le due che, colla scritta: S. Hieronynnis
120 LET
liuerarum iUyricarum iaventor; nel-
la quarta è s. Cirillo vescovo degli
schiayoni che trovò altre lettere illi-
riche : egli ha sotto il motto : S.
Cyrillus aliarum iUyricarum Ut'
tcrarum aucior. V. l'articolo Lin-
gua, ove si parla ancora della
scrittura e linguaggio dello stato
pontificio, e della denominazione di
ciascun alfabeto e storia di alcuno
di essi.
LETTERA DOMENICALE, Liù-
ter a Dominicalis . Le lettere dome-
nicali sono quelle che servono a
denotare la Domenica (J^edi), nel
Calendario (Fedi), e propriamente
quelle per le quali è stato inven-
tato il periodo solare, y. Ciclo,
e Indizione.
LETTERATO, Lileratus, literis
cxcuàus, eruditus. Scienziato, che
ha lettere, che studia di lettere. Dai
nostri più antichi scrittori si rileva
che letterato era ne' più antichi
tempi chi era istruito nelle lettere,
e più attendeva a leggere i hbri,
che non a qualunque altra opere^
manuale , come dai claustrali ri-
chiedevasi ; ma in appresso si este-
se il significato di quel vocabolo,
si applicò anco alle scienze, e si
disse alcuno letterato, e anche lette-
ralissimo in teologia, il che giusti-
fica la spiegazione data nei nostri
vocaljolari, ove si traduce il lette-
rato per iscienzialo. I cinesi, come
forse facevano anche gl'italiani più
antichi, danno il nome di lettera-
li a coloro che sanno leggere e
scrivere nella loro lingua; e non si
può giungere alla carica, alla di-
gnità di mandarino senza essere
jiconosciuto come letterato. Que-
sto avveniva anche in vari paesi
dell'Europa ne'bassi tempi, perchè
alle cariche più cospicue e più
imporlauli non potevano ascendere
LET
se non che quelli che istruìll era-
no nelle lettere, e da questo prin-
cipio estendendosi le umane co-
gnizioni, venne l'uso di non am-
mettere a certe cariche se non
che i graduati in qualche scienza
o in qualche facoltà. Ma nelU
Cina il nome di letterati si d^
ancora ad una setta che si sta*
bili in quel paese verso 1' annq
i4oo dell'era volgare, e della qua-
le certo Confut-Zee viene riguar-
dato come il fondatore, se pure
non si è fatta qualche confusione
nei nomi, e non si è attribuita a
questo nuovo settario una porzione
dei donimi dell'antichissimo Confu-
cio. Il nome di letterati negli stati
inciviliti dell'Europa si dà general-
mente alle persone istrutte ^ e a
quelle che oltre lo studio delle,
lingue e delle lettere propriamen-
te dette, hanno con altri studi col-
tivati i talenti loro, cosicché si con-
fondono sovente i nomi p i titoli
di letterato, di scienziato, di dotto
ec. Sovente però il nome di lette-
rato annunzia una persona versata
in ogni genere di letteratura e
fornita di buon gusto, e sotto que-
sto aspetto si è spesso abusato e ^
si abusa di quel titolo. I letterati H
sono una delle porzioni più ama-
bili, stimabili ed utili della socie-
tà ; riescono di lusti o, decoro e or-
namento alle nazioni ; la loro vita
è dedicata all'amore scientifico e
letterario. I loro buoni studi e le
loro scoperte danno vigore ed au-
mento alla cosa pubblica, al costu-
me, alla religione, alla prosperità
dei popoli. Se taluno sfugge alla
miseria, rare volte isfugge all' in-
vidia e al livore degl' ignoranti e
degli sfaccendali, i quali quando non
possono fare altro, tentano dimi-
nuirne il merito intrinseco col giun-
LET
gere talvolta a mettere in forse i
parti del loro ingegno e dei libe-
rali doni di Dio, massime se im
letterato trae origine da mediocre
(condizione, o non abbia fatto i re-
golari studii. Essi però vogliono
ignorare i tanti esempi che abbia-
mo di coloro, che senza educa-
zione scientifica, pure con costante
alacrità, fatica e indefessa applica-
zione pervennero a prendere posto
fra i più chiari letterati, e si ele-
varono alla gloria delle lettere, ra-
gionevolmente con maggior lode e
henemerenza di chi le apprese per
principio e comodamente, per cui
sono segno dell'ammirazione dei
saggi e degli imparziali.
Ji Sarnelli nel tom. Ili, pag.
1 1 4 delle Lttt. eccl. narra che
Cicerone nel lib. Ili, De orato-
re fa menzione delle seguenti ac-
claaiazionij che si praticavano coi
letterati e cogli oratori: Bene prae-
clare , belle , festive : non polest
melius. Ed Orazio nell'Arte poetica:
Pulcre, bene, recte. Persio, Euge.
Plutarco, Center, ingeniose, floride,
in opusc. De audit.j biasima però
quelle ch'egli chiama voci forestie-
re, come è quella divine, che pas-
sa dall'applauso all'adulazione. In-
oltre il Sarnelli t. I, p. 29, osser-
va che pessimi chiama il diritto
canonico que' prelati, che avendo la
fortuna di avere sacerdoti virtuosi
e dotti presso di loro, li uegligen-
tano se poveri. Nel tomo X poi
riporta la lett. XV : Sui scrittori
moderni che si approfittano degli
antichi, come cosa ragionevole, a-
vendo pure gli antichi pigliate da
altri quelle dottrine e concelti dei
quali si sono serviti. Giovanni Bur-
ckard Mencke è autore delle dis^
sertazioni intitolate De charlatane-
ria eruduorum declaniatione, Lu-
LET 121
cae 1726. Fu ristampato il libro
ad Amsterdam nel 1 747 cuni no-
tis varioruni; e se ne hanno altre
edizioni. Lo scopo dell' autore è di
additare le astuzie e gli artifizi che
usano i falsi dotti per usurpare
una riputazione di cui sono inde-
gni. 11 medesimo Mencke, chiama-
to pure Menchenio, fece una rac-
colta ben curiosa ed istruttiva sulle
calamità de' letterati e la stampò
in Lipsia sua patria, col titolo :
Analecla de calanutate literatoruni,
dove ancora -inserì il trattato del
bellunese Pietro Valeriano Bolza-
ni. Sulla infelicità de' letterali. Be-
nedetto Menzioi costretto per in-
vidia di emigrare da Firenze, ve-
rificandosi in lui r antico prover-
bio : Nenio propheta in patria sua,
si ritirò in Roma ove mori cano-
nico di s. Angelo in Pescheria e
professore sostituto di belle lettere
neir università della Sapienza, do-
po avere sperimentato la protezione
della regina di Svezia Cristina. Egli
è autore del trattato : De invidia
hominis lilerali. Il Cancellieri a p.
5o delle sue Dissertazioni cita
l'opera di Michele Lilienlal : Oh-
sen>at. de nianuuni eruditaruni ele-
gantia, inter Stlecta historica et
litteraria. Regiom. et Lipsiae i 7 1 9.
Da tale dissertazione ove è il ca-
talogo de' calligrafi letterali regi-
strati per nazione, avvertì Girola-
mo Tarlarotti in una lettera in-
torno all'eloquenza italiana di mon-
signor Fontanini, inserita nel XXXI II
degli opuscoli del p. Calogerà ,
parlando della necessità di scrivere
bene, nominando alcuni gran lette-
rati, eh' ebbero bel carattere, e
sforzandosi di provare che tal pre-
gio dovrebbe essere proprio di cia-
scheduno , e particolarmente del-
l'uomo dotto e civile, e non dei
123 LET
soli segietari, copisti e amanuensi,
benché corra il proveibio, che gli
uomini di riguardo e i letterati
scrivono male. Quanto poi pregiu-
dichi la mancanza di questo pre-
gio, di cui si dolevano di essere
sfornili Erasmo e Budeo, per la
perpetuità delle opere che lasciano
i letterati, per essere alcuni mss.
d* uomini dottissimi ininlellegibili,
si perdettero preziose opere.
11 p. Menochio nelle sue Stuore
o traltaiimenù eruditi, tom. II, cen-
turia VII, cap. LXXII discorre:
Se siano vere le ragioni che alcu-
ni apportano per mostrare che og-
gidì pochi riescono gran letterati.
Egli pubblicò l'opera nel 1689, e
dice così. » Spesse volte si odono
lamenti d'uomini eruditi e d'inge-
gno, i quali deplorano 1' infelicità
de'lempi nostri, perchè non essen-
do ora gì' ingegni meno abili ad
imparare le scienze degli antichi,
e vedendosi che in altre professio-
iì\^ che in quella delle lettere, non
mancano di quelli che fanno se-
gnalata riuscita, come nella pittu-
ra, scoltura, architettura, arte mi-
litare, e simili, ad ogni modo po-
chissimi sono quelli che nelle scien-
ze liberali arrivino a qualche emi-
nenza, ed adeguino la gloria degli .
antichi filosofi, istorici, teologi, ma-
tematici, medici, legisti. Facilmen-
te quelli che cos'i discorrono si
accordano in dire, che quelli che
oggidì si applicano allo studio del-
le lettere non usano tanta diligenza
ed assiduità nell'iniparare come gli
antichi, che però non è da mera-
vigliarsi se minore è il profitto
di quelli de'quali l'industria non è
eguale. Gli antichi iufianimati dal
desiderio di sapere, non si davano
ai piaceri, erano parchi e castigati
nel mangiare, nel bere e nel dor-
LET
mire; si strigavano delle faccende
e negozi temporali e domestici,
come anche dai ptibblici maneggi,
e tanto pertinacemente studiava-
no, che mettevano a pericolo la
sanità e la vita; laddove oggidì si
dà solamente quel tempo allo stu-
dio, che avanza alle ricreazioni, ed
agli spassi, all'ambizione ed all'a-
varizia, onde non è meraviglia se
non sono pari a quelli che to-
talmente erano posti nell' imparare
e studiare, lasciata da parte ogni
altra cura, e qualsivoglia altro ne-
gozio. Avevano gli ateniesi fatto
un editto che niun megarese, sot-
to pena della vita, fosse ardito di
entrare nella loro città. Eucli-
de eh' era cittadino di Megara,
e che prima di quell'ordine tan-
to severo avea cominciato a fre-
quentare la scuola di Socrate, non
voleva perdere le lezioni che avea
incominciato ad udire, né essere
privo de' profittevoli congressi col
suo maestro , all' imbrunir dun-
que delia sera, in abito di donna,
col capo coperto di veli, se ne ve-
niva in Alene, e la mattina per
tempo all'isfesso modo mascheralo
si riconduceva alla patria ; tanta
era la stima eh' egli faceva della
dottrina di Socrate, e tanto gran-
de era il desiderio di apprenderla,
che non istimava il pericolo della
vita, ne la lunghezza del viaggio di
quaranta miglia. »» ^. Lettere
BELLE.
Nel 1769 fu stampata in Na-
poli un'opera di Antonio Genovesi
intitolata: Lettere accademiche sul-
la questione se sieno pi ìi felici gli i-
gnoranti, che i scienziati. Fu ri-
stampala in Venezia nel 177^1 e
ne fu dato un breve giudizio nel-
le Effemeridi leti, di Roma ntun.
I, del 1773. Dello spacco del-
LET
la croce che fanno gì' illcllera-
ti che non eanno scrivere, in ve-
ce di sottoscrizione, ne parlammo
al voi. XVIIF, p. 245 e 246 del
Dizionario, h' imperatore Licinio
abborr'i talmente le lettere che le
chiamava veleno e peste della re-
pubblica; l'imperatore Giuliano l'A-
postata le proibì ai figli dei cristia-
ni, acciocché non avessero sì po-
tente arme contro i pagani; e Mi-
chele Baldo le vietò ai giovani, af-
finchè non sapessero più di lui.
Giunsero tuttavia al supremo sovra-
no potere molti illetterati, massime
se fortunati o valorosi conquistatori,
di cui ne sono piene le istorie. Si è
in fatti disputato da molti aiitoii,
se siano da preferirsi le armi alle
lettere, con le dissertazioni che ri-
porta il Cancellieri nelle sue Dis-
sertazioni epistolari a p. 8 ; ma d.
Sebastiano Ciampi nelle sue Me-
morie di rnesser Cina da Pistoia,
p. 116, dimostra che spesso i mi-
litari sì sono creduti assai onorati di
poter intrecciare ai loro allori di
Marte, anche la laurea dottorale,
licitato p. Menochio nel t. I, centu-
ria I, cap. LXXIX tratta : Del det-
to del Savio, Eccles. e. 6; Melior
est sapientia, quain arma bellica;
e se più. nobili e pili degne sieno
le armi 0 le lettere. Conchiude e-
ruditamente, che la professione del-
le lettere è più degna di quella
delle armi. Il secolo X fu per la
santa Chiesa il più funesto e il più
infelice per rozzezza, ignoranza e
malvagità, dunque non deve recare
meraviglia se essendo la maggior
parte del clero illetterato, tale pu-
re fu alcuno de' Pontefici di quel-
l'epoca lagrimevole, eletti talvolta
dalla potenza delle fazioni; in quei
tempi non minore era l' ignoranza
de' laici, tranne ben pochi. IN'ell'ygG
LET 123
per la potenza del marchese di To-
scana divenne Papa Stefano VII,
ignorante delle sacie Scrittine. Be-
nedetto X antipapa, eletto nel io5ii
per opera di alcuni signori roma-
ni, era tanto illelteiato, che s. Pier
Damiani protestò che lo avrebbe
liconosciuto, se avesse spii-g;iio un
sol verso ó* qualuncjue omelia. An-
che tra i cardinali si noverano de-
gli illetterati, ed alcuni parenti dei
Pontefici; ma ciò non può stare al
confronto di tante centinaia di dot-
tissimi e santissimi cardinali che
fiorirono in tutte le epoche, aven-
done riportato i cognomi de' prin-
cipali al voi. X, p. 24 e 2ì del Di-
zionario. Furono di poche lettere,
come si può leggere alle loro bio-
grafie, i cardinali Sisto Giara della
Rovere, Ipnocenzo del Monte, An-
drea Perelli, Giambattista Deti, Ja-
copo Sannesi, Antonio Giori, Fran-
cesco Maidalchini ed Enrico de la
Grange, per non dire di qualche
altro. Essi però nella maggior par-
te furono fregiati di altre belle
qualità. Immenso poi è il numero
dei Pontefici protettori de' letterati,
che alla santità di vita, ed alla ma-
gnanimità delle azioni, congiunsero
profonda dottrina, e presero luogo
essi medesimi fra i letterati; anzi si è
osservato che alcuni Papi alla loie
mediocre letteratura supplirono con
proteggere le lettere e con altre eccel-
se doti, virtù, equità e buon senso, e
disimpegnarono con lode la subli-
me rappresentanza di capo della
Chiesa e di sovrano. I romani Pon-
tefici dunque non solo furono sem-
pre munifici protettori de' letterati
e delle scienze, ma queste eglino
stessi professarono, al modo che
audiamo ad accennare.
Il principe degli apostoli e pri-
mo Pontefice s. Pietro, per ia scieu-
124 LET
za ricevuta dallo Spinto Santo , e
per aver il primo predicato l'evan-
gelica dottrina a Roma, capitale
allora del mondo conosciuto, ed
ora del cristianesimo, si deve pri-
mieramente porre nel novero dei
Papi dotti che andiamo a registra-
re. Eruditissimo fu il Pontefice s.
Dionisio fiorito l'anno- 261. Con
abbondanza di dottrina governò s.
Anastasio I del SgS. Di grande in-
gegno fu s. Innocenzo I del ^oi.
Dottore principale della Chiesa e
sommamente dotto fu s. Leone I
il Magno del 44^, il quale chia-
mò a sé tutti i pili dotti uomini
che allora fossero nella Chiesa. Il
Papa s. Ilario del 461, per l'amo-
re alle scienze, pose due biblioteche
nella basilica lateranense. Nel 533 fu
eletto s. Giovanni II, chiamato Mer-
curio per la sua eloquenza. Crea-
to nel 535 s. Agapito I, meritò
l'elogio di eruditissimo delle rego-
le ecclesiastiche. Dottore della Chie-
sa e fecondatore di essa per le sue
dotte opere, ^, fu s. Gregorio I il
Maglio del 590. Nel 657 fu crea-
to s. Vitaliano, che viene parago-
nato pel sapere ai piìi illustri Pa-
pi. D' insigne dottrina ed eloquen-
za, peritissimo nella musica sacra,
viene lodato s. Leone II del 682.
Di somma dottrina fu s. Gregorio
li del 715 ; come uno de' pili dot-
ti del suo tempo venne tenuto il
successore s. Gregorio III. Anasta-
sio Bibliotecario assai commendò s.
Zaccaria del 741 per scienza e mu-
nificenza. Stefano III detto IV del
768 era erudito nelle divine scrit-
ture e dotto nelle ecclesiastiche tra-
dizioni. Amatore e premiatore dei
letterati, erudito e facondo fu s.
Leone III del 795. Neil' 827 fiorì
Gregorio IV, ornato di gran dot-
trina ed eloquenza ; neh' 847 s.
LET
Leone IV, di singoiar dottrina, con-
siglio e magnificenza ; nell' 858 s.
Nicolò I il Magno , ornato di
sapere e magnifico nelle sue azio-
ni. Il Papa Formoso dell'Sgi era
profondo nelle scienze divine ed
umane. D' una rara erudizione fu
Gregorio V del 996. Silvestro II
del 999, insigne filosofo, matemati-
co egregio, fu versato pure in al-
tre scienze. Fornito di sapienza e
pienamente erudito in ogni dot-
trina fu s. Leone IX del 1049- H
magnanimo difensore della libertà
ed immunità ecclesiastica s. Grego-
rio VII del 1073, fu eloquentissi-
mo, profondo nella giurisprudenza
ecclesiastica! e nelle sante scritture.
Eugenio III del i i45 fu beneme-
rito del diritto canonico, amatore
degli studiosi e premiatore de'dotti.
Gli successe nel 1 153 Anastasio IV
versatissimo nel gius civile e ca-
nonico. Nel I i59 divenne Papa A-
lessandro III d'una letteratura cui
giunsero pochi de' suoi predecesso-
ri da cento anni addietro. Nel 1 198
fu creato Pontefice Innocenzo III
versato in ogni scienza, massime
nella ragione civile e canonica , a-
vendo singoiar facondia, acutissimo
in2;e2;no e felice memoria. Gli sue-
cesse Onorio III, già maestro di Fe-
derico II imperatore, di rara dot-
trina, conosciuto anche sotto il no-
me di Cencio Camerario. Grego-
rio IX del 1227 fornito di pene-
trante ingegno, ed istruito in ogni
ramo di sapere e nelle arti libe-
rali, fiume di eloquenza, beneme-
rito della collezione delle decretali.
Nel 1243 fiori Innocenzo IV, pro-
fondo giureconsulto, e monarca del-
le divine ed umane leggi. Clemen-
te IV del 1265 fu chiamato pa-
dre del diritto. Bonifacio Vili del
1294, famoso giureconsulto, pi'ofon-
1
LET
do letterato, compilò il VI libro
delle decretali, e fu intrepido di-
fensor della Chiesa. Di Benedetto XI
del i3o3 non si seppe decidere
se fosse o più scienziato o più san-
to. Giovanni XXII del i3i6 fu di
vasta scienza, eloquente e di acuto
ingegno. Clemente VI del 1842
accoppiò al profondo sapere una
prodigiosa memoria. Gli successe nel
j352 Innocenzo VI, peritissimo nei
canoni e nelle leggi, favori gene-
rosamente i letterati, molti ne pro-
mosse e beneficò, dicendo che le
dignità ecclesiastiche non erano pre-
fiiio della nascita ma della virtù.
IJi bano V del i 36^ professore in-
signe de' canoni, fu gran protetto-
re delle lettere e de' letterati. Gre-
gorio XI del 1870 applicò molto
agli studi massime delle leggi, dei
canoni e della teologia , onde fu
reputato uno de' più scienziati del
suo secolo, ed ebbe lode di mece-
nate de' letterati. Nel 1878 gli suc-
cesse Urbano VI, che nelle decre-
tali ebbe stima di egregio dottore,
e tu benevolo co' letterati.
Alessandro V del 1409 nella fi-
losofia e teologia fu chiamato dot-
tore refulgido, come fu grande o-
ratore. Eccellente nelle scienze e
mollo erudito , venne riguardato
Martino V del i4i7- ^'i successe
nel i43i Eugenio IV, insigne nelle
cognizioni storiche, benefattore del-
l' università romana , e protettore
de' letterali. Egli nel rimunerare
gli eruditi diceva, che non solo si
doveva amare la loro erudizione,
ma ancora si doveva temere la
loro indignazione, poiché non so-
gliono essere impunemente offesi ,
e sono armati di quelle armi, che
difficilmente si possono scausare. In
ciò Eugenio IV abbracciava il sen-
timento di Platone, il quale sole-
LET 125
va dire, " esser meglio aver nemico
un esercito armato, che un poeta
o oratore irato, mentre l' esercito
coll'esercito si respinge, ma Io stile
di quegli con ninna cosa si oppri-
me ". Nel 144? f^i elevato alla
cattedra apostolica Nicolò V, gran-
de amatore delle belle lettere e dei
letterati eh' egli tenne e trattò quali
parenti, meritò lode ancora per le
sue magnifiche idee ad incremen-
to delle belle arti, e pel suo uni-
versale sapere. Come egli cooperò
al risorgimento delle lettere in Ita-
lia , accogliendo generosamente i
dotti greci fuggiti da Costantino-
poli, lo dicemmo agli articoli Eru-
dizione e Grecia. Gli successe nel
1455 Calisto III, dottissimo nelle
leggi canoniche e civili, laonde nel-
la sua ottuagenaria età , citava i
testi con mirabile prontezza. Dopo
di lui nel 14^8 fiorì Pioli, savio
leggista e molto ammaestrato nelle
lettere profane, eloquentissimo, pro-
fondo erudito ed amatore de' let-
terati. Sisto IV del 1^7 ì, profes-
sore di filosofia e teologia, venne
chiamato teologo acutissimo ed o-
ratore egregio ; possedeva in grado
eminente la filosofia, il talento della
facilità di scrivere, e fu eziandio
dotto nelle lingue: benemerito del-
la biblioteca vaticana, lo fu pure
degli scienziati. Leone X eletto nel
i5i3j versato nelle scientifiche co-
gnizioni, nel promuovere gli studi
delle arti e delle lettere, nel pro-
teggere e premiale i letterati seguì
il genio della sua famiglia Medici,
e die il proprio nome al suo secolo.
Paolo III del 1 534 apprese in gio-
ventù egregiamente le lettere gre-
che e latine, onde divenne pro-
fondo nelle cose divine ed umane;
conversava spesso con eccellenti fi-
losofi e teologi, e fu mecenate degli
17.6 LET
soienziali. Dolio ed eloquente fu
Giulio III del i55o; e più di lui
il successore Marcello II del i555,
il quale si distinse in molte scien-
2e e in diversi esercizi meccanici.
Paolo IV del i555, non solo fu
versato nello studio delle lingue e
delle belle lettere, ma fu splendi-
do protettore di quelli che le pro-
fessavano. Pio IV del iSSg ebbe
lode di eloquente, ed ornato di
tenace memoria ; elevò al cardina-
lato uomini dottissimi e letterati
insigni. Gregorio XIII del 1572,
^' indole nata per le scienze, in
queste e nella giurisprudenza di-
venne profondo , e dei letterati fu
magnanimo proteggitore. Nel i585
gli successe Sisto V, dotto nelle belle
lettere e nell' eloquenza, beneficò ì
letterati. Clemente Vili del iSgi,
di vasta mente, favorì generosa-
mente i letterati , fra' quali egli
ebbe un posto distinto. Gregorio
XV del 1621, profondo giurecon-
sulto, gli scienziati furono le sue de-
lizie. Urbano Vili che nel i6z3
gli successe, ornato di vivissimo in-
gegno, dottrina, e di non volgare
letteratura, fu liberale e munifico
co' letterati. Tra questi è noveralo
Alessandro VII del 1655, siccome
istruito in tutte le scienze, di mi-
rabile eloquenza , e di vasta eru-
dizione : promosse tutte le scienze
ed i coltivatori delle medesime ,
e nutrì il progetto di fondare
in Roma un collegio di uomini
nell'ecclesiastica erudizione più il-
lustri che avesse l'Europa, e di
mantenerli ivi agiatamente a van-
taggio della Chiesa universale, e
poscia premiarli con ragguardevoli
dignità. Dopo aver desinato, Ales-
sandro VII godeva di passare qual-
che tempo coi più dotti del suo
tempo il) eruditi ragionamenti, or
LET
di umane lettere, or di storia ec-
clesiastica, or di scienze sacre. Cle-
mente XI del 1700, d'ingegno acu-
to e memoria tenace, perito nelle
lingue greca e latina, uno de' più
eruditi della sua epoca, dotto, elo-
quente, ammirò gli scienziati ed in
mille guise gli onorò e provvide.
Benedetto XIV del 1740, eruditissi-
mo e profondo letterato, dotato di
vasta dottrina come si ravvisa nelle
sue opere; quindi corrispondente
fu la di lui munificenza cogli eru-
diti, coi letterati, che fecero a gara
in dedicare ad un tanto conosci-
tore e mecenate le loro opere. Il
dettaglio delle egregie doli de' Pon-
tefici qui lodati, e di quelli non
mentovati, benché dotti e protei- i
tori delle lettere e de' letterati , è
riportato alle loro biografie o re-
lativi articoli. A questi ed a quelle
sono notate le qualità dotte, e le
beneficenze profuse cogli scienziati ,
dai degni successori di Benedetto
XIV.
Essendo la memoria la facoltìi
per la quale senza l'azione imme-
diata delle cose esterne tornano al-
l'animo le sensazioni, in modo so» ^
migliante a quello in che furono ^
generate già da esse cose , e tor-
nano all'animo le idee in addie-
tro concepite ; la memoria adun-
que è l'ornamento più bello de' let-
terali, ed è tanto maggiore ed utile,
quanto è più viva, felice, tenace e
vasta, siccome la cosa più essenzia-
le delle sciente e dell'erudizione.
Ausonio avvertì, che ci dimentichia-
mo per lo più delle cose , con la
stessa velocità con cui le leggiamo;
e chiamò dono divino l'esimia me-
moria dell'oratore Tiberio Vittore M
Minervio. Seneca osservò, che fra- «
gilè è la memoria, e che non può
bastare al gran numero delle cose
LET LET 177
che l'opprime, restando cancellale H divcnnd .^memorali, con un ap-
io idee delle cose antiche dalle pendice delle bihliolecìie degli scrit-
uuove. Quindi sono stali serapi-e lori sopra gli eruditi precoci, la
ammirati e tenuti in sommo pie- memoria artificiale, Varie di tra-
gio tulli quelli che hanno la gran scegliere e di notare, ce. Ripoite-
sorte, e veramente invidiabile, di es- renio dunque qui appresso breve-
sere dotali di singoiar memoria, mente que'Ietterali che furono di-
Rilevò Tertulliano, essere stata a sliìiti e privilegiati dalla natura,
ragione chiamata da Platone, la della mirabile potenza dell'anima,
salute de' sensi e dell' intelletto; vera ed unica tesoriera delle cose
come da Plinio fu detta il bene apprese , la preziosa memoria dei-
più necessario della vita, e da Ci- le cose e delle scienze apprese,
cerone il tesoro di tutte le cose. Benedetto Accolti aretino ripetè
Né men giustamente pronunziò Gas- l' allocuzione di un ambasciatore
siodoro, essere un gran vantaggio del ré d' Ungheria ai fiorentini.
il non conoscere il difetto della Ad esso fu consimile Bernardo Ac-
dimeuticanza; ed accostarsi pei'ciò colti pure d'Arezzo, di cui scrisse
in certo modo alla divinità, chiun- Pietro Cortesi, De hominibus docli.t
que può aver sempre presenti alla p. 5^: niemoriani tanluni crai vec'
niente le cose passate. Soleva dir borunt et rerum, ut omnia, quae
Socrate, che le lettere inventate uuquani legerat, meminisset: anche
per aiuto della memoria, somma- il Filelfo nel lib. 28 delle sue Lei-
mente le avevano pregiudicato. Poi- tere chiamò la sua memoria piut-
chè gli uomini per l' addietro a- tosto divina, che umana. Teo-
scollando qualche bella sentenea, dette celebre oratore di Sicilia ,
non potendo scriverla ne' libri, la discepolo di Platone e di Aristo-
scrivevano per dir così e la scoi- tile , si ricordava di un poema
pivano nella memoria , la quale benché letto una sola volta. Car-
corroborata da questo continuo e- mide recitava gli scrini altrui come
sercizio, conservava ciò che appren- li avesse letti. Cinea legato di Pir-
deva r intelletto, ch'è la potenza ro a Roma, salutò a nome tutti t
dell'anima colla quale l' uomo è senatori ed i plebei nel giorno se-
atto a conoscere le correlazioni del- guente al suo arrivo. Scepsio Me-
le idee, e quelle che le idee han- trodoro rammenlavasi di tuttociò
no coi fatti. Trovate poi le lettere, che udiva . Ortensio si ricorda-
fidandosi de' libri, non si sono più va di tutti i suoi scritti e pen-
impegnati a custodire le scienze sieri, e di tuttociò che avevano
nella mente. Così non esercitando- detto i suoi avversari. Cassio Seve-
sì come prima la memoria, la co- ro vedendo condannati i suoi li-
gnizione delle cose è divenuta me- bri alle fiamme, disse che ritenen-
no estesa, e l'uomo sa meno, per- doli tutti in mente, per toglierne
che non sa quello che può rite- la memoria bisognava bruciare an-
nere a memoria. L' eruditissimo ch'esso, dappoiché ciò che impres-
Francesco Cancellieri nel 18 15 so nell'animo non può levarsi se
pubblicò colle stampe in Roma : non si leva anco la vita. Carnea-
Dissertnzione intorno agli uomini de riteneva scolpita in mente, co-
dotati di gran memoria^ ed a quel- me nella cera, 1' idea di tutte le
128 LET
cose. Giulio Cesare dava udienza,
leggeva, e dettava a più persone
in un tempo. Ciro nominava ad
uno ad uno tutti i suoi soldati .
Scipione salutava i suoi soldati a
nome. L'imperatore Adriano, dot-
tissimo, ed amante delle lettere,
rammentavasi i nomi di tutti i
suoi soldati, de' negozi trattati, e
de'luoghi visitati. Esdra sapeva a
memoria tutta la legge. Girola-
mo Aleandro, dotato di prodigiosa
memoria, recitava a mente le co-
se lette molti anni addietro. IMu-
tio Pignattelli giovane di trent'anni,
in Napoli, ad imitazione di Giulio
Cesare, dettava a più cancellieri in
un tratto; ed una volta tra le
altre scrivendo egli medesimo, det-
tò a venticinque in diversi lin-
guaggi, alla presenza di grandi si-
gnori, che ne restarono stupiti. Il
p. Serafino da Vicenza cappucci-
no, recitava e trascriveva le pre-
diche udite, senza commettere il
minimo sbaglio; si racconta ch'e-
gli non a tre copisti, come si nar-
ra di Giulio Cesare, né a sette
come si è scritto di Origene, ma
sino al numero di dieciotto ama-
nuensi, dettava al tempo stesso di-
verse e disparate materie, in lin-
gua latina e volgare, in verso ed
in prosa su quegli argomenti e-
ziandio, che gli venivano sommini-
strati dai circostanti. V. Lingue.
Leandro Alberti chiamò Gregorio
Amaseo uomo d' alto ingegno, e
ad ogni generazione di dottrina
disposto; onde quasi d'ogni scienza
talmente parlava, che ciascuno rima-
neva stupefatto per la gran me-
moria che in lui si ritrovava. Fran-
cesco d' Andrea famoso avvocato
napoletano, qualificato per un ful-
mine e prodigio di eloquenza^ in
età tenera ripeteva le prediche in-
LET
tiere che udiva. Suora Anselmi
domenicana di s. Maria Nuova di
Bologna, ebbe in dono dalla na-
tura tanta felicità di memoria, che
dopo tre mesi e più d'avere ascol-
tate le prediche , le poneva esalta-
mente in carta. Prospero Podia-
no perugino teneva a memoria i
primi due o tre versi di tremila
libri da lui acquistati ; ed Antonio
IVIario avea il soprannome delia
memoria, al pari di Francesco Vit-
torio , perchè possedeva a mente
quindicimila passi di diversi auto- ^
ri. Fu s. Antonio di Padova d'u- *
na memoria così stabile, che non
si dimenticava giammai di tutto
quello che una volta avea appre* fl
so. Il p. Paolo Ardizzoni genovese,
benché cieco, citava le parole e
fino i versi degli autori appresi
a memoria ; mirabil foi'za di que-
sta non distratta dalla folla degli
oggetti, che si affacciano per gli
occhi. Luigia Aubery marchesa di
Chambre! , imparò a mente la
Bibbia. Benedetto Averani di luci-
do intelletto , citava a memoria
tutti gli autori da lui letti. An-
drea Barbazza giureconsulto sici-
liano citava nelle dispute centinaia
di ragioni e di argomenti. Pietro
degli Angeli detto Bargeo, di dieci
anni sapeva a mente tutte le co-
struzioni greche. Il p. Daniello
Bartoli gesuita, costretto di getta-
re in mare le sue prediche, com-
pi in Palermo il suo quaresimale
ritenuto a memoria. Filippo Beroal-
do fu chiamato biblioteca vivente,
altri disse essere una ricca botte-
ga ma non ben disposta. Il cardi-
nal Giovanni Bona fu dotato di
una mostruosa memoria. France-
sco Bordoni fu chiamato bibliote-
ca, da vivo e dopo morte, per le
opere stampate. Il cardinal Dome-
LET
nico Capranica si ricordava di tiit-
tociò che avea letto in duemila
volumi.
Clemente VI per una ferita ri-
portata in capo, migliorò tanto
nella memoria che parve cosa pro-
digiosa, poiché non poteva piìi di-
menticarsi tutto quel che leggeva,
ancorché lo desiderasse. Gio. Cot-
ta da Legnago fu di altissimo in-
gegno e di stupenda memoria. Ja-
copo Critonio scozzese, fornito di
pronta memoria, ripeteva qualun-
que predica ed orazione da lui u-
dita : egli disputò col celebre Ja-
copo Mazzoni, eh' erasi fissato in
mente dieciottomila e più luoghi
di autori. Gio. Battista Egnazio
narrava fedelmente tuttociò che a-
vea letto ed udito. Gio. Battista
Guarino fu d'una memoria incre-
dibile, ed occupavasi in una conti-
nua lettura. Porcio Latrone si ri-
cordava di tutte le sue declama-
zioni, e tesseva la storia di qua-
lunque eroe che si nominava. Ip-
pio ripeteva tutti i vocaboli una
volta uditi. Plinio nel decantare
la venuta in Roma d'Iseo dalla Gre-
cia, qual retore insigne, dice che
era di portentosa memoria, che
dopo di aver parlato all'improvvi-
so per lungo tempo, ritornava da
capo ripetendo esattamente ogni
ancorché piccola parola de'suoi di-
scorsi. Giusto Lipsie era pronto
ad esporre il petto ad un pugnale
se nel recitar gli annali di Tacito
avesse commesso vino sbaglio : con-
sigliò di leggere prima di prender
sonno, per esercizio del'a memoria.
11 p. Francesco Macedo francesca-
no vantavasi di non conoscere obli-
vione, e di trascrivere tutte le o-
pere de' santi padri- senza vederle:
sostenne in Roma per tre giorni,
? e per otto in Venezia ogni genere di
VOI. XXXVIII,
LET 129
conclusioni. Girolamo Magio com-
pose in carcere il trattato de Tin-
linnahiilis, citandovi circa duecento
autori senza sbagliare. Antonio Ma-
gliabecchi fu chiamato biblioteca
animata , archivio vivente, museo
ambulante, heh'O libroruni: il p.
Finardi trovò nelle parole Anlo-
niiis Magliahtchius , l'anagramma
Is iinus hibliotheca magna. Inol-
tre furono coniate quattro me-
daglie in suo onore; ma per non
interrompere la lettura, si asten-
ne dal notare ciò che leggeva, e
perciò non lasciò verun' opera no-
tabile . 11 padre Nicolò Male-
branche per una caduta da ca-
vallo acquistò una gran memoria,
di cui sembrava privo del tutto in
gioventù, onde sviluppò il suo acu-
to e sottile ingegno. Lodovico An-
tonio Muratori fu dotato di una
gran memoria. Francesco Paniga-
rola vescovo d'Asti non sapeva co-
sa fosse oblivione; suo padre aven-
dogli promesso di regalargli tante
monete per quanti testi imparava
a mente, fu costretto a rompere
l'accordo per non impoverire. L'a-
gostiniano p. Onofrio Panvinio i-
gnorò solo ciò che non volle sa-
pere. Pico della Mirandola^ chiama-
to la fenice del suo secolo, e dallo
Scaligero mostro senza vizio, sape-
va ripetere le parole di due pagine
intere, anche in ordine retrogrado;
nell'età di ventiquattro anni ten-
ne una disputa di novecento con-
clusioni o questioni in Roma, trat-
te dagli autori latini , greci e-
braici e caldei sopi'a le scienze, per
difenderle; obbligandosi di pagare
il viaggio e le spese a chiunque
voleva venire ad argomentargli cen-
tra. 11 p. Luca Ramires francescano,
per la portentosa memoria fu chia-
mato con anagramma : Res mira}
9
i3o LET
dappoiché per tre giorni conlinui in
età tli treutaduc anni pubblicamente
sostenne tutta la dottrina (Icll'ange-
lico s. Tommaso, dopo aver difeso
nell'anno precedente quella del dot-
tissimo Scoto. Giuseppe Scaligero
Tu di rara memoria. Seneca reci-
tava duemila nomi coli' ordine
con cui gii avea uditi, e più ver-
si dall' ultimo fino al primo. TI
cardinal Guglielmo Sirleto, di sin-
goiar dottrina e memoria, per non
perdeie tempo a notare non die alla
luce che poche cose. Gio. Dome-
nico Tedeschi compose in carcere
trecento sonetti, li ritenne a men-
te e poi li scrisse dopo la sua li-
berazione. Fr. Tommaso agosti-
niano inglese sapeva a mente le
opere di Scoto. Alfonso Tostato
vescovo ó.' Avila, di stupenda me-
moria, visse quarant'anni ne'qua-
li compose tredici Volumi di opere.
Filippo Valentin! riteneva a mente
tuttociò che leggeva, e cavalcando
col cardinal Gasparo Contarini, gli
raccontava le storie ecclesiastiche e
profane come le leggesse. Apostolo
Zeno fu fornito di prodigiosa me-
moria.
Come vi furono molti fenome-
ni e prodigi di natura sulla mera-
vigliosa memoria, principale dote
che si ricerca in un letterato, anzi
necessaria ed indispensabile , cos\
non pochi fenomeni abbiamo sul-
r argomento contrario di averla
perduta e di smemorati famosi.
Artemidoro grammatico, per lo spa-
vento che gli cagionò un cocco-
drillo in cui a caso avea inciam-
palo, obliò del tutto le lettere.
Bamba re de'visigoti perde la me-
moria per un veleno. Francesco
Barbaro si dimenticò intieramente
della lingua greca di cui era pe-
ritissimo e vi avea tradotto le yi'
LET
(e di Plafone e di Aristide. Il
dotto Alessio Simmaco Mazzocchi
perdette ir)teramente la memoria;
la perdo pure il summenfovato Ja-
copo Mazzoni. Filippo Decio si ri-
dusse smemorato. Il p. Guido Gran-
di camaldolese, dottissimo letterato
ed autore di quarantaquattro vo-
lumi, a stento si ricordava delle
persone a lui più famigliari. Carlo
Linneo, che gli svedesi chiamarono
alias Deus, già di eccellente me-
moria, giunse a dimenticarsi il
nome delle proprie figliuole e do-
mestici. L'oratore Messala Corvino
arrivò ad obliare il proprio nome;
altrettanto avvenne ad Orbilio. Ei-
mogene famoso retore, nell'età di
ventiquattro anni obliò quanto sa-
peva, onde fu detto vecchio nella
sua gioventù, e fanciullo nella sua
vecchiezza. Il cav. Serpetri per u-
na malcurata ferita perde la me-
moria, questa riacquistò nel riaprir-
la e medicarla bene. Toi-quato
Tasso teneva a mente tre o quat- ±
trocento stanze ; divenuto smemo- ■
rato fece uso di alcune pillole . 11 I
famoso Giorgio Trapesunzio andava *■
per Roma lacero e pezzente, senza più
ricordarsi di nulla, L' eloquentissi- ■
mo oratore conventuale p. Gio. ^
Carlo Vipera divenne smemorato.
Jacopo Blarlini modenese di sette
anni sostenne una pubblica dispula
in diverse scienze, ma poi disim-
parò ogni cosa. Si è osservato che
comunemente i flinciulli, i quali
troppo presto cominciano a dare
prova di sliaordinario ingegno, o
sono da immatura morte rapiti, o
col crescere degli anni divengono
quasi stupidi ed insensati, come se
fosse quello uno forzo che la na-
tura non può sostenere lunga-
mente. Trattarono de doclis prac-
cocibus, Baillet, Rorlholt, Schulte-
LET
10 o Wolfio. Plutarco nel suo au-
reo opuscolo De sanitaic luenda,
dimostra che la giustizia individua-
le comanda ai letterati la conser-
vazione delia salute, essendo tra le
cause primarie che guastano la
salute de'letterati: la mancanza del
moto; le perdite del sonno; e la
intensa applicazione della mente.
Marsilio Ficino scrisse: De vita sa-
na, seu de cura valetudinìs contin,
cjin lileratiirae studio incumhiint.
11 riempio ci diede : De togatorum
de valetudine curanda , opera eru-
ditissima. Gregorio Horstio è au-
tore: De tuenda sanitate studioso-
rum. In Venezia nel 1762 si pub-
blicò l'encomiata opera del dottore
Giuseppe Antonio Pujati, intitola-
ta : Della preservazione della sa-
lute de' letterali e della gente ap-
plicata a vita sedentaria. Abbiamo
di Staickins: De doctonini vita
privata, Halae 1760/ e di Bottner :
Disp. de eruditis studioruni intem-
perie mortem sibi accellerantibus,
[.ipsiae 1761. Non mancano esem-
pi di longevità anche per i lette-
rati, che vissero con temperamen-
to robusto, seguendo salutari pre-
cetti, e ne trattano le seguenti o-
pere. Specimen bihliot. eruditorwn
longaevorum, Lipsiae 1730. Epi-
stola de longaeviSi Helmestadiae
i664- Schediasma conlinens deca-
devi virorum, <jid semisaecidum
fere lahoribus scholastici vacarunt,
Misenae 17 io. De vita longa era-
ditorum, Jenae 1707. Dissertatio
hist. phìlosophica de senio erudi-
torum, Lipsiae 1711. De erudids
mortuis anno 81 climaterico ma-
ximo aelatis, Rostochii 1707.
LETTERE APOSTOLICHE, o
CANONICHE o ECCLESIASTI-
CHE, ec. Le lettere apostoliche,
litlerae apostolicae, sono le lettere
LET i3r
dei romani Pontefici, che chiamansi
più comunemente. Bolle, Brevi,
Costituzioni, Encicliche, Rescriltiy
delle quali se ne tratta a delti ar-
ticoli, ed a lutti quelli che vi
hanno relazione, laonde si posso-
no anche consultare gli articoli, Can-
celleria Apostolica, Dateria Apo-
stolica , Penitenzieeia Apostoli-
ca, Diploma ed altri. Numerose,
come vedremo , furono antica-
mente le lettere apostoliche, cano-
niche, ecclesiastiche, ed era neces-
saria una tale precauzione special-
mente nei primi secoli, ossia nel
tempo delle persecuzioni, quando
era pericoloso fidarsi dei forestieri,
ì quali avrebbero potuto farsi cre-
dere cristiani, senza che veramente
lo fossero, ossia per non comuni-
care cogli eretici, ossia finalmente
per non essere ingannati dagli uo-
mini che falsamente si avrebbero
attribuiti i privilegi del chiericato.
Anche al presente si usa di non
permettere ad un sacerdote estra-
neo celebrar la messa od altra
funzione, se non è munito di un
exeat o di un attcstato del suo ve-
scovo o ordinario, quando almeno
non sia altronde sufficientemente
conosciuto, I concilii ed i Papi
pubblicarono utilissime provvidenze
sulle lettere apostoliche, canoniche
ed ecclesiastiche. Il Rinaldi parla
delle diverse specie di siffatte let-
tere, che i vescovi solevano sug-
gellare coir anello, e scriverle in
tavolette d'avorio, in carte e talvol-
ta in pergamena. L'ufficio di por-
tare le lettere ecclesiastiche fu af-
fidato ai Cursori [Vedi). Le lettere
apostoliche in fatti, perchè ven-
gano più facilmente a notizia di
lutti, né alcuno possa addune l'i-
gnoranza di esse, i Papi sogliono
decretare, giusta il costume, che
i32 LET
i cursori apostolici o pontifìcii le
pubblichioo alle porte della basili-
ca di s. Pietro, della cancelleria
apostolica, della curia generale in-
nocenziana, e nella piazza di Cam-
po di fiore di Roma, e ne riman-
ghino ivi affìssi gli esemplari : e
che le medesime per tal modo
pubblicate abbiano la piena forza
presso tutti cui si riferiscono, come
se fossero state personalmente in-
timate. Inoltre l'ufficio di portare le
lettere appartenne ai lettori ed ai
suddiaconi, e da s. Cipriano nel-
l'epist. 25 si ha non essere lecito
mandar lettere ecclesiastiche se non
per ecclesiastici,
I Papi scrivevano pure in pas-
sato tre sorta di lettere risguar-
danti i benefizi, di cui se ne ri-
servavano la collazione: le prime
erano lettere monitorie di non
conferire quei benefizi ; le seconde
lettere preceltorialì o precettive,
per obbligare gli ordinari, sotto
una pena qualunque, a non confe-
rire quei benefizi ; le terze erano
le esecutorie f per punire la con-
tumacia degli ordinari, che aveva-
no conferito od annullato Ja loro
collazione; delle quali lettere trat-
ta il Fleury. Le epistole de'Papi si-
no a quelle di s. Siricio eletto nel
385, da vai-i critici come supposi-
tizie vengono impugnate, ma non
perciò perdono la loro autorità,
come citate dai santi padii e dai
sacri canoni. Delle lettere ponti-
ficie fino a s. Siricio se ne parla
all'articolo Decretali, ove l'enume-
rammo, trattando delle collezioni
delle lettere pontificie. Sopra di
che è a vedersi monsignor Bortoli :
Instit. jur.can., Ansugii 1749- H
Papa s. Sisto I del 182 determinò
che niun vescovo chiamato a Ro-
ma e ritornato al vescovato, vi
LET
fosse ricevuto senza presentare al
popolo le lettere apostoliche chia-
mate Formate [Vedi), colle quali
significavansi l' unità della fede e
il mutuo amore fra il capo e le
membra.
Di varie sorte di lettere si ser-
vi la Chiesa anche nei primi tem-
pi. Oltre le già dette formate, se
ne dispensavano altre chiamate cO'
municatorie o ecclesiastiche o ca-
noniche, che pur davansi a'vescovj
che ritornavano alla loro giurisdi-
zione, e servivano ancora per viep•^
più rassodare l'unità della fede, e
lo scambievole amore tra il pasto-
re ed il popolo ; con esse il me-
tropolitano notificava al clero ed
al popolo di qualche diocesi la
consecrazione da lui eseguita del
loro pastore. Altre lettere denorai-
navansi pacifiche e comunicalorie,
che accordavansi a' pellegrini, per
far nota la sincerità della loro fe-
de cattolica e ch'erano nella co-
munione della Chiesa. Commenda-
tizie erano quelle che servivano ai
medesimi pellegrini per il loro via-
tico ; inoltre colle commendatizie
raccomandavansi coloro che ne era-
no muniti, acciò conseguissero quan-
to nelle stesse lettere era esposto.
Sino dai primi secoli della Chiesa
i cristiani con queste lettere, che
da Lattanzio sono chiamate /idei
tesserae, e da Tertulliano contes-
serationes hospitalitatis, erano co-
me fratelli accolti dagli altri cri-
stiani. Le commendatizie si dissero
ancora simboliche, viaticae e con
voce greca syslaticae. Chiamaronsi
lettere de' cattivi quelle che i ve-
scovi solevano scrivere pel riscatto
degli schiavi. Dimissorie ( Vedi ),
si denominarono quelle colte quali
il chierico faceva conoscere eh' era
uscito dalla diocesi col permesso
LET
«Jet suo prelato, e di queste avea
ancor bisogno il vescovo uscendo
dalla propria giurisdizione : il con-
cilio di Trento le chiamò reveren-
due. Diversi hanno creduto che
tra le pnncipali lettere essendo sta-
te le dimissorie e le formate, molte
altre fossero comprese sotto la loro
specie. Le lettere commonitorie o
memoriali servivano ad istruzio-
ne de'legati apostolici, per adera-
pieie le ingiunte commissioni. Si-
nodali o sinodiche appeilavansi
quelle che si davano dai sinodi a
diversi, dette ancora tractaloriae j
lettere invitatorie analoghe alle
sinodiche, furono quelle lettere che
spedivansi dal Papa ai vescovi im-
mediatamente soggetti alla santa
Sede, per invitarli a venire in Ro-
ma all'anniversario di loro elezione,
nella quale occasione si soleva ce-
lebrare un sinodo. Se il vescovo
invitato non avesse per legittima
cagione potuto prestarsi all' invito,
il Papa intesa la medesima ne lo
dispensava con altra lettera deno-
minata excusatoria. Inoltre le let-
tere trattatone servivano ai pri-
mati per chiamare ai concilii i ve-
scovi suffìaganei ; col medesimo
nome si chiamarono pur quelle
colle quali i vescovi rendevano
conto agli altri vescovi di ciò che
si era da essi operato intorno a
qualche affare di rilievo. Altre let-
tere, quando dispensavansi a tutti i
fedeli, dicevansi encicliche cioè cir-
colari; e cattoliche quando si diri-
gevano a tutte le chiese. Decretali
quelle de'romani Pontefici, colle
quali rispondevano a diversi con-
sulti o prescrivevano ciò che si do-
veva fare o tralasciare. Pastorali
(Vedi) quelle che davanti dai ve-
scovi per istruzione del proprio
gregge. Confessorie o conunenda-
LET i33
torie quelle che davansi nel tempo
della persecuzione dai cristiani ri-
tenuti in prigione per Gesù Cristo,
con cui raccomandavano ai vescovi
i caduti ed i sottoposti alla peni-
tenza canonica, cioè quelli che do-
po i tormenti o per timore di es-
si avevano rinegata la fede; e ser-
vivano perchè fossero ammessi alla
penitenza : dell'interposizione dei
confessori o martiri della fede, co-
me dell'abuso che ne provenne, ne
parlammo agli articoli Indulgenza e
Lassi. Le lettere penitenziali furono
nei bassi tempi in uso frequente,
quali compartivansi q que'peniten-
ti, che muniti delle lettere del pro-
prio vescovo si recavano a Roma
per adempirvi la penitenza canoni-
ca loro imposta ; nel ritorno alle
loio diocesi si consegnavano ad es-
si queste lettere penitenziali, colle
quali venivano raccomandati alla
pietà de'fedeli pei necessari sussidi
del viaggio, apostoliche quelle che
davansi dai sommi Pontefici per
apostolica autorità, delle quali ve
n'erano, come ve ne sono, di più
sorte e di sopra notate, cioè co-
stituzioni, brevi, bolle, encicliche, e
lettere apostoliche propriamente
dette. Le lettere apostoliche si e-
manano per la condanna di qual-
che errore, per la collazione d* un
benefizio, per concedere una di-
spensa, per assoluzioni da censure,
ed altro. Anticamente lettere brevi
furono dette quelle carte, nelle
quali erano descritti i beni eccle-
siastici, poi dette coramemoratorii,
inventarli o registri. S, Cipriano
fa menzione di certe lettere che
dicevansi cleriche, le quali davansi
dal clero in tempo di sede vacante.
Quelle poi che non erano notate
con pubblico titolo di comunicazio-
ne o altri segni pubblici, chiama-
i34
LET
■vansi prh'ate e commonitorie, cioè
non avevano i simboli della pace,
di salute e benedizione; dappoiché
queste lettere i vescovi cattolici le in-
dirizzavano agli eretici, agli scismati-
ci ed ai pagani. Lettere rogatorie
erano quelle che scrivevano i po-
poli al romano Pontefice, dopo la
canonica elezione de'loro vescovi ,
supplicandolo a volerli confermare
e consecrare : questa sorte di let-
tere furono dette anco suggesLiae,
cioè istanza o testimoniale. Lettere
vocalorie si dissero quelle colle
quali il Papa al clero e popolo di
quelle diocesi a lui come metropo-
litano immediatamente soggette, in-
timava di condurre a Roma il
nuovo da loro eletto vescovo per
essere consecrato : consimile uso te-
nevano i metropolitani riguardo al
clero e popolo delle diocesi loro
dipendenti e suffiaganeej con lette-
re vocatorie. In seguito vocalorie
hanno significato quelle lettere più
forzose, colle quali a taluno inti-
mavasi di dover comparire avanti
quel tribunale a cui era stato
chiamato. Sinonimi a quello di
vocatorie sono i termini di citato-
rie, di requisitorie, e di commoni-
torie, applicati a tali lettere. Tutta-
■volta anticamente litterae coinmo-
nitoriae, o commonitoria rescripta
hanno dinotato una lettera, o di
comando, o di esecuzione di ciò
che in essa ingiungevasi. Anche per
semplice istruzione data ai nunzi
od ai deputati, si è alcune volte
adoperato questo stesso vocabolo ;
cos'i non altro che istruzioni con-
Icngonsi in quel commonitorio, di
cui il Papa s. Celestino I incaricò
i legali da lui spedili al concilio
generale di Efeso nel 43 e ; e l'al-
tro del concilio romano ai legali
del Pontefice Giovanni Vili, che
LEI
dovevano recarsi a Costantinopoli.
Nel secolo ottavo la significazione
del kM-mine commonitorio o Moni-
torio [f^edi) cominciò ad estender-
si non solamente alle citazioni giu-
ridiche sotto pena di scomunica,
ma alle stesse sentenze di scomu-
nica e di anatema; queste ultime
però furono più frequentemente
chiamate litterae o decreta exconi-
municationis. Ne' tempi successivi
le lettere commendatizie di cui
parlammo di sopra, furono eslese
ad altri oggetti, e compartite non
solamente dai vescovi e dagli ab-
bati, ma da altre persone ancora,
e da inferiori altresì a superiori di-
rette. Se per qualche grave infortu-
nio un monastero od una famiglia
era ridotta ad estrema miseria;
con lettera commendatizia di au-
torevole personaggio, colla quale
tutti i fedeli a prestar soccorso ve-
nivano esortati, soccorso spesse vol-
te in effetto ne ottenevano. Se bra-
mava un ecclesiastico di essere
ammesso al clero di altra dioce-
si, od un monaco di passare stabil-
mente ad altro monastero ; con
lettera commendatizia, quegli del
suo vescovo, questo del suo abbate,
ne riportava 1' intento. Paschales
erano quelle lettere che scriveva
il patriarca d'Alessandria avvisando
l'epoca in cui cadeva la solennità
della Pasqua. Solevano inoltre i
prelati della Chiesa con scambievo-
le carità scriversi tra di loro nelle
feste solenni, e questa sorte di
lettere erano chiamate sacre, come
si legge in s. Cirillo Alessandrino
e in Teodoreto. Delle lettere fe-
stive o òacre con cui gli antichi
cristiani si auguravano bene nelle
solennità, ne trattammo in diversi
articoli, alcuni de'quali sono citati
all'articolo Lettere epistolari.
LET
Parlammo altiove sulle formole
do' Fonteflci nelle loro lettere apo-
sloliche, come al voi. V, pag. 65
del Dizionario, Saluleni et aposto-
licani benedictionem, ed all'articolo
Bolla, quella di Grcgorius seiviis
scn'orum Dei. Questa adottò san
Gregorio I per rintuzzar la tra-
cotanza di Giovanni Digiunatore,
clie si arrogava il titolo di vesco-
vo universale : nel declinar del se-
colo X volevano alcuni vescovi u-
Siire nelle lettere la medesima for-
mula , ma restò solo al romano
Pontefice. Quanto al saluto ponti-
fìcio con cui si annunzia la grazia,
s. Pietro lo praticò nelle sue let-
tere, così s. Paolo e s. Giovanni,
come riporta il Rinaldi all'anno
4), num. 28. Laonde s'introdusse
ad esempio degli apostoli nelle let-
tere apostoliche, annunziandosi la
grazia insieme con la benedizione. Lo
stesso Piinaldi all'anno 849,0. i3
e 19, avverte che le lettere pon-
tificie debbonsi ricevere con rive-
renza, dappoiché i disprezzatori di
cs<ie furono puniti da Dio, ciò che
egli racconta. Sulla direzione, ag-
giungeremo le seguenti erudizioni.
Papa s, Simmaco scrivendo ai ve-
scovi delle Galiie pospose il suo
nome : Dilectissiinis fralribus uni-
vcrsis episcopis per Gallias con-
sistcnlihus, Syrninacus ; e così fece
scrivendo, Dilectissinio atque ca-
rissimo fratri Laurentio Mediola-
ncnsis ecclesìae archiepiscopo, Syni-
maciis episcopus in Domino sala-
teni j così scrisse san Damaso I,
Dileclissimo fratri Acholio, Dania-
siis. S. Leone I Magno, Gloriosis-
simo et clementi ssimo Thcodosio
Angu<;to, Leo episcopus et sancta
synodus Roniae colicela ; Vigilio,
Gloriosissimo et clemcnlissimo fi-
Ho JustinianOi Figiliusj s. Grego-
LET i35
rio I I\Lngno, Domino gloriosissimo
nlque praecellenlissìnio jiUo Edil-
herto angloruni regi , Gregorius :
termina l'epistola, incolunten ex-
cellentiani l'estrani gratia superna
cuslodiat. Domine fdi. In altra
scritta al vescovo d'Arles, Reve-
rendissimo et sanctissiino fratri
Elherio coepiscopo, Gregorius ser-
VHS scn'oruni Deij nel fine. Deus
te incolumen custodiat, reverendis-
sime frater. S. Martino I, Domi-
no piissimo et serenissimo victon\
triumphalori fiUo, diligenti Denni
et Dominwn nostrum Jesum Ckri-
stum, Constanti Augusto^ Marti-
nus episcopus servus servoruni Dei;
finale, piissimnm Domini impera-
toreni superna grada custodiat, et
omnium genlium cercives ci sno-
dai. Giovanni VII, Dominis emi-
nentissimis Etelredo regi Mercio-
rum, et Alfridi regi Decrorum et
Berniciorum, Joannes Papa. Altri
Pontefici il loro nome fecero pre-
cedere , allorché la dignità delle
persone non esigeva altrimenti .
Il Papa s. Sergio I incomincia una
sua lettera, Sergius gratta Dei
Pontfex Romanus Heroni Lingo-
num praesuli ; s. Zaccaria , Zac-
charias urbis Romae episcopus ser^
vus servorum Dei. Giovanni XVIIl
in una sua bolla così comincia ,
Johannes gratia Dei Romanae se-
dis episcopus salutem carissimam
cum benedictionc apostolica; in al-
tra, Johannes sanctae caiholicae
et apostolicae Ecclesiae apostohcus
praesul. Benedetto Vili dava corain-
ciamento colle seguenti espressioni :
Benedictus servus servorum Dei san-
ctae universalis Ecclesiae benedi-
ctionem ex parte Dei omnipotentis ,
et b. Petri apostolorum principis, et
mea, rpiipraesulatunijicct indigniis,
tenere videor apostolicae sedis.
i36 LET
Ecco poi alcuni formolari di
lettere sciitte ai Papi. L' impe-
latore a san Leone II : Fla^'ius
ConsLantinus fidelis in Jesit Chri-
òlo Deo imperator Leoni sanctis-
sirno et beatissimo archiepiscopo ve-
teris et clarissiniae urbis Roinae ,
et oecunienico Papae j finale, Deus
te in miilia tempora custodiat, san-
dissime et beatissime Pater. Fedi
Imperatore. II concilio africano al
Pontefice Teodoro I , Domino bea-
tissimo, apostolico culmine sublima-
to^ Patri Palruni Theodoro Papae,
et summo omnium praesulum Pon-
tifici. Un patriarca de' quattro mag-
giori soleva dirigere le sue lettere
al Papa con queste espressioni. San-
tissimo, et beatissimo fratri, et com-
ministro, Domino Cons tantino, Joan-
nes indignus episcopus in Domino sa-r
lutem. 11 primate dell'Africa intitola?
va le sue : Domino beatissimo, devo-
tissimo j et honorabili sancto fratri
Teodoro Papae, Fictor. Un vesco-
vo del 74o scrivea : Reverentissimo
patri, dilectissimo Domino, cum ti-
more et tremore venerando magi-
Siro apostolico honoris privilegio
praedito, ponlijicatus infula apo-
stolicae sedis sublimato Zacchariae,
Bonijacius exiguus servus vester,
licet indignw! et ultimus , tamen
legatus germanicus devotissìmus ,
optabileni in Christo imniarcescibilis
caritatis salutem. E da osservarsi,
che l'imperatore Marciano pospo-
neva il suo nome a quello del Pa-
pa, e che i quattro maggiori pa-
triarchi e il primate dell' Africa
scrivendo al Papa gli univano agli
altri titoli quello di Dominus (^Fe-
di); ma non cosi i Papi quando
loro dirigevano lettere. Tali formo-
le ed esempli sono riportati dal
dotto monsignor Marino Marini
nella sua Diplomatica pontifìcia
LET
a p. 5i e seg. Agli articoli de' ti-
toli onorifici, e ad altri analoghi,
riportammo diverse formole ed in-
titolazioni, anche di lettere scritte
dai Papi a principi acattolici ed infe-
deli. F. Indizione, ove tlicesi quando
s'incominciarono a porre nelle lettere
apostoliche o bolle. Della formola
Bene valete, ne parlammo nel voi.
XX, p. 99 del Dizionario ed al-
trove; in detto luogo si parla pu-
re della data, del Datunt e deU
VActum, oltre l'articolo Data (Fe^
di). Al voi. XXVi, p. 37 1 del
Dizionario riportammo la tremen-
da lettera scritta da Stefano IV a
Berta regina di Francia. F. Bol-
LARIO.
Per ordine di Carlo Magno fu
fatta una raccolta di novantanove
lettere de'Ponlefici s. Gregorio III,
s. Zaccaria, Stefano III, s. Paolo
I, Stefano IV, Adriano I, e del-
l'antipapa Costantino; scritte a
Carlo Martello, a Pipino, a Caiv
loraanno, ed allo stesso Carlo Ma-r
gno, sulle cose temporali della Se-
de apostolica, raccolta che fu chia»
mata Codice Carolino. Questo fu
pubblicato dal gesuita Jacopo Gret-
sero in Ingolstadt, per confondere
le calunnie de'centuriatori di Mag-
deburgo contro il dominio tempo-
rale de' romani Pontefici, e poi e-
gregiamente illustrato da d. Gae-
tano Cenni. Adriano I mentre era
in Roma Carlo Magno gli pre-
sentò una raccolta di canoni sinor
dali e di lettere pontificie, la qua-
le trovasi nel Canisio in Antiquis
lectionibus t. II, part. I, p. 36 1 ;
nel Labbé, Concil. t. VI, p. i8oo;
e nell'Arduino t. Ili, p. 2o33 : di
essa tratta il p. Coustant, in prae-
fat. ad epist. Rom. Pont. par. 2, §
8, n. 128. Giovanni XXII avvertì
Filippo V re di Fraqcia, a leggere
LET
ee}i stesso le lettere del Papa, dei re
e dei principi, riponendole quindi in
in luogo sicuro. Clemente XII con-
siderando che molte concessioni e-
ransi fatte nel ponti Hcato dell'im-
mediato predecessore Benedetto XIII
senza le consuete formalità, e ta-
lune senza notizia di quel buon
Pontefice, colla costituzione Roma-
mix Ponlifex, de'3o marzo 1732,
presso il Bull. Rorn. t. XIII, p.
217, abrogò, moderò e ridusse a
termini del diritto comune , del
concilio di Trento e delle pontifi-
cie costituzioni, dodici lettere apo-
stoliche dal medesimo Benedetto
XI lì concesse ai regolari e mendi-
canti. Ecco le costituzioni in di-
scorso. Paterna, de io dicembre
\'j'ì5. Ratio apostolici ininisteriì, del
maggio 1726. Singnlaris dcvotio^
de'5 luglio 1726. Exponi nobis, de-
gli 8 agosto. Vilae, del primo set-
tembre. Libenlcr, del primo genna-
io 1727. Loca sancta, del 3 mar-
zo. Elx quo sedes, del primo apri-
le. Summa decet, dello stesso mese.
Preliosus, de' 26 maggio. Le spie-
gazioni, de' 28 settembre 1728, e
del marzo 1729. Exponi nobis,
ed In sede, de' 21 e 26 marzo
1729. Dei diversi uffiziali delle
lettere apostoliche se ne parla agli
articoli Abbreviatori, Cancelieria,
Dateria, Segretari, Scrittori, ec.
All'articolo Pvegio exequatur, par-
leremo perchè s'introdusse. Il Plet-
lemberg, Notìtia congregalionum, a
p. 486, nel trattare delle lettere
apostoliche, dice de' lalsilìcatori di
esse. Sulle lettere apostoliche si
possono consultare i seguenti autori.
D. Thomae de Rosa, Traclalus
de executoribus lilleranini apo-
slolicarwn tam gratiae, quani ju-
ituiae. Clini addilionibus ad r/tia-
libet capita seorsini alias impres-
LET 187
sìs j neo non tractatu de executO'
ribiis lilleraraninì remissorialiuni
in ordine ad processus prò ss. ca-
nonizatione, una cimi praxi, suis
locis apprime acconiodalus. Venetiis
1736. Cardinal Vincenzo Petra,
Conimentaria ad constitiiliones a-
posto licas seu hiillas singiilas sum-
moruni Pontijiciini in biiUario ro-
mano contenentas seciindiini col-
lectioneni Cherubini. Venetiis 1741»
Gaetano Cenni, Dissertalio de a-
niilo piscatorio, et variis diploma^
tuni inscriptionihus, t. I Diss. po-
stimi. i3i. Doni. Georg. Andreae
Wilii, Specimen de anulo pisca-
toris, Altoif 1786, cum Mantissa
breviuniPapaliimi tahiilarii Norini-
bergensis. Filippo Badosse, De bul-
lis, et de brevioribus litteris apO"
stolicis, dissertationeni historico ca^
nonicani. R.omae 1798. Pompeo
Sarnelli, Lett. ecclesiastiche t. I,
lett. I, Delle lettere ecclesiastiche.
Gerardo Rodolfo, De literis cano-f
»7c/\y, Coloniae 1572, Giovanni Ca-
bassuzio, Dissertalio de literis for-
matis, nella sua Nolit. conci lior. p.
276, Lugduni 1670J e nelle IVotil.
ecclesiast. p. 32, Lugduni i68oj
e nel t. I, p. 233, De disciplina
populi Dei. Enrico Dodwello^ Dis-
sertatio de literar. ecclesiaslicar .
characteribus, nelle sue Disserta^
tion. Cyprian. p. 17. Osonii 1684.
Francesco Bernardino Ferrari, De
antiquo epistolaruni genere, libri
tres, Mediolani 161 3; e curante G.
Theodoro Megero, Heimstadii 1678.
Giaogaspero Thorspecken, Disser-
talio de literis canonicis ex onini
aritiqiiitate tani sacra qiiani pro-
fana. VVitembergae 1731. Gian-
ri dolfo Kiesling, Dissertatio de sta-
bili primitivae ccclesiae ope lilera-
riini systalicaruni et formatariim
commerciis in ecclesia Christi usi-
i38
LET
talis, earimifjiie usti, origine, conti-
nualione et dijferentia , Stadae
1682. Erniano Ugone, De prima
scnbendi origine cap. 1 3. Filippo
Priori, De literis canonicis disscr-
tatto, cimi appendice de Tractoriis
et Synodicis. Pniisiis 1675. Gar-
nier nel t. I Conimonitor Marii
Alercatoris cap. I. Noris nel t.
IV Oper. in Jppend. ad Histor.
Donatistar. lect. 4> P- ^'^^'
LETTERE BELLE. La lette-
lalura è la scienza delle belle let-
tere, chiamandosi Letterati (Fedi),
quelli che le coltivano e professa-
no. Il Bergier nel suo Dizionario
enciclopedico prova all'articolo Let-
tere Belle , che a queste riuscì
sommamente utile la religione cri-
stiana, ciò che andiamo colla sua
autorità a riportare. Scrive dunque,
che molti nemici del cristianesimo
osarono di sostenere che il mera-
viglioso e felice stabilimento di es-
so recò danno gravissimo alla col-
tura ed al progresso delie lettere,
però basta la più leggiera tintura
dell'istoria per chiaramente dimo-
strare r ingiustizia e la falsità di
questo rimprovero. Senza il cristia-
nesimo tutta l'Europa sarebbe im-
mersa nella stessa barbarie in cui
trovansi l'Asia e l'Africa. Prima
di esporre i fatti comprovanti ta-
le asserzione, sarà bene esaminare
l'idea che i libri snnti danno dello
studio e delle cognizioni umane.
Gli autori sacri come i profani
compresero sotto il nome di sapienza
tulle le cognizioni utili e dilette-
voli . M Felice l'uomo, dice Salo-
mone neProv. e. 2, v. i3 e seg.,
che si procurò la sapienza con che
La moltiplicato le sue cognizioni,
ed è ricco di prudenza ; l'acquisto
della sapienza vale più dell'acqui-
sto dell' argento, ed i frulli di lei
LET
più che Toro eletto e finissimo;
ella è più pregevole di tutte le
ricchezze, e le cose più stimate
non possono mettersi in paragone
con essa, la quale ha nella destra
mano la lunga vita, nella sinistra
le ricchezze e la gloria; le vie di
lei sono vie belle, ed in tutti i suoi
sentieri è la pace; essa è l'albero
della vita per quelli che l'abbrac-
ciano, ed è beato chi al suo seno
la stringe ". Difficilmente si trove-
rà un autore profano, il quale ab-
bia fatto un più pomposo elogio
della filosofia. Esso è ripetuto cen-
to volte nel libro della Sapienza
e nell'Ecclesiastico, essendo un'esor-
tazione continua allo studio. I me-
desimi autori sacri avvertono che
altresì la sapienza è un dono del
cielo. Se r Ecclesiaste nel cap. l e
II, sembra far poco conto dello
studio e delle cognizioni umane,
è perchè non considerava egli se
non l'abuso che ne fanno la mag-
gior parte di quelli che le hanno a-
cquistate. Daniele al cap. 12, v. 3,
dice. » Quelli che hanno la scien-
za, rifulgeranno come la luce del
firmamento ; e quelli che insegna-
no a molti la giustizia, come stelle
per l'intiera eternità ". Quel pro-
feta per le sue cognizioni meritò
il favole e la confidenza dei re
di Babilonia, e servì utilmente la
sua nazione. Gesù Cristo dice, che
ogni scriba istruito ossia dotto ,
pel regno de' cieli è simile ad
un padre di famiglia, il quale
tiene in ordine e preparato tutto
quello che può venire a bisogno
per la sua casa, come si legge in
s. Matteo cap. i3, v. 52. Quando
scelse degl' ignoranti per predicare
la sua dottrina, volle dimostrare
che non avea bisogno di alctni soc-
corso umano : promise loro un lu-
LET
wc soprannaturale, ed i doni dello
,S[)inlo Santo. Eyli medesimo face-
va meravigliare gli ebrei, per la
dottrina delle sue lezioni, abben-
cliè non avesse egli fatto alcuno
studio : »» e ne stupivano i giudei e
dicevano; come mai costui sa di
lettere senza avere imparato? »
come scrive s. Giovanni e. 7, v.
i5. Allorquando 1' apostolo tlelle
genti s. Paolo sprezzò la filosotla
e le scienze de'greci, dimostrò l'a-
buso che ne avevano fatto i filo-
sofi; rilevò il disegno che avea la
provvidenza effettuato servendosi di
alcuni uomini illetterati per con-
fondere i sapienti; ma allorquando
alcuni tentarono deprimere il me-
rito de'suoi discorsi, fece osservare
loro, che quantunque rozzo nel
parlare non lo era nella scienza,
nella seconda epistola ai corintii e.
II, V. 6, Altrove lo stesso aposto-
lo dice che fa di mestieri che un
vescovo sia capace d'insegnare, e
colla sua epistola prima a Timoteo,
e. 3, v. 2, i3, iG, suo discepolo,
lo esorta e leggere, studiare ed i-
struire gli altri.
In tal modo il cristianesimo si-
no dal suo nascimento, ben alieno
dall'allontanare i suoi seguaci dalla
coltura delle lettere e delle scienze,
somministrava loro un nuovo mo-
tivo di applicarvisi, la necessità cioè
di confutare i filosofi^ ed il deside-
rio di convertirli. Nel secondo secolo
s. Giustino, Taziano, Atenagora,
lumia, ed altri scrittori ecclesiasti-
ci, le di cui opere sono perdute ;
nel terzo secolo s. Clemente Alessan-
drino, Origene ed i suoi discepoli
dimostrarono nei loro scritti di aver
cognizioni estesissime in fatto di fi-
lu->olìa e di storia; rimpiazzarono
essi uella scuola d'Alessandria Pau-
leiiio ed Ammonio Sacca, e la rc-
LET 139
scro celebre colla fama delle loro
lezioni. Nel quarto secolo s. Atana-
sio, s. Basilio, s. Gregorio Nazian-
zeno, s. Gregorio Nisseno, Arnobio,
e Lattanzio furono considerati come
i più grandi oratori, ed i migliori
scrittori del loro secolo. Il quinto
secolo fu ancora più fertile di gran-
di uomini, che nessun autore genti-
le contemporaneo potè eguagliarli.
L'imperatore Giuliano l'Apostata, ge-
loso della gloria che spandevano sul
crescente cristianesimo i talenti dei
suoi dottori, proibì ai cristiani di fre-
quentare le scuole e d'insegnare le
lettere, tirannia che restò senza effet-
to per l'infelice morte di quel prin-
cipe. Raccomandarono lo studio del-
le lettere^ egualmente che quello della
sacra Scrittura, i santi Clemente A-
lessandrino, Girolamo e Basilio Ma-
gno. I lumi sparsi in Europa nel V
secolo, in cui fiorì il Papa s. Leone
I Magno, senza dubbio si sarebbe-
ro accresciuti progressivamente, se
una subitanea e fatale rivoluzione
non ne avesse cangiata la faccia. Or-
de innumerevoli di barbari, sortiti
principalmente dalle foreste del set-
tentrione , devastarono successiva
mente l'Europa e l'Asia, distrusse-
ro i monumenti delle scienze e
delle artij sparsero dappertutto la
desolazione ; le loro devastazioni
continuarono per diversi secoli, e
non cessarono del tutto se non
quando il cristianesimo fu stabi-
lito nel settentrione. La nostra
santa religione avrebbe dovuto soc-
combere sotto colpi così terribi-
li, se il suo divino fondatore non
l'avesse sostenuta, formando nel suo
seno istesso que'mezzi con cui in
seguito si ripaiò il male. Per sottrar-
si alle violenze e devastazioni degli
stranieri invasori, moltissime perso-
ne abbracciarono la vita munasti-
i4o LET
ca : divisero il loro tempo fra ii
Javoro delle proprie mani, lo studio
e la preghiera ; essi custodirono e
copiarono i libri che ancora sussi-
stevano : monaco era stato il dottis-
simo Papa s. Gregorio I 3Iagno,
fiorito nel sesto secolo, e monaci
furono molli illustri, dotti e santi
suoi successori. D'altra parte gli ec-
clesiastici obbligali dal loro stato allo
studio, conservarono qualche tintura
delle scienze; il nome di ecclesiastico
e di Chierico ( Vedi) diventò sinoni-
mo di quello di letterato, e quello
ili Laico (^Vedi), di non addottri-
nato, indotto, privo di scienza. La
lingua latina, sebbene molto deca-
duta dalla sua antica purezza, con-
eervossi nell'uffizio divino e nei li-
bri ecclesiastici, divenne il linguag-
i^io della chiesa: vi furono sempre
delle scuole nel recinto delle chie-
se e de'monasteri. Soggiunge il Ber-
gier, che dovremo adunque noi pen-
sare di quei critici moderni, i qua-
li scrissero che il latino era stato
guastato e reso barbaro dalla reli-
|.;ione, quasi che fosse stata la re-
ligione che provocò la venuta dei
barbari e consigliò di mischiare la
loro lingua corrotta col puro lin-
guaggio del Lazio (Fedi)! Altri
ti lagnarono perchè la maggior par-
te dei nostri sludi e la maggior par-
te delle noslre istituzioni nei bassi
tempi presero un' aria monastica.
Laonde è prova di fatto, che gli
ecclesiastici ed i monaci hanno ve-
ramente salvato dal naufragio le let-
tere e le scienze. Gli ecclesiastici fu-
rono obbligati di studiare il diritto
romano e la medicina ; essi trova-
ronsi soli capaci d' insegnarli, per-
che i nobili, dati interamente alla
professione delle armi, spingevano
la loro stupidezza fino a considera-
re lo studio come un segno d'igno-
LET
bitità, e perchè i servi non avevano
la libertà di applicarvisi. Questa è
la prima sorgente dei privilegi e
della giurisdizione temporale e del-
le prerogative accordate al clero;
era esso diventato il rifugio de'po-
poli nei tempi disastrosi. All'epoca
delle fondazioni delle università, tut-
te le cattedre furono occupate da
ecclesiastici : quegli stabilimenti furo-
no considerali come alti di reli-
gione che doveva usi fare sotto l'au-
torità del capo della Chiesa, siccome
dice il medesimo Bergier. Egli in-
oltre rimarca, che quando vedesi
un Gerson, cancelliere della chie-
sa di Parigi, prender cura per ca-
rità delle piccole scuole, compren-
desi che la religione sola può ispi-
rare un simile zelo per l'istruzione
degli ignoranti: gli antichi padri ne
aveano dato l'esempio, ma non si
trovano siffatti modelli tra i filosofi,
né vi saranno imitatori tra i nostri
avversari moderni. La poesia nella
sua origine era stata consecrata a
celebrare la divinità; nei secoli barba-
ri essa ritornò alla sua primiera de-
stinazione : gli inni ed i cantici fe-
cero sempre parte del servigio di-
vino. Nelle assemblee della nazione,
in presenza del sovi-ano e dei vas-
salli, i vescovi e gli abbati erano le
sole persone capaci di parlare, per-
chè erano essi obbligati dal loro
stalo di tenere al popolo dei discor-
si di religione. I sermoni di Fulber-
to e di Ivone di Chartres, quelli di
s. Anselmo e di s. Bernardo, non sono
eloquenti come quelli di s. Basilio
e di s. Gio. Crisostomo; vi si scor-
gono però dei tratti di genio ed un
grande uso della sacra Scrittura,
sorgente divina che somministra o-
gnora l'elevatezza de'pensieri, la vi-
vacità de'sentimenti, la nobiltà delle
espressioni.
LET
A Roma particolarmente gli sliv
di si sostennefo e si rianimarono per
cura de'sommi Pontefici, il novero
de'più dotti de'quali lo riportammo
all'articolo Letterato. E da Roma
che Carlo Magno chiamo dei mae-
stri per ristabilire la coltura delle
lettere nel suo impero: Alenino dal
quale egli prese lezione avea studia-
lo in Roma. Ora la religione man-
teneva un legame necessario tra la
Sede apostolica e tutte le chiese del-
la cristianità. Le gelosie, l'andjizio-
ne, il genio oppressore dei piccoli
principi, che tenevano in ischiavilù
l'Europa, avrebbeio troncato qua-
lunque commercio fra i suoi abitan-
ti, se la religione non avesse con-
servato fra essi la comunicazione ed
i rapporti di società. In oggi ancora
l'ignoranza presuntuosa, col fastoso
nome di filosofia, declama contro la
dominazione temporale dei Papi; non
vede essa che ciò non fu solamen-
te un effetto necessario delle circo-
stanze, ma uno de'mezzi che ci sal-
varono dalla barbarie, com'è pro-
vato in tanti articoli. Lagnasi per
la quantità delle pie fondazioni, e
si dimentica che per alcuni secoli
questo fu il solo mezzo possibile per
sollevare gì' infelici . Scandalizzasi
per la ricchezza de'monasteri, per-
chè ignorasi o si vuole ignorare ch'es-
si furono per -molti secoli il solo
asilo de'poveri. Si esagerano le fu-
neste conseguenze delle crociate, ta-
cendosene i vantaggi, dappoiché da
tal epoca ebbe incouiinciamento la
libertà civile, il commercio, come
da tale epoca s'incominciò a repri-
mere la formidabile possanza dei
maomettani. Si mettono in ridico-
lo le dispule insorte tra l'impero
ed il sacerdozio; ma quelle ci co-
strinsero a consultare l'antichità^ ed
a riacquistare il gusto per l'erudi-
L li T I 4 ,
zione. Fu perfino tentalo di scre-
ditare il mirabile zelo de'missionari
che vanno a predicare il vangelo
agi' infedeli; eppure i missionari
hanno contribuito più di tutti i
viaggiatori a flirci conoscere le na-
zioni più lontane da noi. Così per
una stupida ostinazione gl'increduli
rimproverano al cristianesimo i soc-
corsi che loro ha somministrato per
estendere le loro cognizioni. Dicono
essi che in vece di spingere gli uo-
mini allo studio della natura, del-
la morale, della legislazione, della
politica , il cristianesimo non li
tiene occupati se non che di di-
spute di religione, il Bergier ri-
sponde loro, che senza tali dispute
gli uomini sarebbero incapaci di
attendere a qualunque siasi spe-
cie di studio , quindi allatto simi-
li ai bruti. La filosofia nella sua
culla incominciò colle ricerche sulla
causa prima, sul governo della prov-
videnzaj sulla nntiua e sul destino
dell'uomo; che essi citino un solo
popolo senza religione che abbia
fatto degli studi? Le nazioni che non
sono cristiane hanno esse fitto mag-
giori progressi di noi nelle cogni-
zioni che vantano sì altamente i
nostri avversari ? Dacché essi me-
desimi cessarono dall'essere cristia-
ni, hanno essi perfezionato d'assai la
morale e la legislazione? Ecco una
serie di fatti contro i quali non po-
tranno mai sostenersi le foro con-
getture e frivoli ragionamenti. ( po-
poli che non furono mai cristiani
sono ancora pressoché barbari ; essi
sonosi tutti inciviliti dacché abbrac-
ciarono il cristianesimo : questa e-
sperienza è più che surtlciente per
provare il nostro argomento. Allor-
ché Costantinopoli nel i/^^i3 fu pre-
sa da Maometto II, il Papa Nicolò
V in R.oma, ed i Medici in Firen-
ì.\7. LET LET
ze accolsero con distinzione i lette- relln; in fine aggiungevano alcune
rati ed eruditi che aveano abhnn- parole semplicemente di pulitezza o
donato la metropoli dell'impero gre- cortesia, clic nella lingua loro signi-
co. In diverse altre parti d'Italia an- ficavano auguri di salute, di gioia e
cora, ad esempio del Papa, essi e di prosperità. Riguardato si sareb-
le loro lettere trovarono una gen- he quale scortesia ed insulto l'oh-
tile accoglienza, laonde le belle let- hlio di questa formola o l' aftet-
lere greche e latine risorsero priu- tazione di non apporla alle lette-
cipalmente per la munificenza pon- re. Gli spartani scrivevano le let-
tilicia. Paolo II, gran protettore dei tere loro sopra strisele di perga-
letterati di buoni costumi, nel 14^58 mena, e le avvolgevano o le roto-
ebbe la compiacenza di vedere in lavano sopra un cilindro di legno,
Roma introdotta l'utilissima arte del- indi le chiudevano con filo nero,
la stampa. Leone X, l'onore del suo sul quale applicavano il sigillo. Tan-
secolo, concorse potentemente alla to corte però erano le loro lettere,
restain-azione delle belle lettere, non che la brevità delle medesime passa-
meno che delle belle arti, per il ta era in proverbio, seppure questo
genio della sua famiglia Medici, non li feri vasi piuttosto alla conci-
e pel gusto sid)lime del bello da sione de'Ioro detti, che nominata fu
cui era animato, quale produsse una laconismo. Si dice ch'essi non avesse-
felice rivohizione nel suo secolo. Nel ro Sif;illi [P^erli) particolari, ma
nostro meraviglioso le lettere e le che pigliassero quello che loro pia-
arti grandemente fioriscono. ce va , o quello che veniva loro
LETTERE EPlSTOL.ARI.Scrlt- nelle mani, e d'ordinario servi-
ture che si mandano agli assenti o vansi per quell'oggetto degli anelli
per negozi o per ragguagli, o per di ferro ch'essi portavano alle di-
altri molivi; queste furono dette ta. I romani imitarono piuttosto
talvolta Epistole o Lettere miaxwe. gli ateniesi nella formola g(Miera-
L'uso di scrivere queste lettere è le ch'essi adoperavano nelle loro
tanto antico quanto quello della lettere. Ponevano essi nel titolo i
scrittura. E facile l'immaginarsi che loro nomi e le loro qualità^ e
trovata avendo gli uomini l'arte di quindi soggiungevano il nome eia
scrivere i loro pensieri, ne abbiano qualità di quello a cui scrivevano,
tosto approfittato per comunicarli aggiungendo d'ordinario la parola
a persone assenti o anche lontane, di salutazione, che equivaleva al
Nel libro VI dell'Iliade si legge che saluto o all'augurio di salute. Ma
Bellerofonte portò una lettera di allorché essi scrivevano a un con-
Pretore d'Argo a lobata re della sole, a un dittatore, o a qualunque
Licia. Pretendono molti eruditi, che altra persona che si trovasse iu
le lettere o le epistole presso i greci carica distinta, osservavano il co-
ed i romani avessero al pari delle stumc di porre in prima in capo
nostre una formola generale e qua- alla lettera il nome e la qualità di
si uniforme. I greci cominciavano quello cui la lettera era diretta,
col porre in ca[)0 alle loro lettere e questo avanti il nome e le qua-
li proprio nome o quello dello seri- lità loro. All'opposto allorché un
vente, e in seguilo ponevano quello dittatore o un console o un pre-
della persona cui la lettera era di- lore scriveva a persone infeiiori,
LET
cominciava sempre col l'apporre il
suo nome e la sua qualilà ; e tut-
te generalmente le lettere de'roma-
ni terminavansi colla formola T^a-
le, cioè coU'augurio di salute, sen-
za l'aggiunta di alcun altro com-
plimento. 11 p. Menocbio nel tora.
Ili, p. 5o8 delle sue Sluore trat-
ta nel cap. XCIX: De' saluti usa-
ti dagli antichi nel principio delle
lettere^ laonde riporteremo due for-
inole. Se state bene, mi rallegro,
io sto bene. Platone a Dione pre-
ga buon successo de' suoi negozi.
Per la maggior parte scritte era-
no quelle lettere sul papiro , foi*-
mato da una foglia della pianta
che portava quel nome e che cre-
sceva più abbondantemente nel-
r Egitto. I romani le piegavano
semplicemente o le rotolavano o
le avvolgevano in modo che tutte
rimanessero legate con un filo, al
quale applicavano una specie di
cera per imprimervi il sigillo a un
dipresso come noi facciamo colla
cera lacca. Per aprire quindi una
lettera era d'uopo tagliare il filo.
Le lettere de' duchi o comandanti
degli eserciti, scritte al senato per
affari d' importanza , erano sem-
pre sigillate con doppio sigillo, e
quelle colle quali annunziavano
una vittoria erano circondate di
rami d'alloro. Quelli che volevano
risparmiar la carta, che in R.oma
doveva esser carissima, scrivevano
sopra tavolette intonacate di cera,
e le spedivano coperte e sigillate;
di modo che quegli a cui era di-
retta la lettera, dopo di averla let-
ta cancellava colla estremità roton-
da dello stile i caratteii che vi e-
rano impressi, e rimandava la ri-
sposta scritta su le tavolette me-
desime. I successori di Augusto non
si contentarono del titolo di si-
LET 145
gnore, che loro si dava nelle let-
tere ad essi dirette, ni;i mostraro-
no piacere che a' loro nomi si u-
nissero gli epiteli di magnifico, di
massimo, di augusto, di ottimo, ec.
I principali titoli onorifici, antichi
e model Ili, hanno articoli ne] Dizio-
nario. Nel corpo stesso della lettera
si adoperarono spesso i termini, di
tua clemenza, tua pietà, tua ma-
gnificenza, ed altri simili. Per mez-
zo di questa nuova introduzione
di formole sino a quel tempo in-
audite, avvenne che sotto gì' im-
peratori si perdette il nobile stile
epistolare de' romani , conservalo
nel periodo della repubblica, e più
non si conobbe sotto gì' imperato-
ri altro stile che quello della vil-
tà e dell' adulazione, f^. Lettere
APOSTOtlCHE , CA^'0^■ICHE EB ECCLE-
SIASTICHE.
Pompeo Sarnelli nelle sue eru-
ditissime LeW^re ecclesiastiche t. II,
p. T, osserva che lo scrivere lette-
re ad altro oggetto non fu in-
ventato che a far piesenti due
assenti, e trattar fra loro o delle
cose domestiche, o di quello che
alla giornata va succedendo. E ve-
ro però che questo si è pure ado-
perato per cose dottrinali, come s.
Girolamo scrisse a IMarcelIa. f-pi~
slolare offlciwn estj de re familia-
ri, aut de quotidiana conversatione
aliquid scribercj et quodamniodo
ahsentis inter se praesentes fieri,
cium mutuo quid aut K'elint, aut
gestuni sit, nuncìant : licci inter-
cium confahulationis tale conviviuni
doctrinae quoque sale condintur. Il
medesimo Sarnelli nel t. IV, lett.
I, discorre suH' Uso delle lettere
jììissive non esser coetaneo a quel-
lo dello scrivere • e di altre lettere
appartenenti alla r.loria ecclesia-
stica. Egli dunque chiama utile e
i44 LET
giocondo il commercio delle lettere
missive, che i greci e latini chia-
marono Epislolae, da epì stello che
significa mandare. L'utilità è accen-
nata da Cicerone, Q. Fratri lib. I.
Jllud, qiiod est epislolae proprium,
ut is, ad queni scribitur, de his
rebusj qiias ignorai, cerlior fiat,
praelennitlenduni esse non puto.
La giocondità è espressa da Seneca
lib, I, ep. 40' "^^ imagines nohis
amicorum absentium fucundae sunt,
quae viemoriam renovanl, et desi-
deriurn absentiae falso, atque ina-
ni solatio levant : quanto jucundio-
res sunt lilerae, quae vera amici
absenlis vestigia, veras notas af-
ferunt. Da principio, dice il Sar-
nelli, si scrisse nelle pietre nude
o ne' mattoni formati di creta o
cotti, come si legge de'figli di Selh,
e della legge data a Mosè in due
tavole di pietra, ed anche nelle
lastre di piombo come si vede in
Giob cap. 19; indi si usò di scri-
vere sulle foglie, che i greci chia-
mavano phylla, onde le pagine dei
libri si chiamano da essi e da
noi fogli. Dalle foglie si passò a
scrivere nelle sottili e interiori
corleccie degli alberi, che in latino
si chiamano propriamente libri.
Ul piano 1. librorum, ff. de legib.
chiama gli alberi, tilia, phylira, e
papyro. Si adoperarono ancora ta-
volette sottili, e di queste si fecero
libri, com'era quello ritrovato nel
sepolcro di s. Barnaba : libri hujus
iabellae erant ihyinis lignis coni-
positae, presso il Surio t. III.
Forse a quel tempo sarà stato l'u-
so di mandar lettere, mentre ta-
hellarii si chiamano i Corrieri
(Vedi), che portano lettere; di
che scrisse s. Girolamo nell'epist.
ad Nitiam; Rudes illi Iialiae ho-
^ Tììines quos Cascos Ennius nppel-
LET
lat, cui sili ( ut in rhetoricis Ci'
cero ait) rifu ferino vìctuni quaere-
bant, ante chartae, et membrana-
rum usum, aul in dolatis e li-
gno codicillis, aut in corticibus
arborum mutuo epistolarum allo-
quia missilabant ; linde et porti-
tores earuni tabellarios, et scripto-
res a libris arborum librarios vo-
cavere. Ai fanciulli ancora si da-
vano queste tavolette acciocché
imparassero l'abecedario, e si usava-
no fino dai tempi di Plauto ; pia
tardi si usarono le tavolette di
avorio, nelle quali col lapis si no-
tavano le cose e poi si cancella-
vano. Dipoi si venne alle membra-
ne fatte di pelli d' animali, colle
quali possono annoverarsi quelle
che diciamo pergamene, delle qua-
li al dir di Plinio fu inventore
Eumene re di Pergamo : tuttavol-
ta sembrano più antiche, perchè
il Pentateuco di Mosè era scritto
in somiglianti membrane. Quali
carte pergamene solevano commet-
tersi l'una coll'altra, e poi al mo-
do che si fa delle tele dai tessito-
ri, voltate sopra un cilindro, come
era scritto il Pentateuco, e queslo
dicevasi Volumen dall' involtarsi.
Finalmente, secondo Plinio lib.
I 3, e. II, s'introdusse l'uso della
carta a tempo di Alessandro il
Grande. Quindi il Sarnelli parla
delle lettere missive ossiano episto^
le della sacra Scrittura, delle qua-
li non se ne incomincia a parlare
che ne'libri de'E.e, essendo stata
la prima quella che Davide diede
ad Uria, ritenendosi favola dei
greci quella di sopra memorata di
Bellerofonte. All'articolo Carta si
parla piu'e dei papiri, e di que-
sti anco all'articolo Diploma. Vedi
Poste PONTIFICIE, ove si tratta delle
poste delle lettere) diceiidos.i a
LET LET t45
Corrieri anche come portano le ?.. al beneficio, 3. al ringrazia-
lettere le colombe. mento. Sotto questi tre generi so-
Francesco Paiisi nelle Islruzio- no poi contenute molte specie Io-
ni per la gioi'entli impiegala nel- io subordinate, come al domanda-
In segreteria, nel t. I, par. Il : re si appartiene la raccomanda-
Generi delle lettere, dice che qua- zione, in cui si domanda alcuna
si niuno degli scrittori si accorda in cosa pei nostri amici e dipendenti;
questa divisione ; quei che la pren- la introduzione in cui si domanda
dono dalle diverse materie e da l'amicizia del corrispondente; la
pressoché infiniti argomenti ch'esse scusa, dove si chiede d'averci per
trattano, non si ricordano del iscusati, specialmente quando non
precetto Platonico nell' insegnare si concede ciò che ci viene do-
le discipline, di non fermarsi nei mandato ; la querela ha per fine
singolari. Libanio, il più antico di il lamentarsi, il notificare i misfatti,
tutti, le divide in quaranta specie, ed ancora il richiedere la ripristina-
npn già ventuna, come dice l'Eri- zione dell' amicizia ; la credenziale
treo, e per lo più inettissime, poi- domanda che si abbia fede ad una
che vi pone fra le altre Vamiche- persona, che noi mandiamo, ec, e
vole, l'allegorica, 1' apologetica, la cosi discorrendo di altre specie, nelle
dottrinale, ec. Altri ne contano ot- quali la sostanza si riduce al do-
tanta, altri passano il centinaio: più mandare. Al beneficare e compia-
discreti, benché non più utili, sono cere appartiene l'offerta, il dono,
quelli, che tutte le lettere riduco- l'avviso, in cui si fa un piacere o
no con Bartolomeo Zucchi ai tre un benefizio all'amico a cui si avvi-
generi oratorii, ovvero le distin- sa^ cosa che giova o diletta; la
guono in necessarie, utili e dilet- visita, l' augurio, la lode, la dedi-
tevoli. Sembra, che per fare una ca, il ringraziamento, la condo'
giusta divisione debba questa de- glianza , la giustificazione nella
.sumersi dall' intrinseca sostanza quale si disinganna la persona, e
della lettera. Qualunque commer- gli si dà il bene di conoscere la
ciò epistolare altro non contiene verità, ed ogni altra specie in cui
se non che cose buone o male, che si fa al corrispondente o benefizio
appartengono o a chi scrive o a chi si o piacere. Il ringraziamento con-
scrive: questa dunque è la loro in- tiene tante specie di ringraziare,
trinseca sostanza e la materia. Ora quante sono le specie de' bene-
quanto alle cose buone che trat- fizi che si ricevono. Circa le cose
tasi nelle lettere, o si desiderano, male, o se ne chiede l'allontana-
o si concedono, o si ricevono. Chi mento, e ciò appartiene alla do-
le desidera prega e domanda ; chi manda, o si allontanano dall'ami-
le concede le dà per compiacere co, il che appartiene al beneficio j
e far benefizio ; chi le riceve ne e questo produce all' amico stesso
mostra gradimento e riconoscenza, il ringraziamento. Questi tre gene-
Ecco dunque che la sostanza del- ri per maggior brevità il Parisi li
le lettere può riduisi a questi tre i iduce a due, cioè al negozio e al
generi, cioè al pregare, al conce- complimento, giacché a questi due
dere, al ringraziare ; che è lo si riducono anche tutte le specie
slesso che dire: i. alla domanda, de'lre generi, e questa stessa divi-
vor,. xxxviii. IO
i46 LET LET
sione fu approvata da molti e segreterie. Delle lettere di buone
specialmente da Aldo Manuzio, Le feste ne parlammo in diversi hio-
familiari debbono anch'esse ridur- ghi, come nel voi. XXIV, p. 226
si a questi medesimi generi. del Dizionario. Nel voi. XXllI
Quanto al cerimoniale interno poi, a p. i54 e i55, non solo
ed esterno delle lettere, avverte il trattammo delle mancie, del com-
medesimo Parisi, che le formalità piimenlo ed augurio delle buone
che si usano nelle lettere, servono feste, delle strenne e degli autori
a distinguere un ceto dall'altro, e che di queste scrissero, ma citam-
a determinare in certo modo la mo gh altri articoli in cui sonovi
distanza o disparità relativa tra altre l'elative notizie. 11 p. Meno-
chi le scrive e quello a cui si chio nelle Stiiore t. Ili, scrisse :
scrivono ; fe sono come testimo- Dell'uso degli antichi di dare le
nianze e segni esterni di quel che mancie in certe occasioni, e di
in opinione comune noi siamo pregare le buone feste, essendosi
rapporto agli altri. La materia di usalo anco dagli antichi cristiani
queste formalità viene sommini- di scriversi scambievolmente lette-
strata dall'uso comune, dalle con- re nelle solennità, con augurarsi
suetudini delle nazioni, da un ta- le buone feste, e questo per amo-
cito accordo tra le corti de'princi- revolezza e carità cristiana, Dell'o-
pi o da qualche legge de' medesi- rigine delle mancie e delle stren-
rai. L'usanza principalmente è quel- ne, altre notizie si possono leggere
la che nelle lettere prescrive i se- in Alberto Cassio, Corso delle
gni, presceglie le parole, ne fissa acque t. II, p. 210 e seg. Verso
e varia ad arbitrio l'ordine, la il 1820 pel primo d'ogni anno
quantità, il valore e il significato, si sono cominciate a pubblicare
ed assegna ad un ceto il proprio colle stampe alcune strenne o ai-
distintivo, acciò sappia ognuno ap- manacchi lellerarii, ad imitazione
pigliarsi a quella classe di formole di certe operette inglesi che so-
che conviene al suo grado, rap- glionsi pubblicare al primo dei-
porto al grado di nascita, di fa- l'anno, o meglio vuoisi piuttosto
colta e d'impiego di coloro cui si italiana invenzione, passata inFran-
deve scrivere. Talvolta alcuno si eia e in Inghilterra, Di là ripalria-
astiene dallo scrivere a qualche rono in Italia le strenne, piene di
personaggio che pretende un lito- galanteria talvolta pericolosa, e po-
lo singolare, volendo negare un che volte istruttive e morali, piìi
trattamento che comunemente a o meno ornate con isplendidezza
quello si accorda : a persone d'in- tipografica. Fra quelle che meri-
geguo non mancano modi e forme, tano menzione nella categoria del-
per evitar con decoro le diflicollà le strenne isloriche, citeremo : La
che s'incontrano nel superficiale. Strenna Picena per l'anno 184(5,
Inoltre il Parisi non solo nella compilata da Francesco Papalini,
sua opera tratta magistralmente Loreto presso i fratelli Rossi 18451.
l'argomento epistolare, ed anche Neil' anno lygS in Venezia
con erudizione, ma nel t. I, p. si pubblicò la Raccolta di lette-
121 e seg. riporta una scelta bi- re capricciose, dell'Albergali e del
bhoteca epistolare per uso delle Zacchiroli. Il Sarnelli nel t. \ I,
LET
delle Leti. eccl. ci dà la XXXI :
Delle lettere o memorìali senza no-
me, o con nome fìnto, ovvero sup-
poste. Sopra queste scritture anoni-
rne e cieche, ne diede la regola che
si deve tenere e 1' insegnamento
Innocenzo 111 nel e. Inquìsitionis
de accusationibus. Nec petilioneni
eoriim, ani libellum infamalionis
corrigunt in occulto, procedendunt
est ad inquisilionem super contenlis
ibidem criniinibus faciendam. Già
s. Bernardo avea scritto ad Eu-
genio III nel lib. IV De conside-
ratione, doversi tenere per sospet-
ti quelli che ricusano di parlare
svelatamente : Et liane velini gene-
ralem libi constiluas regulam, ut o-
mnem, qui palam veretur dicere,
suspectum habeas. E la ragione la
riporta s, Gregorio Ij 5, q. i qui-
dam. Quia quisquis veraciler lo-
quitur, semetipsuni innotescere non
debet formidare. Di tal sorte di
gente non ne niancaj sì perchè
l'invidia è sempre opposta al me-
rito della virtù, e perchè i cattivi
agitati dallo spirito maligno ti-
rano la pielia, o che colpiscano o
no: chi mostrerà di non farne
caso, farà cessare gl'inutili latrati.
Se poi tali lettere cieche o con
nome fìnto contengono cose di
gian momento, ma sono invero-
simili pei falsi contrassegni, non
se ne deve fare caso; omnia scire,
non omnia exequi, disse Tacito
nella vita di Agricola. L'imperatore
Basilio ammonì il figlio, di non
dare orecchio ai cattivi rapporti
della calunnia; altrimenti, dice A-
niano, chi sarebbe innocente se
bastasse l'essere accusato? Ma se
gli scritti anonimi contengono cose
gravi verosimili con giusti contras-
segni, tali lettere non vanno dis-
prezzate. Se Giulio Cesare legtjeva
LET i47
il memoriale che gli fu dnto per-
chè evitasse la congiura, forse non
avrebbe perduto impero e vita,
tenendo in mano la polizza che
doveva illuminarlo. Così Archia
per la ricupera della foi te/za di
Cadmo, fu col presidio tagliato a
pezzi per non aver voluto leggere
la lettera scrìtta da Atene, che lo
avvertiva del tradimento. Quindi
il Kicolio nelle sue lucubrazioni,
De injuriis tit. IV, n. 5, scrisse.
Denique notandum, quod quando
conlra aliquem mitlunlur ad siipe-
riorem ali qui libelli, si ve litterae
sine subscriptione inittentis, quaè
vulgo dicuntur memorìalia sine no-
mine, per se sola non merenda'
aliquam /idem. Non tamen negligi
penitus debentj cunt aliquod ma-
gni momenti continent ; sed super
eorum materia diligens ìnformatio
capi. Il Papa s. Pio V nel iSj?,
colla costituzione 198, Romanus
Ponlifex, rinnovò tutte le antiche
pene contro gli autori e copisti
di libelli, lettere anonime e avvisi
segreti.
LETTICARI. Chierici che nella
chiesa greca erano incaricati di
portare i corpi morti , sopra una
bara chiamata lectuni o lectica, e
seppellirli.
LETTIGA o LETTICA, Lecti-
ca. Arnese da far viaggio, portato
per lo più da due muli, sedia
chiusa portatile. Dicesi pure Por-
tantina, voce oggi usata per tutta
Italia, quasi sedia portatile che anco
dicesi bussola, portata per Io meno
da due uomini a modo che si por-
tano le lettiche. Si dice quindi, che
coloro che portano le genti iu
seggetta si domandano portantini
o seggeltieri. Il nome di lettiga
tratto dal latino lectica, crede.si
derivato dalla parola lectns, letto,
i48 LET
perchè probabilmente vi aveva
un origliere o un materasso come
in un letto. Il Gouget crede che
l'invenzione delle lettiche non sia
tanto antica come quella dei carri
e dei carpenti, de' quali parlammo
all'articolo Carrozza [Vedi): egli
è d'avviso che quella invenzione
possa attribuirsi alla mollezza, con-
seguenza ordinaria del lusso. Tut-
tavolta r uso di farsi portare in
lettighe o in altre specie somiglian-
ti di portantine o di vetture, ere-
desi avere avuto luogo presso i
babilonesi. Da qualche passo di
Cicerone e di un antico mterprete
di Giovenale sembra potersi rac-
cogliere, che l'invenzione delle let-
tighe portate da uomini o da ca-
valli fosse dovuta ai re della Bi-
tinia. Svetonio presso Dione Cas-
sio narra che le lettighe furono
introdotte in Roma a tempo di
Giulio Cesare, e per vederle da
tutte le parti accorrevano genti.
In pochissimo tempo se ne ac-
crebbe tanto l'uso che fu d'uopo
vietarle. Sotto Tiberio si vedeva-
no schiavi che si facevano portare
a vicenda da altri schiavi inferio-
ri. Nel regno di Alessandro Seve-
ro le lettighe in gran parte di-
minuirono, perchè a queste sot-
tentrarono i carpenti e le veltiue
portate dalle mule. Queste lettighe,
chiamate anche vetture, furono in
appresso in uso tra i romani che
ne avevano di due sorta, le une
portate dai muli, che nominavan-
si baslernaej le altre portate da
uomini, e queste propriamente dai
Ialini erano dette lecticae. Le pri-
me ossia le basterne erano d'ordi-
nario dorate e munite di vetri ai
due lati, secondo alcuni, altri non
ammettono tali vetri, non essendo
credibile che allora vi fossero. Es-
LET
se erano sostenute sopra due stan-
ghe da due muli, e sembra che
più comunemente riserbate fossero
alle donne di condizione. Gredesi
che la lettiga propriamente detta
fosse più comunemente aperta,
benché ve ne avessero ancora di
chiuse. Queste lettighe fatte ad
uso degli uomini, e delle quali le
donne ancora si servirono in ap-
presso, portate erano da schiavi,
e la differenza delle condizioni
delle persone veniva indicata dal
numero de' portatori che talvolta
giungevano sino ad otto ; questi
però probabilmente servivano di
ricambio e sotteutravano gli uni
agli altri. Alcuni ritengono che le
basterne de'romani abbiano data l'i-
dea alle nostre lettighe portate da
muli ; e dalle lettighe de' romani
vuoisi che traggano parimente l'o-
rigine le nostre sedie coperte e
chiuse con vetri portate da uomini.
Biondo da Forh nella sua Roma
trionfante p. 352, ci descrive la for-
ma delle lettighe degli antichi ro-
mani in questo modo. »5 La let-
tica fu molto usata dagli antichi,
così uomini come donne nobili, la
cui forma si vede in Roma in
molti luoghi scolpita, e noi qui la
descriveremo. Ella fu prima mol-
to simile al feretro o letto de'mor-
ti, che suole essere portato da die-
ci o dodici uomini alla sepoltura ;
ma essa ebbe di sotto tre piedi in
modo seco affissi, che ivi si sospen-
deva tutta la lettiga alta di terra
per cammino, quando quelli che la
portavano volevano pigliare un po-
co di fiato e sentire meno affanno:
fu anco coperta di sopra di certi
veli per difendere chi era dentro
dalla polvere, dal sole e dal vento;
e vi erano talvolta veli così densi
che né freddo uè pioggia vi potè-
LET
ra penefiare; e chi v'era dentro
itoteva a sua voglia aprirla o tut-
* fa o parte facilmente; e benché
per lo più non vi solesse andare
più che lina persona, ella ne capi-
va nondimeno due, come dice Sve-
lonio. Nerone assai spesso andò pub-
blicamente in una leltica insieme
con hi madre. Era la lettica por-
tala da dodici servi ; essendo il
viaggio lungo, si cambiavano per
strada nitri dodici, perchè a vicen-
da si riposassero e fossero più fre-
sclii e piìi atti a sostenere una
lunga fatica : a questo modo si
andava di lungo e presto, ed assai
quieto e riposatamente ; ma egli si
usò la leltica più spesso per la
città e per il contado, che per lun-
go viaggio ; e che fosse portata
da molli in ispalla, ne fa Sene-
ca menzione in più luoghi, riden-
dosi di coloro che si lasciavano
così delicatamente portare in ispal-
la nelle lettighe. Ulpiano chiama
lettica ri que'servi che portano la
lettiga in collo. Domiziano vietò
che le donne impudiche andassero
in lettica. Non solamente i roma-
ni, ma gli esterni anche di qualche
dignità usarono la lettica, come M.
Tullio accenna scrivendo ad Atti-
co ".
Innocenzo IV nel dare il cap-
pello rosso ai cardinali , coman-
dò loro di andare per la città a
Cm'allo [Pedi), essendo essi soliti
incedere per umiltà a piedi. Se-
guitarono i cardinali di andare per
la città a cavallo o in lettiga fino
alla metà circa del i5oo, quando
si vide in Italia la prima carrozza,
la quale dappoi cominciarono ad
usare anche i cardinali, adoperando
essi eziandio sino agli ultimi ieva-
]ii, come i signori laici e le signore
le lettighe, se impotenti ad ascendere
LET i49
o discendere le scale: ora l'uso è me-
no comune, tranne i Pontefici che
sogliono adoperarla talvolta nel pro-
prio palazzo nell'ascendere o discen-
dere le scalcj e più raramente se
recansi altrove. Le loro lettighe
o portantine sono sedie coperte
con due stanghe laterali, quali con
cinte di pelle sono portate dai se-
diari, domestici stabili del palazzo
apostolico e dei Papi. Sono coper-
te di seta di damasco rosso ed or-
nate con trine e frangio pur di
seta di tal colore, con bollette di
ottone. Lateralmente hanno due
cristalli che si possono abbassare,
oltre quello dello sportello eh' è
nel davanti; il cielo o copertura
è levatore , alzandosi nell' entrare
ed uscire, seppure non voglia u-
sarsi. La lettiga o portantina no-
bile è di velluto sì nell'esterno
che nell' interno, però le tendine
ed i cuscini sono di nobiltà cre-
misi. Questa lettiga è dello stesso
dip.jipo e delle altre, essendo ornata
con trine e frangie d' oro, ed altre
guarnizioni, quasi come la sedia ge-
statoria, essendovi nel cielo in rica-
mo lo Spirito Santo raggiante. Nel
palazzo apostolico evvi inoltre una
lettiga o portantina , della forma
disile descritte, coperta di pelle ne-
la e foderata di seta damascala,
trine e frangie di colore paonazzo.
Questa i Pontefici benignamente
pongono a disposizione di qualche
cardinale o prelato, che gl'inco-
moda ascendere o discendere le
scale, ed è egualmente portata dai
sediari pontificii. In mancanza di
alcuno di essi, suppliscono i pala-
frenieri pontificii; così se la lettiga
serve pel Papa. Il cadavere del
Pontefice che muore nel palazzo
Quirinale, si trasporta al Vatica-
no in portantina o lettiga, portata
l'^o LET LET
dij due mule bianche, al modo lato in Ancona, tutta volta si fece
deito al voi. Vili, p. 187 del condurre in portantina sulla spi;«g-
Dizionario. Di alcune antiche let- già del mare per veder l'ingresso
lighe del palazzo apostolico , ne nel porto della veneta flotta. Dopo
parlammo al voi. XXIII, p. 89. la morte di Alessandro VI, Cesare
All'articolo Cavallerizzo maggiore Borgia duca Valentino part\ da
DEL Papa dicemmo che a lui spet- Roma, e in portantina o lettiga si
ta la cura della portantina o letti- portò a Nepi. Narra il Varillas,
ga pontificia, aprirla, chiuderla, e che il cardinal de Medici poi Leo-
vegliare che sia portata con sicu- ne X, si recò al conclave in lettiga.
rezza: in di lui assenza supplisce II primo Papa che si recò in let-
il foriere maggiore. Ora passiamo tiga dal Vaticano al Laterano nel-
a riportare alcune altre erudizioni la solenne cavalcata del possesso,
sulle lettighe, dovendo supplire il fu Paolo IV del 1555. Nel 1 566
dettaglio agli articoli analoghi, ed vi si portò in lettiga anco s. Pio
ja quello di Treni. V, che la fece fermare per un quarto
Innocenzo IV volendo celebrare d'ora avanti la chiesa del Gesù per
in Lione il concilio generale, si parlare con s. Francesco Borgia
ammalò in Genova, e per consi- generale de' gesuiti : SS. D. futi
glio de'medici passò nella abbazia ddatus in lectica. Nel iSya Cre-
di Sestri; ma invece la sua salu- goiio XIII andò a cavallo e nel
te deteriorò. Nondimeno dispose di ritorno fece uso della lettiga : a-
Irasferirsi a Lione, se non a cavai- scendit lecticani dìniissisque car-
lo, per lettiga, non volendo recar- dinalihus rediit ad paladum per re-
visi per mare per la noia del viag- g'onem Traiistiberii/i . Nel i 585
gio, e temendo i partigiani di Fé- Sisto V andò a cavallo alia basi-
derico II suo nemico. Si fece dun- lica lateranense, ed in lettiga pas-
que trasportare in lettiga a Savona, so poscia alla sua vigna a s. Ma-
indi alla Stella; e parte a cavallo, ria Maggiore, ove rimase sino alla
parte in lettiga, per Susa , vali- sera, ritornando al palazzo apo-
cando le Alpi giunse a Lione il 2 stolico, in lecdcas cum fanalihus
dicembre 1-244. Urbano IV essen- cerne albne accensis. Fa S\?,\.o Vii
do nel 1264 in Todi, in lettiga primo Papa che morendo nel 1590
si portò in Perugia , ove mori al Quirinale, il suo corpo fu per-
dali' infermità che lo avea re- tato in lettiga al Vaticano. Nel
so debole in Todi. Il celebre e possesso preso da Gregorio XIV
benemerito cardinal Egidio Al- nel 1590, dopo il praefectus sia-
bornoz morì in Viterbo nel 1367: è«//, venivano portate, leclicae tres
il suo cadavere posto in lettiga si Sanctitatis siiae^ duae holoserico
trasportò in Ispagna, onde Urba- rubeo^ et tenia panno simililer, et
no V concesse a quelli che per un aureis cordulis, et frangiis orna-
tratto di strada ne conducevano la lae. Gregorio XIV cavalcò nell'an-
lettiga, l'indulgenza dell'anno santo data, ma nel ritorno al palazzo
i35o. Pio II partendo da Roma vaticano ascese la lettiga , con-
per Ancona nel 1464, in lettiga tornato da quaranta paggi, in un a
.si portò a Ponte Molle ove s'im- diversi nobili romani, chi^ sostene-
|>arcò sul Tevere, Essendosi qmmjj- vano lorcie di cera accese : inuHie
LET
lo accompagnavano alcuni cardinali
ed il magistrato romano. Nel pos-
sesso d' Innocenzo IX del iSgi,
dopo i famigliari de' cardinali, i
cavalli e le mule del Papa, suc-
cedevano due lecticae Papae, una
cum stabulariìs, qui eas marni du-
ctbant, et maghler stabuli apud
eos equitans. 11 Pontefice cavalcò,
ma dopo la funzione in lettiga si
fortò a visitare la scala santa, ed
i suo antico titolo de* ss. Quattro,
peceduto dalla croce portata da
ur suo cappellano ; indi per la
via di Trastevere al palazzo apo-
stol'co con molti prelati e fami-
gliai\ L'anno iSga prese possesso
a caxallo Clemente Vili: dopo il
maestio di stalla e le chinee ,
venivaro due lettighe di Nostro
Signore, una di velluto, l'altra di
panno, portate da quattro muli.
Dopo la finzione, ripresa la moz-
retta, la sto'a ed il cappello, mon-
tò in lettiga, e licenziò i cardinali.
Visitò la scala santa, e poi in let-
tiga si recò al Quirinale, accom-
pagnato dalla sua corte, da alcuni
cardinali, e da molti gentiluomini
romani. Nel i6o5 pel possesso di
Leone XI si videro tre lettighe,
oltre quella aperta in cui si pose
il Papa si meli' andata, che nel ri-
torno. Nel medesimo anno prese
possesso cavalcando una chmea Pao-
lo V : nel corteggio dopo le chi-
nee si portarono due lettighe, una
nuova di velluto cremesino guarni-
ta tutta d'oro, l'altra di velluto
rosso più semplice. Nel 1621 Gre-
gorio XV in lettiga portossi al
possesso, oltre quelle che andarono
al solilo luogo ; altrettanto praticò
Urbano Vili nel 1623; ed Inno-
cenzo X nel 1644 con tre lettighe,
oltre quella aperta ov'egli sedeva
portata a duobus muUs serico^ et
LET t5;i
auro ìnterlextOy cum insignìs Pa-
pae oblevatis , quorum antilena, et
poslilena cum frontali ex puro
argento deaurato. Un'altra relazione
dice che nel possesso d' Innocenzo
X una lettiga di velluto rosso guar-
nita d'oro e con sua arme seguiva
le chinee ; clie il Papa era in let-
tiga scoperta davanti , e la presa
del cielo fatta di velluto rosso,
guarnita d'oro con arme del Pon-
tefice, il quale era dentro con cap-
pello da cardinale; indi dopo i ve-
scovi seguivano tre lettighe di vel-
luto e damasco guarnite d' oro.
Di sua cognata la famosa d. Olim-
pia Maidalchini, abbiamo ch'essa
soffrendo di podagra usava la let-
tiga per Roma, e negli ultimi gior-
ni della vita d' Innocenzo X con
e?sa portavasi nelle camere del Pa-
pa, pesando di più la lettiga quan-
do ritornava a casa pel denaro che
portava via.
Di Alessandro VII del t655 si
legge, che lo precedevano tre let-
tighe nobilissime, essendo più ric-
ca quella in cui egli sedeva. Cle-
mente IX nel 1667 piese posses-
so : lo precedeva la sua lettiga di
velluto cremesino ornata di trine
e frangie d' oro, seguendo a piedi
di questa il maestro di stalla. Egli
incedeva in mozzetta e stola con
cappello pontificale di velluto cre-
mesino, in lettiga aperta di vellu-
to rosso guarnita d'oro, foderata di
damasco cremesino, e bollettata di
borchie dorate, camminandole ap-
presso un palafreniere coH'ombrel-
lo di damasco cremesino trinalo
d'oro. Lo seguiva altra lettiga: do-
po la funzione, in lettiga coperta
si portò al Quirinale. Clemente
X nel possesso che prese nel 1670
fu preceduto dalla lettiga : in quel-
la scoperta egli si assise, e lo se-
1*^2 LET
guì altra lettiga ; poscia in lettiga
coperta fece ritorno al Quirinale;
così fece nel 1676 Innocenzo XI,
che però ritornò al Vaticano; ed
altrettanto praticò nel 1689 Ales-
sandro Vili, passando dopo il pos-
sesso al Quirinale. Nel 1691 In-
nocenzo XII fece lo stesso in lut-
to, solo viene notato che lo segui-
vano immediatamente i seggellieri
portando una sedia di velluto cre-
mesino trinata d'oro. Ritornando
egli in lettiga nel 1692 da Civi-
tavecchia in Roma, lungi due mi-
glia fu incontrato dai poveri, da
lui tenuti per figli, i quali leva-
rono dalle mani dei palafrenieri
la lettiga, e vollero essi condurla
fra le più commoventi acclamazio-
ni. Nel 1701 Clemente XI a ca-
vallo prese il possesso, seguito dal-
la sedia e lettiga scoperta, tornan-
do al Vaticano in carrozza con
due cardinali : questa è la prima
volta che ne' possessi si parla di
carrozze pontificie ; ma va tultavol-
ta avvertito, che già circa la me-
tà del secolo XVII in poi si leg-
ge genericamente che chiudevasi
la cavalcata con grandissima quan-
tità di cocchi e carrozze. Innocen-
zo XIII nel 1721 prese possesso
in lettiga, incedendo dopo gli aiu-
tanti di camera a cavallo, il cavallo
che avrebbe dovuto cavalcare il
Pontefice, la sua sedia e l;i lettiga
scoperta, e prima de' cavalleggieii
la nobilissima carrozza di Nostro
Signore col tiro a sei, nella quale
poi ascese Innocenzo XIII recan-
dosi al Quirinale. Essendo egli
pinguissimo, quando dovette recarsi
alla sua villa Catena ed al suo
feudo di Poli ^ vi si portò in let-
tiga, come si disse all'articolo Con-
ti Famiglia. Benedetto XIII nel
1724 si recò al Lateiano a caval-
LÉT
Io, ed al Quirinale in sedia a ma-
no, col corteggio a cavallo : con
questa sedia a mano talvolta i Pa-
pi si portarono alle cappelle pon-
tificie fuori de' palazzi apostolici.
Nel 1780 Clemente XII recandosi
al Laterano pel possesso, ascese
in sedia di velluto scoperta, intar-
siata di ricami, trine e frangia
d'oro, portata nelle stanghe da dut
nobili cavalli frigioni l)ianchi ric-
camente guarniti ne' finimenti e
gualdrappe; altri dicono in letti-
ga scoperta bellissima con sopra -
cielo di velluto ricamato, seppure
le sedie a mano non furono si-
nonimi di lettighe scoperte. Al
Quirinale si portò insedia a mano,
secondo il Diario di Roma. Bene-
detto XIV nel 1741 si portò al
Laterano in sedia sulle stsnghe di
due cavalli frigioni. ed al Quirinale
nel ritorno in carrozza, jfel posses-
so di Clemente XllI del 1758, si
legge che la lettiga coperta del
Papa incedeva dopo la chinea, se-
guita dal maestro di stalla ; il Pon-
tefice cavalcò, precedendo dopo di
lui e degli aiutanti di camera, la
sedia scoperta portata da due gene-
rosi cavalli, e la sedia a mano por-
tata dai scolari pontificii. Prima
de' cavalleg^ieri procedeva la car-
rozza di Nostro Signore coperta di
velluto cremisi con trine, frangie
e ricami d'oro, dentro e fuori, li-
rata da sei superbissimi cavalli
frigioni bianchi. Nel possesso di
Clemente XIV nel 1769 procede-
va la consueta lettiga coperta, ed
egli cavalcò, seguito dalla sedia sco-
perta con due nobili cavalli ,
e la sedia a mano coi sediari
pontificii, oltre la carrozza nobile
tirata da sei nobili cavalli frigioni
bianchi. Nello scendere il Campi-
doglio fu gittato a terra dal cu-
LET
vallo, onde entrò in lettiga aper-
ta, e dopo la funzione recossi in car-
rozza al Quirinale. JNell'anno lyy^
pel possesso di Pio \ I precedeva
la lettiga coperta, cavalcando egli
un bel cavallo bianco, e seguendo-
lo altro cavallo di riserva nobil-
mente bardato, la sedia scoperta
portata da due cavalli bianchi, la
sedia coperta coi sediari j e la
carrozza nobile tirata da sei ca-
valli bianchi. 11 possesso preso da
Pio VII nel 1801 fu l'ultimo in
cui fu portata la portali na o let-
tiga da sei sediari, dopo gli aiu-
tanti di camera a cavallo, nice-
dendo il Papa iu carrozza, come
fecero i di lui successori. JN'elle
altre solenni cavalcate per le cap-
pelle della ss. Annunziata, di s.
Filippo, della iValivilà, e di s. Car-
lo, dopo le chinee incedevano due
lettighe di velluto cremisi trinate
d'oro, portate da due mule bian-
che, con coperte rosse trinate d'o-
ro, col maestro di stalla : il Papa
cavalcava, o andava in sedia sco
perla, e nel primo caso appresso gli
aiutanti di camera veniva la sedia
papale scoperta, portata da due mu-
le con finimenti di velluto cremi-
si e ricami d'oro, non che la se-
dia a mano coperta di velluto cre-
misi, detta portantina. Per ultimo
veniva la carrozza nobile tirata da
sei cavalli bianchi. Queste Caval-
cate (Predi') terminarono col pon-
tificalo di Pio \I.
LETTO, Cubile, Lecliis. Arnese
nel quale si dorme. Festo deriva
il vocabolo latino leclus dal quale
viene il nostro letto, dal verbo
pure latino legere, preso nel signi-
ficato di raccogliere o ammassare,
perchè si raccoglievano e si am-
nniccliiavano da principio le cose
colle quali compouevasi una co-
LET
i53
moda giacitura, cioè le foglie, la
paglia, e<l altre materie souiigliau-
ti, giacché queste formarono sino
da principio i ietti sui quali gli
uomini si adagiavano. Presso gli
spartani i piimi letti furono fatti
di canne. Omero fa giacere i suoi
eroi sopra pelli d'animali guernite
del loro pelo. Welle armate i gre-
ci coricavansi sopra pelli stese sulla
nuda terra ; queste coprivansi di
tappeti o di altre stoffe^ che te-
nevano luogo di materassi, e al
di sopra collocavano alcune coper-
te. 1 romani dormirono per lungo
tempo solamente sulla paglia e sulle
foglie secche degli alberi, e non fa
se non che l'esempio delle nazioni
ch'essi avevano vinte e soggiogate,
che in epoca posteriore li lendet-
te piìj delicati, e li animò a mag-
giori ricerche di mollezza nella
giacitura. 11 lusso e la magnifi-
cenza comparvero allora nei letti
come iu tutte le altre masserizie,
adoperandosi materassi di lana di
Mileto, e di piume morbidissime.
Si fecero letti di legni preziosi,
ornati d'avorio e di lamine d'oro
e d'argento. A questi letti servi-
vano di coperte le pelliccie piti
fine e le stoffe più preziose ; il
popolo però, e la plebe piìi comu-
ne, la notte copri vasi cogli abiti
che portava il giorno. Nei più
antichi tempi della Grecia, in mol-
te parti di oriente e tra gli ebrei
si sedeva intorno alle mense sopra
letti. Questo costume vuoisi origi-
nato dopo essersi adottato l'uso
di bagnarsi prima di prendere ci-
bo, e fu imitato dai romani e da
altre nazioni ; ed anche ne'letti da
tavola crebbe in progresso il lus-
so. Tra le persone più agiate si
tendevano baldacchini al di sopra
dei letti e delle mense, a fine d'im-
I?^
LET
pedìre che la polvere della sofHtta
non cadesse sulla mensa e sui
convitati. 1 romani ebbero i letti'
sterni o conviti solenni a'qiiali in-
vitavano gli Dei, ponendo le loro
immagini sui letti apparecchiati
io un tempio intorno alla mensa.
11 Ietto nuziale presso i romani
disponevasi dalla novella sposa,
pel quale si mostrò il maggiore
rispetto, conservandosi religiosa-
mente durante la vita della sposa
per la quale era stato disposto j e
se dopo la di lei morte lo sposo
rimaritavasi, se ne doveva disporre
un altro interamente nuovo. Tra
i cristiani eravi anticamente l'uso
in alcune diocesi, particolarmente
francesi, come in quella di Rouen,
di andare dopo mezzodì ovvero
verso sera a benedire il letto nu-
ziale in presenza degli sposi. 11
sacerdote in cotta e stola accom-
pagnato da un chierico, aspergeva
coU'acqua santa il letto nuziale
e gli sposi, dicendo : Asperges me
ec, e recitando l'orazione Visita me
ec. Benediva poscia del pane e
del vino, e presentava il pane
stesso inzuppato nel vino agli sposi,
come al fine della messa. Nella
sacra Scrittura il letto fu preso
pel simbolo dell'eterno riposo, e
letto fu detto anche il sepolcro.
Sul letto in cui si espongono i
cadaveri, V. Funerali. All'articolo
Pranzi parlasi del convito solen-
ne che anticamente facevano i
Papi nel Triclinio ove sedevasi in
banchi in forma di letti, che il
Se velano chiama leltis terni.
LETTO DE'PARAMEiNTI. Ta-
vola grande ed alta, con materas-
so basso, coperta di drappo di da-
masco losso con gran tovaglia di
tela bianca, avendo un tappeto sul
pavimento. Questa tavola i>ta nella
LET
Camera dei paramenti ( Vedi), spe-
cie di sagrestia ove il Papa si ve-
ste degli abiti sacri nelle funzioni
che celebra od assiste. Custode di
questa tavola come della camera
de'paramenti è il p. sotto-sagrista,
come quello che al modo che di-
cemmo al voi. XXV, p. io5 del
Dizionario, G col prelato sacrista, cu-
stode delle cappelle e suppellettili
pontificie. Egli dunque prepara su
tale tavola i paramenti ed ornamen-
ti che deve assumere il Papa. Di-
cesi letto de' paramenti perchè fa
le veci dell' antico letto su cui i
Pontefici si riposavano ne'lunghi tra*
gitti che facevano a piedi o a ca-
vallo nelle diverse chiese e basili-
che di Roma, come si narrò all'ar-
ticolo Cappelle Pontificie, non cha
nelle Processioni ( P'edi)jed è per-
ciò che tuttora sotto la tovaglia vi
è un materasso basso. Avanti il
letto de'paramenti nei banchi della
quadratura prendono luogo per or-
dine i cardinali colle cappe o coi
pai'amenti sacri, cioè nelle sagrestie
delle chiese o basiliche di R.oma, e
nella gran camera de'paramenti al
Vaticano; dappoiché nelle sagrestie
contigue alle cappelle Sistina del
Vaticano, e Paolina del Quirina-
le , per la loro piccolezza essen-
do state fatte solo pei celebran-
ti, l'assistenza de' cardinali non ha
luogo nella detta camera, recando-
si subito in cappella appena giungo-
no al palazzo. Siccome anticamente
i Papi in tutte le cappelle de'pa-
lazzi apostolici recavansi propriamen-
te nelle camere de'paramenti a ve-
stirsi, quella del Vaticano era l'ac-
cennata presso la sala ducale, quel-
la del Quirinale eia la camera ove
al presente si trattengono i busso-
lanti. E da queste due camere dei
paraintiili in sedia portavansi in cap-.
LET
pell«, precednli dai cardinali, che
in ambedue prendevano luogo nel-
la quadratura de'banchi. Il Ponte-
fice portatosi in dette sagrestie, o
altre camere de'para menti, dopo a-
Ter deposto il cappello, e la stola
se la porta , e presa la veste di
«età chiamata la Falda ( Fedi),
passa nella camera de'paramenti, a
detta tavola o letto de'paramenti,
dove si trovano i primi due cardi-
nali diaconi, ed accanto ad essi il
secondo e terzo uditori di rota, co-
me cappellani pontifìcii. Ivi il Pa-
pa depone sul letto dei paramenti
la mezzetta, indi si mette l'amitto
ed il camice. Allora l'uditore di ro-
ta, che porta la croce pontificia, con
questa si reca innanzi al Ponte-
fice, il quale si cinge col cingolo,
ed il primo cardinal diacono gl'im-
pone la stola. I paramenti preceden-
temente dal p. sotto-sagrista conse-
gnati ai prelati votanti di segnatu-
ra ed altri, questi si schierano alla
sinistra del Papa, e genuflessi succes-
sivamente li presentano al primo
cardinal diacono, che coU'aiuto del
secondo ne veste il Pontefice : al-
trettanto si pratica nello spogliarlo.
Intanto il prefetto delle cerimonie
dice: Extra, alla cui formola ed
invito, premessa la genuflessione al
Pontefice, i membri appartenenti al-
la camera segreta, e la prelatura
processionalmente si avvia alla cap-
pella o luogo della funzione; ge-
nuflessione che r uditore di rota,
non fa a cagione della croce, la
quale prima di partire viene salu-
tata dal Papa. Il solo piviale, che
dicesi pure manto pontificio, restato
sul letto dei paramenti, viene po-
sto sulle spalle del Papa dai nomi-
nali uditori di rota, mentre il for-
male posto sopra un piatto d' ar-
gento doralo, coperto con un velo
LET i55
di seta bianca, glielo impone il car-
dinal primo diacono. Inoltre questi
prende dal decano della rota la mi-
tra o il triregno, quali pure era-
no sul letto, e ne copre il capo del
Pontefice. 11 prefetto delle cerimo-
nie consegna i due lembi anteriori
della falda ai due prolonotari aposto-
lici, e quelli del piviale ai due car-
dinali diaconi. Allora il Papa parte
dal letto de'paramenti, e si avvia per
il luogo della funzione. Dopo di que-
sta il Pontefice ritorna nella came-
ra de'paramenti, viene spogliato de-
gli ornamenti ed abiti sacri al let-
to de'paramenti, ove vengono de-
posti, ricevendoli il p. sotto-sagrista,
ed ivi riprende la mozzetta e la
stola, passando a deporre la falda
nella contigua camera. Su questo
punto va letto quanto di relativo
dicemmo al voi. Vili, p. 244 ^
253, ed altrove. Ivi a p. 279 di-
cemmo pure delle due palme gran-
di benedette che collo stemma del
Papa prò tempore, dalla domenica
delle palme sino all' Ascensione, si
tengono sul letto de'paramenti.
Nel tom. I, p, 254, De secre-
tariis christianorum, il Cancellieri
illustrò l'antico uso dei Pontefici di
lavarsi i piedi, appena erano giun-
ti nel secretano o sacri stia, e della
derivazione del nome di letto che
si dà anche al presente alla gran
tavola della stanza de' paramenti.
Essendo dunque soliti i Papi di
andare a piedi scalzi alle chie-
se della città dove cadevano le fun-
zioni da celebrarsi, fuori che per
l'Esaltazione della Croce, ne veniva
per necessità il bisogno di lavarsi i
piedi che dovevano imbrattarsi, o
dal fango o dalla polvere. Quindi
fu introdotto l'uso che ne'secretari
o sacrestie delle chiese e in altri
sili vi fosse un letto, in cui il Papa,
l'ir, LET LET
per lo più avanzato in età, potes- tur Cortina, et quìescil ledo ihi n
se riposarsi dal viaggio e tarsi que- schoLa virgnnim praedicto modo a-
sta lavanda. Ce ne assicurano le te- piato. Di più nel codice vaticano
stimnnianze del canonico Benedetto 47 3i prodotto dal p. Gallico, A-
e di Cencio Camerario lìoriti nel ctn caeiein. p. 179, si avverte, che
secolo XII. Il primo al n. Sy, p. sunt necessaria prò persona Pon-
146, descrivendo il viaggio che Fa- tificis pecten et tobalea circumpo-
ceva il Papa dal Laterano fino alla nenda collo ejus quando pectinatur .
basilica vaticana nelle litanie mag- Conchiude il Cancellieri che sebbe-
giori, dice: Quum aiUeni venerit an- ne da gran tempo sia cessalo que-
te S. fli. Novani, in praeparato le- sto uso, nondimeno si è ritenuta
€',to Doniìnus Pontifex qiiie- l'antica denominazione di letto dei
scit. Subdiaconus incipit qiiinque paramenti.
formarn letaniam , eo ordine, quo All'articolo Flabelli [ Vedi ) ab-
priwijUsque ad lectuin ante s. Mar- biamo detto ch'essi servirono per
cum, uhi Doniinus se pausai, sìcul refrigerare l'aria ne'tempi caldi, e
in primo. Deinde inci- nel tempo in cui i Papi soleva-
pit iriformcm letaniam, usque ad no andare scalzi, vestiti di pesan-
leclum in Ponte Adriano ti vesti sacerdotali, che perciò vi
Incipit simplicem letaniam usque ad era l'uso nelle diverse stazioni ove
lectum canctari ante s. Maria in si fermavano, di tener pronta l'acqua
yiris,ari infine cortinae. Il secondo, calda, per mondarsi i piedi dalle
n. 64, p- 2o3, si esprime in questo sozzure, adoperandosi ancora il pet-
inodo. Quuni D. Papa venerit cum line per ripulire i capelli dalla polve-
processionibus ad ecclesiam s. Cle- re. K. Lwanda de'piedi e Pettine. Il
mentis, ibi quiescil in ledo, super- niappularius era un ufficiale che por-
posilo lapete,etherbis circumquaque tava il baldacchino sul capo del Papa
positis, qiiae tamen /iunt a cleiicis nelle festività maggiori, ed inoltre
fjusdcm ecclesiae s. Clemenlis. Post- avea cura di rasciugare colla tovaglia
quam vero quieverit, surgens vadit i piedi del Papa, quando terminava
praedido modo usque ad eccle- quelle processioni nelle quali avea
siam s. Marine Novae : ubi, duni camminato scalzo, perchè lavati i
predido modo quiescil, unus de scho- piedi erano da questo ministro ra-
la crucis cantal letaniam. Sur- sciugati, come abbiamo dal Macri,
,gens pergit praedicto modo usque Not. de' voc. ecclesiastici. Il Ber-
ad ecclesiam s. Marci, ubi, sicut nini, // tribunale della Rota pag.
superius scriptum est, requiescit, et 7, dice che il cubiculo, del quale
poslqiiam pausaverit, surgit , et si trattò all'articolo Cubiculario ed
memoralo modo incedit usque ad altrove, significò il medesimo che
locum, qui Parion nuncupatur , . . cappellate cuppella era quella dove
Ibi autem D. Papa praedido mo- sopra un alto letto detto dall'anti-
do quiescil, et post quietem incedit, chità ihalamus, conservavansi per
sicut prius praeniissuni est, usque ordme disposti gli abiti sacri del
ad Poiitem s, Pdri; ibique mo- Pontefice, quando di essi egli si ve-
do praelibalo quiescil j et ab ilio stiva per uscirne alle pubbliche fun-
loco surgens, praetaxato modo in- zioni, o delle processioni o delle
cedit usque ad locum, qui dici- messo, ed ivi i cubiculari od udì-
LET
toii di rota vestivano e spogliava-
no i l'api dello sacre vestiinenUi,
appartenendo anticamente loro la
cura di conservarle e disporle. V.
\ ESTr Pontificie. Parlando il Bo-
nanni nella Gerarchia ecch'S . p.
389 dell'uso dei Pontefici di anda-
re scalzi per la visita delle chiese
e delle stazioni, massime nelle pub-
bliche calamità, con processioni di-
vote per muovere il popolo a pe-
nitenza, riferisce quanto il p. JNIabil-
lon riporta ne'suoi commentari agli
ordini romani a p. 10.5: Ad sia-
tiones quas jejunii diebus frequen-
tnhant Ponlijìces, non raro excalcea-
lì procedehant, aliis vero solemnio-
ribiis ponipis equo albo vehi sole-
hanl. Tale racconto, osserva il Bo-
nanni, apparisce •vero in molti ce-
rimoniali antichi, e lasciando tutti
gli altri riporta ciò che si legge nel
rituale di Cencio cardinale nel cap.
V, n. li; Sciendum quod Dominus
Papa in omnibus processìonibus, in
quibus pedes vadit, pedibus discal-
ceatis incedil, una tanluni excepla
in exaltalione s. Crucis ; e nel cap.
Vili, al n. i5, trattando della sta-
zione di s. Sabina nei mercoledì
delle ceneri, quando il Papa proces-
sionai mente vi si trasferiva dalla
chiesa di s. Anastasia, dice praece-
dentibus in ordine suo, cioè le per-
sone del clero, Dominus Papa nu-
di s pedibus cum psalmodia sequi-
tur processìoneni. Che perciò in que-
ste occasioni, quando giungeva alla
chiesa determinata, entrava in sa-
grestia, ove alcuni ministri deputa-
ti erano pronti con acqua calda per
lavare i piedi di lui, come soggiun-
ge il medesimo cardinale poi Onorio
III, nel luogo citato. Cumque intra-
vrrit ecclesiani intrat secretariuni,
et mappulariorum, et cubiculario-
rum schola habet ibi aquam cali-
LET 1^7
dani paratani ad ablucndos pedes
ipsius. Indi il Bonanni racconta co-
me a piedi scalzi Steiano III por-
tò l' inimagine del ss. Salvatore,
mentre Aistuifo re dei longobardi
incrudeliva contro i doniinii della
Chiesa; Gregorio IK allorché Fede-
rico II minacciava Roma; e Leone
X mentre Selim 1 imperatore dei
turchi preparava formidabile guerra
ai cristiani.
LETTORE, r. Lettura.
LETTORE o LETTORATO.
Chierico investito d'uno de'quattro
ordini minori, essendo il lettorato
il secondo di detti ordini. Antica-
mente i lettori erano alcuni giovani
che si allevavano per farli entrare nel
clero, servivano di segretari ai ve-
scovi ed ai preti, ed in tale guisa
istruivansi leggendo e scrivendo sotto
di essi ; perciò si scelsero quei che
sembravano i pivi adattati allo stu-
dio e che in seguito potevano es-
sere innalzati al sacerdozio: tutta-
via molti restavano lettori in tut-
to il corso della -vita. La maggior
parte dei critici opinano che solo
nel terzo secolo sia stato stabili-
to r ordine e 1' ufficio dei letto-
ri, e che Tertulliano sia stalo il pri-
mo a parlarne. 11 padre Menard
per provare che questo ordine è più
antico, cita la lettera ìi di s. 1-
gnazio ai fedeli di Antiochia, e. 12;
lettera però che si crede supposta.
La funzione dei lettori fu sempre
necessaria nella Chiesa, poiché vi si
lessero sempre le scritture dell'an-
tico e nuovo Testamento, sia nella
messa che nell'uffizio notturno. Vi
si leggevano gli atti de'martiri, le
omelie de'padri, come si fa ancora
colle lezioni; era cosa naturale pre-
ferire per questo uffizio uomini che
avessero la voce più sonora, il tuo-
no più aggradevole, la pronunzia
i58 LET
più chiara degli altri. Il Bingliam,
Orìgin. eccl. 1, III, e. 5, t. II, p. 29,
osserva che nella chiesa di Alessan-
dria si permetteva ai laici anche
catecumeni di leggere in pubblico
la Scrittura sacra; ma sembra che
questa permissione non fosse in uso
nelle altre chiese, ed osserva che o-
ra i diaconi, ora i sacerdoti, talvol-
ta i vescovi, eseguissero questa fun-
zione, non essendo certo che sia sta-
ta proibita a quelli tra' laici che n'e-
rano capaci. I lettori avevano l'in-
combenza di custodire i libri o co-
dici sacri, per cui erano esposti a
molte molestie nel tempo delle
persecuzioni. Ai lettori fu anche
dato l'uffizio di cursori, e di portare
le lettere ecclesiastiche. La formola
della loro ordinazione, che si legge
nel Pontificale Romamtm, de ordi-
natione lectonim, indica che devo-
no leggere per quello che predica,
cantare le lezioni, benedire il pane
e i frutti nuovi. 11 vescovo gli
esorta a leggere fedelmente e pra-
ticare ciò che leggono, e li novera
tra quelli che ministrano la pa-
rola di Dio. Siccome anticamente
in alcuni luoghi, come in Africa,
apparteneva ad essi leggere l'episto-
la nella messa, e sul pulpito, tribu-
nale o ambone l'evangelio; s. Ci-
priano giudicava che un tale uffizio
non ad altri più convenisse che ai
confessori, i quali avevano patito per
la fede, ep. 33, 34; poiché aveva-
no confermato col loro esempio le
verità che leggeva no al popolo, dopo
aver colla stessa voce intrepidamen-
te confessato ai tiranni le divine
verità. Sebbene al presente il sud-
diacono canti l'epistola, non è asso-
lutamente cessato 1' uffizio dei let-
tori : essi sono destinati ancora a
cantare le lezioni dei mattutini e
le profezie, che quuiclie volta si leg-
LET
*ono nella messa avanti l'epistola.
f^. Lezioni e Profezie.
Nella Chiesa greca i lettori era- i
no ordinati colla imposizione delle ^
mani ; ma questa cerimonia non si
osservò riguardo ad essi nella Chie-
sa latina . Nella messa dei greci il
lettore legge tuttora l'epistola. Bal-
samone chiamò il lettore, semplice
prete. 11 Macri nella Notizia de^voc.
eccl. denomina il lettore greco Anci-
gnosta, ed Anngnosdcuni la lettura o
lezione. 11 quarto concilio di Car-
tagine ordinò che il vescovo dasse
la Bibbia in mano del lettore al-
la presenza del popolo dicendo-
gli: « Prendi questo libro e sii
lettore della parola di Dio; se
fedelmente eseguisci il tuo ministero,
avrai parte con quelli che ammi-
nistrano la parola di Dio ". Le
persone più ragguardevoli si reca-
rono ad onore di esercitare questo
uffizio: l'imperatore Giuliano e il suo
fratello Gallo in età giovanile fu>
rono ordinati lettori nella chiesa di
Nicomedia. Colla Noi'ella 1x3 di
Giustiniano I fu proibito di pren-
dere per lettori que'giovani che non
aveano dieciott'anni, perchè prima
aveano esercitato l' uffizio fanciulli
di sette e otto anni, che i loro geni-
tori di buon'ora avevano destinato
alla chiesa, affinchè per mezzo di
un continuo studio si rendessero
capaci delle più difficili funzioni del
santo ministero. Dal concilio calce-
donese pare che in alcune chiese vi
fosse l'arci-lettore o archi-lettore ,
come vi fu 1' arci-accolito, il VII
concilio generale permise agli abbati
che sono preti e che furono bene-
detti dal vescovo, d'imporre le ma-
ni ad alcuni dei loro religiosi per
farli lettori. Il Sarnelli nel t. XII
delle Lett . eccL, lett. XVI, Della po-
testà che si dà al lettore di bene-
LET LET tSg
dire il pane e i frutti nuovi, con- lib. I, cap. De nia^istr. S. Pula-
chiude che il lettore secondo il suo tii Apostolici. Anticamente il p.
ordine, ha la potestà di benedire Maestro del sacro palazzo apo-
ii pane e i frulli nuovi, e deve be- stolico [Vedi), approvava i let-
nedirli con fare il segno delia ero- tori delle scienze che s'insegnava-
ce colla mano. V. Chardon, Storia no dentro il medesimo palazzo ove
de' sacramenti t. Ili, cap. II, dei era l'università romana. Ma Leone
ministri inferiori della Chiesa. No- X credette meglio trasferire tali
teremo per ultimo, che nei primi scuole nell' edilìzio della Sapienza
secoli uomini di matura età, ed o Università Romana [Vedi), ed
insigni per virtù e dottrina erano allora i lettori del palazzo, diveu-
promossi all'ordine del leltorato, ma nero lettori della Sapienza. Il cita-
nei secoli posteriori lo si vide eser- to p. F'ontana, a p. 189 termina il
citato da giovani di poca età. Vi fu- suo dire sui lettori del palazzo a-
rono poi le Scìtolae leclorum, nelle postolico così. » Dalle quali cose
quali gli individui, che vi erano ad- tutte manifesto apparisce, che vi fu
detti, si applicavano non solo alla nel sacro palazzo apostolico una
lezione de' santi libri, ma ad ap- università e scuola, nelle f(uali i let-
prenderne altresì Tinlelligenza. tori ed i baccellieri ordinari e straor-
LETTOPiI DEL SACRO PALAZ- dinari e i biblici insegnavano ; che
eo APOSTOLICO. Istituite le scuo- ivi si pigliavano pel p. maestro del
le nel palazzo apostolico, lectores sacro palazzo apostolico che presie-
tacri palata furono detti i lettori deva a quella università , i gradi
delle scienze che ivi s'insegnavano: del magistero, ed alle risoluzioni e
fra questi fiorirono molti illustri decisioni del quale tutti i lettori
uomini, per santità, dottrina e di- dell'università si rimettevano. I quali
gnità ecclesiastiche. Nel declinare lettori non debbonsi confondere coi
del secolo XllI esercitarono l' uffi- maestri del sacro palazzo apostoli-
zio di lettori i minori francescani, co, dappoiché chiaramente si vede,
cioè quelli che registrammo nel che in quegli slessi tempi ne' quali
Tol. XXVI, p. 84 del Dizionario, i mentovali lettori insegnavano nel
tra' quali tre furono creati cardi- sacro palazzo, erano pure nell'apo-
nali. Lo furono ancora e non mae- stolica curia i maestri del sacro pa-
stri del sacro palazzo i domenica- lazzo. Si vede dunque che gli scrit-
ni, b. Alberto IMagno, il dottore tori ingannati da certa tal quale
della Chiesa s. Tommaso d'Aquino, similitudinej confusero i lettori del
ed il b. Ambrogio Sansedoni. Cle- sacro palazzo coi maeslri del sacro
mente VI nel i35o creò cardina- palazzo, giacché questo nobilissimo
le Giovanni de Molin domenicano, magistero istituito da s. Domenico,
generale del suo ordine, già da lui tuttora esiste nel suo illustre ordine".
fatto Del i347 lettore del sacro LETTURA^ Leclio. Il leggere.
palazzo apostolico. I lettori e bac- Lettore dicesi il leggitore che leg-
cellieri domenicani del sacro palaz- gè, ovvero il professore che inse-
zo apostolico sono riportati dal p. glia le scienze, le belle arti, ec.
Fontana, Syll. magi.slr. S. P. Jpost. V. Università'. Della lettura del-
a pag. 183 e seg. 11 p. Catalani le lezioni dell'uffizio divino, V.
traila dei lettori domenicani, nel Lezioni. Leltore da tavola chiama-
i6o LET
si nelle comunità quello il quale
legge (1 mante il pranzo e la cena ;
su di che sono a vedersi gli arti-
coli Banchetti e Convito. Presso
ì greci ed i romani eravi nel-
le grandi case un domestico de-
stinato a leggere durante i pasti
e specialmente durante la cena.
Eravi parimente un domestico let-
tore, forse qualche schiavo o qual-
che liberto, nelle case de' privati
cittadini, nelle quali facevasi pom-
pa di buon gusto e di amore per
le lettere. Talvolta il padrone del-
la casa o il padre di famiglia pi-
gliavasi la briga di leggere ; l'im-
peratore Severo, per esempio, leg-
geva sovente egli slesso ne'convili
famigliari. I greci stabilirono de-
gli anagnosti, che poscia applica-
rono o destinarono ai loro teatri,
affinchè leggessero in essi pubbli-
camente le opere de'poeti. Gli a-
nagnosli de' greci e i lettori dei
romani avevano maestri apposita-
mente destinati, che loro insegna-
vano a leggere bene e corretta-
mente, e questi chiamavansi dai la-
tini praelectores. In Francia la
lettura in tavola già era stabilita
«ella tavola dei re sotto Carlo
Magno, dappoiché l'antico costume
de'greci e de' romani si propagò
in Italia, in Europa, e in altre re-
gioni.
La lettura ha per fine l' impa-
lare, l' istruirsi e il dilettarsi , cou
l'acquisto delle cognizioni che sono
contenute ne' libri : essa è più ne-
cessaria che le nozioni delle regole
e de' metodi per apprendere le
scienze. La lettura ha grande in-
fluenza sulla primaria istruzione;
essa è il più solido niilriuiento dello
spirito, e la sorgente delle più bel-
le cognizioni. Risveglia il genio ,
inliamma l' entusiasmo, e fa pro-
LET
durre opere eccellenti ; ad essa si
deve il numero infinito d' insigni
scrittori e di uomini scienziati che
hanno arricchito più o meno i se-
coli. I caratteri dipingono la pa-
rola e parlano agli occhi. Ora
passiamo a dire di alcuni gran-
di amatori della lettura , oltre
quelli che registrammo all'articolo
Letterato [Vedi), forniti di prodi-
giosa memoria, come di quelli che
divennero smemorati. Calisto III
non ostante la sua grave età e le
cure del pontificato, tutto il tem-
po che poteva disporre l'impiega-
va alla lettura, o almeno si face-
va leggere da altri. 11 cardinal
Gozio Battaglini dottissimo, era
dotato di una memoria cos\ tena-
ce, che le cose lette una volta
mai più le dimenticava. Benedetto
XI II oltre lo studio della sacra
Scrittura e de'concilii, lesse inte-
ramente per ventiquattro volte
gli annali ecclesiastici del Baronio.
Francesco da Narni udendo una
sola volta leggere due gran carte
d'un libro non prima da esso
sentite, il tutto speditamente reci-
tava come se avesse avuto il li-
bro davanti ; ed essendogli repli-
cato, cominciando dall'ultima pa-
rola, addietro ritornando alla pri-
ma, recitava il medesimo. Plinio il
giovane, anche andando a caccia
notava ciò che leggeva, mentre
aspettava al varco le fiere: egli e
Plinio suo zio furono chiamati
divoratori di libri, per cui si fece-
ro ammirare per la loro immensa
erudizione. Il p. Antonio Carac-
cioli notava ciò che leggeva o sen-
tiva d'interessante, relativo a' suoi
studi. Oggidì la smania della let-
tura è giunta tanto oltre, che in
alcuni luoghi si è incominciato ad
introdurre piccole librerie nelle
LET
carrozze. V, Libbi, e per le disci-
pline sulla lettura de'libri proibiti,
I,\Dit:E de'libri proibiti.
Nel i836 coi tipi del Mancini,
fu stampata la Prolusione sulla let-
tura considerata nel doppio aspet-
to dell' utilità e del piacere, del
prof, e p. m. fr. Tommaso M. Bor-
getti domenicano. In questa bella
dissertazione enumerò i vantaggi
della lettura, e le regole colle quali
soltanto si può raccoglierne i frutti
preziosi. Primieramente dice che la
lettura ha per iscopo il divertimen-
to o l'istruzione: nel primo caso
è la sorgente de' piaceri lusinghie-
ri, dolci ed onesti della vita; nel
secondo è la fonte di tutte le co-
gnizioni, quindi considera la lettura
nel doppio aspetto dell'utililà e del
piacere. Il fanciullo ne ritrae immen-
so profitto, pei vantaggi che ne deri-
vano sia nelle cognizioni che acqui-
.sfa, sia nello sviluppo dello spirito
e del buon senso, sia per appren-
dere le scienze. I grandi uomini
fecero vedere innanzi tempo un gu-
sto particolare per la lettura: que-
sta scuote da una specie di letargo
i talenti, ne manifesta le differenti
qualità, e gli sprona a ricerche for-
se non tentate sino allora. Quanti
genii non sarebbero per sempre re-
stati sepolti per così dire nelle mi-
niere, se la lettura de' classici, degli
storici, e d' ogni specie di libri di
erudizione non avesse fatto loro
sviluppare 1' ingegno di cui loro
era slato largo Iddio autore di tut-
to? La lettura quindi aumenta i
talenti , li mette in azione , ingen-
tilisce, ed in certo modo supplisce
alla sterilità dello spirito con isco-
prire in esso dei tesori. La lettura
presentandoci di grandi esempi, de-
sta la nostra emulazione, ed innal-
za r anima colia bellezza della ve-
Vot, xxxvm.
LET 16.
ra gloria. Con la lettura si cambia-
no le ore noiose in altrettante de-
liziosissime, ed a fronte di dispia-
cevoli circostanze ci fa gustare qual-
che piacere. Colui che ama la let-
tura non è mai solo, benché fosse
nella più remota solitudine ; essa è
fonte inesausta di dolci consolazio-
ni. Disse Seneca: senza il soccorso
delle lettere, 1' ozio del ritiro è una
specie di morte, ed è come la tom-
ba d' un uomo vivente. L' amore
dello studio è la passione che in
noi vive quanto noi slessi, e pro-
lungandoci l'esistenza intellettuale
col farci ricchi di nuove idee, e ri^
chiamando nella mente quelle già
acquistate, riesce meno pesante la
vecchiezza e le infermità, distraen-
do le idee importune e accompa-
gnando di pace gli ultimi suoi mo-
menti. Nei disagi della vita la lel^
tura è il ristoro più dolce, come
è il balsamo più efficace per le fe-
rite dell' anima. La buona scelta
però delle letture è importante per
tutte r età : fuvvi un tempo nel
quale la penuria de' libri era il
principale ostacolo che si opponeva
ai progressi del sapere e alle inda-
gini del genio; ora la loro molti-
plicità è altrettanto nociva. Diceva
un fdosofo : Leggete gli antichi con
rispetto, ed i moderni senza invi-
dia; ed' altro filosofo: vi sono cer-
tuni i quali credono d' imparare
nel breve spazio di un giorno, ciò
che un altro ha pensato in venti
anni. Vi sono alcuni che leggono
non pel fine lodevole d'istruirsi j
ma bensì per quello di criticare,
giudicando senza appello le opere
che non sanno comprendere, e ten-
tando deprimere il merito altrui ^
suppongono con tal mezzo conse-
guire quel rango che ricusano di
dare agli altri. La meta delle let*
1 1
i62 LEU
ture non deve essere vana osten-
tazione di sapere, ma deve aver
per fine, che il frutto debba con-
vertirsi in virtù. Disse Plutarco :
Io fo più stima dell' ape che estrae
da vari fiori il miele , che della
donna che ne fa degli eleganti
mazzetti. In somma il discorso del
lodato religioso è pieno d' istruzio-
ne, di consigli morali, e di saggie
e dotte osservazioni ; riprovando
giustamente la lettura de' romanzi
pei loro perniciosi effetti, quella di
tanti frivoli e insipidi libri da cui
è inondato il nostro secolo, e quel-
la deplorabile dei libri di liberti-
naggio , che alterando i costumi ,
conducono alla perdita della reli-
gione. Termina la prolusione con
ripetere le parole del gran Bossuet:
Studiate, leggete; per quanto spazio
abbiate, o crediate di aver supera-
to, ve ne resta ancora. Quali sie-
no i limili dell' ingegno umano non
è dato a noi di conoscere. Rilevasi
solo, che l'acquisto maggiore delle
cognizioni apre sempre un'ulterio-
re carriera a trascorrere, avendo in
questo pure voluto Iddio marcare
in certo modo sul nostro spirito
un'idea della sua infinità.
LEUCA o LEUCADIA. Città
vescovile antichissima nel regno
delle due Sicilie, nel paese dei
salenlini, nella provincia di Terra
d'Otranto, distretto d' A lessano, ora
borgo di amenissima situazione. E
celebre per un santuario chiamato
la Madonna di Fiuisterra. La sua
sede vescovile eretta nel secolo X,
chiamata di s. Maria di Leuca, suf-
fraganea dell'arcivescovo d'Otranto,
fu trasferita ad Alessano. Italia
sacra t. X, pag. 121. Ivi si dice
che fu vescovo di Leuca Goffredo,
che nel 1282 fu trasferito al ve-
scovato d' Ugento.
LEU
LEUCA o LEUCE. Sede ve-
scovile della provincia di Tracia,
neir esarcato del suo nome, sotto
la metropoli di Filippopoli, fu e-
retta nel IX secolo. Simeone suo
vescovo assistè al concilio di Fozio,
nel pontificato di Giovanni VIII.
Oriens christ. t. I , p. 1167.
LEUCA. Sede vescovile dell'i-
sola di Cipro sotto la metropoli
di Candia, come abbiamo dal Mi-
reo, Nolida epìscopatuum p. 182.
Il Baudrand nel Novunt lexicon
geographiciim, dice che Leuca fu
città vescovile nell'isola di Cipro,
di cui Lucano scrisse nel lib. V:
Antiquusque Taras secretaque lit-
tera Leucae. Ma Commanvilje e
Terzi non ne fanno menzione. Le
proposizioni concistoriali così espri-
monsi : Leuca insula Cypri cù'itas
episcopalis, nota etiani in aciis
conciliorum, eo quod sub infide-
liuin polestate nianeat e/'us status
non est referendus. Al presente
Leuca, Leucen, è un titolo vesco-
vile in partibus, sotto l'arcivescova-
to pure in partibus di Candia,
che conferisce la santa Sede. Ne
furono per ultimo insigniti Stani-
slao Zarnowicki ; Filippo de An-
gelis d'Ascoli, fatto da Leone XII
nel concistoro de'3 luglio 1826,
non che vicario e visitatore apo-
stolico di Forlì, indi nunzio della
Svizzera, ed arcivescovo di Carta-
gine nel i83o, e dal Papa che
regna creato cardinale ed arcive-
scovo di Fermo. Lo stesso Gre-
gorio XVI fece vescovo di Leuca
l'odierno vescovo di Killaloe mon-
signor Patrizio Kennedy, e nel
concistoro degli 8 luglio 1889 no-
minò allo stesso titolo monsignoi
Domenico Angelini di Ascoli, e
suffraganeo di Sabina^ indi Ui pro-
mosse al commissarialo della santa
LEU
Casa di Loreto, carica che funge
tuttora.
LEUCA,LEUCADE o LEUGA-
DIA. Sede vescovile del primo E-
piro ueir esarcato di Macedonia ,
in una piccola isola sulla costa
deli' Albania. Eravi in quest'isola
una città, cui Strabone dà pure il
nome di Nerilo, e la quale fu se-
de vescovile nella provincia del-
l'antico Epiro, diocesi dell' Illiria
orientale, sotto la metropoli di
INicopoli. Leucadia o Leucasy chia-
mata s. Marta, è una delle isole
jonie nel naare del suo nome, pres-
so la costa del sangiacato turco di
Jannina^ ed è quella appunto che
dagli antichi greci fu chiamata Ne-
rilis , cosi detta dal nome della
città di Nerito, una delle principa-
li, poi dai greci e dai latini appel-
lata Leucadia. In appresso l'isola
acquistò il nome di s. Maura, a
cagione di un monastero con chie-
sa erettavi in onore di tale santa.
Dopo la decadenza delle repubbli-
che greche, l' isola cadde sotto il
dominio de'romani^ mentre era dei
corciresi.- Dominata dagl'imperatori
d' oriente, ebbe in seguito i suoi
propri principi, finché nel i479
gl'isolani la consegnarono a Mao-
metto IL I veneti poco la posse-
dettero, indi si liempì degli ebrei
espulsi dalla Spagna da Ferdinando
V. Diventata l'isola nido di pirati,
nel 1684 il veneto Morosini l'oc-
cupò, onde la repubblica di Ve-
nezia solo nel 17 15 la restituì ai
turchi. B'inalmente soggiacque ai
destini di Corfù e delle altre isole
jonie. L'isola era celebre pel tem-
pio di Apollo, e per la rocca di
Leucade curvata sopra il mare, da
cui gli amanti, tra'quali la famo-
sa Saffo, si lanciavano nel mare
colla lusinga di guarire dalla loro
LEU i63
passione amorosa. In somma l'an-
tica Leuca, un miglio distante dal
mare, si vuole rimpiazzata in oggi
da s. Maura. 11 nome di Leuca
o Leucade non trovasi nelle anti-
che Notizie, nemmeno in quella di
Jerocle. La Notizia che si attri-
buisce all' imperatore Leone ne fa
menzione come di un arcivescovato.
Anche Commanville , che la dice
eretta sotto la metropoli di Le-
panto, attesta che poi divenne nel
IX secolo arcivescovato onorario.
Il prim9» vescovo che si conosca
di Leucadia fu Giovanni che assi-
stette al concilio del patriarca Si-
sinnio nel 997. Tra i suoi succes-
sori vi fu Natanaele , che portossi
a Roma per chiedere la comunio-
ne al sommo Pontefice, verso la
metà del secolo XVII. Dopo di
lui sono notati Alipo, Antimo, ed
Eugenio che sedeva verso il 1720.
Oriens chrìst. t. II, p. iSi.
LEUCIO (s.), martire. Sofferse
molti tormenti e diede la vita per
la fede, ad Apollonia in Frigiaj
durante la persecuzione di Decio,
circa la metà del terzo secolo. È
menzionato nel martirologio roma-
no sotto il giorno 28 gennaio, in-
sieme ai ss. Tirso e Callinico, che
furono suoi compagni nel mar-
tirio.
LEUCOSIA. r. NicosiA.
LEUFREDO (s.), abbate dell;t
Croce in Normandia. Nacque di
cospicua famiglia nel territorio di
Evreux, e compiti gli studi a
Chaitres fece ritorno alla patria,
ove fabbricò un oratorio di cui fu
vietato r ingresso alle donne. Si
diede intieramente alla pratica del-
le opere buone, particolarmente
alla istruzione de' fanciulli e al sol-
lievo de' poveri. Desiderando me-
nare vita piìi perfetta, si allontanò
i64 LEU
dalla patria per porsi sotto la gui-
da di un certo Bertrando, solita-
rio per esimia santità rinomato,
che dimorava a Cailly nella dio-
cesi di P\.ouen, e poco dopo prese
l'abito nel monastero di s. Sido-
nio recentemente fondato nel pae-
se di Caux. Ad insinuazione di s.
Ansberto arcivescovo di Rouen ,
che assai lo stimava, ritornò nella
sua patria per moltiplicarvi il nu-
mero dei veri servi di Dio. Fer-
matosi due leghe distante da E-
vreux, in riva al fiume Euro, nello
stesso luogo in cui s. Audoeno
aveva eretto una croce in i-icor-
danzar di una che glien'era apparsa
splendentissima, vi edificò una cap-
pella, e poscia un monastero con
una chiesa in onor della Croce,
degli apostoli e di s. Audoeno .
Governò per quaraut'anni quel mo-
nastero, rendendosi assai riguarde-
vole pel suo amore all'orazione, al-
le veglie e al digiuno, e per la
sua bontà verso i suoi religiosi,
non meno che pel suo impegno
nel mantenervi l'osservanza. Mori
nel 738, e fu seppellito nella chie-
sa di s. Paolo, che avea fatta edi-
ficare egli stesso ; ma poscia fu
trasferito in quella della Croce, e
di là a s. Germano dei Prati a
Parigi. S. Leufredo è menzionato
nel martirologio romano il dì 2 1
di giugno.
LEUWARDEN, LEEWARDEN,
o LEWARDEN, Leovardia. Città
vescovile dei Paesi Bassi, capoluo-
go della provincia di Frisia, di
circondario e di cantone, suU'Ee.
È sede dell'autorità della provincia,
ed è cinta da un bastione in ter-
ra, preceduto da una fossa, ed in-
tersecata da un gran numero di
canali fiancheggiali d'alberi; assai
bene fabbricata, con strade larghe
LEV
e dritte. Possiede dodici chiese, «-
na delle quali rinchiude le tombe
dei principi d' Grange. Vi si os-
serva il palazzo comunale, l'arse-
nale, la borsa, la casa di correzio-
ne, il palazzo del principe d'Oran-
ge, e diversi stabilimenti d' istru-
zione e di beneficenza, non che di
industria, massime delle rinomate
tele. Tra gli uomini illustri che
vi nacquero, nomineremo lo storico
W^insennio . Leuwarden non era
anticamente che un borgo, e s'in-
cominciò a cingerlo di muro nel
I 190. Ad istanza di Filippo II
re di Spagna, Paolo IV a' 12 mag-
gio iSSg v'istituì la sede vesco-
vile, sotto la metropoli d'Utrecht,
nel territorio di dieci terre, per
settantadue miglia di lunghezza e
quaranta di larghezza. Assegnò tre-
mila ducali d'oro dalie decime, e
mille cinquecento ducati dal me-
desimo sovrano assegnati, cui diede
il diritto di nominare alla chiesa.
Ma per le note vicende dell'insur-
rezione scoppiata nelle Fiandre po-
co dopo, la sede vescovile restò
come soppressa.
LEVATRICE, Obstetrix. Quella
donna che assiste alla femmina
partoriente, e raccoglie il parto. È
assai probabile che ne' tempi più
antichi le femmine partorisseio
da loro , come fanno tuttora le
donne de'selvaggi; esse non allen-
devano che il soccorso di una ma-
no straniera venisse a facilitar loro
quella naturale operazione. Le ri-
flessioni che si fecero in seguito
sui diversi accidenti ai quali tro-
vavansi alle volte esposte le donne
soprapparto, persuasero della neces-
sità di ridurre a metodo una prati-
ca della quale importantissime era-
no le conseguenze; quindi si sa che
anco nei tempi antichi erasi trova-
LEV
ta i'arfe di assistere ai paiti. La
jwofessixjne delle levalrici è uua
delle più importanti della società,
avendo per oggetto la conservazio-
ii,e della vita, e perchè l'imperizia
di esse può talvolta cagionare la
morte di due persone, cioè della
madre e del figlio o figlia. Tali
in)portanti considerazioni e molte
altre hanno promosso in ciascuno
stato ben governato dei regolamen-
ti, i quali permettono l'esercizio di
(jiiesta professione a quelle donne
soltanto la cui capacità è ricono-
sciuta. La sacra Scrittura racco-
mandò la memoria delle levatrici
di Egitto, perchè nulla curando
gli ordini crudeli del re Faraone,
ebbero il coraggio di salvar mol-
ti figli maschi degli ebrei. 1 con-
cili i prescrissero tre cose relativa-
mente alle levatrici : i." che doves-
sero ottenere un attestato di catto-
licità, o dal parroco o dal vescovo;
2." che sarebbero elleno approvate
dal vescovo o dal suo vicario; 3."
eh' era loro dovere di procurarsi
almeno due testimoni , i quali assi-
stessero al battesimo, che esse in
caso di bisogno amministravano, ed
i quali potevano essere interrogati
dal parroco, quando il bambino
o la bambina veniva portato alla
chiesa. I medesimi concilii ordina-
rono ai parrochi d' invigilare alla
istruzione delle levatrici, sull'ammi-
nistrazione del battesimo.
LEVINA (s.), martire. Vergine
bretona, che ricevette la corona
del martirio sotto i sassoni, prima
che questi popoli si fossero con-
vertiti alla fede. Il suo corpo fu
per molto tempo custodito a Sea-
ford, presso Lewes, nel paese di
Sussex. Nel io58 le sue reliquie
furono portate in Fiandra con quel-
le di s, Ideberga vergine, ed una
LEV i65
parte di quelle di s. Osvaldo, e
sono ancora a Berg-san-Winock.
Elleno sono state onorate da un
gran numero di miracoli, massime
nella loro traslazione. La chiesa
brita:mica onorava s. Levina il dì
24 di luglio.
LKVIS Filippo , Cardinale. Fi-
lippo Levis de' baroni di Quelci e
di Cousan, di nazione francese, do-
po aver ottenuto il vescovato di
Agde nella Linguadoca , fu trasfe-
rito alla metropolitana d' Auch in
Guascogna, e da Pio II nel 1462
o i463 a quella di Arles. Per la
sua singoiar probità e chiarezza del
sangue Sisto IV ai 7 maggio i^jS
io creò cardinale prete del titolo
de' ss. Marcellino e Pietro. Mori
in Roma dopo due anni nel \^j5
in eia di quaranta anni. Fu sepol-
to nella basilica Liberiana, ove sul-
la porta santa gli fu eretto un
magnifico avello, rappresentandosi
il cardinale giacente, con onorevole
epitaffio. Nella chiesa di s. Giorgio
in Velabro, dal lato sinistro del-
l'altare maggiore, si vede una lapi-
de in forma ovale , la quale sup-
pone che il cardinale sia sepolto
in quel tempio.
LEVITI. Ebrei discendenti della
tribù di Levi, così chiamata da
Levi figlio di Giacobbe e di Lia, e
principalmente quelli ch'erano im-
piegati negli uffici più intimi del
tempio, per distinguerli dai sacer-
doti discendenti da Aronne, i qua-
li erano pure della stessa tribù
per via di Caath , ma impiegati
nelle più elevate funzioni del tem-
pio. Dio scelse i leviti, in vece dei
primogeniti di tutto Israele, in ser-
vigio del suo tabernacolo e del suo
tempio, per le funzioni del cullo
divino. Erano essi incaricali di
farvi la guardia di notte e di gior-
j66 lev
no, e di portarvi tutte le cose ne-
cessarie, sotto la direzione de' sacer-
doti, cui essi davano la decima del-
le decime medesime, che Dio avea
loro accordato per la propria sus-
sistenza su tutte le granaglie, sulle
frutta o sugli animali ; dappoiché
essi non possedevano alcuno stabile,
tranne quarantotto città assegnate
a loro dimora in tutte le tribù,
con alcuni campi, pascoli e giardi-
ni all'intorno. Quando i leviti ser-
vivano nel tempio, si pascevano del-
le offerte ed oblazioni fattevi : ser-
vivano per turno e in ciascuna
settimana come i sacerdoti. Prin-
cipiavano la settimana col gior-
no di sabbato, e la terminavano
nel giorno medesimo della setti-
mana seguente. Non vestivano abi-
ti diversi da quelli degli altri i-
sraeliti, finché Agrippa re de'giu-
dei permise loro di portare la
tunica di lino nel tempio come i
sacerdoti, cioè sei anni prima che
il tempio fosse distrutto dai roma-
ni. I leviti corrispondevano a un
di prezzo ai nosti'i diaconi, per cui
Prudenzio nell'inno in onore di s.
Lorenzo martire arcidiacono ro-
mano, lo chiamò Levita suhliinis
gradiis, ed altri lo appellarono ar-
chi lei'ùa. Dalla enumerazione che
Salomone fece de'leviti dall'età di
venti anni, se ne trovarono tren-
tottomila capaci di servire : ne
destinò ventiquattromila al mini-
stero quotidiano sotto i sacerdoti ]
seimila pe^' essere giudici inferiori
nelle città, e decidere le cose ap-
partenenti alla religione^ ma non
di grande importanza; quattromila
per essere portinai ed aver cura de-
gli ornamenti del tempio ; e il re-
sto per fare l' uffizio di cantoi i.
lissendo Mosè della tribù di Le-
vi, gl'increduli lo accusarono di a-
LEY
ver avuta per essa una particolar
predilezione con pregiudizio delle
altre tribù. Mosè viene difeso dal
Bergier e da altri, ed i suoi di-
scendenti non erano che semplici
leviti.
LEVRIERE, Orrfwe equestre. Nel-
l'anno i4i6 molti /ignori del du-
cato di Bar si unirono e formarono
una societàj la di cui insegna eia
un cane levriere con un collare a-
vente l'epigrafe: Toni un, tutto
uno. Essi promisero di amarsi vi-
cendevolmente , di mantenere la
loro parola, di difendere quel qua-
lunque de' suoi compagni contro
r altrui maldicenza, e di renderlo
in pari tempo di ciò avvertito. O-
gni anno eleggevano tra di loro
un re, e si adunavano per le loro
assemblee nel mese di novembre
nel giorno di s. Martino, e nel
mese di aprile il giorno di s. Gior-
gio. Se qualcuno avea commesso
qualche mancamento , ne veniva
ripi'eso dal re, e da cinque o sei
altri della società. Chi mancava
alle assemblee senza legittimo im-
pedimento, pagava una marca di
argento. Nella compagnia le accet-
tazioui de' cavalieri si facevano dal
ve, da otto o dieci de'più qualifi-
cali, oltre il consenso del duca dj
Bar, che prometteva di proteggerli
con tutte le sue forze. Se alcuno
de'cavalieri era offeso, dovea invo-
car la giustizia del duca, o di quel
signore nello stato del quale si tro-
vava l'offensore, ed in caso di ne-
gativa I cavalieri erano tenuti pren-
derne le difese. Helyot t. VIU, p,
353.
LEYRA. Luogo della Navarra
nella Spagna, nove leghe lungi da
Pamplona , celebre pel monistero
ed abbazia di s. Salvator di Leira
o Lcyra dell'ordine cistcrciense,
LEZ LEZ 167
presso la riva destra dell'Aragona, rito semplice, tre sole lezioni si
La chiesa è osservabile pei suoi hanno al mattutinu , e due o
ornamenti, e per essere stato il almeno una di esse è sempre
luogo di sepoltura per molti re di presa dalla scrittura occorrente. An-
Navarra : il monastero godeva pri- ticamenle quando l'olllcio era sem-
ma considerabili rendite. In que- pre ad un incirca il nostro feria-
sto luogo vi si tennero due concilii. le, la memoria de' santi che ca-
li primo nel 1022 intorno ai pri- desse in quel dì si celebrava colla
vilegi della medesima abbazia di s. semplice commemorazione, a un di
Salvatore. Il secondo nel 1070 sullo prezzo come attualmente si pratica
stesso argomento. Aguirre t. Ili ; pei santi che diconsi semplici, quan-
Mabillou , Aniial. s. Bcned. t, V, do cadono in una feria eccettuata
p. 3 1 . che fa omettere la loro lezione
LEZIONE, Lectìo. Ciò che leg- propria, lasciando la commemora-
gesi o nella messa, che altrimenti zione solamente. Egli è da avver-
chiamasi epistola, o nell' uffizio di- tirsi come provvidamente la Chiesa
vino. Viene chiamata lezione^ per- in occasione di queste ferie ha ri-
cliè si legge e non si canta; tutto tenuto una viva forma dell' anti-
al più vi si dà una leggiera in^ chissirao rito dell'officio, acciò gli
flessione di voce, come avverte il ecclesiastici di tanto in tanto si
Wacri, Not. de vocab. eccl. Per vedessero rimessa dinanzi agli oc-
trovare l' origine di queste lezio- chi la rispettabile pratica de'mag-
ni che si fanno nella liturgia giori, e si stringesse sempre quel-
crisiiana non è d'uopo risalire al- lo spirito di unità, che incatena
l'uso della sinagoga. Senza dubbio tutti i secoli della Chiesa. Il ven.
gli apostoli non ebbero bisogno di cardinal Tommasi, per una special
un tale esempio per esortare i fé- divozione all'antico rito, avea otte-
deli a leggere nelle loro assemblee nuto particolar indulto dalla santa
i libri santi. Per fare queste lezio- Sede, di recitar sempre l'ofticio ia
ni fu stabilito l'ordine ùc Lettori tal modo.
(F''edi). Le lezioni^ dopo i salmi, Nel giorno poi della domenica,
occupano il maggior spazio del che tutti i fedeli si adunavano
breviario, e sono per la massima alla chiesa, l'officio è stato sempre
parte cavate dalle divine scritture, più lungo, con più salmi, più le-
e quindi di ispirazione immediata zioni, ec. quasi doppio degli altri
dello Spirito Santo. Esse si leggono giorni. L'odierno officio domenica-
ai mattutino soltanto. L'uffizio fé- le, con tre notturni e nove lezioni,
riale che conserva più espressamen- ne serba l'immagine. Simile anti-
le l'antica forma e rito, ne ha so- camente si recitava 1' officio nelle
le tre , che sempre si pigliano solennità del Signore, nelle quali,
dalla Scrittura dell* antico e del come nella domenica, il popolo
nuovo Testamento; e nelle ferie era tenuto di convenire ad synU'
più solenni , nelle quali si leg- xitii. Quindi tale officio si disse
gono dal vangelo , vi si aggiunge similmente doppio. Per alcuni se-
l'omelia di un santo padre che ne coli non si celebrò la memoria di
inteipreta il testo. Anche quando altri santi fuorché de'martiri. Di
l'offizio è di un qualche santo di quelli che oggi diciamo confessori,
i68 LEZ LEZ
s'inserivano i nomi ne'sacri Dìttici materie, mediante la sacra con^re-
(Fedi), e si leggevano in tempo gazione de'riti, appartengono al di
della liturgia. Si cominciò in prò- lei esame ed approvazione, da
gresso a farne memoria anche nel- chiunque sieno composte, le lezioni
l'officio, lo che avvenne forse però o leggende che s'inseriscono nel-
più tardi, co'nomi delle vergini e l'uffizio de'nuovi santi. Il Durando,
delle vedove, ec. E siccome erano nel Rntionak cap. 3, n. 43, lib. V,
destinati espressamente de' chierici prova l'antichissimo uso delle le-
e in ispecie de'diaconi, che raccoglie- zioni, adducendo le testimonianze
vano e sceivevano gli atti del di Cassiano, De coenob. inslit. lib.
martirio, di chi lo soffi-iva in seno 2, cap. 6. Anche Sigiberto ne fa
della cattolica fede e per lei; laon- memoria all'anno 807, e Agoberto
de tali atti a comune eccitamento al cap. 29 de correct. Antiphona-.
ed edificazione si leggevano al pò- ''"• Col titolo similmente di lezio-
polo in tempo ch'era adunato alla "' si chiamavano altre volte i
chiesa. Cessate che furono le per- Capitoli [Fedi), che tuttora si re-
secuzioni, in mancanza di nuovi, citano a prima ed altre ore mi-
si andò ripetendo la lettura degli nori, come anche alle laudi del
atti antichi, e questa cominciò a mattutino, e si distinguevano dalle
far parte dell' officio divino nelle alfie colf aggiunto di Lcctiones
memorie de' martiri. Nel concilio breves. Di esse che ordinariamente
di Laodicea, circa 1' anno 366, si sono prese allo stesso modo dalla
fa menzione di tale uso ; e s. A- Scrittura, parla in alcune lettere
gostino nel serm. 2 di s. Stefano, il P- d. Ermanno Schenk, e il ven.
ile parla come di cosa già comu- cardinal Toramasi nel t. IV della
uemente introdotta. Comechè poi sue opere. Qui è da notarsi che 1«
a similitudine di tali festive com- lezioni della Scrittura, incoinin-
uiemorazioni de'martiri, s'introdus- ciando dalla Genesi, il di cui
sero in seguito, come si è detto, principio si pone nella domenica
quelle de'confessori e delle vergini, di settuagesima, si vanno distri-
così a somiglianza degli atti del buendo negli ofllci dell'anno iu
martirio de'primi, si pensò natu- modo, che qualche parte se ne
Talmente a distendere una sue- venga a leggero di ogni libro dei-
cinta leggenda e autentica delle l'antico Testamento e del nuovo :
virtuose gesta di questi ; quindi le di qui è, che i principii de' libri
lezioni proprie de' santi. Quelle santi, se siansi dovuto ommetterli,
che abbiamo di s. Ambrogio, di si trasferiscono in altro giorno,
s. Agostino e di altri padri che II libro delle lezioni, detto Le^
spesso nelle loro opere si trovano zionario, lectionariuni, leciionarius
col titolo di Serniunes in natali liber, contiene le lezioni che si
ss. NN. ci possono servire di e- leggono nell'uffizio divino. Antica-
sempio. Alcune se ne trovano già mente chiamavansi lezionarii i li-
inserite nell'ufficio de'santi più an- bri che contenevano non solo le
tichi ; e ne' posteriori tempi, spe- lezioni, ma anche l'epistole e gli
cialniente dopo che la Chiesa ro- evangeli che si dovevano cantare
matia incominciò a dare un ordine in coro nel decorso dell'anno. Nar-
vieppiù autentico e (isso a queste ra il Macri, che le lezioni del bre-
I
LEZ
viario furono raccolte da s. Giro-
lamo per ordine del Papa s. Da-
rnaso J, formandone un intero li-
bio che si chiamò Leclionariuni o
Comes .V. Hitronymi. Le vile dei
santi che si leggono nel secondo
iiotturno, furono raccolte o com-
poste da Paolo Diacono e da U-
SLiardo per ordine di Carlo Magno.
Quelle però che si leggono in og-
gi sono slate corrette dai cardinali
Baronio e Bellarmino per ordine
di Clemente Vili. Le lezioni del
venerdì santo si leggono senza ti-
tolo, perchè la Chiesa è priva del
suo capo Gesù Cristo, e neppure
nel sabbato santo, perchè Cristo
non è ancor comparso agli aposto-
li, come osservano Gemm. lib. 3,
Gap. 89, e Buperto lib. 7, cap. 9;
ovvero, secondo Alcuino, per di-
notare la cecità de'catecumeni non
ancora illuminati col santo battesi-
mo. Terminate le lezioni si trala-
sciano pure nel triduo della setti-
mana santa le parole, che soglio-
no dirsi mai sempre inginocchioni
per domandar perdono delle colpe
o mancamenti commessi nel legge-
te : Tu aiiteni Domine miserere
iiobis j e ciò in segno di mestizia,
per cui ancora si tralasciano nel-
l'uffizio de'morti. In alcune chiese
in questo ultimo uffizio, in vece
delle dette parole, si dice : Beati
morluif qui in Domino moriuntur.
Anticamente prima che si inco-
minciasse a leggere le lezioni, il
diacono avvertiva che si tacesse,
per attendere alle divine parole,
come si ha da s. Agostino, De
civit. Dei lib. 22, cap. 8 ; e da
s. Isidoro, De eccl. off. lib. i.
Questo rito viene osservato dalla
Chiesa greca, perchè prima di co-
minciar la lezione il diacono dice
^d aita voce: attendamiis j e se
LEZ 169
non VI è il diacono fa lo stesso il
sacerdote. Questa cerimonia si pra-
tica ancora nella Chiesa ambrosia-
na, dove ad alta voce prima di
cominciare la lezione si dice : si-
lenlium hahcle. Inoltre anticamente
prima della lezione segnavansi gli
uditori col segno della croce, scri-
vendo s. Isidoro, loco citato cap,
X: Clini leclio legitur, facto sileu'
tio, acque audiatur a cunclis^ navi
et si lune sitperveniat quisque, cuni
leclio celebratur, adoret Deuni, et
pr esigua ta fronte, aure ni soUicite
accomodet. La lezione udivasi
stando seduti, come si fa anche
oggi : i greci però stanno in piedi
quando leggono le lezioni del nuo-
vo Testamento e siedono a quella
del vecchio. Amalar. , De eccles,
off. lib. 3, cap. IO. Le dodici le-
zioni del sabbato santo si leggevano
in greco ed in latmo, per denota-
re l'unione delle due chiese, come
dicemmo al voi. IX, p. 5 e 6 del
Dizionario ; ciò che fu praticato
in Boma nel secolo passato sotto
Benedetto XIII. Il Bodotà, Del-
lorigine del rito greco in Italia
lib. HI, cap. XVI: Del rito delle
greche lezioni nelle funzioni eccle-
siastiche latine nelle chiese d'Ita-
lia, e delle lezioni latine nello
messe e solennità greche, ci dà
importanti erudizioni.
Delle lezioni che si cantano la
notte del Natale nella cappella
pontificia, di quella che canta il
Papa ed i cardinali, e della quin-
ta che cantava l'imperatore o al-
tro principe nella benedizione del-
lo iV/ocfO e berrettone (Fedi), eia
settima nel mattutino il medesimo
imperatore se in cappella era pre-
sente, ne parlammo a detto voi.
p. 107 e seg. j in oltre si possono
vedere gli articoli, Imperatore e
i-n LIB
JUBE DOMNE BENEDICERE. V. Ange-
lo Rocca, Oper. t. I, p. 219; De
precatione, cjua lectiones in macu-
lino praeveninius, nec non de fi-
ne, quo eas concludimuSj hoc est:
Juiìe Donine benedicere. Tu au-
teia Domine miserere nobis. Dea
graiìas. Veggasi inoltre il Barbosa,
De signif. myst. cap. IX, de lecdo'
nibus. Pompeo Sanie! li nelle Lelt.
eccl. t. IX, lett. XVII, n. 5, par-
lando delle lezioni dell'unìcio dei
morti, perchè prese dal libro di
Giobbe, riporta le parole di Dionisio
Cartusiano : merito lectiones prò
dffunctis Job suniptae snnt j qui
de generali resurreclione prae cae-
teris prophetis valicinatus est. Dei
diversi riti sulla recita delle lezio-
ni, scrisse un dotto articolo il oh.
d. Giovanni Diclich nel suo Dizio-
nario sacro liturgico , alla parola
Lezioni. Grande è poi la diligen-
za e circospezione della Chiesa nel-
l'esaminare ed approvare le lezio-
ni dei santi, che sono inserite nel
suo breviario. E pure perchè in-
volgono storie di puri fattij la sus-
sistenza de'quali dipende dalla fe-
de umana, la Chiesa non si arrose
in ciò r infallibilità, lascia la liber-
tà ai critici di discuterli, né con-
sidera per suoi avversari quelli che
talvolta la sentono diversamente
da lei, come scrisse il Macchietta
nel suo commeiilaiio del divino
olllcio al cap. 17. Molto di più
su questo proposito si può vedere
in Benedetto XIV, De canonizat.
ss. iib. 4j P- 2, cap. i3, n. 8.
LIBA Ni. Sede vescovile nella
provincia e sotto la metropoli di
Cizico neir esarcato d'Asia, se pu-
re non viene chiamata con altro
nome. Diversi vescovi latini ne
occuparono la sede, cioè Giacomo;
Giovanni I agostiniano che gli suc-
LIB
cesse nel iSga; Giovanni II no-
minalo dopo una lunga sede va-
cante da Calisto III nel i455;
Giovanni IH del i465; Gutterio o
Gonterio di Quinnones domenica-
no, fatto da Sisto IV nel 1477;
Alfonso da s. Cipriano spagnuolo
del medesimo ordine, nominato da
Alessandro VI nel 1492; Antonio
Gard pure domenicano, eletto dal-
lo stesso Pontefice nel luglio i5o2.
Oriens christ. t. Ili, p. 493-
LIBANO. 7^. Monte Libano.
LIBELL ATICO, Libellaticus. Nel-
la primitiva Chiesa, e principal-
mente sotto Decio, si diede il no-
me di libellatici a quei cristiani
che per timore di perdere i loro
beni, cariche e vita, ottenevano dei
biglietti o certificati dai magistrati
pagani, che loro servivano di at-
testali per giustificare che avevano
obbedito agli editti degl'imperato-
ri, ed impedire così che venissero
nuovamente molestati sulla loro
religione. Sia che questi libellatici
non rinunziassero poi al cristiane-
simo, come lo pretendono i Cea-
turiatori di Magdeburgo, e Tille-
inont, t. Ili, p. 3 18, 702, sia che vi
rinunziassero in secreto davanti i
magistrati, o da loro stessi andan-
do a trovarli, o per mezzo di
persone mandate da loro come
sostiene il Baronio all'an. 2o5, n. 4,
ed all'an. aSS, n. 6j in tutti i modi è
cei'to che il loro errore era sempre
grandissimo, tanto in un caso, quan-
to neir altro, e la Chiesa aveva
ragione di non ammetterli alla
sua comunione, se non dopo lun-
ghe prove, giacché dai loro bi-
glietti risultando che avevano sa-
crificato agli idoli , dovevano per
conseguenza essere trattati co-
me idolatri, quando anche essi
non avessero idolatrato. 11 nome
LIB
(Il libeìlalici dato a questi vili,
ro'Iardi ed indegni cristiani, deriva
deli biglietti che ricevevano , det-
ti in latino libelli, libellus. Fedi
Lassi. Si disse poi ancora libello
quella lettera o biglietto, di cui
parlammo agli articoli I.\dulge.\za
o Lettere ecclesiastiche, che i
martiri o i confessori davano nei
tempi delle persecuzioni ai cri-
stiani caduti in fallo, col quale
supplicavano i vescovi di rimetter
Icjio con indulgenza una parte
della penifenza canonica dovuta al
loro peccato. Questi libelli produ-
cevano due sorta di effetti, a quel-
li ch'erano in salute procuravano la
remissione d'una parte di tal pe-
nitenza, ed a quelli ch'erano mo-
ribondi, procuravano loro la ricon-
ciliazione in punto di morte, seb-
bene non l'avessero domandata in
vita, altrimenti sarebbero morti
privi di questa grazia, come lo
prova il p. Morino lib. q, cap. 24.
F. il Macri in Libetlatici.
LIBERA ME DOMINE. Respon-
sorio maggiore dell' uffizio de' de-
funti. Abbiamo un libro con que-
sto titolo : Esposizione o breve Irat-
la'o del responsorio maggiore delti
defonti. Libera me Domine, Paler-
mo per Giovanni Matteo Manda ,
i566.
LIBERATO (s), martire. Era
abbate di un monastero nella Bi-
zacena in Africa poco lungi dal
Capso. Al tempo di Unnerico re
de' vandali, gran fautore dell'aria-
nesimo, e fiero persecutore de'cat-
tolici, fu preso con altri sei fervo-
rosi s ervi di Dio, che si trovarouo
111 quel monastero, i quali erano
Bonifacio diacono, Servo e Rustico
suddiaconi, Rogato, Settimo e Mas-
simo monaci. C^ondotti tutti a Car-
tagine, e adoperati inutili sforzi per
LIB 171
guadagnarli colle promesse, furono
rinchiusi in una oscura prigione
carichi di catene . Poscia per ordi-
ne del re furono messi in un bat-
tello ripieno di fascine secche, e
legati sopra di esse per abbruciar-
li ; ma il fuoco che si tentò di ap-
piccarvi a diverse riprese, si estin-
se maisempre. 11 tiranno trasporta-
to da rabbia li fece moi'ire a col-
pi di remo; indi furono gettati io
mare i loro corpi, che vennero dal-
le onde respinti verso la sponda. I
cattolici diedero ad essi onorevole
sepoltura nel monastero di Bignè.
Si colloca il loro martirio all'anno
483, e la loro festa si celebra ai
17 di agosto.
LIBERAZIONE, Ordine equestre.
Lo istituì nel 1736 Teodoro re di
Corsica [Vedi), per celebrare la
libertà che godeva l' isola, dopo es-
sere stata sottratta dal dominio dei
genovesi. Stabih che il re ne do-
vesse essere il gran maestro ; ai ca-
valieri diede un abito di colore
azzurro, con una croce o stella sul
petto smaltata in -oro, e sopra ad
essa l'effigie della giustizia, sotto la
quale eravi un triangolo d' oro
colla lettera T iniziale del suo no-
me. Dichiarò i cavalieri nobili di
prima classe, coi titoli d'illustrissi-
mi e di eccellenza , ed esenti da
ogni querela in giustizia criminale,
tranne i delitti di lesa maestà. Ad
essi destinò il comando delle navi
da guerra, ed il governo delle for-
tezze e piazze di presidio. Eccet-
tuati i genovesi, dispose che nell'or-
dine si potessero ammettere stra-
nieri di qualunque nazione e reli-
gione, coir obbligo di sborsare mil-
le scudi, pe' quali avrebbero un frut-
to del dieci per cento. Inoltre il
re Teodoro diede all' ordine della
Liberazione ^ che altri chiamarono
173 LIB
Peliherazione , i suoi statuti clie
prescrivevano ad ogni cavaliere la
quotidiana recita del salmo: In te
Domine speravi j e dell'orazione,
Deus noster refugiutn et virtusj che
ogni cavaliere fosse tenuto a servi-
re il re a qualunque chiamata; che
niuno potesse entrare al servigio di
altri principi senza licenza del re,
te La forntiola con cui Teodoro
creò i cavalieri è la seguente: » Io
vi fo cavaliere del nobile ordine
della Lil^erazione. Da noi solo do-
vete sodrire di essere toccato tre
Tolte colla spada nuda, e voi ci sa-
rete obbediente in ogni cosa fino
alla morte ; giuratemi fede ed o-
maggio sopra V evangelo. " I cava-
lieri nella messa dovevano tener la
spada nuda, mentre il sacerdote
leggeva il vangelo, per essere pron-
ti alla difesa. L' ordine svan\ come
il regno del fondatore, con breve
durala.
LIBERI. Eretici della specie de-
gli anabattisti del secolo XVI, che
non riconoscendo alcuna potestà ,
scuotevano il giogo di ogni gover-
no sia ecclesiastico , sia secolare.
Tenevano donne in comune, chia-
niavano unione spirituale i matri-
moni incestuosi contratti tra fra-
tello e sorella , e proibivano alle
donne di obbedire ai loro mariti ,
quando non erano della loro setta.
Si pretendevano impeccabili dopo
il battesimo, perchè secondo essi la
carne sola peccava, e in questo si
chiamarono uomini divinizzati.
LIBERI MURATORI. F. Mu-
riTORI.
LIBERIO (s.),PapaXXXVII. Fi-
gliuolo di Angusto romano, da al-
cuni creduto della nobilissiuìa fami-
glia Savelli. Sanctus Liberiiis Papa
Primus Natione Italus Patria Ro-
nianns De Stirpe Nobilissima De
LIB
Qninlylis. Questa iscrizione trovasi
nel campo di un antichissimo qua-
dro ad olio rappresentante il santo
Pontefice alla grandezza del vero,
seduto in atto di dare la benedi-
zione, ilqual ritratto è ora proprie-
tà dell' antica e nobile famiglia
romana De Cinque, detta ancora
Qtiintiac, de Quinaiie, Qiiintilf, nel-
la quale si estinse la famiglia Quin-
tili, con essersi sposala Sabina An-
giola ultima superstite di essa, con
Paolo III De Cinque a' 14 aprile
1689, come dall'albero genealogi-
co della famiglia De Cinque, pro-
dotto air epoca della compilazione
del processo, per essere ammessa
la medesima nelle sessanta famiglie
romane coscritte. Tuttora la fami-
glia De Cinque possiede il fìdeco-
misso della famiglia Quintilj. Il
Papa s. Silvestro I lo creò diaco-
no cardinale, indi per morte del
Pontefice s. Giulio I, agli 8 mag-
gio dell'anno 352 fu creato suo
successore, con di lui renitenza,
come egli stesso scrisse nell' episC.
2 a Costanzo imperatore, presso il
Labbé t. Il Concil. p. 746; e Con-
stant, Epist. roni. Pont. t. I, p.
425, n. 3. Dicesi avere ordinato,
che ne'giotni di digiuno tulli si a-
stenessero di trattare le liti, ripren-
dendo insieme quelli che nella qua-
resima esigessero dai debitori i loro
crediti ; e che ne' medesimi giorni
si astenessero dall' uso dello stato
coniugale , end' ebbe principio il
tempo in cui è vietato di celebra-
re le nozze. I vescovi ariani e se-
mi-ariani non ebbero appena inte-
sa la sua elezione, che gli manda-
rono un libello o scritto ingiurio-
so e dillamatorio contro s. Atana-
sio patriarca di Alessandria. Il Pa-
pa riunì subito un concilio a Ro-
ma, e mandò all'imperatore Co-
LIB
stanze, Vincenzo vescovo di Capiia,
e poscia Lucifero vescovo di Ca-
gliari come suoi legati, pregandolo
di far tenere perciò un concilio.
L'imperatore in fatti ne tenne uno
ad Arles, altro in Milano , ma in
ambedue s. Atanasio fu condanna-
to. Tentalo indarno il Papa di ab-
bandonarne la causa o di condan-
narloj fu costretto nel 355 di pas-
sare in Milano, condotto con vio-
lenza dall' imperatore, innanzi al
quale colla medesima foltezza d'a-
nimo ripugnò alla condanna del
santo , sì perchè conosceva la sua
innocenza, e l'astio degli ariani
contro di lui, come ancora perchè
nel condannarlo dava una ferita
incurabile al concilio Niceno , di
cui s. Atanasio era il più zelante
difensore, come dimostra Goffredo
Hermant nella sua vita che pub-
blicò a Parigi nel 167 1, la quale
contiene la storia generale della
Chiesa di questi tempi. Pretese Co-
stanzo di fare arrendere s. Liberio
col minacciargli l'esilio, ma il Pa-
pa rispose a lui : »> Ho dato già
l'ultimo addio a' fratelli che stan-
no in Roma ; più mi cale delle
leggi ecclesiastiche, che del soggior-
no di quella città ", come narrano
Teodoreto , Hist. eccl. lib. 2, cap.
16; ed il citato Constant, p. 4^9,
u. 5. Onde irritatosi l' imperatore
ordinò subito che il Pontefice fos-
se rilegato in Berea nella Tracia,
per non avere voluto sottoscrivere
la condanna di s. Atanasio. Prima
di partire l'imperatore gli fece pre-
sentare per le spese del viaggio ot-
tocento scudi romani, che il Pon-
tefice rifiutò, dicendo che se ne ser-
visse pel mantenimento de'suoi sol-
dati, e per contentare 1' avidità dei
suoi ministri; così rifiutò una som-
ma esibitagli dall' imperatrice , ed
LIF. .73
un'altra da Eusebio eunuco, uiiu
de' primi ministri dell'imperatore.
Trovandosi il buon Pontefice in
esilio, nel 357 si cel<;brò un conci-
lio in Sirmio per condannare Fo-
tino vescovo della città, il quale
col suo maestro Paolo di Samosa-
ta , sosteneva che Cristo non era
Dio, ma puro uomo : fatta dunque
in esso dagli ariani una forcnola di
fede, dicono alcuni che s. Liberio
annoiato dui suo esilio, vinto dai
disagi di due anni, dolente nel ve-
dere invasa la sede pontificia da s.
Felice II (f^edi), che perciò alcu-
ni chiamarono antipapa, e finaltnen-
te intimorito dalle continue minac-
ce di morte , acconsentì alla coti-
danna di sant' Atanasio, sottosci i-
vendola nel 357, ^ comunicò cogli
ariani approvando la formola di Fe-
de da loro fatta artificiosamente in
Sirmio. Quelli che tanto credette-
ro, seguirono il Baronio, il quale
però nel tom. Ili, AnnaL eccles.
an. 357, n. 4' 3 dice di questa ca-
duta : gita praestanlior, ac verior
historia, nulla invenir i potest j Na-
tale Alessandro, Saec. IF, dissert.
32; Tillemont, tom. VI, p. 772, e
la comune credenza di tanti secoli
passati. Molti ciitici però moderni
dimostrano essere ciò fulsissimo.
Piimierameute con dotta ilisserta-
zione, stampata in Parigi nel 1733,
col titolo DisserLation critique sur
le Pape Libere, dimostrò i! primo
fra tutti l'eruditissimo Pietro la
Corgne canonico della cattedrale di
Soissons, la falsità della caduta di
s. Liberio; la qiial sentenza fece
sostenere nel 1727 il p. Filippo
f'ebei lettore nel collegio romano,
e per essa si dichiarò il cardinale
Orsi nel t. VI della sua Storia ec-
clesiastica stampato nel 1751. Al-
trettanto fecero i Ballerini , i Boi-
174 LIB
landisti , ed ii p. Lazzeri con una
dissertazione piena di convincente
forza, degna di lui e di essere pub-
blicata a vantaggio della critica.
Ancora il Zaccaria nel t. I delle
sue Dissertazioni latine, tratta nel-
la dissert. Vili de conimentitio Li-
berii lapsu. Nel 1778 il p. Gio-
safatte Massari chierico della Ma-
dre di Dio, pubblicò in Roma col-
le stampe del Salvioni una Disser-
tazione storicocrilica sopra il con-
cilio di Sirniio, e sopra la favolosa
caduta di s. Liberio Papa, e di
Oslo il grande i>escoi>o di Cordova.
Nelle Effemeridi letterarie di Ro-
ma di tale anno, a png. 385 e
393, non solo si loda la disserta-
zione del p. Massari, ma se ne
dà erudito conto. Il solo oralo-
riano veronese p. Girolamo da Pra-
to, nella sua applaudita edizione di
Sulpicio Severo, t. II, p. 2 i4, mosse
difficoltà contro il Corgne , primo
difensore di s. Liberio ; ma quegli
non cambiò mai di sentimento ,
pronto a farlo come si protestava,
quando con sodezza di prove e con
spirito di pace gli si facesse cono-
scere il suo errore. Quegli slessi poi
che accordano la caduta di que-
sto Papa, difendono a forza di ra-
gioni, ch'egli non però offese espres-
samente la fede cattolica, tra'quali
è a vedersi il p. Sangallo, Gest. t.
Ili, p. 523 e seg.; anzi se pur fosse
vera la pretesa debolezza di lui ,
egli r avrebbe poi scancellata con
quella esemplare condotta, che gli
meritò il titolo di santo in diversi
martirologi. In quello di s. Girola-
mo ad diem Vili kal. oclobr. ; ne-
gli antichi additamenti al martiro-
logio di Beda ; in quello di Wan-
dalberto ; ne'sinassari; ne' menci dei
greci sotto il giorno 27 agosto; nel
martirologio di Floro ; in più ac-
LIB
cresciuti esemplari del martii'oiogio
d' Usuardo, e in (juello di Rabano.
Quindi si vegga con quale impru-
denza lo scismatico Bennone accu-
sasse s. Gregorio VII, quasi che
per confessare l' eresia avesse egli
il primo istituito la festa di Papa
Liberio. Il Baillet scorge un tratto
di accortezza e di sana prudenza
nel Baronio, perchè nel suo mar-
tirologio tralasciò Liberio. Ma sen-
za fare su ciò alcun mistero, il
JNovaes dice che il Baronio lo tra-
lasciò, perchè non eravi nel puro
e genuino martirologio di Usuardo;
e questi l'ommise perchè noi trovò
in quello di Adone, e questi non lo
segnò nel suo rnartirologio, perchè
non r avrà trovato nel piccolo mar-
tirologio romano, di cui confessa di
essersene assai aiutato. Certamente
se il martirologio romano del R^os-
weido è quello del quale parla A-
done, in esso manca Liberio, ma vi
manca siccome vi mancano Cleto, E-
varisto, ed altri Pontefici santi. Per
altro i ss. Basilio, Epifanio, Siricio
ed Ambrogio, chiamano Liberio
Pontefice di beata, di santa e di
venerabile memoria.
Nel 357 r imperatore Costanzo
entrò trionfante in Roma, dove nel
gran circo s' innalzò un obelisco.
Le matrone romane si presentaro-
no a lui, ed istantemente lo pre-
garono di restituire Liberio alla sua
sede , ai quali uffizi V imperatore
non ebbe il coraggio di negarlo
a quelle illustri dame, come ripor-
tano Teodoreto nel lib. 2, cap. 17,
e Niceforo nel lib. g, cap. 35. Tor-
nato il Papa in Roma, si radunò
in Rimiui nel 359 "" concilio di
quattrocento e più vescovi, de'qua-
li ottanta erano ariani. In questo
concilio cominciato bene e termi-
nalo pessimamente, come scrisse s.
LIB
Ambrogio nell' epist. 2 i , § 1 5, i ve-
scovi che da piÌDCÌpio aveano con-
fennata la professione di fede del
Niceno, e condannato colla scomu-
nica Ursacio e Valente co' loro so-
ci ariani, poscia vinti dalla violen-
za dell'imperatore Costanzo, ed in-
gannati dai raggiri de' vescovi a-
riani , . sottoscrissero la formola
del concilio di Sirmio, nella quale
era nascosto il dolo loro, onde con-
sentirono nell'abolizione delle paro-
le sostanza e consostanziale, come
osservano i Maurini in s. Anibrog.
lib. I, de fide cap. 18, § 122. So-
pra il concilio di E.imiui, celebrato
nel 359, due anni dopo la pretesa
sottoscrizione o come volgarmente
si chiama caduta di Pupa Liberio,
scrisse lo stesso Corgne la Disser-
tation critique et théologique sur le
concile de Rimini etc , J^aris cliez
Lusseux 1732. Opera ricca di cri-
tica e di sacia erudizione. Del sud-
detto p. Massari si ha la Disser-
tazione storico- critica sopra il con-
cilio di Rimini , nella Raccolta di
dissertazioni ecclesiastiche del Zac-
caria t. Xn, dissert. VIIj p. 169.
Pvoma 1795. Dopo il detto conci-
lio, pressato s. Liberio dall' impe-
ratore a i-atificare questa liaudo-
lenta sottoscrizione de' vescovi, non
solo vi ripugnò, ma anzi la fulmi-
nò colla scomunica, come si ha da
s. Siricio neW epist. ad Himerium
Tarraconenseni apud Labbeum ,
Concil. t. II, p. 883 et io 18. Veg-
gasi su questo punto il Baronie ad
an. 359, n. 49; il p. Petavio, Tlieo-
log. dogmat. t. Il, lib. 4, cap. 5,
§ 4 ; '1 Bellarmino, De eccles. mi-
Ut. cap. 16; e Natale Alessandro,
Histor. eccl. saec. IF, dissert. 33.
Per questa scomunica s, Liberio dal
medesimo Costanzo fu cacciato nuo-
Tamenfe da Pioma, per cui venne
LIB 175
costretto nascondersi ne' suburbani
cimiteri, ne' quali dimoiò fino alla
preziosa sua morte. Edificò e con-
sacrò la Cliiesa di s. Maria Mag-
giore (Fedi), che per lui prese il
nome di basilica Liberiana , come
tuttora si chiama, nel luogo cioè ove
cadde miracolosamente la neve ai
5 agosto. In due ordinazioni s. Li-
berio creò diecinove vescovi, diciot-
to preti e cinque diaconi. Governò
quindici anni, quattro mesi ed un
giorno. Morì a' 9 settembre del
367, e fu sepolto nel cimiterio di
Priscilla nella via Salara. Tra le
lettere che sono attribuite a s. Li-
berio, nomineremo una ad Osio
sulla caduta di Vincenzo da Capua;
una all'imperatore Costanzo; tre
ad Eusebio di Vercelli ; una ai
confessori esiliati ; una agli orien-
tali, dopo che ebbe luogo la con-
danna di s. Atanasio; una ad Ur-
sacio, a Valente ed a Germi nio ; una
a Vincenzo da Capua; una ai vesco-
vi d' Italia dopo il concilio di Rimi-
ni ; ed una che Eustachio e gli al-
tri deputati de' vescovi d' oriente
presentarono al sinodo di Tiane.
Abbiamo da Mart. Larroguano, Dis-
sertatio de Plotino et de Liberio
Pontijìcc romano, Genova 1670.
Vacò la santa Sede sei giorni.
hmY.mO , Cardinale. F. Li-
BERio (s.), Papa.
LIBERTI. F. Schiavi.
LIBERTINI. Eretici che insor-
sero dopo il 1325 in Olanda, nel
Brabante, ed in altri luoghi delle
Fiandre. Si dilatarono nella Fran-
cia, e ve ne furono a Parigi ed
a Ginevra, non che a Rouen. I
loro capi furono un .sarto per no-
me Zuantino o Quintino di Pi-
cardia, e certo Chopin suo disce-
polo. Asserivano che vi è il solo
spirito di Dio ditluso per ogni luo-
176 LIB
go, che è, e che vive in tulle le
creature; che l'anima nostra non
è questo spinto di Dio, e che
muore col corpo; che il peccato è
tìiente, e che consiste soltanto nel-
la opinione, poiché Dio fa tutto il
bene e tutto il male; che il para-
diso è un' illusione , e V inferno
una chimera inventata dai teologi.
Affermavano che i politici inventa-
rono la religione per tenere i po-
poli nell'obbedienza^ che la rige-
nerazione spirituale consiste nel di-
struggere i rimorsi della" coscienza;
la penitenza nel sostenere che non
si fece verun male; che è permes-
so ed anco espediente fingere in
materia di religione, ed accomo-
darsi indifferentemente a tutte le
sette. A tuttociò aggiungevano del-
le bestemmie contro Gesù Cristo.
I loro orribili sentimenti fece dare
a questi eretici e fanatici il nome
di libertini. I loro errori in molti
articoli sono que' medesimi degl'in-
creduli e libertini de' nostri giorni.
Nel capii. 6 poi degli Atti Ap. è
citata una sinagoga di Gerusalem-
me, che portava il nome di li-
bertini.
LIBIA , Libya. Nome che si
diede anticamente a tutta l' Afri-
ca, ma che si restrinse in appres-
so a quella porzione dell' Africa
che sta a ponente, e che ha al-
l'oriente l'Etiopia, a mezzodì l'O-
ceano Etiopico, a ponente 1' Atlan-
tico, ed a settentrione il mare Me-
diterraneo. Dividevasi anticamente
in due parli generali : la Libia in-
terna od ulteriore, eh' era a mez-
zodì e comprendeva il Zuara, la
Negrizia e la Guinea, estendendosi
dal monte Atlante fino al fiume
Niger in quelle orribili solitudini
chiamate poscia il deserto di Saha-
ra o Zaara, ciò eh' è propriamen-
LIB
te la Libia, chiamata Beied-Genef-
va. La Libia citeriore o esteriore,
al di sopra dell' Egitto, lungo IìJ
riva sinistra del Nilo, estendevasi
fino all'Etiopia, e comprendeva
tutto il Biledulgerid o Nuraidia, e 1
la Barberia. Però si prendeva qual- ^
che volta la Libia esteriore in una
maniera piìi ristretta e più pro-
pria, e allora stava fia 1' Africii
propria e l'Egitto, e corrisponde* J
va al regno e deserto di Barca, .
rinchiudendo la Marraarica, la Ci-
renaica, e la Libia esteriore ancora
più propriamente della, che con-
giungeva l'Egitto, e che formò po-
scia la parte orientale del regno e
deserto di Barca. Secondo s. Gi-
rolamo la Libia prese il suo nome
da Laabim figliuolo di Misraim.
Necon re di Egitto, secondo Ero-
doto, fu il primo che mandò dei
fenicii alla scoperta delle coste del-
la Libia; questi partirono dal ma-
re Eritreo, navigarono verso il
mare del sud, fecero il giro della
Libia , e ritornarono in Egitto , e
con tal mezzo fu conosciuta la Li*
bia. Secondo il medesimo Erodoto,
era la Libia abitata da quattro na-
zioni, due delle quali indigene e
le altre straniere : le prime erano
i libii e gli etiopi, e le seconde i
fenicii ed i greci. Si attribuisce al-
l' evangelista s. Marco la predica-
zione della fede cristiana nella Li*
bia. Tre provincie ecclesiastiche eb-
be la Libia nel patriarcato d'Ales-
sandria. La provincia della Libia
Marinarica, con Dardanida o Dai''
nis per metropoli, e selle sedi ve-
scovili sulFraganee. Oriens chnst.
t. II, p. 63 1. La Libia Pentapoli,
con Cirene per metropoli, e tredi-
ci sedi vescovili sulfraganee. Oriens
chvist. t. II, p. 617. La provincia
della Libia Tripolitana uel patriar-
càto Alessandrino, con tre sedi ve-
scovili. Comman\ille, Hist. de toiis
les arcliev. p. 298 e 294.
LIBIA o LIVIA. V. LivrA.
LIBOPiIO (s.), quarto vescovo
di Mans. Nacque nelle Galiie da
illustre famiglia , ed abbracciò lo
stato ecclesiastico. Le sue virtù e
il suo sapere trassero su di lui tutti
gli sguardi ; quindi tutti i suffragi
si riunirono in suo favore quando
si dovette nel 348 dare un pastore
alla chiesa di Mans. Egli si mostrò
indefesso nell'esercizio delle sue e-
piscopali funzioni. Amante del ri-
tiro e deir orazione, vi accoppiava
lunghe veglie e rigorosi digiuni. Il
suo amore pei poveri lo rendeva
santamente prodigo nella dispensa
delle sue limosine. Fondò molte
chiese, e le provvide abbondante-
mente di tutto il bisognevole alla
celebrazione del servigio divino. Mo-
rì verso l'anno 897, e le sue reli-
quie furono neir 836 trasportate a
Paderbona , che lo elesse a patro-
no. Celebrasi la sua festa a' 2 3 di
luglio.
LIBRAIO. Mercante che stampa
o vende de'libri, typographus, biblio-
pola, librariiis: anche il legatore
di libri si chiama libraio. I greci
avevano degli scrittori il cui mestie-
re consisteva nel copiare libri, e
questi chiamavansi bibliografi., altri
che pingevano le lettere nomina-
•vansi calligrafi^ e vi avevano al-
tresì librai che vendevano i libri,
e questi detti furono da'greci in
prima, poscia dai latini bibliopolae.
Questi ultimi alimentavano o paga-
vano scribi o copisti per trascrive-
re i libri ch'essi vendevano. Quan-
to alla legatura de'librij e dell'ar-
te di legarli, oltre alcuni libri
scritti ne'rotoli di pergamene, fo-
glie e corteccie d'alberi, che ave-
VOL. xxxviu.
LIB 177
vano gli antichi greci e romani,
avevano ancora libri di cui si vol-
gevano i fogli, come si fa al pre-
sente, e questi doveano essere coni'
pacti cioè legati, del che gli antichi
Dittici {Fedi) forniscono un'idea.
Nei dittici consolari dunque vuoisi
rintracciare la vera origine delle le-
gature de'libri presso gli antichi, i
quali dittici si accomunarono po-
scia anche alle chiese. I dittici e-
rano tavolette d'avorio, di legno, o
di altre materie, ai quali si aggiun-
sero in tempi posteriori, ornamenti
metallici ; e queste tavolette, a gui-
sa delle coperte o dei cartoni dei
nostri libri , servivano anticamente
pei magistrati e pei ministri del
culto, onde inserirvi e racchiudervi
i diversi fogli volanti contenenti gli
oggetti che riferire dovevano nel-
le sedute de'magistrati, e più tar-
di i salmi e le preci della Chiesa.
Que' dittici erano sovente ornati di
scolture e di bassorilievi , sovente
ancora con lettere, con pietre pre-
ziose e con cammei; e questi por-
gono l'idea dei volumi e delle le-
gature dei medesimi, fatte in modo
che aprire si potessero e volgere a
piacere i fogli contenuti. In Atene
i librai avevano officine pubbliche,
nelle quali d'ordinario riunivansi le
persone istruite, perchè ivi legge-
vansi i libri nuovi, e se ne porta-
va giudizio. I romani avevano nu-
merosi copisti di libri, ch'essi chia-
mavano librari, ed avevano pure
venditori che gli spacciavano , e
questi detti erano bibliopolae; essi
avevano inoltre schiavi assai periti
per incollare i fogli, e questi di-
cevansi glutinatores, e forse non so-
lamente componevano e formavano
i rotoli, ma potevano anche legare
i libri formati di diversi fogli stac-
cati. Ai tempi della repubblica, le
12
178 LIB
persone agiate avevano nelle case
loro molti copisti, amanuensi o se-
gielarij eh' erano per la maggior
parte schiavi o liberti, e questi e-
rano incaricati di trascrivere e mol-
tiplicare le copie de' nuovi mano-
scritti. Non fu tuttavia se non che
sotto l'impero d'Augusto, che i li-
brai detti bibliopolae, furono intro-
dotti in Pioma, e allora soltanto vi
si videro botteghe piene di libri;
esse erano d'ordinario collocate in-
torno ai pilastri de' templi, agli e-
difici pubblici, e più frequenti e-
rano nelle piazze di Roma. A quei
pilastri si affiggevano non sola-
mente i titoli deìibri nuovi o alcuni
nuovi |crilti, ma ancora le domande
degli oggetti che si erano perduti; i
libtai attaccavano alle loro porte i
frontespizi de'libri che ponevano in
vendita, affinchè i dotti, gli eruditi
e gli Smatori delle lettere vedessero
i libri di cui loro conveniva l'ac-
quisto. A questo si riferisce il det-
to di Orazio, che i versi mediocri
tollerati non erano . dagli Dei, da-
gli uomini e ne pure dalle stesse
colonne, da quelle cioè alle quali
affiggevansi i titoli de' libri. Dice il
Muratori, che negli antichi secoli,
oltre a coloro che per uso proprio
copiavano i libri, scritti alloia a
penna, vi furono anche librarii e
scribae, chiamati anche anliquarii
da Cassiodoro, Isidoro ed altri, che
per guadagno trascrivevano le ope-
re altrui, dettando uno nel mede-
simo tempo a molti scrittori. Vi
furono copisti diligenti, ma ancora
ignoranti, che nel trascrivere i li-
bri commissero errori, e storpiaro-
no le parole e i sensi. Sull'antica
legatura de' libri può vedersi il
Buonarroti, Osservazioni sui vetri
antichi p. 93.
U commercio però de'libri in ge-
LIB
nere dovette languire, finché si trat-
tò di sole copie di manoscritti, e
finché non fu inventata la Stampa
(redi). Dicono tuttavia i francesi
che avanti quell' epoca vi avevano
librai giurati dell'università di Pa-
rigi, i quali facevano trascrivere i
manoscritti e ne portavano le copie
ai deputali delle diverse facoltà, af-
finchè le opere fossero rivedute e
approvate avanti che si esponessero
alla pubblica vendita. Quelle edi-
zioni essendo il frutto di un lavoro
lungo e penoso, non potevano es-
sere molto numerose di esemplari,
per cui i libri erano assai rari e
carissimi di prezzo, onde per 1 ac-
quisto si stipulava un contratto a-
vanti il nolaro. Uno di questi fu
conchiuso nel i332 tra Gerardo di
Monlagu avvocato dal parlamento,
ed un libraio nominato Goffiedo
di Saint-Leger per un libio intito-
lato: Speciduni historiale in consue-
tudines Parisienses. Prima assai di
quest'epoca e in quella di Gugliel-
mo I il Conquistatore, che fiorì do-
po la metà del secolo XI, i libri
erano tanto rari, che una collezio-
ne di omelie fu comprata al prezzo
di duecento montoni, e di un car-
ro di frumento. Lo slesso avvenne
anco in Italia, ove i libri che si tra-
scrivevano, e massime le copie de-
gli autori classici , si vendeva-
no ad un prezzo assai elevalo, co-
sicché i letterati si dolevano so-
vente di non avere le somme ne-
cessarie per r acquisto di un libro
di cui abbisognavano; numerose
tutta volta erano in proporzione le
copie de'classici ; e gì' italiani non
solo abbondavano di calligrafi, al-
cuni de'quali erano eccellenti nell'ar-
te loro, ma altresì di miniatori ,
che quei libri adornavano di fregi,
di iniziali ed anche di miniature
LIB
nobilissime, e in questo modo ne ac-
crescevano di molto il prezzo. I mo-
naci ancora e gli altri clausltali nei
bassi tempi, e persino le donne e
principalmente le monache, si oc-
cupavano nel trascrivere i codici
delle opere più ricercate; e que-
sta circostanza portò di conseguen-
za cbc non solo si conservasse-
ro alcune opere di gran pregio,
che senza di questo sarebbero sta-
te perdute, ma ancora che si mol-
tiplicassero le copie de' libri mi-
gliori, e queste servissero all'uso di
chi bramava istruirsi nelle buone
lettere. Non solamente in que'tempi,
cioè avanti l'invenzione della stam-
pa e il secolo XV, ma ancora al-
l'epoca dell'invenzione medesima, e
tie'due secoli successivi^ i librai e-
rano talvolta letterati, ed anche po-
tevano appellarsi col nome di dot-
ti. Essi portavano in Francia il no-
me di clercs Uhrairs , e siccome
facevano parte del corpo dell' uni-
versità, godevano de' suoi privilegi.
11 canonico Angelo Batlaglini re-
citò in tioma nel 1786 nella ge-
nerale adunanza d'Arcadia la Dis-
seriazione accademica sul commer-
cio degli antichi e moderni librai.
Fu stampata in Roma nel 1787
dal Zempel per Venanzio ISIonal-
dini mercante di libri, ed un risliet-
to di essa si legge nelle Effemeri-
di letterarie di Boma de' 2 1 lu-
glio 1787: di questo ristretto da-
remo un cenno per 1' importanza
dell'argomento, sebbene dovremo
toccare delle cose già narrate al-
trove. Ivi si dice avere su questo
argomento riempito un vuoto, poi-
ché niun letterato sino allora avea
parlato del commercio librario, ra-
mo non indifierenlé della pubblica
industria. Rimonta egli alle prime
età della civilizzazione dell' uocno ,
LIB 179
rileva il bisogno che si ebbe di
preservale dall'oblio e dall'ingiurie
de' tempi le storie de* popoli , le
convenzioni sociali, le leggi di sta-
to , le osservazioni astronomiche ,
gì' inni in lode del nume, che fu-
rono le prime e le successive oc-
cupazioni degli uomini di tutte le
età, e mostra le prime materie de-
stinate a tal uopo dalla umana in-
dustria nelle lastre di pietra e di
metallo, nelle tavole incerate, nel-
l'avorio ed in altre simili cose, atte
a ricevere l' incisione di alcuni se-
gni esprimenti le idee e i senti-
menti degli uomini, e la proprietà
delle cose. La nazione egiziana è
quella che presenta le prime for-
me di tali monumenti, per cui delle
passate cose restò istrutta la po-
sterità. Siccome ai primi segui con-
sistenti in geroglifici successero i
caratteri, o sieno le lettere, ripu-
tate figliuole di Cadmo, così alle
succennate dure materie successe il
papiro, pianta indigena dell'Egitto,
e la membrana che da Pergamo
città dell'Asia, ove cominciò ad
usarsi, acquistò il nome di perga-
mena. Ed ecco che per mezzo di
queste facili invenzioni si apri la
via alla conservazione delle cose ,
e quindi al commercio di questi
nuovi prodotti sì della mente, co-
me della mano degli uomini, pres-
so gli egizi, i fenicii, gli ebrei, i
caldei, gli arabi, i persiani ed altri
popoli di oriente, fra i quali pote-
rono poi sorgere accademie, colle-»
gi e scuole, e dai quali passò indi
la coltura con più felice successo
ai greci, agli etruschi, ai latini e
agli altri popoli di occidente. Men-
tre gli egizi sdegnarono in princi-
pio ogni alleanza e commercio co-
gli esteri, e gli antichi ebrei furo-
no gelosi di non aver nulla di co-
i8o Llli
mune cogli altri a preservazione
dell' idolatria ; in vece i fenici!, co-
me più degli altri popoli dediti al
traffico, alle arti ed alle scienze ,
furono i primi a somministrare
di buon' ora qualche idea di let-
terario commercio cogli stranieri.
Furono essi che ai greci dierono
non pochi lumi e gli ammaestra-
rono nell'uso della pergamena e
della scrittura alfabetica. Perciò
Sanconiatone di Berito, riconosciu-
to pel più antico scrittore dopo
Mosè, il quale componeva le anti-
chità del suo paese circa gli anni
del mondo iSóo, potè per bene-
fìcio di Gerorabalo sacerdote valersi
de' libri conservati nel tempio, non
che degli annali delle città vicine.
I progressi, che i greci fecero in
seguito, superarono di gran lunga
gli aiuti esterni, e prepararono que-
sti il secolo e l'opere di Omero,
giacché senza opere antecedenti, seb-
bene non del tutto perfette, che
servissero come d' esemplare , non
potevano sorgere l'Iliade e l'Odis-
sea. Quindi Pisistrato tiranno di
Atene, che fiorì 55o anni avanti
la nostra era, gran cura si prese
di far trascrivere ed unire i versi
di Omero, in seguito di aver già
aperta a pubblico comodo nella sua
patria una biblioteca, la quale ac-
cresciuta di continuo fu quindi da
Serse trasportata in Persia, e dopo
varie vicende da Seleuco Nicàno-
re ai primi padroni restituita. Cre-
sciuto il desiderio di aver le poesie
d'Omero, il guadagno de' greci co-
piatori divenne grandissimo, quan-
do salito sul trono d' Alessandria
Tolomeo Filadelfo e su quello di
Pergamo Eumene, s'accese in essi
i' impegno di formare ampie bi-
blioteche, sino al punto di sorgere
fi-a loro emulazione tale, che To-
LIB
loraeo vietasse l'uscita del papiro
dal suo regno, e fosse Eumene
costretto ad aver ricorso il primo
alla pergamena, sebbene su di ciò
non sieno abbastanza concordi le
opinioni degli eruditi. Onora la
munificenza di Tolomeo l'acquisto
fatto de' libri sacri degli ebrei tras-
portati in greco dai settanta inter-
preti, e di quelli altresì delle altre
nazioni, che pur volle tradotti in
greco ; siccome fu una sua gloria
l'acquistata biblioteca d' Aristotile,
ch'era stata da lui arricchita delle
opere di Spensi ppo filosofo, ed ia
seguito posseduta e ampliata da
Teofrasto e da Oeleo , e l'aver
conseguito pur anche d'agli ateniesi
gli autografi delle tragedie di So-
focle, di Euripide e di Eschilo.
Dall'erezione pertanto di queste ed
altre biblioteche si deve natural-
mente arguire un gran numero di
copisti e di librari, e perciò un am-
pio commercio librario presso i gre-
ci. Il Battaglini ciò comprova con
riportare vari fatti particolari, i quali
servono tutti a mostrare il pregio
in cui erano i codici manoscritti
presso i greci, ed il valore che loro
conciliava la brama di possederli.
In appresso si trasfuse ne' romani
la coltura de* greci, ed insieme l'im-
pegno di conseguire le opere dei
grandi scrittori. Paolo Emilio, Lu-
cullo e Siila non solo si resero ce-
lebri pei trofei militari, ma anco-
ra per le numerose raccolte di li-
bri che recarono a Roma, e per
cui ivi sorsero le prime bibliote-
che. La prima biblioteca pubblica
però si deve ad Asinio Poilione,
sebbene a tal beneficio avesse già
meditato Giulio Cesare; quindi due
ne furono aperte in lloma da Au-
gusto, quella cioè unita al tempio
di Apollo, l'altra contigua al tea-
LIB
tro di Marcello, detta Ottavia dal
nome di sua sorella. L'autore parla
delle pubbliche botteghe de* libri
■venali, che si videro aperte in Ro-
ma al tempo de' primi imperato-
ri, e de' liberti specialmente impie-
gati a copiare le opere dei classici
autori. Narra pertanto ad un tem-
po stesso tutte le particolarità che
trova registrate negli antichi scrit-
tori, e che comprovano pur susse-
guentemente l' impegno di aver li-
bri, ed il commercio de'medesimi,
non che le diligenze usa.te nel col-
lazionarli dopo d'essere stati tra-
scritti, i nomi di vari antichi ne-
gozianti librari, i luoghi principali
di Homa, ove le loro botteghe c-
rano piìi frequenti, ed altre cose
al suo argomento spettanti. Dalla
capitale del mondo passa a vedere
lo slak) delle provincie su questo
particoiaie, e mostra come fu cu-
ra non meno de' privati, che dei
principi, de' vescovi, delle chiese e
de' monasteri l'avere libri di vario
genere. JNota in seguito le vicende
dell'impero romano, e dietro le
medesime segna le vicende delle
lettere e de' libri , e ci guida per
entro allo slesso buio de' secoli più
tenebrosi, mostrandoci insieme co-
inq»in mezzo alla universale cor-
ruttela non mancarono coltivatori
di studi nella corte in ispecie dei
romani Pontefici, e nelle case dei
U)onaci, ai quali soprattutto siamo
debitori della conservazione delle
antiche opere e de' più preziosi
monumenti. In mezzo a questa qua-
si generale depravazione non si
scorda de' greci, presso i quali ri-
mase florido il commercio librario,
ed esisterono le pubbliche biblio-
teche, fino a tanto che dalla fero-
cia musulmana non fu presa e sog-
giogala Coslautinopoli, Ma appunto
LIB i8i
la rovina della capitale d'oriente
formò il risorgimento delle lettere
e delle arti nelle regioni nostre
di occidente, mediante il ricovero
che in esse presero tanti greci esuli,
che anco prima dell'ultima cata-
strofe, loro annunciata dai primi
felici successi degli ottomani, ven-
nero in Italia seco recando la loro
dottrina e la loro coltura, e co-
municandola ai loro ospiti. Del ge-
nio di questi comparvero adorni il
Petrarca ed il Boccaccio, e da que-
sti incominciò la ricerca de' codici
entro le polverose biblioteche, e
l'acquisto di nuovi, ed il loro ge-
nio si pjopagò indi sino a' tempi
di Lorenzo de Medici e di Nicolò
V , che furono gì' incettatori più
munifici de'codici mss., ed invase
anche grandemente alcuni privati
cittadini de' loro tempi, quali fu-
rono Marsilio Ficino, Angelo Po-
liziano, Francesco Filelfo, Giovan-
ni Tortelli, Lorenzo Valla, Enea
Silvio Piccolomini, il cardinal Bes-
sarione ed altri molti, che de' co-
dici si servirono pei loro usi, e li
preservarono insieme per essere
1 oggetto delle prime e susseguenti
imprese tipografiche. Per mezzo di
queste belle ed erudite indagini ,
l'autore parla de' tempi dell'inven-
zione della stampa che fu origine
d'un nuovo commercio e di un
nuovo ordine di cose, com'è la
propiietà di tutti i gran ritrovati.
Proseguendo la storia del commer-
cio librario relativamente al prez-
zo degli antichi volumi, ci presenta
rare e curiose notizie, e termina
col trarre dall'antica storia libraria
alcuni lumi ed avvertimenti utili
pei mercanti di libri, con chiarezza
e precisione, che da loro adottati
sarebbero capaci di restituire al suo
primiero splendore una professione
i82 LIB
cos\ utile e così decorosa , e far
rinascere in Roma i Giunti, i Ma-
nuzi ed altri, che riunendo l'arte
tipografica al commercio librario
furono l'onore delle lettere e la de-
lizia de* letterati. Tra le opere utili
ai librari, come agli amatori dei
libri ed a* letterati, citeremo : iV"o«-
vcau Dìctionnaire portati/ de biblio-
graphie., par Fr. Ign. Fournier, Pa-
ris 1809.
Riguardo all'erudizione de'librai,
basta per gl'italiani citare il nome di
Aldo Manuzio di Bassiano nel du-
calo di Sermoneta dello stato pon-
tificio, uomo dottissimo, a cui van-
no debitrici le lettere della pubbli-
cazione della maggior parte de'clas-
sici greci, latini e italiani. V. Libro
e Libreria. Nel secolo XVI si ese-
guirono magnifiche legature di li-
bri in Italia, nella Germania, ed
altrove, massime in pelle di porco,
che per la sua densità riceve l'im-
pressione di bellissime figure e di
bassi rilievi di ricca composizio-
ne. Sovente si arricchirono le le-
gature de' libri di arpioni e fer-
magli d'oro, di argento, di bronzo,
lavorati col maggior artifizio e tal-
volta anche arricchiti di figure e di
caratteri. Ricchissime pure furono
le legature in velluto con trine d'o-
ro e con ricami ; e quelle con no-
bilissima tartaruga in vece di car-
toni, con ornamenti d'oro e d'ar-
gento, cammei e nielli. Anche a'no-
■stii giorni l'arte di legare variamen-
te e riccamente i libri è giunta ad
un alto grado di perfezione ed elegan-
za. Ad Aldo si può associare il no-
me di Giambattista Bodoni da Sa-
luzzo, allievo della tipografia di pro-
paganda fide, uno de' più celebri
stampatori del secolo XVI li, perchè
recò l'arte tipografica ad una per-
lezioue fino a «iuel tempo scouo-
LIB
sciuta; onde nel visitare la di hù
stamperia ducale di Parma, mon-
sieur poi Luigi XVIII, disse eh' e-
ra la prima stamperia del mon-
do. Tra gli italiani viventi faremo
onorevole memoria del cav. Giusep-
pe Antonelli libraio, tipografo, cal-
cografo, litografo e fonditore, pel suo
grandioso e premiato stabilimento
di Venezia. Della confraternita e
chiesa che hanno i librai in Ro-
ma, ne parlammo al voi. XI, p. 296
del Dizionario. Quanto riguarda
la revisione e approvazione de'libri,
se ne tratta all'articolo Maestro del
sacro palazzo apostolico (^Fedi).
LIBR.ERIA, Libraria, Bibliotheca,
Luogo dove sono di molti libri, e
gli stessi libri insieme raccolti. Se-
condo il Martinetti, Collezione clas^
sica t. II, p. ;ìoo, fu Osiraandia re _
della razza antichissima de'Faraoni
di Egitto, che ere Jesi contempo-
raneo di Abramo, il primo collet-
tore dei codici di lingua sacra (co-
sì egli precisamente esprimesi ), ed
il primo che ordinasse una biblio-
teca, da cui tanto diletto ritraeva,
che secondo Diodoro Siculo vi fe-
ce scolpire l'epitaffio: oìedicina a-
ninii , ovvero rernedium animi .
Tuttavolta abbiamo da Henric.
Bonik : De eruditis sine lib^'is ,
esercitatio historica, Lipsia. Le li-
brerie sono il mezzo più adatto
a promovere gli studi. Di quelle
antiche più celebri ne parlam-
mo all'articolo Biblioteca [Fedi),
non che all'articolo Libraio, e
ad altri relativi. Di quelle che
tuttora sussistono e delle moder-
ne , se degne di speciale men»
zioiie, a'ioro luoghi non si manca
accennarle. Delle principali Biblio-
teche di Roma [Fedi), come della
Faticaiia, e delle biblioteche Al-
hani, Aleasaadrina, Angelica, Ara-
LIB
celitana , Barberini, Casanatense,
Chigiana , Corsini, Lancisiana ,
yallicdliana, oltre quanto acceu-
numnio ai loro articoli, se ne par-
la a quelli analoghi. Un trattato di
Biblioihegrafia e delle pubbliche e
{nivale celebri librerie di Roma,
nel 1698 ce lo diede Carlo Bar-
tolomeo Piazza nel suo Eustvolo-
gio romano, nel tratt. XIII. 11 p.
Menocliio nel t. II delle Sluore,
centuria VII, cap. LXXVI erudi-
tamente (ratio: Delle famose libre-
rie degli antichi, e di alcune ce-
lebri moderne. Altrettanto fece il
Sarnelli, Lettere ecclesiastiche t. VI,
lett. I. Delubri e delle librerie. Il
Cancellieri poi nella Dissertazione
intorno agli uomini dotati di gran
memoria, registrò alcune librerie
private perite per incendio. Dicem-
mo altrove che i primitivi cristia-
ni ebbero appositi luoghi per con-
servare e custodire i libri. Essi li
tenevano denti o armadi nelle chie-
se ove riponevano i sacri libri, o in
istanze separate e nelle biblioteche
destinate a tale effetto ; indi nei
tempi posteriori lì collocarono nei
segretari, i quali erano le due
stanze laterali all' altare ; in alili
luoghi il codice degli evangeli si
conservava sull'altare medesimo, il
che si continuò anche nei tempi
più bassi, a similitudine delle scrit-
tole del vecchio Testamento, con-
servate nel Sanata sanctoruni. Da
una lettera di s. Paolino di Nola
scritta a Severo, si raccoglie che i
libri liturgici si conservavano nel
segretario , dai greci distinto col
nome di Diaconico bemale e po-
steiiormente metalorlo, per deno-
tare che i libri liturgici occupava-
no una parte solamente del mag-
gior diaconico e dell'intero segreta-
rio, cioè la parte sinistra dell' ab-
LIB i83
side, cui superiormente apponeva-
iì la seguente epigrafe.
Sì queni sancta tenet meditan-
da in lege voluntas,
Hic poterli residens sacris inten-
dere libris.
Quanto alle librerie o bibliote-
che di alcuni insigni templi dei
cristiani, sì in oriente che in occi-
dente, sino dal principio del cri-
stianesimo, ebbero i vescovi nelle
loro chiese particolari biblioteche
per conservare le opere di dotti
cattolici, l'interpretazioni delle san-
te scritture, gli atti de' martiri, i
fasti delle chiese stesse ec, anzi per
tale oggetto aveano appositi ama-
nuensi. La libreria fu non solo chia-
mata Bihliotheca, ma Scriniuni, Ta-
bularium, Archiviurn , Librarium,
e Sacrarium; talvolta fu promi-
scuamente chiamata Biblioteca o
Archivio ( f^edì ) ; come si disse
Bibliotecario [Fedi), o Archivista
[Vedi), Cancelliere e Vice- Cancel-
liere [Vedi); che in origine hanno
un solo significato. La più antica
biblioteca che si conosca in orien-
te fu quella di Gerusalemme, for-
mata da s. Alessandro; s. Panfilo
completò quella di Cesarea inco-
minciata da Giulio AfricanOj nella
quale erano trentamila volumi : in
questa biblioteca con sommo van-
taggio studiarono lo storico Euse-
bio, e il dottore s. Girolamo. Vuoi-
si che la famosa biblioteca di Co-
stantinopoli, situata presso la basi-
lica di s. Sofia, fosse incominciata
da Costantino il Grande ; essa fu
immensamente arricchita da Teo-
dosio II, per cui a suo tempo con-
tava centomila volumi ; indi venne
aumentata di altri ventimila volu-
mi, e j'crl in una popolare sedi-
i84 LIB
zione sotto V impero di Basilisco
e Zenone. Anche iu Alessandria vi
rurono delle libreiie appartenenti
ai templi cristiani, e s. Atanasio
riprese gli ariani perchè aveauo
bruciati i libri delle chiese. Nell'A-
frica esisteva una biblioteca in
Cirta contigua al tempio, ed altra
simile ad Ippona. Di quelle di
Roma, delle Lateranensi, delle Va-
ticane ne parlammo ai citati arti-
coli. Antichissimo e colla Chiesa
incominciò si può dire 1' archivio
romano ; s. Ilario fondò le due bi-
blioteche Lateranensi, e forse vi fu
pure una terza biblioteca Lateranen-
6e. Oltre queste nel pontificato di
s. Gregorio I in Roma probabil-
mente ve n erano delle altre. Il
Papa s. Zaccaria ampliò quella e-
retta presso la basilica vaticana,
anzi il Cancellieri , De secretarìis,
è di parere che la biblioteca Va-
ticana esistesse prima nell'antichis-
simo secretario, indi nel nuovo, e
poscia venne trasferita nel secreta-
rium magnum del medesimo tem-
pio. Questa biblioteca perì per le
vicende d'incendii e saccheggi, e
come la Lateranense una gran
parte di essa si potè preservare
da tante vicende. Laonde la bi-
blioteca ora esistente nel palazzo a-
postolico vaticano, si formò in par-
te coi libri delle biblioteche delle
basiliche lateranense e vaticana. Di-
versi Pontefici proibirono di leva-
le libri dalle biblioteche, sotto pe-
na di scomunica; i principi seco-
lari eziandio vietarono l'estrazione
di libri dalle librerie, decretando
pene afflittive.
LIBRO, Liber. Quantità di fo-
gli cuciti insieme, o scritti, o stam-
pati, o bianchi ch'essi si sieno : e si
piglia ancora per 1' opera scrittavi.
Si definisce il libro, anche per o-
LIB
pera dell' intelletto, sia in prosa
che in verso, abbastanza estesa per
riempirne un volume. Essendo una
delle maniere di scrivere degli an-
tichi quella di pingere, delineando
le lettere sulla corteccia di certi
alberi, tal corteccia o membrana
chiamarono in latino liber^ iu e-
braico sepher, ed in greco biblos;
come libro si appella anche oggi-
dì dai botanici la parte più inter-
na della corteccia stessa, di cui eoa
le reiterate apposizioni si forma
il legno, eh' è la parte più dura
nella quale distinguesi l' alburno. Il
Dacier nelle note ad Orazio, dice
che il libro è propriamente la cor-
teccia interna dell'albero, e che gli
antichi colla punta di un ago sepa-
ravano o dividevano quella cor-
teccia in piccoli fogli o strisele ,
ch'essi chiamavano tilias o phyli-
ras, sulle quali scrivevano. E per-
chè si rotolavano tali corteccia per
trasportarle più facilmente, questi
rotoli furono detti voluinen^ volu-
me, nome che fu dato anche ai
rotoli di carta e di pergamena.
Dice il Marangoni nella Istoria p.
162, che fu costume degli antichi
di scrivere le cose più brevi in
alcune membrane lunghe a guisa
di fasce, le quali piegar si potes-
sero ravvolgendole, e da questo
ravvolgimento a guisa di un ro-
tolo, appellate furono volumi. Se
poscia le materie fossero state mol-
to prolisse e lunghe, scrivevansi
in fogli membranacei, e questi uniti
e legati insieme si chiamavano li-
bri; e più anticamente quando seri-
veasi sulle corteccia di alberi, da
queste si appellavano codici. Nel-
V arte libraria , libro, volume e
tomo sono ora sinonimi, e presi pro-
miscuamente, come insegna nel i>uo ^
Lessico il Forcellini alle due parole
LIB
Tontits e P^olumen. S\ sciisse pure
sulle foglie di palina e sulle solti-
Ji corteccie degli alberi, come del
liglio , del frassino e dell' olmo;
come ancora si adoperò il legno,
il mattone, la pietra, il piombo, il
rame ed altre materie per incider-
vi ciò cbe si voleva trasmettere
alla posterità, f^. Libraio, Carta, e
Lettera.
Si pretende che il libro più
antico sia quello di Enoch, che
dicesi citato nel!' epistola canonica
di s. Giuda; ma siccome viene dai
critici tenuto tale libro come sup-
posto o almeno apocrifo, altri os-
servano che s. Giuda lo avrà for-
se citato sulla scorta di una tra-
dizione orale, dappoiché quel libro
non esisteva piìi ne'primi secoli
cristiani, benché molti libri certa-
mente apocrifi si spacciassero in
que'tempi sotto il titolo di libro
di Enoch. Veramente s. Giuda
non cita il libro di Enoch^ ma
solamente riporta un sentimento
di Enoch tradizionale. Nulla dun-
que può asserirsi con fondamento
sulla prima origine dei libri; e di
tutti quelli ch'esistono, i libri di
Mosè sono incontrastabilmente i
più antichi. Invano si è voluto
confutare la loro antichità, e pro-
durre qualche storia che pretende-
vasi scritta anteriormente. Il Mar-
tinetti nei t. I, pag. 36 della Col-
lezione classica, parlando di Be-
roso Caldeo, che al dire di Stefa-
no di Bisanzio compose de ornili-
genis rebus lib. XLII, narra che
dedicò una sua opera al re Seleu-
co JNicanore, che cominciò a re-
gnare 6i anni dopo la morte di
Alessandro, ed osserva quanto sia
remoto lo stile delle dediche dei
libri, e quanto i letterati abbiano
tendenza fin dalla più venerabile
LIB iSò;
antichità, di ricercare un appoggio
di potenti mecenati. 1 p(jemi di
Omero sono forse i più antichi
tra tutti i libri profani che sono
giunti fino a noi, e come tali ri-
guardavansi a' teuqji di Sesto Em-
pirico, sebbene gli autori greci
facciano menzione di settanta libri
circa anteriori agli omerici, tra i
quali si annoverano i libri di Er-
mete, di Orfeo, di Dafne, di Ora,
di Lino, di Museo, di Palamede,
di Zoroaslro, ec. Ma della maggior
parte di questi libri non rimane
alcun frammento che dir si possa
autentico, e così pure avviene dei
poeti ciclici, intorno ai quali si è
lungamente scritto, senza che tut-
tavia possano ritenersi come genui-
ni i passi che si sono pubblicati
di questi scrittori. In progresso di
tempo s'introdusse l'arte di legare
i libri, come di copiarli, di che
parlammo all' articolo Libraio, Il
luogo per custodire i libii, lu det-
to Biblioteca, e quello per le scrit-
ture Archivio {^f^tdi): i custodi
della prima furono detti Bibliote-
cari, quelli del secondo /irchivisù
(P'edi). Molti secoli avanti l'inven-
zione della Stampa [Fedi), che tan-
to ha moltiplicato i libri da non
più potersi calcolare, s'incominciò
a proibire la Lettura (^Fedi) di
alcuni mss. e alcuni altri furono
dati alle fiamme. Questo dicesi avr
venuto anche presso i greci ed i
romani. Ad Atene si proibirono le
opere di Protagora, e se ne ab-
bruciarono col!' assistenza di un
pubblico banditore tutti gli esem-
plari che si poterono ritrovare. In
Roma parimenti il senato fece
bruciare i libii di Numa secondo
re di Roma , trovati nel suo se-
polcro, peichè dicevansi in aperto
contrasto colla religione dello sta-
i86 LIB
to. Per deereto del senato furono
pure bruciati altri libri, come
quello di Cicerone : De natura
ìfeorum^ ovveio De dmnoùone,
siccome contrario a quelle cose
ch'egli avea insegnato degli Dei.
Siccome poi il popolo romano era
oltremodo superstizioso, e i libri
degli astrologi lo mantenevano in
questa disposizione perniciosa, il
senato fece sovente sopprimere
quelle opere, e l'esecuzione spetta-
va al pretore. Narrasi che Augu-
sto facesse abbruciare ad un trat-
to piix di ventimila esemplari di
scritti astrologici. Egli condannò
pure alle fiamme il libro del poe-
ta satirico Labieno ; quello vera-
mente fu il primo libro che si
giudicasse degno di condanna, e
lo stesso Augusto promulgò una
legge contro tutti i libri di quel
geuete. Sotto Tiberio il senato
condannò alle fiamme gli scritti
dello storico Cremuzio Cordo; co-
si pure Antioco Epifane fece bru-
ciare i libri 'degli ebrei, e nei pri-
mi secoli dell'era volgare furono
tratlali egualmente e distrutti col
fuoco i libri de' cristiani. Eusebio
riferisce che nell'anno 3o2 Diocle-
ziano fece bruciare in egual modo
i libri de'crisliani e le sacre scrit-
ture o sia la Bibbia. Di questa gli
slessi ebrei ne avevano interdetto
ai giovani alcune parti.
Dopo che la religione cristiana
fu stabilita ed approvati^ con de-
creto degl'imperatori, il clero in-
coniiiiciò ad esercitare lo slesso
£;eiiere di proscrizione contro i li-
bri che non si accordavano coi
donimi ricevuti. Furono quindi
dannali al fuoco i libri di Ario,
e Costantino Magno minacciò la
pena di morte a coloro che na-
.ccondissero alcuno di fjue'libri. Il
LIB
Papa s. Innocenzo I del ^07. de-
terminò quali gieno i libri che
debbonsi ricevere nel canone delle
sacre scritture: il giudizio de'libri,
cioè quali sieno agiografi e quali
apocrifi, appartiene alla Chiesa per
pratica antichissima, come attesta
Tertulliano, De pud. e. io. Il
concilio di Efeso nel 4^1 ottenne
dall'imperatore Teodosio II che i
libri di Nestorio sarebbero brucia-
ti ; e s. Leone I fece bruciare i
libri dei manichei : in ciascun se-
colo si rinnovarono quelle rigorose
procedure contro gli scrìtti degli
eretici. Ma di questo argomento
se ne tratta all'articolo Indice dei
LIBRI PROIBITI. Monsignor Giacinto
Pippi vescovo di Chiusi e Pienza,
lesse in questa cattedrale una O-
melia sui cattivi libri, che meritò
stamparsi in Siena nel i833 da
Onoralo Porri. In ogni tempo e
da tutti i cattolici si è obbedito
alla Chiesa, che per l'autorità ri-
cevuta da Dio ha il diritto di
giudic re delle cose appartenenti
alla fede e alla morale, sotto il
quale termine morale si compren-
de anche la soggezione alle legit^
tiine podestà, comandata dal van-
gelo : così pure nella Chiesa si è
riconosciuta altresì 1' autorità di
condannare e proibire que'libri che
tendono ad otfe.ndere e depravare
la fede e la morale, autoiità che
la chiesa ha esercitato fino dalla
sua nascita. Il numero ognor cre-
scente de'libri irreligiosi ed immo-
llali che si divulgano per ogni
parte, la soverchia libertà con cui
si dà loro hbero corso in vari sta-
li di Europa, ed i perniciosissimi
eliciti che ne risentono giornal-
mente la religione e la società ,
mossero il p. Giuseppe Noto as-
si-steule generale delle scuole pie,
LIB LIB 187
a comporre nii'criulita ed eloqiien- Sarnelli nella sua prima lettela
te disseilazioiie, che recitò nell'ac- parla dell'uso antico di mandare
cademia cattolica in Roma a' 23 al Papa i libri prima che si pub-
giugno 1837. Con essa prese a blicassero, per cui s. JNicolò I del-
provare quanto convenga alla pò- l'858 biasimò Giovanni Scolo che
desta civile l'interdire i libri che avendo tradotto dal greco in lati-
s'interdicono dalla Chiesa, ponendo no l'opera di s. Dionisio l'areo-
in piena luce le molte ragioni per pngita, dei divini nomi e degli
cui la podestà civile è obbligata a ordini celesti, la divulgò senza a-
vietare la circolazione de' libri in- verla prima, secondo il costume,
terdetti dalla Chiesa, e fece toccar sottoposta al Pontefice. Sui libri il
con mano, che se a ciò non è Sarnelli riporta molle utili erudi-
bastante di muoverla né la legge zioni.
eterna dell'ordine stabilito da Dio, Altre importanti erudizioni sui
né la premura per tutto ciò che libri si leggono nelle Sluore del p.
riguarda la religione, né la neces- Menochio, ne' seguenti argomenti.
sita di serbare intatto il costume Perchè Gesù Cristo non compose
dei popoli, ve la dovrebbe almeno libri. Se la moltitudine de' libri sia
eccitare il proprio interesse e il utile al mondo. Libri da chi la
proprio decoro; giacché i governi, prima volta stampati; devono ri-
qualora volessero accomodarsi alle vedersi prima che si stampino; i
pazze forme de'novatori, col lasciar disonesti ed eretici debbonsi incen-
serpeggiare impunemente gli scritti diare; dei conti tenuti dagli anti-
licenziosi, sarebbero i primi nemi- chi. La custodia dei libri sacri nella
ci della pubblica tranquillità, e primitiva Chiesa fu affidata ai Lel-
alìietterebbero l'universale corruzio- tori {^Vedi). Furono chiamati Ira-
ne ; e sarebbe al certo la massima dilori ^ come si disse all'articolo
delle vergogne, che l'empietà pu- Lassi, que' cristiani che davano i
nita dai gentili in Atene, trovasse libri sacri ai gentili; maggiore pe-
a' giorni nostri nei depositari della rò ed infinito fu il numero di quei
pubblica autorità, e seguaci del cristiani che q ciò si rifiutarono ,
vangelo, chi dorma, chi dissimuli, perciò martirizzati. Ma s. Gregorio
chi ammutolisca intorno alla di- Nazianzeno vendette i libri per aiu-
vulgazione delle più strane e sov- lare i poveri. Quel libro o volu-
vertitrici opinioni. Inoltre il dis- me che si vede in mano al Salva-
serente additò i! modo di dirigere tore nelle sue immagini , rappre-
la stampa al decoro della religione senta i misteri principali della fede
e al bene dello stato, col suggerì- in esso succintamente raccolti, si-
re che in vece dei deliri politici gnifìcando comunemente il libro i
e morali degli uomini, si facciano santi evangeli : questo libro talvol-
uscire alla pubblica luce tanti ri- ta è aperto colle parole ne' due fò-
trovati delle arti e delle scienze, gli : Ego sani lux mundi, Ego sum
e tanti pregiati lavori de'genii be- via, veritas et vita, o pure altre si-
nemeriti dell'umanità, che giacciono mili, su di che può vedeisi d Ciarn-
sepolti e dimenticati nelle biblio- pini, f^et. moniin. t. Il, cap. XVI.
teche. Tanto si legge nel numero 11 Buonarroti parlando del Salva-
58 del Diario di Roma ibSy. 11 ture quando tiene nella destra il
8,^
Lir.
libro aperto, dice che non tanto
Io tiene in segno della nuova leg-
ge di grazia da lui stabilita e pio-
niiiigata, quanto ancora perchè al-
rAgiiello immacolato data fu la fa-
coltà di aprire il libro dille pro-
flszie della legge antica iu esso a-
deuipiule, e degli occulti misteri dal
medesimo a tutte le genti e nazio-
ni palesati. Il Dontti de' Dittici
p. 217, scrive che anticamente fi-
guravansi gli apostoli con un libro
0 volume iu mano , sigiiificandosi
con ciò le opere canoniche lascia-
teci dai medesimi, o la libera fa-
coltà che ricevettero da Gesù Cri-
sto di predicare il santo vangelo.
1 libri sacri e canonici sono quelli
che la Chiesa riconosce ed ammet-
te a far parte della Scrittura. P^.
Bibbia e Canoni. 1 libri della Chie-
sa o liturgici sono quelli che ser-
vono alla celebrazione del divino
uffizio come gli Antifonari, i Gra-
duali, i Messali, i Ltzionari, i Dit-
tici, quelli degli Evangeli, dell'-E-
pisiole, de' Sagramenti, delle Se-
quenze, ec, di cui parliamo ai lo-
ro articoli. I libri troparii conten-
gono i versetti che si cantavano
immediatamente avanti l'introito,
come un preludio di esso, oppure
frammischiavansi al medesimo, una
parie del coro cantando l' introito,
l'altra simultaneamente il tiopo. V.
Titopus. E qui. noteremo, che Fran-
cescantonio Mondelli, nella sua De-
cadi^ di eccl. dissert., scrisse la IX:
Sopra la decorosa custodia in che
tene<>ansi i sacri libri, e la pompa
con cui al popolo leggevasi massi-
mamente il vangelo, i libri litur-
gici si ornarono e custodirono in
più modi. Gli antifonarii si distin-
guevano ordinariamente per la per-
gamena color ceruleo o rosso, pei
caratteri di argento , e nelle parti
LIB
esteriori per ornamenti d'avorio.
Ai lezionari si facevano le lettere
iniziali in oro, e nell'esteriore si
arricchivano con ornati d'oro, con
intagli di avorio e pietre preziose.
I libri degli evangeli e de' sacra-
menti si ricoprirono d'oro e di pie-
tre pre7Ìose disposte con eleganza.
Libri di tal genere talvolta si cu- :
stodirono in cassette d' oro e den- \
tro preziose coperture. I libri spi-
rituali sono particolarmente quelli
che trattano della vita spirituale o
cristiana, che eccitano alla divozio-
ne, che servono alla meditazione. Il
libro Diurno contiene l'uffizio di-
vino, ed il libro Pontificale v sacri
riti, per non dire di altri libri dei
quali parlasi a' loro articoli. Sicco-
me il vocabolo libro si applicò non
solo alle opere scritte o stampate,
ma anche ai diversi registri che si
tengono ne'pubblici archivi, di per-
sone, di spese, di rendite o di al-
tri oggetti ; così si sono variati
straordinariamente i titoli di quei
libri, ed alcuni sono divenuti sotto
diversi nomi, monumenti storici, o
diplomatici, o amministrativi. In
multi stati si è adottato la deno-
minazione di gran libro, in quello
sul quale si scrivono le rendite
pubbliche o anco il debito pubbli-
co. Celebre fu presso i veneti re-
pubblicani il libro d'oro, nel quale
si registravano i nobili facenti par-
te della veneta aristocrazia. In di-
verse città il registro araldico del-
la nobiltà ad essa aggregata ezian-
dio chiamasi libro d'oro. Leggio
(fedi) è ristrumento sul quale
tiensi il libro per cantare i divini
uilizi. Nel descrivere le sacre fun-
zioni si è notato chi deve sostene-
re i libri. Al Papa dicemmo che
lo sostengono nei pontificali il car-
dinal wscovo assistente in piviale,
LIB LIB iSf)
e nelle altre funzioni un patriar- lifìcio accordarono e tuttora dichia-
ca, o arcivescovo o vescovo assi- rano diritto proprietario le opere
stente al soglio, in piviale o in di scienze, lettere ed arti a nonna
cappa, in piedi se il Papa sta ritto, dell'editto 23 settembre i8a6. Mol-
ed in ginocchio quando il l^apa li providi governi negli ultimi anni,
siede. Incombe ai cardinali diaconi per giusto tratto di equità, gua-
assistenti voltare i fogli, supplendo rentirono ai rispettivi autori le Io-
sa non lo fanno il prefetto delle ro opere letterarie ed artistiche
cerimonie pontifìcie. Questo ed altri pubblicate nei loro dominii, -vie-
libri , come quello del celebrante, tando le ristampe e le contralTa-
dell'epistola e del vangelo, si cuo- zioni. E siccome le corti d'Austria e
prono con drappi del colore cor- di Sardegna aveano stipulato ima
rente. Dell'imposizione del libro convenzione tra loro per tali gua-
degli evangeli sul capo nelle ordi- rentigie, invitarono il regnante Pa-
uazioni de' vescovi , ne tratta il pa Gregorio XVI ad accedere alla
Chardon, Storia de sacramenti, t. convenzione pei suoi stati, 1q che
III, p. 6i. Martino Giorgio Christ- volonlieri fece a mezzo del cardinal
gau nel Programma de duplici li- Lambruschini segretario di slato, il
brorum dote, in Jo. Gotti. Bider- quale a' 20 novembre 1840 pub-
manni, Seleclis scholaslicis, Numb. blicò la convenzione utilissima e
1745, dice che sono la prefazione di vero incoraggiamento agli auto-
e le note ; la terza dote dei libri ri di opere, mediante notificazione,
è Vindice [Fedi) delle cose più LIBURJNIA. Antica provincia dei-
notabili. Francesco Vettori, il car- 1' lllirio lungo il mare Adriatico,
dinal Garampi , Gaetano Marini, dall' Arsia ove terminava l'Istria,
Francesco Cancellieri e Tari altri sino alla Cerca, un tempo Titius,
illustri autori, per raddoppiare l'u- che la divideva dalla Dalmazia ;
tililà degl'indici delle loro opere, una linea dalle sorgenti dell'Arsia
vi hanno inserito, con ordine alfa- a quelle di Kulp la separava al
betico, a guisa df appendice, altre nord dalla Pannonia, da cui era
utili notizie. Chr. Liberii ci ha da- pure divisa all'occidente da una
to un'opera con questo titolo: De catena montuosa che estendevasi
scribendis, legendis et aestimandis sino alla sorgente dell' Onn. Si no-
librix, Ultrajecti i58i. minano diversi popoli antichi che
Quanto alla proprietà letteraria abitarono la Liburnia, i più con-
dei libri e delle opere, solevano i siderabili chiamati i japidi occu-
sovrani concederla agli autori, edi- pavano tutte le coste dell' Arsia si-
tori o stampatori, a tempo deter- no al Tedan ; gli altri erano i men-
minato come un privilegio, quindi tori, ^V ismani, gli enchelei, i brii-
moltissimi sono gli esempi di Pa- ni, i peliceli, i lacinii, gli stulpii, i
pi che concessero agli autoii, edi- bornislì, gli olbonnesi od arhonne-
tori e stampatori un privilegio di si. Alcuni di questi popoli più non
dieci anni per la stampa dei libri sussistevano allorché Augusto con-
od altro che pubblicavano, minac- quistò la Liburnia. Si crede cou
ciando la scomunica ai contrad'at- fondamento che sia stata per qual-
tori. In seguilo i cardinali camer- che tempo soggetta ai re dell'Uli-
len^lii di s. Chiesa nello stato pon- ria, come è certo che questa prò-
I go L I B
TÌncla era indipendente quando il
regno dell'Illiria o della Dalmazia
fu distrutto. I romani ne acquista-
rono alcune piazze sulle coste, pri-
ma che Augusto incominciasse a
regnare, poiché parlasi della flotta
liburnica di Pompeo; ma questo
principe l'assoggettò interamente,
inviando una colonia a Zara. Allo-
la Scardona divenne capitale della
provincia, tenendo in essa la loro
giurisdizione i magistrati romani.
La Liburnia fece sempre parte della
provincia della Dalmazia. I goti,
gli unni e gli avari vi cagionaro-
no de' guasti nella decadenza del-
l' impero, dicendosi anche che que-
sti ultimi vi si stabilirono al tem-
po dell'imperatore Maurizio; ma
i bulgari lo avevano fitto prima
di essi, se si presta fede a qualche
autore slavo, che dice esservi en-
trala una truppa di questi barba-
ri sotto il regno di Giustiniano I
nel 540, ed avervi ucciso il ge-
nerale Acume , uno di nazione,
che vi comandava pei romani. Il
nome di maurovalusi che questi
autori istessi danno agli antichi a-
bitanti, e che secondo essi signifi-
ca latini nerij sembra ad alcuno
avvicinarsi molto al nome di mor-
lacchi, che è quello che si dà an-
co adesso agli abitanti di una por-
zione della Liburnia. Pare che i bul-
gari e gli avari non abbiano goduto
lungo tempo della loro conquista,
poiché sotto il regno di Eraclio ,
verso l'anno 620, i croati ne di-
strussero una parte, ed obbligaro-
no l'altra ad assoggettarsi ad essi.
La Liburnia chiamata allora Dal-
mazia [Vedi), cangiando di nome
prese quello di Croazia [Vedi). I
liburna, una delle tre nazioni pro-
venienti dagli illirici, sono verisi-
luilmente i primi popoli che sieiio
Lic a
penetrati in Italia (Vedi), dalla S
parte settentrionale, verso il secolo
XV^ avanti Gesù Cristo. Si stabi-
lirono fra le Alpi e l'Alhesis, po-
scia passarono dall' altro lato del
Po, ed allontanandosi dalle pianu-
re paludose che stavano all'imboc-
catura di questo fiume, si estesero
lungo il mare, essendo stali ripul-
sati verso l'estremità d'Italia, ove
formarono i loro principali stabili-
menti. I liburnii fissati in Italia si
divisero ne' tre rami di apuli, pae-
diculi o paedidi o peucetii, e cala-
i/ri. Il paese da loro abitato si
chiamò Apulia dai romani, e Ja-
pygia dai greci. Le liburnidi isole,
sono quelle del mare Adriatico lun- ■
go la Liburnia , e cingono la co- ■
sta orientale del golfo di Venezia,
lungo la costa di Croazia.
LlCAOiNIA. Piccola provincia
dell'Asia minore, secondo Strabo-
ne, e parte della Cappadocia al
mezzodì della Cilicia, da cui è se-
parata dal monte Tauro, tra 1' I-
sauria a ponente e 1' Armenia mi-
nore a levante. Iconio [Vedi) n'è
la metropoli. Furono apostoli della
Licaonia s. Paolo e s. Barnaba. AI
tempo del concilio di Nicea la Li-
caonia non formava che una sola
provincia colla Pisidia, ma vennero
divise poco dopo, dando Antiochia
per metropoli alla Pisidia. Teodo-
sio II nel V secolo staccò alcune
sedi vescovili dalla Licaonia per for-
mare una parte della Nuova-Licia.
Alcune Notizie gli danno un nume-
ro maggiore di sedi, altre minori.
LICENZIATO. Grado scientifico
che conferiscono le università j in-
feriore al dottorato, benché per ta-
le altre volte pigliavasi in Italia,
liccnzialus, laurea donatns. Licen-
ziato chiamasi colui, che ha ottenu-
to il grado della licenza o licenzia-
LIC LIC ìc,x
tarei, per conseguire il quale in di- Sulda osserva che il nome di liceo
rillo canonico, in diritto civile, in derivava originariamente da un
filologia, in fdosofia, in teologia, in tenf)pio fabbricato in quel luogo e
medicina, in farmacia ec. bisogna consecrato ad Apollo Liceone; di-
aver studiato il tenjpo prescritto dai cono altri invece che i portici, i
regolamenti delle diverse tiniversilà. quali facevano parie del liceo, era-
In alcune università, specialmente no slati innalzati da certo Lieo
oltramontane, il vocabolo di licen- figliuolo d'Apollo; l'opinione però
za significava talvolta il corso in- più generalmente ricevuta era che
tero degli studi, al fine del quale si quell'edifizio cominciato da Pisi-
otteneva il grado di licenziato, e co- strato fosse stato compiuto da Peri-
sì chiamossi talora anche il grado eie. In quel luogo trova vansi non
stesso. L'origine di questo vocabo- solamente i portici, ma anche viali
lo deriva dal sistema introdotto d'alberi piantati alternativamente, o
anticamente nelle scuole, che coloro come dicesi, in quinconce, nei quali
i quali soddisfatto avevano all' ob- i filosofi passeggiando, disputavano
bligazione imposta da Giustiniano intorno a varie questioni, e di l.ì
I, di conisacrarsi per quattro anni venne che peripatetica o Jìloaofia
allo studio delle leggi, dicevansi ot- del liceo nominossi la filosofia di
tenere licenza, cioè permesso di ri- Aristotile. Molti stabilimenti mo-
tiravsi dalle scuole. Il grado però derni d'istruzione furono nominati
detto licenza, si qualifica con qiie- licei, ad esempio di quell' antica
sto nome, perchè la persona che lo scuola famosa ; i francesi special-
ottiene, conseguisce con quell'alto mente nei primi anni della rivo-
la libertà di leggere e di insegna- luzione diedero il nome di liceo
re pubblicamente , il che non ac- ad un luogo in cui riunivasi a
corda vasi nella maggior parte delle Parigi una società scelta di perso-
Uni^'ersilà (l'edi) ad un semplice ne, che si dedicavano alla coUi-
Baccelliere (^P'edi). Il Nicolio iici vazione delle lettere e delle belle
FZo^co// dichiara cosa sono i licen- arti; in quel primo stabilimento
ziati, verbo Doctor. » Licentiati di- si davano pubbliche lezioni e vi si
cuntur ad effectum , ut potianlur facevano letture pubbliche di me-
privilegiis licentiatorum , non illi , morie, di dissertazioni, o di altre
qui a lectoribus, vel aliis doctoribus produzioni scientifiche. Le prin-
examinali, et appi-obati sunt, sed cipali scuole della Francia pi-
qui sunt approbati in examine pu- gliarono quindi il nome di licei,
blico ( quod privatum appellatur, e così pure lo pigliarono molti
quia nullus admittitur ibi praeter stabilimenti d'istruzione in Italia,
examinatoreSj et examinandos), sed e questi lo conservano tuttora ,
nondum consecuti sunt insigna do- mentre all'epoca del ristabilimento
ctoratus. " Vedi Dottore. della monarchia in Francia tor-
LICEO. Luogo pubblico di let- narono in più luoghi gli antichi
telarli esercizi, ed è anche nome nomi di Scuole e di Collegi [Ve-
di una scuola celebre o di im' ac- di). All'articolo Collegi di Roma,
cademia in Atene, dove Aristotile parlammo di quelli ch'erano o che
spiegava la sua filosofia. Da quella vi sono ancora nell'alma città, men-
veune il nome ai nostri licei, e Ire all'articolo Liegi (^ Vedi ), di-
192 LI e LIC
ceoimo del Collegio Lwgp.ie, od ni- Lugo, Macerata, Matelica, Perugia,
l'niticolo Malinc.i (Fedi) , óe\ mio- Pesaro, Rieti, Terni, Tolentino,
no Collegio Belgico da idtimo in Norcia, Rimini e Vetralla. Anli-
Roma eretto. I collegi del resto del- camente era un luogo pubblico
lo slato pontificio sono nelle seguen- d'istruzione in R.oma chiamato l'ye-
ti città. Bologna due, cioè il colle- teneo , eretto dall'imperatore A-
gio Jacobs, ed il collegio di s. Luigi; driano l'anno i35, per servire di
Fano, il collegio Nolfi; Lugo, il uditorio ai dotti, ed a quelli che
collegio Trisi; Ronciglione, Velie- volevano leggere le opere loro in
ti i , Marino, Benevento, Urbino, presenza di molti individui. Servi-
Ferentino, Loreto, Spello, Ferrara, va eziandio di collegio, e vi si
A latri. Camerino, Fermo, Faenza, tenevano pubbliche scuole. Si ere-
Città di Castello, Cento, ed Orvie- de che Adriano così lo appellasse
to. I collegi convitti sono quelli dal greco nome di Minerva, per-
di Ravenna, Terracina , Perugia, che era giusto che un edifizio de-
ed il collegio convitto Campana di stinato al convegno dei dotti por-
Osimo. tasse il nome della dea delle scien-
11 ginnasio poi è una specie ze. Un ateneo simile, formato a
di scuola ove anticamente si e- Lione dall'imperatore Caligola, fu
sei-citavano i giovani nelle ginna- celebre per la dottrina dei maestri
stiche e negli studi. Oggi si usa che vi tennero scuola, e per i
quel vocabolo in generale come premi istituitivi da quel principe,
sinonimo di scuole o di luoghi do- Questo titolo fu poscia esteso alle
ve sono scuole, I nostri antichi accademie destinate all' insegnamen-
scrittori pongono insieme il gin- to delle scienze e delle lingue, ai
nasio e la palestra. I greci ed i collegi, alle biblioteche, ed alle
romani indicavano col nome di dotte società, come è l'ateneo di
ginnasio l' edifizio pubblico, in cui Brescia, quello di Treviso, quello
i giovani si esercitavano nella lot- di F'orli, ec. Di quest' ultimo ne
ta e in tutti i giuochi opportuni parlai al voi. XXV, p. 2o3 e 2o5
per dare al corpo pieghevolezza, del Dizionario. Avendo, secondo il
leggerezza e vigore. INudi erano mio costume, mandato l'articolo
coloro che si occupavano in que- che scrissi su Forlì ai magistrati
gli esercizi, e da questo trasse la di tale città, per la revisione ed
sua origine il nome di ginnasio, approvazione del medesimo, uno
che viene dal vocabolo greco indi- d' essi m' impose dichiarare che
cante la nudità. Chiamasi archi- l'ateneo e le accodemie in esso
ginnasio V Uuii'ersilà [Fedi) j VU- esistenti furono soppresse nel i83r,
niversità Romana ( Fedi) , pie- precisamente colle parole che si
cisamente si nomina l' archiginna- leggono a p. 2o5, col. 2, linee
sio romano della Sapienza. 1 gin- 2 5, 26, 27, 28, 29; laonde per
nasi dello stato pontificio sono i tanta autorità, a me non restava
.seguenti, cioè esistenti nelle città che l'obbedire. A gloria però del
che nomineremo. Ancona, Ascoli, vero, tali aggiunte parole non si
Bagnacavallo, Cesena, Città di Ca- debbono valutare, dappoiché la sa-
slelio, Faenza, Foligno, Foili, Fos- era congregazione degli studi , per
sombrone, Gubbio, Jesi, Imola, prudenziali viste, a detta epoca, con
LIC
Suo decreto uon soppresse, ma so-
spese e pose ÌQ quiescenza , non
solo l'ateneo forlivese (già da lei
approvato), ma tutte le accademie
dello stato pontificio, alcune delle
quali sono state riattivate. Questa
rettificazione a mia discolpa verso
l'illustre città la ritenni indispen-
sabile , non meno per la stoiica
verità, che in ossequio al lustro
dell'ateneo medesimo, che vanta
ascritti rispettabili personaggi , ed
il fiore degli ingegni italiani. Dei
principali licei, ginnasi, accademie
ed atenei, se ne là eziandio parti-
colare menzione negli articoli dei
luoghi ove esistono, f'. Accademie.
Alcune di quelle dello stato pon-
tificio essendo state approvate dal-
la sacra congregazione degli studi
dopo la stampa dell' articolo, non
potei farne menzione , come per
esempio l'accademia Tuscolana che
istituita in Frascati nel primo mag-
gio 1842, fu approvata da detta
congregazione a' 28 gennaio 184?.
LICHFIELD, Lichfddia. Città
vescovile d'Inghilterra, contea, la
seconda di quella di Stafiord, nel-
l'antico regno di Mercia, a poca
distanza dal canale di Wirley-:et-
Essington. Occupa una vasta esten-
sione, ed è irregolarmente fabbri-
cata. Vi sono quattro chiese par-
rocchiali, delle quali la più osser-
vabile è la maestosa cattedrale di
gotica struttura, dedicata a Dio in
onore della Beala Vergine e di s.
Ceaddo o Ciddo uno de' suoi ve-
scovi. Questo mirabile edifizio, in*
comincialo l' anno 637, fu termi-
nato nel secolo XIII. Rimarchevo-
le è il monumento del vescovo
Hyder, così il bellissimo coro, ed
il Bambino dormente, stupendo
lavoro di Chantrey. Altri monu-
. meDli sono pure interessanti per la
YQL. XXXVIIl.
LIO 193
loro antichità e bellezza. La cat-
tedrale di Lichfield, sebbene abbia
sofferto non piccoli danni nelle
guerre civili, e molto abbia pur
sofferto dall' affluenza dell'atmosfe-
ra e del tempo, a causa della na-
tura della pietra, pure è d' una
gran bellezza. Sontuoso è il pro-
spetto esterno ; originalmente era
anco ricca di statue entro taber-
nacoli, ed i tre portici di quel la-
to sono profusamente adorni di
scolture ; le finestre di vetri colo-
rati sono d' una splendidezza senza
pari. Vi sono poi tre spire, di cui
la centrale giunge all'altezza di
180 piedi. La città possiede inol-
tre alcuni templi pei presbiterianL
ed i calvinisti, una cappella ed
un seminario cattolico, un ospizio
pei' le vecchie vedove o le figlie
nubili degli anglicani, ed un tea-
tro. Lichfield ha una società filo-
sofica, ed una scuola privilegiata
di belle lettere, della quale fecero
parte Addisson, Woolaston , Ash-
mole, Garrick, Johnson. Vi si os-
serva il palazzo comunale che rin-
chiude la prigione; un bel merca-
to; l'ospedale di s. Giovanni che
si distmgueva pe' suoi numerosi
cammini di singoiar costruzione; la
chiesa di s. Michele, vecchio edi-
fìzio sormontato da un'alta torre,
e che rinchiude molti monumenti;
e la fontana di s. Cead, le cui
acque hanno alcune proprietà me-
dicinali. Le sue manifatture rende
considerabile il commercio; nomina
due membri al parlamento.
La sede vescovile fu eretta ver-
so l'anno 669, secondo Comman-
ville, ma nell'Anglia sacra si legge
che Duima o Diurna fu consacra-
to vescovo di Lichfield in princi-
pio del 656, e morì nel 658 : era
scozzese, e vescovo pure di Liodis-
i3
J94 LIC
farne e delle provincie vicine. La
sede fu falla sullraganea della nie-
tiopoli di Cantorbeiy; quindi nel
681 fu divisa in Uè. Fu tenuto
un concilio in questa città nel
785, per l'elezione di un arcivesco-
vo. Anglic. t. I. Dopo la morie
del vescovo Wulsi od Ulfì. avve-
nuta nel io53, il suo successore
Leofviuo trasferì la residenza a
Covenlry nel 11 83, dove il conte
Ereford mise dei monaci nel mo-
nastero di Covenlry, in cui eranvi
piima delle religiose : ai monaci
poi vennero sostituiti dei canonici
dal vescovo Ugo di IVonaul nel i 1 88.
L'ultimo vescovo di Lichfield e di
Coventry fu Raoul o Rodolfo Bone,
consecrato nel 1 554, che morì nel
1 559 dopo di essere stato spogliato
del suo vescovato per non aver vo-
luto prestare giuramento di fedeltà
alla regina Elisabetta gran propa-
gatrice dello scisma. Egli era stalo
prof*essore di teologia nel collegio
di s. Giovanni dell' università di
Cambridge ; conosceva benissimo
ìa lingua ebraica che avea insegna-
to per qualche tempo a Parigi,
LICIA, Lycìa. Provincia eccle-
siastica eretta dall'imperatore Teo-
dosio II, e formala con alcune cit-
tà della Licaouia e della Pisidia,
differente dall' antica Licia di cui
parla Plinio. La provincia di Li-
cia ebbe Mira per metropoli, e fu e-
sarcato di Licia , con trentasette
sedi vescovili per suffraganee. Que-
sta provincia era nell'esarcato d'A-
sia. La Licia propriamente detta
è una regione marittima dell'Asia
minore sul Mediterraneo, i cui a-
bilauti sono originari di Creta, e
presero il nome di iicii da Lycus
figliuolo di Pandione. Un tempo
furono dediti alla pirateria, e pren-
devano il nome delle madii in ve-
LIC
ce di quello dei padri. Non si co-
noscono che Ire re della Licia,
prima che Creso soggiogasse il
paese.
LlCjVIDO, Lychnidus. Sede ve-
scovile della Macedonia o dell'Jl-
liria orientale. V. Acrida.
LICOPOLI, Lycopolis. Città ve-
scovile dell'Egitto , al settentrione
di Scholp, così chiamata dai greci,
cioè città de lupi, perchè fabbrica*
ta in memoria di quelli che scac-
ciarono gli etiopi, e che persegui-
tarono sino ad Elefantide , Tali
lupi dicesi differenti dall' animale
di tal nome, chiamandosi in Egit-
to piovonsch , e dagli arabi ibn-
aova a motivo del suo lugubre e
spaventevole ulalare. Io persiano
chiamasi schakal, ed ha per istin-
to di cercare e divorare J cadave-
ri, ecco perchè viene spesso rap-
presentato ne' monumenti egiziani,
massime sulle casse di mummie, e
sulle pitture di queste. Vuoisi che
uno di questi animali si nudrisse
nel tempio principale della città .
Fu patria del monaco Giovanni,
celebre per le sue profezie, che fio-
rì sotto Teodosio il Grande.
La sede di Licopoli nella prima
Tebaide, del patriarcato di Ales-
sandria, sotto la metropoli di An-
tinoe , eretta nel IV secolo, fu poi
anche sede d'un vescovo copto. Ab-
biamo daW Orienschrist, t. II, p. 102,
i seguenti vescovi di Licopoli, Ales-
sandro che sedeva nel declinar del
terzo secolo, autore di un tratta-
to contro i manichei. Melezio fa-
moso scismatico che occupando la
seconda sede del patriarcato, con-
sideravasi come 1' arcivescovo di
tutta la Tebaide. Egli era di Te-
be, e la sua causa fu trattata nel
primo concilio generale di JNicea
l'anno 325, in cui venne determi-
LID
nato , che Melezio restasse scnra
giurisdizione vescovile in Licopoli,
e che gli ordinati da hn rimanes-
sero soggetti al patriarca alessan-
drino. Il vescovo Volnsiano as-
sistette al concilio di Nicea. N. . . .
giacobita ordinalo dal patriarca gia-
cohita Sanuzio li , pagando una
grossa somma di denaro, la qnal
cosa inorridì talmente gli abitanti
di Licopoli, che gl'interdissero l'in-
gresso nella città per tre anni in-
tieri, laonde restò sempre in un
villaggio vicino. Antonio giacobita
sedeva nel 1086. Giovanni 1 gia-
cobita fu pure vescovo di Licopoli.
Giovanni 11 giacobita ricevette gra-
ziosamente il p. Vansleb, come di-
ce questi nella sua relazione d'E-
gitto, stampata a Parigi nel 1677.
Al presente Licopoli, Lycopolien, è
un titolo vescovile in partibus sot-
to il patriarcato pure in partibus
di Alei.sandria. Per ultimo ne fu-
rono insigniti, Jovino Bystrzycki^
e dopo monsignor Antonio Holt-
greven della diocesi di Paderbona
canonico della cattedrale, fatto nel
concistoro de' 22 giugno i843 dal
Papa regnante Gregorio XVIj che
inoltre lo deputò sufifraganeo al ve-
scovo di Paderbona Riccardo Dam-
mers, e tuttora funge l'uffizio.
LICOSTOMIO , Lycostomium .
Sede vescovile della provincia di
Macedonia, nella diocesi dell' llli-
ria orientale , sotto la metropoli
di Tessalonica, chiamata pure Tes-
sala- Tcmpe. Perebio o Ferebio suo
vescovo intervenne al concilio di
Efeso. Oritns chn'st. t. 11, p. 102.
LIDDA o DIOSPOLIS, Lydda.
Città vescovile della Palestina, nel-
la parte occidentale della tribù di
Efraim, non lungi dal mare di
Siria, fra Anlipatris al settentrione
e Kicopolis al mezzodì, dieci nà-
LID 195
glia distante da Joppe verso l'occi-
dente, e trenta da Gerusalemme.
Fu città ragguardevole per l'eccel-
lenza delle fàbbriche, non che per
la feracità del suolo. Reduci i giu-
dei di Babilonia, l'occuparono i be-
niamiti. Al tempo de'Maccabei era
considerabile, e fu una delle tre
città che Demetrio re di Siiia
tolse ai samaritani onde darla agli
ebrei. Divenne poscia una toparchia
distinta da Samaria. Fu la città
abbruciata al principio della guer-
ra de'giudei contro i romani, da
Cestio Gallo, il quale al suo in-
gresso non vi trovò che cinquanta
abitanti che fece tutti uccidere.
Fu qualche tempo dopo rifabbri-
cata; quindi dopo la rovina di Ge-
rusalemme, gli ebrei stabilirono a
Lidda un' accademia, ove professò
per alcun tempo- il famoso Aki-
ba. Fu illustrata dalle frequenti
visite del principe degli apostoli s.
Pietro, che vi fondò la chiesa,
convertendo tutti gli abitanti. Ivi
risuscitò Tabita, e restituì la salu-
te al paralitico Enea. In questa
città san Giorgio di Cappadocia
nella persecuzione di Diocleziano
patì glorioso martirio. A di lui o-
nore T imperatore Giustiniano I vi
eresse un sontuoso tempio, che poi
abbellì e dotò di rendite Edoar-
do 111 re d'Inghilterra, quando i-
stitu\ l'ordine nobilissimo ed eque-
stre di s. Giorgio o della Giarret'
tiera. Nel tempio si venerava il
suo corpo che sotto i re latini fu
diviso in più parti, e se ne mandò
a Roma, a Genova, a Parigi, ed al-
trove. Perciò Lidda fu anche chia-
mata Città di s. Giorgio. Un vescovo
greco risiede appresso al di lui se-
polcro, cioè agli avanzi del suo tem-
pio, nel borgo di Rama o Ramu-
la, che occupa il luogo dell'antica
igG LID
Lidda. Quanto alla sede vescovi-
le , narra Commanville eh' essa
appartenne alla prima Palestina ,
nel patriarcato di Gerusalemme ,
sotto la metropoli di Cesarea, eret-
ta nel IV secolo. Però secondo il
Terzi, Siria sacra, p. i5o, il suo
primo vescovo fu Zana discepolo
degli apostoli ; indi nel concilio Ni-
ceno v'intervenne il vescovo Aelio,
e nel primo di Costantinopoli Dio-
nisio. La lettera sinodica all'impe-
ratore Leone, la sottoscrisse Enea,
cui successe Eustazio. L' Oriens
chrisl. t. Ili, pag. i syS, riporta
che tredici vescovi ebbero la sede
in Diospoli o Lidda , e quattro
vescovi latini in Lidda o Rama.
La sede vescovile pei latini fu e-
retta al tempo delle crociale, anzi
Commanville scrive che nel secolo
XII fu fatta arcivescovato onorario.
Al presente Lidda, Lydden, è un
titolo vescovile in partibus, sotto
r arcivescovo pure in parlibus di
Cesarea, che conferisce la santa
Sede. Ma quel che rese questa
città più celebre ancora sotto il
nome di Diospoli, Diospolitaniwi,
fu il concilio che vi fu tenuto nel
4 I 5 contro Pelagio.
Eroe d' Arles e Lazzaro d'Alx
vescovi delle Gallie, scacciati dalle
loro sedi in occasione delle tur-
bolenze eccitate dalla irruzione dei
barbari, avendo denunziato Pelagio
come eretico dinanzi ai vescovi di
Palestina, e questa denunzia aven-
doli renduti celebii, compilarono
un memoriale degli errori di tale
eresiarca, nel quale sostenevano
che Pelagio fosse reo, tratto in
parte dalle opere dello stesso Pe-
lagio, parte da quelle di Celestio.
Questo affare fu portato davanti
al concilio, che s. Agostino chia-
ma di Palestina , ma che real*
LID
mente è di Diospoli o Lidda. Vi
si trovarono quattordici vescovi,
e Pelagio comparve dinanzi al
concilio. Eroe e LazzaVo non v'in-
tervennero, né v'era chi scoprisse
il reo senso de' libri di Pelagio ;
che anzi per lo contrario era sos-
tenuto da Giovanni di Gerusa-
lemme. Fu letta la memoria di
Eroe e di Lazzaro, nella quale
avevano inserite in gran parte le
proposizioni di Pelagio, e tra le
altre queste. » I fanciulli senza es-
sere battezzali hanno la vita eter-
na, quantunque non entrino nel
regno de' cieli ; la grazia non è
necessaria per ogni opera buona
in particolare; il libero arbitrio
basta colla legge e colla dottrina ;
la grazia è data secondo i meriti
nostri, e dipende dalla volontà
dell'uomo". Pelagio confessò che
una parte di queste proposizioni era-
no sue , ma non nel senso che le
prendevano i suoi accusatoti, pre-
tendendo egli di averle intese in
vui modo non contrario alla fede;
e si sbrigò dalle obbiezioni che
se gli fecero, o coli' astenersi dal
rispondere o con affettare d'im-
brogliare gli oppositori con una
farragine di parole confuse, e eoa
certi sofismi che in fatti abbaglia-
vano. Che sia così, può vedersi in
s. Agostino, il quale riferisce le
parole dei vescovi e di Pelagio,
lenendo gli atti originali del con-
cilio, che gli erano stati spediti.
Finalmente non essendosi trovato
nessuno, che potesse sostenere le
accuse prodotte contro Pelagio, e
non potendo quei vescovi esami-
nar i libri ch'erano scritti in lati-
no, giudicarono dei sentimenti di
Pelagio da quanto egli diceva, e
prestarono fede alle sue parole; e
quindi, essendosi ingannati, perchè
LID
erano uomini, lo credeltero cattoli-
co. Poiché ebbe egli dichiarato di
seguire in tutto e per tutto la
dottrina della Chiesa cattolica, e a-
nateraatizzato tuttociò ch'eravi con-
trario, i padri lo riconobbero uni-
to alla comunione della Chiesa. Ma
quantunque Pelagio traesse vantag-
gio da questo concilio, pubblicando
che i quattordici vescovi aveano
approvalo i suoi sentimenti, s. A-
gostino dice che que' vescovi, che
egli chiama santi e cattolici, as-
solvendo la persona di Pelagio,
han condannato la sua eresia, per-
chè quegli che n' era il capo la
condannò egli medesimo per non
essere condannato; ch'eglino avevano
assolto un uomo che negava l'ere-
sia, ma che non vi aveano mai
assolto r eresia. In questa guisa
Pelagio ingannò i vescovi^ e l'as-
soluzione da loro ricevuta non
fece altro che renderlo più teme-
rario. In appresso fu esposto, che
Celestio diceva che il peccato di
Adamo non avea recato nocumento
che a lui solo, e non agli altri
uomini; che i bambini nascono
.nello stalo medesimo in cui era
Adamo avariti la sua caduta ; e
non volea egli coulèssare che il
peccato di Adamo passasse in lo-
ro; che oltre a questi due capi,
era inoltre stato accusato presso i
padri di Cartagine, di tenere: i.°
Che Adamo fosse stato creato
mortale, e ch'egli dovea morire,
tanto peccando che non peccando.
1° Che la legge conduceva al
regno <le'cieli al pari del vangelo;
che prima della venuta di Gesù
Cristo v'erano stati degli uomini
che non avevano peccato; essere
falso che gli uomini morissero per
la morte e la prevaricazione di
Adamoj e che tutti risuscilaskero
LID 197
per la risurrezione di Gesù Cri-
sto. Labbé tom. II ; Arduino t. I ;
Baluzio in Collect. j Diz. de coti-
cilii.
LIDIA, Lydia. Provincia del-
l'Asia minore, i cui confini erano
a settentrione la Misia ; a levante
la Frigia; a mezzodì il Meandro,
che la divideva dalia Caria, In e-
poca lontanissima confinava colla
Ionia, avente per capitale Sardi
o Sardes, poco distante dal monte
Tmolo. Tolomeo contò nella Lidia
tredici città; la Notizia di Leone
il Sapiente registrò ventisette ve-
scovati ; quella di Jerocle ventitre;
Commanville dice che la Lidia
era sotto 1' esarcato d' Asia, che
avea Sardi per metropoli, poi tra-
sferita a Filadelfia con ventotto sedi
vescovili sulTraganee. La Lidia è
dominio della porta ottomana. Il
regno di Lidia sotto il nome di
Moeonìa si formò con diverse pro-
vincie dell'Asia minore, e non va
confuso con questa provincia ec-
clesiastica. Il regno di Lidia contò
tre dinastie di re, che successiva-
mente in essa regnarono.
LIDORIO (s.), vescovo di Tours.
Nacque nella stessa città, e nel-
l'anno 337 fu scelto ad occupare
quella sede, che dalla morte di
s, Gaziano suo primo vescovo, era
rimasta senza pastore. Riferisce s,
Gregorio di Tours, ch'egli fu uiì
vescovo di singolare pietà, e ve-
ramente animalo dallo spirito de-
gli apostoli. Fabbricò la prima
chiesa nella sua città episcopale ;
e dopo aver guadagnato un nume-
roso popolo a Gesù Cristo, mori
nel 371. Le sue reliquie finoiio
in processo di tempo collocate nel-
la cattedrale, ed è onorato ai ij
di settembre.
LID WIN A (beata). Nacque nel
rgS LIE
i38o a Schiedham o Squldam in
Olanda, mostrò fin dalla sua ado-
lescenza una tenera divozione alla
Madre di Dio, e in età di dodici
anni fece il voto di sua virginità.
Tribolata da continue infermità, il
suo confessore la confortò a medi-
tare di spesso la passione di Ge-
sù Cristo. Lidwina obbedì, e pre-
se tanto piacere in questo santo
esercizio, che dividendolo in sette
punti, per corrispondere alle sette
ore canoniche della Chiesa, passa-
va in esso i giorni e le notti. Per
silfatta guisa trovò tanta consola-
zione nelle sue pene, che lungi
dal volerne essere liberata, prega-
va Iddio di accrescerle anche più,
purché le facesse la grazia di sof-
ferirle con pazienza, e vi aggiun-
geva alcune altre mortificazioni
volontarie. Amorosissima verso i
poveri, assistevali in tutto ciò che
era in suo potere, e dopo la mor-
te de'suoi genitori distribuì loro
tutti i beni che ne avea ereditato.
Queste e tanto altre di lei virtù
furono ricompensate col dono dei
miracoli e di molte rivelazioni.
Finalmente dopo un martirio di
trentott'anni, ai i4 aprile i433
passò all'eterna beatitudine. Tom-
maso da KLempis , che scrisse il
compendio della sua vita, riferi-
sce parecchi miracoli di cui era
stato testimonio di veduta. Ella è
onorala ai i4 d'aprile.
LIECHTENSTEIN Roseo Gior-
gio, Cardinale, Giorgio Roseo
Liechtenstein, nato in Kicolosburgh
castello d'Austria, o come ad altri
piace nella città di Como, da pre-
vosto della cattedrale di Vienna,
nel 1 390 fu fatto vescovo e prin-
cipe di Trento. 11 Papa Giovanni
XXII 1 nel sabbato delle tempora
a' 6 giugno 14 II lo creò cardina-
LIE
le dell'ordine de' preti. Dopo essere
stato il bersaglio dell'avversa for-
tuna in vita, lo fu ancora in mor-
te, che per mezzo di veleno lo tolse
dal mondo nel i4'9 "el castello
di Sporo, senza titolo cardinalizio,
per non essersi mai recato in Ro-
ma a prenderlo, negli otto anni
che visse nella dignità.
LIEGI {^Leodieiì). Città con re-
sidenza vescovile nel regno del
Belgio, antica città di Alemagna
e delle Fiandre, altre volte impe-
riale, capoluogo della provincia
del suo nome, già capitale dello
stato sovrano vescovile di Liegi,
avente ora una popolazione di set-
tantamila abitanti. E distante cin-
que leghe da Maestricht e dieci-
nove da Brusselles, in una valle
amenissima, al piede del monte di
s. Walburgo, al confluente della
IMosa e dell'Ourthe, che vi for-
marono molte isole. E residenza
delle autorità civili e militari della
provincia. Evvi un arsenale, uno
stabilimento pei sordo-muti, una
borsa, una camera di commercio,
e diverse fabbriche. L'università,
fondata nel 1817, comprende un
anfiteatro anatomico ed un giar-
dino botanico. Vi è pure un se-
minario; un collegio diretto dai
gesuiti ; una accademia di pittura,
scoltura e architettura ; una scuo-
la speciale di miniere, di arti e
di manifatture; un collegio reale;
una libera società di emulazione
per le scienze naturali; una scuola
di mutuo insegnamento, ed altri
stabilimenti. Liegi un tempo mol-
to fortificata e con una cittadella
situata sulla montagna di s. Wal-
burgo, non ha presentemente che
due opere esterne, ma è difesa al
nord da una vasta cittadella, di
recente costrutta sul luogo dell'an-
LIE
tira. Ila tliecl sobborghi e si divi-
de in qualtro sezioni, essendo sta-
ta un tempo divisa in due parli :
In città vecchia o alta, che si e-
slende sul declivio della montagna
di s. Walburgo, sulla riva sinistra
della Mosa; e la città nuova o
bassa, che comprende i quartieri
dell'Isola e d'Oltre Mesa. Dieciset-
te ponti, ha' quali si dislingue
quello delle arcale, riuniscono le
diverse paili della città, e belle
strade lungo l'acqua, alcune fian-
cheggiale anche di viali d'alberi,
seguono una porzione del corso
della riviera. Le strade sono in
generale anguste. Il passaggio della
Cornamusa è molto ameno e de-
lizioso. Vi si contano dodici piazze
pubbliche; quella del mercato che
possiede una bella fontana, può
dirsi la principale, e si trova di
prospetto al pubblico palazzo, va-
sto edificio, ma di poco gusto e
di genere pesante, che rinchiude
la pubblica biblioteca. La grande
e massiccia caltediale eretta nel-
rVIII secolo da s. Uberto, sul luo-
go slesso in cui s. Lamberto ve-
scovo di Maeslricht aveva sofferto
il martirio, e dove fu trasportato
il suo corpo, fu saccheggiata nel
1 794 nell'invasione francese, e le
campace vennero fuse. Con lode-
vole divisamento se ne legge la sua
storia e la descrizione de' suoi mo-
numenti per cura del barone Sa-
verio Van-Den-Sleen de Jehay, il
quale nel 1846 in Liegi, coi tipi di
Dessain, ci diede con diverse inci-
sioni l'importante libro: Essai hi'
slorique sur L'ancienne cathédrale
de s. Lambert à Liège, et sur son
chapilre de chanoines • tréfonciers.
Sono assai poco osservabili gli altri
pubblici monumenti, Iranne però la
bella chiesa di s. Paolo ; il vasto pa-
LIE 199
lazzo vescovile, il cui cortile è cir-
condato da un peristilio formalo
da colonnati semi-gotici , l'arsenale,
l'università, ed il nuovo teatro co-
slruilo sul modello dell'Odeon di
Parigi. Merita speciale menzione
l'orologio della cattedrale con olio
campane maggiori e dodici mino-
ri per battere le ore. Per muove-
re la più grande vi vogliono ven-
tiquattro uomini , essendo imper-
nala fra due gran ruote, che sono
cinte da due grosse funi, a cui
sono attaccate altre ventiquattro
corde ; dodici uomini le tirano
in alto da una parie , ed al-
tri dodici dall' altra al basso, per
formare un concerto musicale.
Queste campane sotto descritte
dal Rocca, che ne produce anche
l'incisione, nel t. I, Opere, de Cam-
panis ; da Giorgio Braunio in t.
Ili, p. II e 12 Cii>itatum ; e dal
Cancellieri, Delle campane p. 3i
e 79-
Liegi un tempo capitale di un
governo e piincipato ecclesiastico
dello stesso nome, il cui vescovo prin-
cipe dell' impero e sovrano di detto
stato era aulicamente suffraganeo
di Colonia, rinchiudeva una quan-
tità di chiese, abbazie e conventi,
che furono dai francesi in parte sop-
pressi. La industria è quivi flori-
dissima, e si esercita nelle fucine ed
in belle fabbriche di armi, cannoni,
orologi, lanificii, merletti ec. Tutti
questi prodotti, unitamente a quel-
li dei dintorni, principalmente del
vino, danno moto ad un allivo com-
mercio, chela navigazione della Mo-
sa facilita singolarmente, facendo
comunicar Liegi con la Francia e
le Provincie settentrionali del regno.
Questa città è patria di moltissimi
nomini distinti, e fra gli altri di s.
Uberto originario d'Aquitania, e se-
200 LTE
concio alcuni primo suo vescovo; de-
gli incisori Warin, Lairesse e Na-
talis; di Raniiequin, autore della
macchina di Mariy; del celebre com-
positore di musica Gretry, ec. I
dintorni sono fertili e ben coltiva-
ti. Presso Liegi ewi la miniera di
carbon fossile o fossa di Ceaujonc,
celebre pel sacrifizio di Golliu che
•vi fu inghiottito il 28 febbraio 1812.
L'antico paese di Liegi era abitato
dagli ebnroni e dai coiidrusi di cui
parla Cesare; piìi lardi divenne un
principato, ed il vescovo di Liegi ne
divenne sovrano. Faceva parte del
circolo di Westfaiia e rinchiudeva
sette piccole contrade; cioè la Cam-
pina liegese, la Hazbaye, le contee
di Hornes e di Looz, ed i paesi di
Condroz, di Franchimont e di Sta-
Telot. Confinava al nord col Bra-
bante e la Gueldria; all'est coi du-
cati di Limburgo e di Julieis ; al
sud col ducato di Lussemburgo e
le Ardenne; ed all' ovest col Bra-
bante e la contea di Namur. La
sua estensione calcolavasi a circa
ottantotto leghe di lunghezza, con
poche di larghezza, avendo una po-
polazione di duecentovenlimila a-
bitanti. I francesi che al principio
della rivoluzione s'impadronirono di
questo paese e lo riunirono alla Fran-
cia, nel 1795 lo divisero fra i di-
partimenti della Mosa inferiore, del-
l'Ourthe, e di Sambra e Mosa. Nel
i8i4 fece parte del nuovo regno
de'Paesi Bassi, e nel i83 t fu il Lie-
gese compreso nel novello regno
del Belgio {Vedi).
La città di Liegi o Luik, in te-
desco Liìllich, ed in latino Leodi-
ca, Leodìnm, Leodicuni e Legict,
pretesero alcuni autori che le sia
■venuto il nome di Legia a cagione
di una It^^ione romana che fu scon-
fìtta dagli abitanti del paese insieme
LIE
con cinque coorti comandate da Col-
ta e da SabiiiOjCome narra GiulioCe-
sare ne'suoi commentari. Secondo
qualche scrittore fa fabbricata da un
certo Ambiorix principe gallo, men-
zionato anche da Cesare. E però più
universale opinione che prima di
s. Lamberto che pervenne al vesco-
vato nel 658, e le diede una mag-
giore estensione, Liegi non fosse
che un piccolo borgo. Questa città
molto soifiì nel IX secolo dalle in-
cursioni dei normanni; e nel i 106 vi
mori Enrico IV imperatore di Ger-
ìuania ( Vedi). Trovandosi il Pon-
tefice Innocenzo II in Francia, a
cagione dello scisma dell'antipapa A«
nacleto II, nel ii3i passò in Liegi
ove fu visitato dall'imperatore Lo-
tario II coH'iinperatricii sua sposa.
L'imperatore uscì incontro al Pa-
pa avanti la cattedrale, addestrò il
di lui cavallo e l'aiutò a discender-
ne. Di poi Lotario II domandò il
ristabilimento delle Investilure ec-
ctesiasliche ( Vedi ), ma il Ponte-
fice coraggiosamente si rifiutò, e s.
Bernardo persuase il principe a de-
sistere dalla domanda ; bensì gli
promise di coronarlo in Roma colle
insegne imperiali, se si obbligava
difendere la Chiesa e conservare i
dominii della santa Sede, ciò che
cesare promise. Innocenzo II cele-
brò in Liegi un concilio a'22 mar-
zo, lo presiedette alla presenza de-
gli imperiali coniugi, e coU'inter-
vento di molti vescovi : Ottone ve-
scovo di Alberstadt deposto da O-
norio II dalla sua sede, ivi fu ri-
stabilito da Innocenzo li, che vi trat-
tò pure la causa dell' antipapa, dis-
prezzalo dalla Germania , che ri-
conobbe la di lui legittimità. Lab-
bé t. X; Arduino t. VI; Diz. dei
concila. Da Liegi il Papa passò ai
19 aprile all'abbazia di s. Dionisio»
LIE
■ccomialalosi dall' impeiatore. En-
rico duca tli Biabante prese questa
città a'3 maggio iii-ì, e la sac-
cheggiò per sei giorni, commetten-
do crudeltà e non risparmiando le
cose sacre, costringendo gli abitanti
a giuiare fedeltà al suo alleato Ot-
tone IV eh' era divenuto nemico
della santa Sede. Il vescovo di Lie-
gi Ugo, e SilFrido arcivescovo di
Magonza , legato apostolico, sco-
municarono Enrico in un sinodo
diocesano. Il Papa Innocenzo III
sdegnato col duca pel suo operato,
gli ordinò di reintegrare il vescovo
di Liegi de' gravi danni recaligli,
ma egli in vece coll'esercito si por-
tò nuovamente ad opprimerlo. Al-
loi-a il vescovo pieno di riducia in-
vocò il patrocinio della Beata Ver-
gine e di s. Lamberto, e benedet-
to l'esercito che oppose al nemico,
riportò a'i3 ollobie 121 3 compiu-
to trionfo con manifesto aiuto del
cielo, essendo molto assai maggiori
le forze di Enrico.
L' elezione de' vescovi cagionò
in Liegi de' grandi disordini nel
secolo XV. Giovanni di Baviera
governava da molto tempo la chie-
sa di Liegi, quaiituncpie non fosse
ecclesiastico. I liegesi gli fecero la
guerra assediandolo in Maestricht.
Giovanni di Bor"o"na lo venne a
liberare ; uccise trentaseiinila lie-
gesi in una battaglia l'anno i^OQj
obbligò gli altri ad assoggeltcìrsi, ed
entrò poscia nella città, ove fece
gittar nella Mosa i più colpevoli fra
i rivoltosi : la citlà però si ristabi-
W ben presto. Carlo il Ttnierario
duca di Borgogna, mirando alla
rovina di Liegi, non poterono am-
mansirlo né Onofrio vescovo di
Tricarico nunzio apostolico, né Lo-
dovico vescovo della città Unitosi
il duca colle forze di Luigi XI re di
LIE 101
Francia, s'impadronì di Liegi a'3o
ottobre 1468, facendovi i soldati
inaudile stragi. Gli abitanti fidati
nel di festivo non aveano pensato
a difendersi, [ler cui quarantamila
liegesi dice il Munsteio che peri-
rono, oltre le donne gittate nella
Mosa. Dopo questo ci uticle avveni-
mento i liegesi conservarono sem-
pre un odio implacabile contro chi
n'era stato cagione, specialmente con-
tro la casa di Borgogna. Dopo di-
verse ribellioni de' borghesi contro
i loro vescovi , sempre solfocale
colla forza, Liegi cadde nel 16 34
in potere de'francesi, che la prese-
ro anche nel 1701. Scacciati questi
da"Ii austriaci e dai loro alleati
nel 1702, difesa contro i fran-
cesi nel 1705 dal celebre Marlbo-
rough , restituita al suo vescovo
pel trattato di Baden , rientrò sot-
to il dominio dell'Austria che ne
prese possesso alla fine del 1790.
I francesi se ne impadronirono nel
1792, e di nuovo nel 1794 dopo
essere stata evacuata dagli austria-
ci, che ripresa l'avevano nel 1793,
e che ritirati dopo la battaglia di
Fleurus, vi abbruciarono una por-
zione de'sobborghi. RiunitaalUi Fran-
cia, di cui fece parte sino al 18 14
come capoluogo del dipartimento
dell'Ourlhe, seguì i destini del suo
nuovo signore il re d Olanda, di-
venuto re de'Paesi- Cassi, finché fu
incorporata nel regno del belgio.
La sede vescovile di Liegi vuoi-
si fondata nell' oliavo secolo sotto
la metropoli di Colonia, donde poi
fu assoggettata a quella di Malines
di cui lo è tuttora. La prima sede
di questo vescovato era nella città
di Tongres ( Vedi), dove fu fon-
data, come piamente credesi, da s.
IMaterno discepolo di s. Pietro, nel-
l'anno 97 di Gesù Cristo. Essendo
20^ LIE
poi questa città slata distrutta da-
gli unni, il vescovo s. Servato ne
trasferì la sede vescovile a Mae-
strioht verso l'anno 383, Commanvil-
le dice nel 49*^> dove la cattedra-
le era la chiesa della Beata Ver-
gine: altri registrano all'anno /\.5o
la distruzione degli unni. Finalmen-
te il vescovo s. Uberto la traspor-
tò a Liegi verso l'anno 709 0718,
conservando però sempre il titolo
di Tongres, che sopravvisse alla sua
rovina, e non avendo preso quello
di Liegi che nel 961 sotto il ve-
scovo Eberardo, 0 come altri voglio-
no Eraclio. Veramente quanto ai
vescovi di Liegi, vi è molta diffi-
coltà nel poter fissare la successione
dei primi di essi. Tutti gli scritto-
ri che parlano de' vescovi di Ton-
gres o Liegi ne incominciano la se-
rie dopo l'ottavo secolo. Quando s.
Materno fu ntandato da s. Pietro
con s. Eucario a Treveri, non era
allora che un semplice suddiacono;
fatto poscia sacerdote, venne da s.
Eucario medesimo ordinato vescovo
di Tongres, ed occupò quella sede
per quarant'anni. Suoi successori
furono s. Navito, s. Marcello, s.
Metropolo, s. Severino, s. Fiorenzo,
s. Martino, s. Massimino e s. Va-
lentino : si pretende però che tutti i
suddetti vescovi siansi reciprocamen-
te succeduti ai vescovati di Treveri,
Colonia e Tongres ; ma che dopo
la morte di Valentino, ciascuna di
quelle sedi vescovili abbia avuto il
suo vescovo particolare. Servato o
Servazio fu vescovo di Tongres ed
assistette al concilio di Sardica nel
347, ed a quello di Rimiui nel 359,
dove si distinse pel suo zelo contro gli
ariani : lasciatosi in seguito ingannare
da quegli eretici, sottoscrisse la loro
professione di fède. Gli scrittori del-
ia storia del vescovato di Liegi
LIE
dicono che questa sede restò vacan-
te sette anni, dopo la morte di Ser-
vato. Di lui successore fu s. Agrico-
lao, quindi Ursicino. Dopo diversi
altri vescovi, lo divenne s. Teodo-
ro o Teodardo, che nel 668 ebbe
in successore s. Lamberto suo di-
scepolo ; questo però venne caccia-
to dalla sua sede da Faramondo,
ma ritornatovi nel 681, fu assassi-
nato da Dodone domestico di Pi-
pino nel 708. Gii successe s. Uber-
to discepolo di tal santo martire,
il quale trasportò la sede a Liegi,
e collocò il corpo del medesimo s.
Lamberto nella chiesa de'ss. Cosma
e Damiano, di cui ne fece la cat-
tedrale: s. Uberto continuò con
grandissimo zelo a procurare la di-
struzione dell'idolatria nella sua dio-
cesi e mori nel 727.
INello scisma sotto l'imperatore
Federico I, per opera di questi fu
eletto successore all'antipapa Vitto-
re IV detto V, il pseudo-pontefi-
ce Pasquale III, che a' 26 aprile
I 164 fu consecrato da Enrico ve-
scovo di Liegi. Al vescovo Raoul
nel 1191 successe s. Alberto dei
conti di Lovanio, fratello del duca
della Bassa-Lorena, arcidiacono del-
la cattedrale, eletto di comun con-
senso dal popolo e clero di Liegi
pel candore de' suoi costumi. Ma
essendo per violenza dell' impera-
tore Enrico VI stato intruso nella
sede Lotario prevosto di Bonna ,
Alberto intraprese affatto sconosciu-
to, non senza rischio della propria
vita, il viaggio di Roma, dove trat-
tò la sua causa avanti Celestino III,
il quale preso dalle rare sue qua-
lità, non solo lo confermò nella di
lui canonica elezione , rigettando
l'usurpatore, ma volle pure nel
1192 o 1193 crearlo cardinale.
Indi gli conferì il diaconato nel
[ LIE
Sabbafo delle quattro tempora fli
Peutecoste, colla facoltà di tinsi or-
dinare dall' arcivescovo di Pieitns,
nel caso che il suo nielropolitano
Brunone arcivescovo di Colonia,
negato avesse di prestarsi a questo
ufiicio ; e nella sua partenza da Ro-
ma gli regalò il Papa un anello
d'oro e due mitre di gran valore.
Avendo l'imperatore per tuttociò
concepito gran sdegno, impugnò le
armi contro i parenti del cardinale,
mentre otto cavalieri tedeschi, forse
da lui provocati o per fargli cosa
grata e vendicar il preteso affron-
to, con tredici pugnalate uccisero
il cardinale in Reims a' ^4 novem-
bre 1193, poco dopo di avere ri-
cevuto l'episcopale consecrazione dal
cardinal Guglielnao Albimano: il
santo predisse la sua morte, e spi-
rando pregò pe' suoi persecutori. Il
di lui corpo nel 161 3 fu trasferi-
to a Brusselles , ove lo portarono
sulle proprie spalle Alberto arci-
duca d'Austria ed il nunzio Guido
Bentivoglio poi cardinale. Paolo V
gli concesse il culto di martire, es-
sendo il suo nome registrato nel
martirologio romano a* 2 i novena»
bre. Ne scrissero le gesta Egidio di
Liegi e il p. Nicolò Orano trance-
scano di Liegi : ne parlammo an-
cora agli articoli s. Alberto, e Lo-
BENA Alberto, cardinale.
Colla mediazione del duca di Lore-
na, fu eletto dopo s. Alberto, ^Simone
dei duchi di Limburgo, che avendo a
competitore Alberto di Curque, am-
bedue si portarono a Roma dove
Celestino HI creò cardinale il pri-
mo, ma dopo pochi giorni mori
con sospetto di veleno. Nel conci-
lio generale Lateranense IF (Fedi)
dicemmo come il vescovo di Liegi
v'intervenne vestito in diversi mo-
di. Nel 1226 fu tenuto un couci-
LTE
3o3
lio in Liegi da Corrado legato delia
santa Sede, contro Federico conte
d' Issemburgo, ed i suoi fiatelli i
vescovi di Munsfer ed Osnabruck,
per l'uccisione di s. Engeiberto ar-
civescovo di Colonia e martire. Lab-
bé tom. X ; Arduino lotu. VII.
Erardo della Marck de' principi
di Sedan, già canonico di Liegi, in-
di vescovo di Chartres , crealo
cardinale nel i520 da Leone X,
venne eletto vescovo di Liegi d'u-
nanime consenso del capitolo. Ghe-
rardo di Groesbech o Grousbroek
principe e vescovo di Liegi nel
i564, e nel iSyS fatto cardinale
da Gregorio XIII. L'ultimo cardi-
nale vescovo di Liegi fu Gio-
vanni Teodoro di Baviera, fratel-
lo dell'imperatore Carlo VII, ve-
scovo di Ratisbona, ed amministra-
tore di Frisinga, nel 1 743 creato
cardinale da Benedetto XIV, il qua-
le nell'anno seguente colla ritenzio^
ne delle dette due chiese, lo pre-
conizzò vescovo di Liegi , e mori
nel 1763. La serie dei vescovi di
Liegi si legge sino al mentovato
cardinale nella Galli a christ. t. Ili;
e nella Storia ecclesiastica d' Ale-
magna, t. I. I successori sino ad
oggidì, sono riportati nelle annuali
Notizie di Roma. L' ultimo vesco-
vo che fu principe sovrano dello
stato di Liegi, fu Francesco Anto-
nio Maria Costantino de' conti di
MeanBeaurieux di Salve diocesi di
Liegi, da Pio VI traslato da Ippo
iti partibus, nel concistoro de' 24
settembre 1792. 11 medesimo Pa-
pa nell'istesso anno gli diede in suf-
fraganeo Antonio Casimiro de Sto-
ckhem de Heers di Liegi, facendolo
vescovo in partibus di Canopo. II
primo vescovo poi di Liegi senza
l'antico dominio temporale fu Gio-
vanni Zoepllel di Argentina, fatto
204
LIE
da Pio VII a' 3 giugno iScz. Al
presente lo è monsignor Cornelio
Biccardo Antonio Van-Bommel di
Leyden nell'Olanda, fatto successo-
re al precedente da Pio Vili, nel
concistoro de' i8 maggio 1829-
11 principe vescovo di Liegi ve-
niva eletto dal suo ricco ed illustre
capitolo di nobili canonici. F. De-
stain nel lySS dipinse le insegne
gentilizie de' principali nobili ca-
nonici, col loro nome, cognome e
titoli , quale pittura venne incisa
colla pianta topografica della città,
ed in mezzo l'effigie dell'ultimo ve-
scovo principe, sovrastata dalla sua
arme, ed in alto la Beata Vergine
Maria, ed i tre santi vescovi pa-
troni della città. Faremo qui men-
zione di alcuni personaggi e dignitari
del capitolo di Liegi. Il primo è
Giuniano Federico de' duchi di Lo-
rena, arcidiacono di Liegi, che s.
Leone IX passando per questa cit-
tà condusse s^co e creò cardinale,
poscia meritò di essere eletto nel
loSy Pontefice col nome di Ste-
fano IX detto X. Il secondo è Ja-
copo Pantaleone di Trojes arcidia-
cono di Liegi, che fu deputato dal
suo capitolo ad intervenire al con-
cilio generale di Lione I ; e ben-
ché non fosse ornato della dignità
o
cardinalizia fu eletto Papa nel 1261
col nome di Vi batto IF {^Vedi).
Questi fece propagare per tutta la
Chiesa la festa del Corpus Domi-
ni i^Vtdi), che oiigiiiala in Liegi,
come dicemmo al citalo articolo,
era stata presciitla nella diocesi dal
vescovo Roberto, nel concilio cele-
bralo nel 1 •246. il terzo è Teo-
baldo Visconti di Piacenza , arci-
diacono di Liegi, che sebbene non
fosse cardinale, nel 1271 fu esal-
talo al pontificato col nome di Gre-
gorio X (Fedi), col quale lo ve-
LIE
neriamo sugli altari. Questo Papa
mentre celebrava il concilio di Lio'
ne [Fedi) depose T indegno e reo
vescovo Enrico, che avea osato pre-
sentarglisi vestito prima da mar-
chese di Francimonte , e poi da
conte di Mura. A suo dileggio fu-
rono composti questi vei-si.
Qui fuit ante comes, dux, mar'
cliio, praexul et abbas ,
De ihalanio Papae laiiliinimodo
presbjter exit.
Dipoi il pessimo Enrico uccise Gio-
vanni nipote del re di Francia, che
Gregorio X gli avea dato in suc-
cessore. Il quarto fu Adriano Flo-
renzi o Florentz d' Utrecht, fatto
cardinale nel iSiy da Leone X,
canonico di Liegi nel 1021, crea-
to Papa a' 9 gennaio i522, e ri-
tenendo il nome si chiamò A-
driano VI. Gli altri canonici del
capitolo di Liegi innalzati al car-
dinalato furono i seguenti, ed il
primo di essi fu Giovanni E-
gidj detto il cardinal di Liegi ,
perchè stato prevosto di questa
chiesa, innalzato al cardinalato nel
i4o5 da Innocenzo V^ll, poscia se-
polto nella cattedrale di Liegi. Quan-
to agli altri riporteremo i soli no-
mi e cognomi, le cui notizie sono
alle loro biografìe, e per l'epoca
dell'esaltazione alla dignità cardi-
nalizia premetteremo gli anni. 1467
Oliviero Carata. i493 Giamianto-
nio Sangiorgi. i5o5 Fazio Santo-
rio. i5ii Antonio Ciocchi del
Monte. i522 Guglielmo Enchen-
voer. 1534 Alessandro Farnese.
i536 Girolamo Aieandri. i537
Giovaimi Alvarez. ì5^5 Ranuccio
Farnese. 1 548 Carlo di Borbone
Vendome. i557 Vitellozzo de' Vi-
lellozzi. i56i Antonio Perrenol di
LIE
Granvela. 1607 Maurizio di Sa-
voia. i652 Federico d'Assia. i66g
Emmanuele de La Tour. 1 67 1
Bernardo de Caden, 1706 Cristia-
no Augusto di Sassonia. Inoltre il
capitolo ebbe diversi elettori del
sacro romano impero, come Erne-
sto de' duchi di Baviera elettore
ed arcivescovo di Colonia, principe
e vescovo di Liegi . Adolfo con-
te von Holsade-Scliawenbiirg Ster-
tieberg, elettore ed arcivescovo di
Colonia. Ferdinando di Baviera
piincipe e vescovo di Liegi, arci-
vescovo ed elettore di Colonia. I\Ias-
similiano di Eaviera-Leuchtenberg,
arcivescovo ed elettore di Colonia,
principe e vescovo di Liegi. Giu-
seppe Clemente di Baviera, arcive-
scovo ed elettore di Colonia, vesco-
vo e principe di Liegi.
Il Papa Clemente XI nel 17 i3
impegnò Filippo V re di Spagna in
favore del capitolo di Liegi, acciò
togliesse dalle mani degli olandesi
le fortezze di Liegi e di Hiiyensen,
ch'essi tenevano munite dal loro
presidio militare. Al presente il ca-
pitolo di Liegi si compone di tre
dignità, la maggiore delle quali è il
decano, di dieci canonici, e di altri
preti e chierici addetti all' ullizia-
tura. La cattedrale, di gotica strut-
tura, è sotto la triplice invocazione
della Beata Vergine Assunta in
cielo, della conversione di s. Paolo
apostolo, e di s. Lamberto vesco-
vo e martire patrono della dio-
cesi. [Nella cattedrale si venerano
molte reliquie, tra le quali il cor-
po del medesimo s. Lamberto .
L' episcopio è un poco distante
dalla cattedrale. Nella città oltre
la cattedrale vi sono venticinque
altre chiese parrocchiali munite del
fonte sacro, fra le quali si distin-
gue quella di s. Giacomo, antico
LIE 20>
e bel monumento di architettura
gotica ; diversi monasteri di mo-
nache, fra le quali ve ne sono di
s. Benedetto; una casa di liguorini,
le scuole e convitti dei fratelli
delle scuole cristiane delti della
carità, quattro ospedali, due orfa-
notrofi, il seminario ed il monte
di pietà. Amplissima è la diocesi
perchè comprende le due provincie
di Liegi e di Limburgo, ove sono
novecento sessantadue luoghi. Ogni
nuovo vescovo è tassato ne' libii
della camera apostolica in fiorini
372, costituendosi le sue rendite
in annui franchi tredicimila. Ora
passeremo a dire del collegio lie-
gese eretto in Roma pei liegesi.
L'ospizio d'Archis o collegio lie-
gese in Boma venne istituito per
disposizione testamentaria di Lam-
berto d'Archis, depositata negli atti di
Amico A binante notaro capitolino,
li IO aprile 1697, e pubblicala pei
medesimi a' 25 aprile 1699. Co-
stretto il fondatore ad abbandona-
re la sua patria, per le devasta-
zioni cui in que'tempi andava lut-
togiorno soggetta, si recò in Ro-
ma, e vi esercitò per più di cia-
quanl'anni l'officio di spedizioniere
della dateria apostolica,, con che
ebbe campo di formarsi una co-
spicua fortuna. Migliorata in tal
guisa la sua condizione, si sentì
animato da sentimenti di carità
verso gl'infelici suoi connazionali,
che perseguitali nella patria cerca-
vano parimenti asilo nella curia ro-
mana, e pensò di facilitare ad essi
il modo di rendersi abili a pro-
cacciarsi nella medesima quegli stes-
si mezzi di sussistenza, di cui tro-
vavasi egli abbondantemente forni-
to. A questo fine dispose di sue
sostanze per l'apertura di un ospi-
zio iu cui potessero ricovrarsi, ed
2o6 LIE
averft gratuitamente alloggio, letto,
lume e fuoco per cinque anni,
tie' quali imparando la lingua ro-
mana, ed applicandosi alla curia,
potevano procurarsi, com'egli avea
fatto, il modo di vivere comoda-
mente. In detto ospizio dovevano
riceversi coloro soltanto che parla-
vano la lingua vallogallica, ed a-
vevano sortito i natali nel raggio
di cinque leghe dalla città di Liegi,
pieferendosi ad ogni altro i parenti
del testatore, dipoi gli originari di
JMillemorte, ed in terzo luogo quel-
li della parrocchia di s. Uberto co-
gl'isbani, esclusi però gli olttamo-
sani. Kel 1712 la sacra congrega-
zione del concilio, presso la propo-
sta degli amministratori, sanzionò
che il detto ospizio venisse conver-
tito in collegio, ed approvò le re-
gole con cui doveva governarsi.
Gli alunni che in esso ricevevaiisi
erano scelti fra i giovani de'Iuoghi
prescritti dal testatore, e venivano
mantenuti interamente a spese del
collegio per cinque anni, dopo i
quali dovevano sortirne per dar
luogo agli altri che domandavano
di esservi ammessi, e in detto quin-
quennio applicavansi allo studio
delle leggi e de' sacri canoni. Così
prosegui tal benefica istituzione fin-
che il governo pontificio potè tu-
telare la retta amministrazione col-
l'assoggettarla a speciali visite, tut-
te le volte che tal misura rende-
\asi necessaria , e col provvederla
di cardinali protettori. Soppressa
però nell'invasione francese, e per-
duti nella medesima la maggior
parte de' suoi beni, non fu piti
possibile di riattivarla alloichè i
domiiiii della santa Sede furono
restituiti al loro legittimo sovrano,
e coi pochi beni rimasti i cardi-
nali protettori hanno sovvenuto
LIG
di annue pensioni alcuni giovani
che dalla provincia di Liegi si so-
no lecati in Roma agli studi. At-
tualmente la protettoria di tal fon-
dazione trovasi afiìdata al cardinal
piefelto pro-tempore della sacra con-
gregazione degli studi, a ciò desti-
nato con dispaccio della segreteria di
stato degli 11 dicembre i834; le
pensioni sono determinate in nume-
ro di quattro, e nelle somme di an-
nui scudi duecento quaranta per
ciascuna, ed i giovani da ammet-
tersi alla fruizione delle medesime
debbono applicarsi, giusta la dispo-
sizione testamentaria, agli studi di
sacra teologia o di legge. Della
benefica disposizione d' Arohis, ne
tratta Ridolfino Venuti, Roma mo-
derna p. 6G8.
LIGNITZ Veìvceslao, Cardinale.
V. Segna Venceslao.
LIGUORINI. ^. Ss. Redewtore,
Congregazione religiosa.
LIGURIA. Contrada d' Italia,
che faceva anticamente parte della
Gollia Cisalpina, ed anzi una delle
sue Provincie e che diede il suo
nome al mare Ligustico. Si crede
che traesse il proprio nome da
Ligur figlio di Fetonte l'egiziano,
che venne ad abitare questa por-
zione d' Italia molto prima che si
sentisse parlare dei greci, dell'At-
tica e dell' Arcadia. Altri dicono
che per liguri propriamente inlen-
donsi quelli che abitarono tra il
Varo e la IMagra, e da cui un
tal paese fu detto Liguria. Poiché
oltre a questi vi sono stati i Hgii-
ri montani , e denominarono le
Alpi liguri. Il nome di liguri lo
fan derivare Eustazio e Stefano
dal fiume Ligur. Ma la Loira, in-
tesa da essi nel nome Ligur, nien-
te ha di comune colla Liguria. Pao-
lo diacono crede che la parola
LIG
Ligures venga da legere legumina,
di cui abbonda quella provìncia.
Se fosse vera ropinioiie di Eusta-
zio, cha dà ai liguii per autore un
certo Ligure fratello di Albione,
come lo dice Tzetze lib. VII, ii
quale Ligure si oppose ad Ercole
allorché andò in cerca de' bovi di
Gerione, sarebbe ancor più cara
la derivazione del loro nome. Si
divideva in Liguria marittima e
montuosa. La prima, che compren-
deva altresì molte città della Pro-
venza, fu poscia rinchiusa fra il
Varo e la Magra, e chiamossi
volgarmente riviera di Genova. La
seconda si estendeva fino al Po
ed all'Arno, e comprendeva moki
popoli che resistettero ai romani,
fra i quali i più rinomati erano,
secondo Plinio, gli oxubii, i salii ed
i decerili. Il nome di liguri, po-
poli della Gallia Cisalpina, deri-
va dal greco, e furono anche det-
ti ligustini. Avevano una grande u-
niformilà di costumi coi gaulesi,
ma era una nazione di versa e di
altra origine celtica. Che 1' origine
sia celtica, secondo il sentimento
più comune, lo afferma ancora il
Cluverio, sebbene Erodoto li faccia
discesi dai ligi, popoli della Colchi-
de ocome altri dicono dell'Albania,
e Sesto Pompeo li voglia origina-
ti dai siculi. I liguri si estesero
soprattutto in Italia , nella parte
corrispondente allo stato di Genova
e al di là verso il nord. Alcuni
autori lì divisero in liguri capellu-
ti e montanari; abitavano i primi
le coste del mare, e gli altri l'A-
pennino e le Alpi, Furono questi
popoli vinti dal console romano
Q. Opiraio, che vendicò il torto
da loro fatto ai marsigliesi loro al-
leati, saccheggiandone anche la città.
Prima M.Emilio Scauro, e poi Ful-
LIG 207
vio Fiacco compirono di sottomet-
terli. La Liguria seconda compren-
deva una parte dei paesi conosciu-
ti sotto il nome di Piemonte, Mon-
ferrato e Milanese , come dicono
AntoninOj Paolo diacono ed altri
antichi autori. La Liguria formò
poscia il paese dipendente dalla
repubblica di Genova, al quale
articolo meglio parlammo compen-
diosamente della Liguria. Questa
regione, come le altre d Italia, sog-
giacque alle irruzioni barbariche
massime de' goti e de' longobardi.
All'articolo Genova dicemmo pure
della repubblica ligure , contrada
d'Italia lungo il mare che occu-
pava il paese dell'antica repubbli-
ca di Genova, e confinava al nord
col ducato di Parma e col Pie-
monte, all' est col Modenese, ed
all'ovest col dipartimento francese
delle Alpi marittime. Dividevasi ia
sei giurisdizioni , che formavano
quarantasette cantoni, ed aveva una
estensione di cinquantatre leghe di
lunghezza dall' ovest all' est , sopra
dieciotto di larghezza, contando u-
ua superficie di duecento sessanla-
selte leghe quadrate. Fu organiz-
zata nel 1797 dai francesi repub-
blicani, ed il suo governo consiste-
va in un senato presieduto da un
doge a vita. Nel i8o5 la repub-
blica ligure fu incorporata all'im-
pero francese, di cui formò il di-
partimento degli Apennini, di Ge-
nova e di Montenotte. Nel 181 5
questo territorio fu accordato al re
di Sardegna, e forma oggidì quasi
la totalità della divisione di Ge-
nova.
L'evangelo fu promulgato nella
Liguria dall' apostolo s. Barnaba,
verso la metà del primo secolo
dell'era cristiana ; egli eresse la se-
de episcopale di Milano, costituì
2o8 LIG
Tari vescovi nella Liguria, e distese
in molti e vari luoghi la fede di
Gesù Ciisto, come attesta anche il
Rinaldi all'anno 5 12, n. 5i. Ezian-
dio apostoli della Liguria, come più
particolarmente lo furono di Geno-
va, sono considerati i ss. Nazario
e Celso. Altro zelante e beneme-
rito apostolo della Liguiia, nel se-
condo secolo, fu s. Calìinìero vesco-
vo di Milano ; e per non dire di
altri, nel quarto secolo, Marcellino
poi vescovo di Embrun nel Del-
Cnato , Vincenzo e Donnino a-
fricaui propagarono ne' liguri alpi-
giani, ed in altre contrade il cri-
stianesimo. Nel sesto secolo, tra i
pingui patrimoni che possedeva la
santa Sede, si nominano quelli del-
la Liguria e delle Jlpi Cozie: a
ciascuno di questi patrimoni dai
romani Pontefici si dava un di-
stinto amministratore, col nome di
difensore o rettore, che soleva es-
sere uno de' primari chierici della
chiesa romana. Le antiche sedi epi-
scopali della Liguria sono: Geno-
va fatta metropoli da Innocenzo
II nel secolo XII, Ftìidmiglia, Al-
benga, Noli, Nizza, Sai'oiia,Bnigna-
to, Luni-Sarzana, Bobbio ec. Dei
santi, beati, e servi di Dio liguri e
genovesi ; degl' istitutori di ordini
e congregazioni regolari di Genova
e della Liguria, ne trattammo al-
l'articolo Genova, ove riportammo
i cardinali genovesi, ed i Papi li-
guri e genovesi. Qui appresso no-
teremo i Papi ed i cardinali li-
guri, e quelli creduli, oriundi di
Genova, e quelli della Liguria.
S. Euiichiano da Luni eletto Pa-
pa l'anno 275.
Aratore ligure o genovese, altri
lo vogliono di Milano o di Brescia,
il Pontefice Vigilio lo creò cardi-
nale nel 540.
LIG
Teobaldo, della famiglia Gri-
maldi, al dire del eh. sacerdote
Giambattista Semeria , Storia ec'
clesiastica di Genova e della Li'
guria dai (empi apostolici sino al-
l'anno i838. Urbano 11 lo creò
cardinale prete di s. Maria Nuova
nel 1088: il Cardella però che noi
seguiamo. Memorie storiche de'car-
dinali, non dichiara la patria di
Teobaldo.
Guido, della famiglia Grimaldi,
secondo il Semeria , fatto cardinale
prete di s. Balbina da Pasquale li
nel 1099.
Alberico o Uldarico Cibo, se-
condo il Semeria ed il Ciacconio,
ma Tomacelli e napoletano al dire
del Cardella, dichiaralo cardinale
prete de' ss. Giovanni e Paolo da
Onorio li nel 11240 iii5.
Gerardo, della famiglia Grillo,
secondo il Semeria , fatto cardinal
diacono di s. Maria in Domaica
da Innocenzo II nel 11 34.
Oberto , della famiglia Grillo,
secondo il Semeria, che il Cardel-
la chiama Ubeito, creato cardinale
prete di s. Prisca da Adriano IV
nel I i54 o 1 159.
Gotlifredo o Goffredo Pisano, -
di antica e nobile famiglia geno- M
vese, secondo il Semeria, e dal
Cardella chiamato Goffredo Gae-
tani da Pisa, crealo cardinale dia-
cono de'ss. Sergio e Bacco da In-
nocenzo IV nel 1252 o laSS.
Tommaso Parentucelli di Sar-
zana , fatto nel i44S cardinale
da Eugenio IV, e nel i447 P^p^
Nicolo V.
Filippo Calandrini di Sarzana,
fratello uterino di Nicolò V, e da
lui creato cardinale prete di s. Lo-
renzo in Lucina nel i44^'
Pietro Riario , come lo chiama
il Semeria, o Francesco della Ro-
LIG LIG 209
vere, come lo nomina il Caidella, Ferdinando Maria Saluzzo nato
di Albisoia presso Savona, creato in Napoli, annoverato dal Seraeria
cardinale da Paolo li nel 14^7 5 tra i cardinali liguri e genovesi:
Papa Sisto IV nel i^ji. Pio VII lo fece cardinale prete di
Giuliano della Rovere di Albi- s. Anastasia nel 1801.
sola, fatto cardinale dallo zio Sisto Filippo Casoni di Sarzana, fatto
IV nel i^'ji, poi nel i5o3 Papa cardinale prete di s. Maria degli
Giulio II. Angeli da Pio VII nel 1802.
Girolamo Basso della Rovere di Giuseppe Spina di Sarzana, fit-
Albisoia, creato cardinale prete di to da Pio VII nel 1802 cardinale
s. Balbina dallo zio Sisto IV nel prete di s. Agnese fuori le mura.
1477. Giorgio Doria Pamphilj nato in
RalTaeie Sansoni-Riario di Savo- Roma, perchè oriundo di Genova
na, fatto cardinale diacono di s. dal Semeria posto tra i cardinali
Giorgio da Sisto IV suo zio nel liguri e genovesi : Pio VII lo fece
147 7- cardinale prete di s. Cecilia nel
Clemente Grosso della Rovere 18 16.
di Savona, creato cardinale prete Tommaso Riario Sforza nato iu
de'ss. XII Apostoli dallo zio Giulio Napoli, noverato dal Semeria tra
li nel i5o3. i cardinali liguri e genovesi, per-
Leonardo Grosso della Rovere che la sua famiglia proviene da
di Savona, fratello del precedente, Savona: Pio VII lo fece cardinale
fatto cardinale prete de' ss. XII diacono di s. Maria in Domnica
Apostoli da Giulio II suo zio nel nel 1828; al presente è primo dia-
i5o5. cono di s. Maria in Via Lata, e
Antonio Ferrerò o Ferrerie di camerlengo di s. Chiesa.
Savona, creato cardinale prete di Giacomo Giustiniani nato in
s. Vitale nel i5o5da Giulio II. Roma, siccome di famiglia oriunda
Vincenzo Costaguti romano, e genovese dal Semeria registrato tra
perchè oriundo di Genova regi- i cardinali liguri e genovesi : Leo-
strato dal Semeria tra i cardina- ne XII lo fece cardinale prete dei
li liguri e genovesi: Libano Vili ss. Marcellino e Pietro nel 1826.
nel 1643 lo creò cardinale diaco- Francesco Serra de' duchi di
no di s. Maria in Portico. Per Cassano nato in Napoli, arcivesco-
questa medesima ragione noi vi vo di Capua, perchè oriundo di
aggiungeremo Giambattista Costa- (ieuova il Seraeria lo pose tra i
guti romano, che Alessandro Vili cardinali liguri e genovesi : il re-
fece cardinale nel 1690. gnante Papa Gregorio XVI nel
Alderano Cibo de' principi di i83i lo creò cardinale prete dei
Massa e Carrara, perchè oriundo ss. XII Apostoli,
di Genova annoverato dal Seraeria Giuseppe Antonio Zacchia nato
tra i cardinali liguri e genovesi : nel castello di Vezzano, diocesi di
Innocenzo X nel 1 645 lo fece car- Luni-Sarzana, da Gregorio XVI
dinaie prete di s. Pudenziana. creato cardinal diacono di s. Ni-
Lorenzo Casoni di Sarzana, fatto cola in Carcere nel i844-
cardinale prete di s. Bernardo nel Inoltre il Semeria dice, che
iro6 da Clemente XI. Fautore de* iSag'gi cronologici , o
VCL. XXX vili. 14
2io ' LI L
sia Genova nelle sue antichità ri-
cercata, Genova I74^> <- tl'avviso
che Innocenzo IV nel ìi'j'ì cavò
cardinale Giovanni Spinola, e Ni-
colò IV nel i?,88 creò cardinale
Simeone Spinola. Di ambedue l'a-
curalissimo Cardella non ne fa
parola. Qui avvertiremo che nel
voi. XXVIIf, p. 282 del Diziona-
rio, cioè nella serie de'cardinaii
genovesi, sono occorsi questi eirori
di stampa: all'anno ì 585 Pinelli
è scritto col G; all'anno 1602 è
riportato Giuseppe Kenato Impe-
riali che deve collocarsi al 1 690
in luogo di Lorenzo Imperiali, il
quale spetta al luogo del prece-
dente. Ai nostri giorni il Carbone
pubblicò il Compendio della sto-
ria Ligure, dall' origine sino al
i8i4> in due tomi. Da ultimo il
eh. canonico Palemone Luigi Dima
lia pubblicato l'utile ed interessante
Serie cronologica degli arcivescovi
e vescovi degli stati del re di
Sardrgna, ove sono erudite notizie
anco intorno alle chiese della Li-
guria.
LILLA, LILLE, ovvero I/e, Ilcs,
o Isle. Città di Francia del di-
partimento di Valchiusa, circonda-
rio e capoluogo di cantone, nel
contado Venaissino in l'rovenza.
Appartenne alla provincia eccle-
siastica d'Arles, sotto la diocesi di
Cavaillon. È situata presso il cam-
mino che conduce alla fontana di
Valchiusa, in una situazione deli"
ziosa, sopra un'isola formata dalla
Sorga. Questa piccola città nella
sua origine non era che un casale
abitato da pochi pescatori, ove ven-
re a rifugiarsi un gran numero
di abitanti dei borglii vicini, per
sottrarsi alle ruberie di moltissimi
malandrini. Quivi costrnssero un
borgo che portò il nome di s.
L IL
Lorenzo, ed in progresso prese
quello deiriles, Tnsulae, e finalmen-
te l'altro deir//<», onde poi fu del-
ta Lilla. Fu chiamata Ile perchè
le due o tre isole, sulle quali
questo borgo era situato, si tro-
varono riunite in una sola. In
questa città furono tenuti due
concili!, il primo nel f25i da
Giovanni di Baux arcivescovo di
Arles co'suoi sulhaganei, e furono
fatti tredici canoni di disciplina.
Reg. t. XXVIIl; Labbé t. XI;
Arduino t. VII. Il secondo conci-
lio fu tenuto nel 1288 : in esso
vennero confermati i tredici cano-
ni del concilio precedente, e ve ne
furono aggiunti cinque altri. Lab-
bé t. XI ; Arduino t. VII.
LILIBEA o LILIBEO, TJly-
baeuìu. Città vescovile ed antica di
Sicilia, nella sua parte occidenta-
le, al sud del Drepanuni, e presso
al capo del suo nome, il quale
chiamasi ancora capo Boco o Li-
libeo, che resta in opposizione al-
l'imboccatura del porto di Carta-
gine. Lilibea era nel luogo o pres-
so l'odierna Marsala, la quale alla
bellezza del suo antico porto deve
il suo nome, che in arabo signifi-
ca porto di Dio, ed è celebre pei
suoi vini. Si ignora il preciso
tempo della fondazione di Lilibea,
sapendosi che si chiamò anco
Ilelvia- Colonia, ch'era fortissima,
e che n'erano padroni i cartaginesi
nella prima guerra punica. I ro-
mani la tennero assediata per più
di cinque anni ; finché venne loro
consegnata colla pace nell'anno di
Eoma 5ir. Vi si stabilirono allo-
ra i romani, e Tito Livio dice
che vi mantenevano una guarni-
gione di diecimila soldati. Una
flotta cartaginese fu battuta avanti
questa piazza nell' aiuio 535. La
LIL
sede vescovile fu surfragnnea tlella
metropoli di PalerniOj poi fu uni-
ta a Mazzaia. IS'cU'anno 3oo del-
l'era cristiana n' era vescovo saa
Gregorio. Altri vescovi furono
Pasquaunino, che presiedette al
concilio generale di Calcedonia nel
4^1) come legato del Papa s. Leo-
ne I ; Teodoro nel 5c)3 ; Dccio
nel 5c){] ; Elia che sottoscrisse al
concilio di Laterano nel 649 ; e
Teofane che fu al secondo concilio
di JNicea nel 787. In Lilibea vi
fu piu'e la sede vescovile d'un
vescovo greco, sulTraganeo del me-
tropolita greco di Siracusa. Pirro,
Sicilia sacra t. II, p. 447-
LILLEBOXXE o ISLEBOx\>'E,
Jidiohona, Islebona. Città di Fran-
cia, nel dipartimento della Senna
inferiore, circondario, capoluogo di
cantone, nella diocesi di Rouen. E
in una amena posizione, sulla
Bolbec, all' ingresso di una valle
deliziosa. Vi si osserva un castello
gotico in rovina, costrutto da Gu-
glielmo l il Conquistatore, che
spesso vi risiedette. Lillebonne era
l'antica capitale del paese di Caux
e dei Caldi, popoli della Celtica.
Fu considerabile sotto i romani,
che le aveano dato il nome di
Juliohona, probabilmente in onore
di Giulio Cesare, L' itinerario di
Antonino ricorda tre strade romane
che partivano dalla città. Negli sca-
j vi trovaronsi importanti anticaglie,
massime d'un tempio sacro a Bac-
co. Sotto i duchi di Normandia,
Lillebonne riprese qualche splen-
dore. Furono tenuti quivi due
concilii. 11 primo nel 1066 avanti
la spedizione di Guglielmo 1 il
Bastardo in Inghilterra. Bessin in
Concil. Norman. 11 secondo con-
cilio fu tenuto nel 1080 in pre-
senza di detto Guglielmo I duca
LIM 21 r
di Normandia e re d'Inghilterra.
Guglielmo arcivescovo di Piouen,
vi presiedette alla testa dei vesco-
vi ed abbati di Normandia ; e fu-
rono fatti vari regolamenti di di-
sciplina ecclesiastica. Il primo è
per mantenere la tregua di Dio,
coll'autorità de'vescovi e de'signo-
ri. Tra gli altri vi è detto, che
qualora si dia ai monaci una
chiesa, si faccia senza discapito
del .sacerdote e del servigio della
chiesa ; ed i monaci avranno di-
ritto di presentare al vescovo un
sacerdote idoneo. Labbé t. X ;
Arduino t. VI; Dizionario dei
cono, j Bessin in Concil. Norman.
LIIMA (Linian). Città con resi-
denza arcivescovile nell' America
meridionale, un tempo Ciiidad
de los Reyes, città dei re, capi-
tale della repubblica del Perù,
capoluogo dell' intendenza o di-
partimento del suo nome e della
provincia chiamata Cercado di
Lima, sotto la dominazione spa-
gouola. E posta nella bella e de-
liziosa valle della Rimac, a due
leghe dall' imboccatura di questa
riviera nel grande Oceano equi-
noziale, a trenta leghe al sud di
Quito. La situazione di questa cit-
tà , più di seicento piedi al di
sopra del livello del mare, è del-
le più deliziose e sane, quantun-
que sotto una temperatura caldis-
sima. L' aspetto ch'ella presenta
dalla parte di Callao, è invero
incantatore. Vi si arriva per un
gran viale fiancheggiato da due
magnifiche fila d'alberi, presso dei
quali stanno pubblici passeggi ab-
belliti da fiori ed arboscelli ver-
deggianti ; questa via chiamasi A-
lameda. Da luuge si scuoprono le
cupole elevate di molti monu-
menti, i campanili delle chiese, e
212 LIM LIM
gli altri edifizi della cllth, che una fama di bronzo che getta
maestosamente s'innalzano ad una acqua dalla sua tiomba, e da otta
grande altezza; in fondo di questo leoni che fanno scaturire aitres't
viale sta il principale ingresso, dell'acqua dalle loro gole ; la gran-
formato di un arco di trionfo, ma diosa cattedrale ed il palaz'io dei-
in rovina. Lima ha quasi la figu- l'arcivescovo, bellissimi edilizi co-
re di un triangolo, la cui base si strutti in gran parte in pietra,
prolunga sulla riva sinistra della adornano il lato orientale della
riviera per lo spazio di 1920 tese, piazza; dalla parte del nord evvi
e la cui altezza è di 1080 tese, il palazzo del governo, ove siedo-
Una muraglia in mattoni, fiancheg- no le co)'ti di giustizia, una por-
giala di trentaquatlro bastioni sen- zione del quale fu rovesciata dal
za piatta forma né vani, la circon- terremoto del 1687; ali' ovest sta
da, ed ha dieci porte, tre delle il palazzo pubblico, eretto quasi
quali cieche cioè chiuse, essendo sul gusto cinese, e la prigione; il
osservabile per architettura quella lato del sud è fornito di abitazio-
che chiamasi de Maravillas. Al- ni particolari in pietra, adorne di
Y estremità sud-est trovasi la for- eleganti portici,
tezza di s. Caterina, ove sono le Oltre la cattedralej il cui inter-
caserme dell'arliglieiia, il deposito no è d'una ricchezza straordinaria,
militare e 1' arsenale ; sulla riva ^i sono adesso in Lima cinque ai-
destra del Riraac evvi il sobborgo tre chiese parrocchiali, tutte mu-
di s. Lazzaro, al quale si giunge «ile del battisterio e riccamente
per un ponte di pietra largo ed ornate, fra le quali osservasi quel-
elegante. Le strade di Lima, come la di s. Pietro, la cui architettura
quelle del sobborgo, sono parallele è di buono stile; quella del Sacra-
e tagliate ad angoli retti; esse rio; il santuario di s. Rosa di
formano vari quadrati di abitazio- Lima protettrice della città e del
ni, ciascuno de'quali ha circa 4^0 Perù, non che di tutta l'America,
piedi da ogni bto. Le strade sono delle isole Filippine e dell'Indie ;
bene lastricate, ornate di marcia- quella di s. Domenico ; quella di s.
piedi. Le case in generale, quasi Francesco, e quella della Mercede,
simili tutte, non hanno che un Un oggetto di curiosità è la piccola
solo piano con isporto; esse sono chiesa costrutta da Pizzarro istesso,
assai bene fabbricate in mattoni, e che non fu ancora del tutto ro-
od in legno e dipinte all' esterno vinata dai diversi terremoti. Gli
a colore di pietra, onde sembrano stabilimenti religiosi sono numero-
marmoree, avendo un cortile e si tuttora, contandovisi sette con-
spesso un giardino al di dietro; i venti e monasteri pei religiosi, e
tetti sono piatti e coperti di latta circa quattordici monasteri di mo-
o di gesso percliè non piove qua- nache, non comprese le case di
si mai; le case quasi tutte hanno pietà chiamate casas de exercLcio,
l'acqua dalla riviera. In mezzo ove le donne del mondo vanno a
della città evvi la gran piazza di passare tre o quattro settimane,
forma quadrata, ove si tiene il mer- verso il tempo di Pasqua. Per la
cato, il cui centro è occupato da maggior parie questi conventi so-
una superba fontana ornata da no grandissimi e di bella archi-
LIM LIM 3i3
tettora, quello specialmente dei ve nel suo porto naviganti tVogni
{Vancescani o della ss. Concezione nazione. Lima fu considerala la
occupa un ottavo circa delia città, città piti ricca dell'America meri-
e forma esso solo come una pie- dionale. I costumi sono piuttosto
cola città. Gli altri pubblici edifi- liberi, e vi è molto lusso nelle
zi più degni di osservazione sono vesti ed in altro. I dintorni sono
la zecca, stabilita nel 1 565 ; il coperti di case di campagna,
palazzo un tempo dell'inquisizione, gianìiui deliziosi ed ortaglie . Il
quivi stabilita nel 1569; il luogo suolo quantunque sabbioso vi pro-
di ritiro per gli ecclesiastici seco- duce irutti squisiti, ricche raccolte,
lari, ed il collegio un tempo dei ed eccellenti vini ; i fiori vegetano
gesuiti, trasformato ora in ospizio in tutto l'anno,
pegli esposti . Sonovi altri sette Questa città fu fondata al prin-
ospedali, essendoli più vasto quel- cipio del i535 da Francesco Piz-
lo di sani' Andrea ; il Pantheon zairo conquistatore del Perù, sotto
o cimiterio costruito nel suburbio; Carlo V imperatore e re di Spa-
no teatro, ed un vasto circo di gna, e fu chiamala da prima Ciu-
legno ove si danno i combatti- dad de los Reyes, perchè dicesi che
menti dei lori. Evvi una universi- i suoi primi abitanti vennero a sta-
ta sotto il titolo di s. IMarco, fon- bilirvisi nel giorno dell'Epifania o
data da Carlo V nel i549, con dei re. Prese poscia il nome di
molti privilegi, confermati dal Pa- Rimar, di cui gli spagnuoli fecero
pa Paolo III, avendola s. Pio V per corruzione Liniac, e poi quel-
incorporata nel 1072 a quella di Io di Lima. Essa si aumentò ed
Salamanca, perchè godesse le me- abbellì in poco tempo, ma i terribili
desime prerogative. Vi sono an- terremoti che provò in varie epo-
che molli altri stabilimenti d'istru- che paralizzarono la sua prosperità;
zione, come i collegi di s. Carlo, il primo accadde nel i582, ed in
della Libertà, di s. Torribio, del- piogiesso ne sentì più di venti, tra
l'Indipendenza, e di s. Tommaso, i più terribili de' quali contansi
oltre alcuni istituti per leducazio- quelli degli anni i 586, i63o, i655
ne delle donzelle. I collegi hanno e 1764; ma i più disastrosi furono
biblioteche ben fornite, e princi- quelli dell'ottobre 16 19, in cui più
palmente la biblioteca pubblica di cinquecento case furono distrut-
che possiede manoscritti interes- te, e le altre danneggiate; del 17
santi, ed un deposito idrografico, giugno 1678, che rovinò gran par-
Lima fu sempre l'emporio di quasi te della città; quello del 1687 ia
tutto il Perù, ed il centro del cui furono quasi interamente de-
commercio fra l'Asia, l'Europa e moliti i pubblici edifizi; quello del
l'America; questo estero commer- 28 ottobre 1746, per cui in quat-
cio si fa col mezzo di Callao, pie- tro o cinque minuti non restarono
cola città che si riguarda come il in piedi che pochissime case, es-
suo porto, e che si trova a due sendo state rovinate del tutto set-
leghe all'ovest. Dal 1783 fino al- tantaquattro chiese e conventi, il
l'epoca della rivoluzione questa palazzo del vice-re, l'udienza reale,
città fece un gran commercio di- i tribunali, gli ospedali e tutti gli
retto colla Spagna ; oggi essa rice- edifizi più solidi e più elevati de-
1
2i4 LIM
gli altri. Tante rovine però fu-
rono al più presto riparate, innal-
zandosi tutti gli edilizi e le case
più basse di quello che lo fossero
per Io passato ; ma un nuovo ter-
ribile terremoto, quello del 3o
marzo 1828, rovesciò la maggior
parte de' pubblici edifizi e delle
case, e cagionò gravi danni a lut-
to il restante ; più di mille indi-
vidui periiono in una catastrofe s"i
spaventosa. Lima fu il teatro della
maggior parte de'grandi avvenimen-
ti che produssero l'indipendenza del
Perù. 11 generale San- Marti no , vin-
citoi-e delle truppe realiste spagnuo-
le, vi fece il suo ingresso il giorno 1 2
luglio 182 I, proclamandovi la indi-
pendenza del paese il 28 dello stesso
mese: nell'anno precedente la vit-
toria navale riportata dai chiliani
nella rada di Callao, avea agevo-
lato r indipendenza. Nel 1823 il
generale realista Canterac, rientran-
do in Lima vi commise i maggio-
ri eccessi per quindici giorni, ma
fu poscia obbligalo di ritirarsi. On-
de formarsi un' idea dell'opulenza
in cui era questa città, narrano i
geografi che nel 1682, nella circo-
stanza dell' ingresso in Linia del
duca della Piata, viceré spagnuolo,
i mercatanti fecero lastricar le due
strade per ove passar doveva, tut-
te di verghe di argento, del valore
di più che quattrocento milioni.
Quanto agli abitanti, gli spagnuoli
non formano di più della ventesima
parte ; il resto è composto di creo-
li, negri, schiavi, numerosi quanto
i bianchi, e di gente di ogni colore.
La sede arcivescovile è la più
antica di tutta l'America meridio-
nale, giacche s. Domingo è nell'Ame-
rica sellentrionale, e fu eretta nel
Jji3. Questa di Lima la istituì nel
l546 il Pontefice Paolo IH, ad i-
LIM
stanza dell'imperatore Carlo V: di
poi furono fatte suffiaganee di que-
sta metropolitana le sedi vescovili
di C'iiaraagna, Cusco, Arequipa,
TruxillOj Quito, s. Giacomo del
Chili, ss. Concezione del Chili, e
Panama. Al presente la metropoli
di Lima ha per suffraganei i ve-
scovati di Arequipa, Cusco, Guama-
gna ed Ayacucho, Truxillo, Cuen-
ca, Quito, Panama, Guayaquil, e
di Maynas che nel i843 per la re-
sidenza gli fu sostituita Chachapo-
yas. Nel 1840 s. Giacomo del Chi-
li fu eretta in arcivescovato e gli fu
data per suffraganea la sede vescovi-
le della ss. Concezione del Chili :
in tal modo ambedue furono sot-
tratte dalla giurisdizione meh'opo-
lilica dell' arcivescovo di Lima. Il
primo arcivescovo di Lima fu Gi-
rolamo Loaysa di Truxillo domeni-
cano, nominato nel iSjS da Gre-
gorio XIII. Gli successe s. Turribio
Alfonso ]\Iagrovegio o Magroveio
di IMaiorica, uomo distinto per san-
tità e dottrina, che amministrò la
cresima a novecentomila persone, fra
le quali s. Rosa di Lima, non)e che
allora il santo gl'impose cambiandolo
pel battesimale di Elisabetta : mori
nel 1 609 in Sauna visitando l'arcidio-
cesi, ed il suo corpo venne trasferi-
to in Lima. Furono suoi successo-
ri Bortolomeo Lobo, Gonzalvo d'O-
campo, Ferdinando d'Alias, e Pie-
tro di Billiamgomez, canonico di
Siviglia, eletto arcivescovo nel 1640.
La serie degli arcivescovi di Lima,
da Francesco Escandron di Madrid,
dei teatini, che Benedetto XIII tra-
slL'ri dal vescovato della ss. Conce-
zione del Chili a quello di Lima
ove mori nel \']^o, si legge nelle
annuali Notizie di Roma sino al-
l'odierno. Per morte di Bartolomeo
Maria de las Ileras Novario della
LIM
(Viocesl di Siviglia, traslalo da Ca-
sco nel 1806, il Papa regnante Gre-
gorio XVI nel 1834 preconizzò in
arcivescovo Gioigio de Benavente
di Goje, e per di lui morte nel con-
cistoro de' I 3 luglio 1840 gli die-
de in successore l'arcivescovo mon-
signor Francesco di Sales de Ar-
rida di Lima, giù minore osservan-
te e vicario capitolare. 11 medesi-
mo Pontefice sino dal primo febbra-
io i836 dichiarò ausiliare di questo
arcivescovato monsignor Francesco
Saverio Luna Pizzarro di Arequipa,
facendolo vescovo di Alalia in par-
tibui, quindi nel concistoro de' 24
aprile i845 lo traslatò a questa
chiesa, e n'è l'attuale arcivescovo.
La cattedrale, di magnifica strut-
tura, è dedicata a Dio sotto il ti-
tolo di s. Giovanni Evangelista: vi
è il batlisterio e la cura d'anime,
quale è amministrata da tre preti
parrochi. In essa fia le reliquie si
Tenera il corpo di s. Torribio ar-
civescovo e patrono di Lima. Il ca-
pitolo si compone di cinque digni-
tà, essendo la prima il decano, di
sette canonici comprese le prebende
del teologo e del penitenziere, di
otto beneficiati con sufficiente con-
grua, e di molli cappellani curali ed
altri pieti e chierici inservienti al-
l'ecclesiastica ufllziatura. 11 palazzo
arcivescovile , elegante edifizio , è
annesso alla metropolitana. Oltre i
summenlovati pii stabilimenti, vi è
il seminario cogli alunni, e diver-
se confraternite. Le chiese di questa
metropoli sono particolarmente ri-
marcabili per le immense ricchezze
prodigate in loro adornamento dalla
pietà de' fedeli ; si può dire senza
esagerazione, che molte di esse so-
no coperte d'oro e d' argento; di
altissimi candelabri, di statue gran-
di come il vero, di vasi sacri, cali-
LIM 2i5
ci, patene, e pissidi d'oro e di ar-
gento massiccio, non che ricchi a
profusione di pietre rarissime. Pic-
coli uccelli vivi, chiusi in gabbie,
sono comunemente appesi all' al-
tare maggiore, ed uniscono il loro
dolce gorgheggio ai maestosi con-
centi dell'organo e dei sacri canti
del culto. Nelle grandi solennità il
servigio divino vi è celebrato con
una pompa di cui è appena possibile
formarsene un'idea, e ch'è un nul-
la in confronto di ciò che si prati-
ca al ]Messico ed a Puebla. L'arci-
diocesi è amplissima, comprenden-
dosi tra i fiumi e i monti molte
città. Ogni arcivescovo è tassalo nei
libri della camera apostolica in fio-
rini trentatre, ascendendo le ren-
dite a scudi seimila.
Concila di Lima.
II primo fu tenuto nel iddi ai
4 ottobre.
Il secondo si adunò ai 2 mai-zo
1567.
Il terzo ebbe luogo nel 108 3,
adunato dall'arcivescovo s. Torribio
pel regolamento della disciplina e
la riforma dei costumi. Vennero
quindi pubblicati i decreti e cano-
ni relativi nel 16 1 4- Il p. Giuseppe
Acosta gesuita ne tratta nel lib. II
De IVoviss., e. 2.
LIMBO, Linibus. I teologi in-
tendono per limbo due diversi luo-
ghi sotterranei. Il primo è quello iu
cui le anime de'patriarchi, de'pro-
feti,de'giusti tutti dell'antica allean-
za o Testamento, morti nella fe-
de del futuro Salvatore e nella ca-
rità, sicure della loro liberazione
e della beata gloria celeste riposa-
vano quietamente e senza dolore,
aspettando il compimento dell'ope-
ra dell'umana redenzione, e che non
2i6 LIM
potevano entrare in paradiso e nel
cielo, prima che Gesù Cristo con la
sua risurrezione e ascensione ne apris-
se le porte, dove non poteva entrar
nessuno prima di lui. Questo luo-
go chiamasi nella sacra Scrittura se-
no di Abratnoj e questo è propria-
mente quell'inferno dove l'anima di
Gesù Cristo discese dopo la morte
e si trattenne fino alla sua risur-
rezione, per consolare quei santi,
per annunziare il fine della loro
schiavitù, e assicurarli che gli a-
x'iebbe condotti seco in trionfo nel
cielo. Zaccaria, IX, 1 1 : e tu stesso,
mediante il sangue del tuo Testa-
mento, hai fatto uscire i tuoi ch'e-
rano prigionieri. Secondo l'opinione
di s. Agostino, epist. i64, cap. 2,
n. 3, Gesù Cristo in questa sua di-
scesa liberò dai tormenti del pur-
gatorio anche quelle anime, che se-
condo la sua sapienza e giustizia
giudicò degne di essere liberate. Si
chiamò questo limbo il seno di A-
bramo, perchè Abramo fu il più
accetto a Dio fra tutti gli altri pa-
triarchi, e costituito altresì padre di
tutti i credenti ; di maniera che co-
loro i quali imitano la sua fede e
la sua obbedienza vei'so Dio, dicesi
che riposano nel seno di Abramo,
cioè nel luogo in cui riposava egli
medesimo prima, ed in quello in
cui riposa ancora in oggi cogli al-
tri santi. Non si legge il nome di
limbo, uè nella sacra Scrittura, ne
negli antichi padri, ma soltanto quel-
lo d'inferni, inferi, i luoghi bassi.
Dicesi nel simbolo, che Gesù Cristo
descendit ad inferos ; s. Paolo, Eph.
e. 4j V. 9, dice che Gesù Cristo di-
scese nelle parli inferiori della ter-
ra. Nella stessa maniera si sono e-
spressi tutti i padri. In questo sen-
so è vero il dire che i buoni e i
malvagi erano agl'inferi quando vi
LIM
discese Gesù Cristo; non segue pe-
rò che tutti sieno stati nello stesso
luogo, molto meno che tutti abbia-
no sofferto gli stessi tormenti. Nel-
la sera del venerdì santo 1846,
per la solenne adunanza d'Arcadia
iu R.oraa, monsignor Antonio Cioja,
commendatore emerito di s. Spiri-
to, reggente della cancelleria ec.
tolse ad argomento della [)rosa, la
discesa di Gesù Cristo ali' inferno.
Con bella erudizione e con viva-
cissime poetiche immagini riferen-
do il pieno ed esatto adempimento
di tuttociò che i profeti aveono
vaticinato intorno al venturo Mes-
sia, addimostrò come 1' Uomo-Dio
dopo di essere sulla croce spirato,
vincitore della colpa e della mor-
te, si presentasse in terribile aspet-
to ai demonii, che lo riconobbero
pel Verbo divino rivestito di carne
umana : e come dipoi passando a
rallegrare di sua sospirata presenzéi
le anime de' santi padri nel lim-
bo, le conducesse con esso lui in
trionfo, e della sua beatifica visione
le rendesse perpetuamente felici. Nel-
la parabola del ricco empio, s. Lu-
ca e. 16, v. 26, dicesi che tra il
luogo o v'era no Abiamo e Lazzaro,
e quello in cui pativa l'empio ric-
co, eravi un immenso vuoto che im-
pediva poter passare da un luogo
all'altro. Anche i padri hanno avu-
to la cura di distinguere espressa-
mente queste due parti degli inferi.
Vedi Petavio, Dogni. teolog. tora.
4. 2 , p. 1. i3, e. 18, § 5. Questo
primo luogo chiamasi ancora limbus
palruni.
Il secondo luogo, che chiamasi
limbo o limbus puerorum, è quello in
cui vanno i bambini morti senza
battesimo, i quali non possono en-
trare nel cielo a motivo del pecca-
to originale. Pensano alcuni teologi
LIM
die i fanciulli morii senza batte-
simo sieno nel limbo o nello stes-
so luogo dove le anime de'patriar-
chi attendevano la venuta di Gesù
Cristo: ma questa congettura non
può accoidai'si col sentimento di s.
Agostino e degli altri padri, i qua-
li sostennero contro gli eretici pe-
lagiani, clie tra il soggiorno dei bea-
ti e quello dei dannati non vi è
alcun luogo di mezzo pei fanciulli;
per altro poco importa, dice il Ber-
gier, in qua) luogo sieno questi fan-
ciulli, purché non sollrano il casti-
go e i supplizi de'reprobi. Deve te-
nersi per lede cattolica, che i fan-
ciulli che muoiono senza il battesi-
mo, sono assolutamente privati per-
petuamente della celeste e della na-
turai beatitudine ; così il ven. Bellar-
mino, Conlroi'. t.W, cap. 4) della
perdila della grazia e slato di peccato,
j. V, cap. 2 ; così il concilio di Firen-
ze, Decrct. d'unione. La dannazione
di essi certamente consiste nella pri-
vazione della beatifica visione di Dio,
della beatitudine soprannaturale, di
ciò che propriamente dicesi paradi-
so. La Chiesa ha sempre intese co-
si queste parole di Gesù Cristo:
Chi non rinascerà per mezzo dci-
Vacqua e dello Spirilo Santo, non
può entrare nel regno dei cieli, s.
Giovanni e. HI, v. 6. A tal priva-
zione, che si dice pena di danno, va
di conseguenza quella della beatitu-
dine naturale. La beatitudine natu-
rale dell'anima imporla il perfezio-
namento dell'intelletto, per cui si
rende capace di aver perfetta cogni-
zione di tutte le verità naturali e spe-
cialmente di Dio, come autore del-
la naturo, onde a lui stia natu-
lalmente unita la volontà. Non po-
lendo le anime de'bandjini con-
seguire questo perfezionamento per
^la di studio e di fatica, non reste-
LIM 217
rebbe che averlo per mezzo della
scienza divinamente infusa. Ma que-
sta non può ottenersi da quelle a-
nime, le quali, attesa la macchia
abituale del peccato originale, sono,
giusta le parole di s. Paolo agli e-
fesini, e. II, v. 3, per nalura figli
dell'ira, e rimangono abitualmente
in uno stalo di avversione negativa
a Dio, come esprimesi il Bellarmi-
no. Fino a qual punto Dio faccia
conoscere a quelle anime la gran«
dezza del bene di cui son privale
per sempre, e fino a qual grado
sollVano pene per tal privazione, di.
cono i teologi essere questo un se-
greto per noi. Secondo il loro opi-
namenlo, creder possiamo a ragio-
ne che ne siano assaissimo meno
afflitte di quelle che ne sono pri-
ve per colpa personale. Parimente
se le anime di quei fanciulli vada-
no anche soggette a pene di senso,
come quella del fuoco, o sieno que-
ste più o meno intense, dichiarano
i teologi che la Chiesa non lo ha
deciso, e peroiette che ciascuno si
attenga a quella opinione che gli
sembra più plausibile. Molli santi
padri, con s. Tommaso dislint. Sg,
q. 2, art. i ; e molti celebri scrit-
tori, con Innocenzo III, lib. Ili de'
crei., lit. de bciplis., cap. majores ;
Benedetto XIV, Defestis, lib. 1, cap.
8, n. 12; e Bossuet lelt. 201 ad
Innocenzo XII, tengono la sentenza
negativa che è la più comune. An-
che s. Agostino, benché alcuni ab-
biano creduto che opinasse per la
pena del senso, esprime sentenza
dalla quale si può dedurre ch'egli
s'indusse a teiler l'opinione negati-
va, dicendo nel lib. V, cap. 8 con-
tro Giuliano. Chi dubiterà die i
fanciulli non haltezzati sieno per es-
sere in una dannazione piìi leggie'
ra di tutte ? Benché io non fwssa
2.8 LIM
definire quale e quanta sarà, non
ardisco iiero dire che ad essi tor-
ni meglio il non avere esistenza, che
averla nello stalo in cui sono.
W godimento della beatifica vi-
sione di Dio, da cui procede anclie
il [)eifezionamenfo delle facoltà spi-
lilnali, non è dovuto certamente
ad alcun uomo per rngione di sua
iinttu-a, ma è una liberalità del
tutto misericordiosa di Dio, raeri-
lalaci da Gesù Cripto. Chi pel so-
lo peccato di origine, attesa la
iniMicanza del battesimo, ne resta
privo, soffre veramente la perdita
di un bene immenso, ma dalla
parte di Dio non riceve alcuna
ingiustizia. Conchiudono i teologi,
che la censura che si volesse por-
tare su questa massima , non sa-
rebbe a buona ragione contro la
Chiesa che la ritiene e la inse-
gna, ma ricaderebbe sopra Dio che
r ha rivelala. V. il Sarnelli, Lett.
crei. tom. Ili, lett. XLltl, Del
peccato originale ; e de' bambini
che muoiono con esso. Sul limbo
de' fanciulli, e dilTerenti opinioni
sullo stato di essi, si può consul-
tare il Bernini, Istoria di tutte Ve-
resie, secolo V, cap. I. Da ultimo
Pio VI nella condanna delle pro-
posizioni contenute mgli atti e de-
cieti del concilio di Pistoia, di-
chiarò falsa, temeraria , ingiuriosa
alle scuole caltoliche, la sentenza
della pena di quelli che muoiono
col solo peccato originale. J^. gli
articoli, Battesimo, Inferivo e Pur-
gatolo. Della massima cattolica
sullo stalo degl'infedeli dopo la
morte ; e qual sia il senso di que-
sta massima cattolica ; fuori della
vera Chiesa non vi è salute, se ne
traila agli articoli Infedele e Set-
tario. Del resto il nome di limbo,
per indicare il soggiorno parlicola-
L 1 M
re delle anime, fu consecralo nel
linguaggio de' teologi dopo s. Tom-
maso. Limbo è messo come l' orlo
o l'appendice dell'inferno, limbus
infcrorum, dal Du Cange nel Glos-
sario. Il Macri, Not. de' voc. eccL,
dice che limbus era quel pezzetto
di drappo che solevasi cucire nella
parte anteriore e posteriore del ca-
mice, ed anco nell'estremità delle
maniche, usanza che si osserva an-
cora nelle chiese romana, gallica-
na , ambrosiana ed altre, ed ia
molli ordini e congregazioni reli-
giose.
LIMBURGO Simone, Cardina-
le. Simone de' duchi di Limburgo,
denominato di Lorena da Egidio
di Valledoro, giovanetto di spec-
chiata onestà di costumi, dopo l'uc-
cisione di s. Alberto vescovo di
Liegi, fu colla mediazione del duca
di Lorena eletto alla sede di Lie-
gi. Se non che insorgendo a com»
pelilore Alberto di Curque, che
ancor esso avea riportato a suo
favore alcuni voti dal capitolo, né
potendo convenire amichevolmente
sul possesso di sì illustre cattedra
e principato, per consiglio di En-
rico duca di Lovauio si portarono
entrambi in Pioma per attenderne
la decisione dal Papa Celestino III.
Mentre si esaminava la causa, il
Pontefice nel ngS creò cardinale
diacono Simone; ma dopo pochi
giorni, sorpreso da violenta malat-
tia, non senza sospetto di veleno
e con estrenìo dolore de'suoi, mo-
rì in Roma, ed ebbe sepoltura
nella basilica lateranense onore-
volmente.
LIMBURGO (Limburgen). Città
con residenza vescovile nel ducato
di Nassau, capoluogo di bnliaggio,
nella provincia Renana superiore,
sulla riva sinistra del Lahn, che
LIM
vi si passa sopra un ponte di pie-
tra, un poco al di solto del con-
fluente dell' Ems, a sette leghe e
mezza da Coblenlz. E murata ed
ha tre sobborghi, la cattedrale, tre
ah re chiese, un ospedale e la zec-
ca ducale di Nassau. Questa città
ebbe anticamente i suoi signori
particolari, ma estinti nel 14*^43
passò allora sotto il dominio del-
l'arcivescovo ed elettore di Tre-
vori, e seguì i destini della pro-
vincia di Limburg o Liaibuigo:
parte del baliaggio di Limbingo
fu signoreggialo dal landgravio di
Darmstadt. JNel i8o3 la città per
la secolarizzazione dell' elettorato
ecclesiastico di Treveri, fu ceduta
alla casa di Nassau-Nassau, e nel
1816 per eredità passò alla casa
Nassau-Weilburg che attualmente
gode di tutto il ducalo. 11 capo
della famiglia che governa il du-
cato di Nassau fu Otto, signore di
Laurenburg, che viveva nel seco-
lo X, e che ottenne per matrimo-
nio la contea di Nassau con quelle
di Gueldiia e Zutphen ; un rauio
di questa casa possedette lo statol-
deralo in Olanda, e regna presen-
temente nei Paesi-Bassi. Nel 1806
il paese di Nassau, che entrò nella
confederazione del Reno, ricevette
il titolo di ducato. La città di Lim-
burgo contiene cinquecento case e
circa tremila abitanti. 11 baliaggio
di Limburgo è situato quasi nel
centro del ducato. Quanto al vi-
carialo apostolico di Lindiiu-go è
a vedersi l' articolo Olanda.
La sede vescovile fu eretta dal
Pontefice Pio VII a' 16 agosto
1821, coir autorità della bolla:
Pi ovida sohrsque Romanorum Poti-
tìf/ciini , dichiarandola sutìiaganea
della metropoli di Friburgo. Leo-
ne Xll nel coucisloro de' 2 I mo":-
LIM 219
gio 1827 dichiarò primo vescovo
di Limburgo, Giacomo Brand di
Fleimbucheuthal diocesi di Erbi-
poli. In sua morte il regnante Pa-
pa Giegorio XVI a' 3o settembre
1834 gli diede per successore Gio-
vanni Guglielmo Baasch di Stein-
bach diocesi di Lindjurgo; e per
questi nel concistoro de' 2 3 maggio
1842, l'attuale vescovo monsignor
Pietro Giuseppe Blum d' lladama-
ria diocesi di Liudiurgo, già par-
roco di Oberbiechen, e come i
precedenti eletto dal capitolo e ca-
nonici della cattedrale. Questa è
un magnifico edilizio di solida strut-
tura : è dedicata a Dio sotto l' in-
vocazione di s. Giorgio martire, pa-
trono della città e della diocesi. Il
capitolo si compone della dignità
del decano, di cinque canonici, di
due vicari, e di altri preti e chie-
rici inservienti al divino servigio.
Nella cattedrale vi è il fonie bat-
tesimale, e per uno de' canonici si
esercita la cura delle anime. Noti
distante si trova l' episcopio, am-
pio, solido e beli' edifi/io. Oltre
la cattedrale, che prima era chie-
sa collegiata, nella città non vi so-
no altre chiese parrocchiali. Avvi
una confraternita, ed il .seminario
cogli alunni. La diocesi è alquanto
grande, contenente centotrcnlaquat-
tro parrocchie : si estende oltre i
doniinii del ducato di Nassau, so-
pia la città libera di Francfort;
nel ducato si contano 161, 535 cat-
tolici. 11 vescovo fa parte della
lomraissione che regola gli studi ;
oltre il suo nominato seminario, il
quale è bene dotato , esiste sotto
la sua direzione la facoltà teologi-
ca dell' università di Marbuig, nel-
r elettorato d' Assia. Ogni nuovo
vescovo è tassato nei libri della
camera apostolica in fiorini 332 ,
coinspondenli all'annua rendila Jl
seimila fiorini di quelle parti, i
(inali si calcolano equivalenti a
fecddi romani 28T0.
LlMEiNA, LIMENAE o LIME-
^Ul'OLlS. Sede vescovile della Pi-
sidia, nella diocesi ed esarcato d'A-
sia, sotto la metropoli d'Antiochia,
eiella nel V secolo, secondo Com-
manville. Ma già Vannio suo ve-
scovo lo troviamo intervenuto al
concilio di Nicea. Fausto, altro ve-
scovo, fu al primo di Costantinopoli;
Musonio a quello di Calcedonia ;
35astino sottoscrisse la lettera dei
vescovi di sua provincia all' impe-
ratore Leone ; Patrizio si recò al
concilio in Trullo ; Arsene a quel-
lo di Fozio j e Michele sedeva nel
1 iqy. Orieiìs chrisl. t. I, p. io5-2.
LIMEIUCK {Limeviceii). Città
con residenza vescovile dell' Irlanda,
nella provincia di Munster, capo-
luogo di cantone e di un piccolo
teiritorio chiamato contea di Lime-
rick ; è distante quaranta leghe da
Dublino, e diecinove da Cork, sul-
lo Shannon , a venti leghe dalla
sua imboccatura nell' Atlantico. E
sede di due vescovati, 1' uno cat-
tolico, l'altro protestante, e resi-
denza d' un governatore militare.
Questa città, la tei za dell'Irlanda
sotto il rapporto dell' importanza
e delia popolazione, ha più d'una
lega di circuito, ed è composta di
tre grandi quartieri , che sono :
liish-town, Eiiglish-town, e New-
f own-Pery : i due primi sono i più
antichi; il secondo, situato nell' iso-
la del Ile, formata dal fiume, era
vm tempo benissimo fortificato. Le
case sono erette in un modo re-
golare, e vi sono comodi passeggi
lungo il fiume. Newtown, che lord
I^ery fece costruire fra Irish-town
e lo Shannon, è il più bel quar-
L IM %
liere della città; gli edifizi pubblici
sono belli, e fra gli altri sono i -.
principali la cattedrale, il palazzo
■vescovile e la dogana : i due primi
fiono in potere dei protestanti. Li-
merick possiede quattro chiese prote-
stanti, otto cattoliche, una presbite-
riana, una pei metodisti, ed uà
luogo di cullo pei quakeri. Avvi
pure una vasta caserma per l' in-
fanteria e la cavalleria, una bi-
blioteca pubblica ed un teatro,
Vi sono molti stabili menti di pub-
blica istruzione e di carità , ed
alcune fabbriche: è questo l'em-
porio de' grani de' circostanti ricchi
paesi; il commercio vi è conside-
rabile, e viene facilitato dal fiume.
I dintorni veggonsi coperti di de-
liziose case di campagna.
Limerick o Litnrick, ed anche
Lough-Meai^ Labenis^ Limericuin,
era un tempo importante piazza
di guerra ; gli inglesi la conquista-
lono nel 1174» e le truppe del
parlamento comandate da Ireton,
genero di Cromwell , la presero
nel i6m dopo un assedio ed una
vigorosissima resistenza. Il re Gu-
glielmo III , avendo intimato a
Boisseiau suo governatore di ren-
dere questa piazza, ed avendo ri-
cevuta una ferma negativa rispo-
sta, vi mise l'assedio nel 1690,
ma fu costretto di ritirarsi ; l'anno
seguente, il generale Ginkle conte
di Albione, la obbligò a capitola-
re, accordato avendo al generale
d'Usson, comandante francese, le
condizioni più vantaggiose per esso,
per la guarnigione, e per quelle
delle altre piazze che volessero
ritirarsi in Francia ; una tale ca-
pitolazione, chiamata gli articoli
di Limerick, e la riduzione di
questa piazza, fu si può dire il ■
fine della guerra d'Irlanda, ^
I.IM
La sede vescovile fu eretta se-
condo Commanville nel VII secolo,
sotto la metropoli di Cashell, di
cui tuttora è sulFraganea. Verso la
fine del secolo XII vi si unì la
sede vescovile d'Iniscale, Laudiniinn
de insula Calai, la quale era sta-
ta fondata 1' anno 570. La serie
de'vescovi del secolo passato e del
corrente sono registrati nelle an-
nuali Notizie di Roma. Diremo di
quegli ultimj del secolo passato, e
di quelli del secolo corrente. Cle-
mente XIII nel 1767 fece ^ escovo
Dionisio Conway della medesima
diocesi, a cui Pio VI nel 1792
diede in coadiutore Giovanni Young
di Liraerick, che gli successe nel
1796. Pio VII a' 4 ottobre del
i8i4 fece vescovo Carlo Tuohy,
al quale Leone XII a' 3i settem-
bre 1825 assegnò per coadiutore
e col titolo di vescovo in partibus
di Myrina monsignor Giovanni
Eyan, che succedette nel i83r e
governa la diocesi. Vi è un capi-
tolo senza rendita, circa trenta
preti, gli agostiniani, i domenicani
ed i francescani, i quali hanno
case in Limerick. Vi sono inoltre
due case di monache, le quali
hanno cura dell' educazione delle
donzelle; cioè quelle della Presen-
tazione e quelle delle sorelle della
Misericordia; altre scuole pei cat-
tolici , alcune dirette dai fratelli
della dottrina cristiana : essendo gli
stabilimenti di pubblica istruzione
conauni agli abitanti di qualunque
culto, I proventi delle parroccliie,
e le obblazioni de'fedeli manten-
gono il clero. La popolazione di
Limerick supera i 60,000 abitan-
ti, 5^,000 de'quali sono cattolici.
In tutta la diocesi i cattolici sono
piìi di 276,000, con quaranta
parrocdiie e molte cappelle.
LIM }>i
LTMINA APOSTOLORUM. L-
basiliche de' principi degli apostoli
s. Pietro e s. Paolo, Vaticana ed
Ostiense; i due loro sepolcri detii
trofei degli apostoli, le Confessioni
degli Apostoli, i sacri li/nini o li-
viinari degli Apostoli, i limini A-
postolici, le sacre memorie . Il vo-
cabolo di sacri limini, giusta il sen-
timento degli scrittori ecclesiastici,
significa un luogo a Dio special-
mente dedicato, vale a dire la chie-
sa, siccome lo dimostra il Baronie
nelle sue noie al martirologio ro-
mano a* 18 novembre. Adunque
la visita de' sacri limini de' gloriosi
apostoli s. Pietro e s. Paolo, altro
non esprime che un di voto e re-
ligioso accesso a' loro templi eretti
in Roma, ove i loro corpi pla-
cidamente riposano. 11 vocalxjlo di
limini in vece di tempio , trae la
sua origine dalla costumanza degli
antichi cristiani, i quali prima di en-
trare nel tempio si prostravano al-
la soglia, la veneravano, la bacia-
vanOj e quivi offrivano ai santi a-
postoli le primizie della loro divo-
zione. Abbiamo una chiara testi-
monianza dal fatto di Sidonio A-
pollinare, il quale asserisce nel lib.
1, epist. ad Heron., che prima di
entrare dentro le mura della cit-
tà di Roma, dappoiché al suo tem-
po la basilica Vaticana non era
sfata cinta di mura, e compresa
nella Città Leonina [Fedi), fece
il suo divoto trattenimento alla so-
glia della basilica, ove all'improv-
viso si trovò libero da quella in-
fermità da cui era travagliato. Nar-
ra il Severano, che non solo i ro-
mani, ma anche da lontane regioni,
gì' infermi si facevano condurre alla
tomba di s. Pietro, avanti la qua-
le ottenevano la guarigione, venen-
do talvolta premiata la loro fede
Oli LIM
in viaggio, e prima d'arrivarvi. Tn
un canone del concilio Lateianense
tenuto nel i i io, si proibisce l'in-
gresso in liminn ecclesianiin , cioè
entro le porle delie chiese , come
comunemente intendesi di signifi-
care con fjueslo vocabolo, benché
talvolta siasi con esso volalo indi-
care r inlerioie santuario, o la con-
fessione de' santi martiri. Il p. Me-
iiochio nelle sue Stttore t, II, p.
267, cap. LXI: Per guai cosa le
pethgìiiiazioni a Roma ad cuore
dt ss. Pietro e Paolo si dicono far'
si ad limiìia apostoloriim , riporta
le seguenti erudizieni. Quelli che
si recano a Pioma per divozione
onde visitare i sacri depositi dei
principi degli apostoli, sino dalla
più veneranda antichità comune-
mente si dice che vengono ad li-
mina aposloloruni , e 1' usò Clau-
diano in quel veiso : Per cineres
Pauli, per cani limina Peiri. Tale
modo di dire pare che abbia fon-
damento dall'antico costume di
quelli che venivano in Pvoma a ve-
nerare i detti sepolcri, o di quelli
di altri santi altrove, i quali pri-
ma dell' ingresso nella basilica o
chiesa baciavano per alto di rive-
renza il limitare della porla; al
qual rito alluse Fortunato, che par-
lando della basilica di Ravenna
disse : ylpollinarìs predasi Uiiiina
lamie fusiis Inuni siipplex. S. Gio-
vanni Crisostomo nell' omelia 3o,
sopra la seconda epistola di s. Pao-
la ad Corint. dice: Templi veslibula
et aditimi osciilamiir, ciiin alii^ alios
osculamur. Al non cernis qiioniam
homines etiam liisce templi vesti-
hulis osciduni fì};nnt, partini incli-
nato capite, partini manti tenenles,
alcpie ori manuiii admo^'entes ? 11
citato Fortunato ractonla della re-
gina s. Radegonda , che portandosi
LIM
alla basilica di s. Martino, per ^ìn-
giila. se proslernehat limìna. Pi u-
denzio nell'inno di s. Lorenzo ecco
come si espresse : Ipsa et senatus
lumina, (fuondam luperci, etfland-
nes, Àpostoloruni , ac viarlyruni
exosculantur limina. E per desiare
forse la divozione e la riverenza
verso il primo ingresso delle basi-
liche, fu costume di mettere nelle
stesse porte delle chiese alcune sa-
cre reliquie, del quale rito ne fa
menzione Lodovico I Pio impera-
tore, nella sua costituzione che ag-
giunse alle leggi saliche: Sì in atrio
ecclesiae, cujus porta reliquiis san-
ctoruin consecrnta est, hujusmodi
homicidiuni perpelratuin fuerit. Per
questo medesimo rispetto si orna-
va r ingresso de' templi, laonde s.
Paolino scrisse in natali tertio di
s. Felice: Aurea nunc niveis ornan-
tur linnna velis; e poscia; Limina
ceratis adolentur odora papyris.
Nel sesto natale poi scrisse ; Pulcra
tegendis vela fcrant foribus , seu
puro splendida lino, sive coloratis
texiuni fucata figuris : hi laeves
tilulo lento poliant argento, sanctaqj
praejixis obducant limina laninis.
Si trova però , che anco senza la
santità delle reliquie era costume
di ornarsi i templi di veli, festoni
e cose simili, il che facevano i
eenlili in onore delle loro deità, e
gli ebrei in onore del vero Dio,
dicendosi nel libro I, e. 4> ^7 *^^'
Maccabei : et ornaveruntfacieni tem-
pli coronis aureis, et scutulis. Per
corone d' oro forse si deve inten-
dere corone di fiondi ornate d'oro,
perchè ordinariamente si solevano
adornare i templi di verdura, co-
me si fa anco oggidì, ciò che di-
cemmo meglio agli articoli Corona,
Frojvdi e Fiori. Finalmente osser-
va il p. Menochio, ch'essendo ca-
LliM
diita la slalua ilei dio Dagon in
pezzi sopra le soglie del suo lem-
piOj per la presenza dell'arca del
Testamento, i di lui superstiziosi sa-
cerdoti d'allora in poi per rive-
renza neir entrare nel tempio non
posero più il piede sul limitare
o soglia, quale trapassavano con
allungare il passo, onde non cal-
pestare il luogo santificato dal lo-
ro idolo.
Il Macri al vocabolo Limma,
dice che questi sono i due limi-
nari, superiore ed inferiore, cioè
quella parte di muro che termina
la porta dalla parte di sopra, e
quella che calchiamo co' piedi ; i
quali liminari anticamente erano
in tanta venerazione dei gentili,
che vi avevano assegnato un dio
detto linienlino per custode, onde
i forestieri venendo o partendo
salutavano iitrumque lìnieii, onde
Plauto disse, limen superimi inft-
rumque salve, simili et vale. In
tutte le basiliche tanto di oriente
quanto di occidente, si formaro-
no una specie di sotterranei cu-
biculi, ove si riposero le veneran-
de reliquie de'martirl; furono le
tombe dei medesimi martìri questi
luoghi sacri, e sopra ad esse si ce-
lebrò sempre 1' ostia di salute, se-
condo l'antico costume. Tali luo-
ghi sotterranei furono chiamati
Crj'plae e Confessio, perchè ivi ap-
punto riposavano i confessori in-
vitti della fede. F". Confessione. Si
chiamarono dagli antichi Cataracta,
Confcssionia, Billicum , Foramen,
Fentstrella quelle piccole aperture
che facevansi agli altari ed alle
Cryptae o Confessioni, per vene-
rale le ossa de'martiri sepolte nel-
l' inferiore Crypta , dalle quali si
calavano V Incenso [Vedi), i veli,
i brandei, le chiavi benedette, ed i
LIM 223
fiori , come si disse all' articolo
Fcncstrella (Fedi). In progressi
di tempo oltre l'altare che a mo-
do di coperchio posava sulla Cry-
pta, se ne costruì altro ancora in
questa. Gli altari e confessioni del-
le basiliche di s. Pietro e di s.
Paolo di Roma, fino dalla più re-
mota antichità, furono chiamati sa-
cri limina e Umilia Apostolorum:
vennero edificati sulle cryptae, iu
queste eziandìo si eresse pure altro
altare, ed ebbero le fenestrelle. Di
questi altari o confessioni sotto i
quali si venerano i corpi dei prin-
cipi degli apostoli, della anticliissi-
ma e costante divozione de' fedeli
per essi, e di quanto può riguardare
questi trofei del cristianesimo, ne
parlammo agli articoli Chiksa di
s. Pietro in Vaticano, e Chiesa
DI s. Paolo nella via Ostiense,
oltre quanto di tale venerazione
dicemmo in tanti luoghi. E rubri-
ca che chiunque del clero delle
dette basiliche, e della Lateranense
per le sacre teste dei ss. Pietro e
Paolo che sono nel ciborio che so-
vrasta la confessione, passa avanti
agli altari maggiori e papali di
dette confessioni, ivi genufletta. Pas-
sandosi poi avanti le confessioni
dagli altri tre lati, cioè da quelli
laterali, e da quello dell' abside,
essendo le confessioni isolate, si fa
la semplice riverenza. Che tanto
debbono pur fare lutti i fedeli,
inclusive al sommo Pontefice, lo di-
cemmo al voi. XXIX, p. 2 I del
Dizionario. Anticamente quelli che
custodivano ed assistevano alla con-
fessione della chiesa di s. Pietro,
formavano un collegio, un corpo,
chiamato ne'bassi tempi Scuola, col
suo priore. Di ciò parlammo allar-
lìco\o 31ansiona rio \f''edi). Con bella
erudizione si tratta di tali uiiuisUi
224 LIM LIM
nell'opera del cardinal Borgia intito- gnano medesimo, in decretali lib.
lata: Vaticana Conjessio beali Pedi II, n. 62, che rigorosamente par-
principis apostolorum chronologicis landò, con questo vocabolo altro
tani velerumquam recentioruin seri- non debba inteudersi che le chie-
plorum tesiimoniis inlustrala, Rotnae se materiali erette in Roma in o-
1776. 11 Sindone nella sua opera nore de'ss. apostoli Pietro e Paolo.
Allariiun sac. bas. Vaticanae, a Passando ora a parlare della
p. i32 tratta de sacra beati Petri venerazione prestata fino dai tem-
Conftssione, cap. XXV. Da Sisto pi i più rimoti ai sacri limiiii
IV in poi la custodia dell' altare delle basiliche Vaticana ed Ostien-
papale di s. Pietro spetta al cano- se, dedicate ai principi degli apo-
nico Altarista [Fedi). La Conse- stoli e della visita de'sacri liraini
orazione del Pontefice [Vedi), se- ingiunta a'vescovi, incomincieremo
condo l'istituzione di s. Gregorio I, dalla venerazione ai medesimi li-
si fa sull'altare di s. Pietro : quan- mini, e dall'affluenza de'divoti cri-
do il Papa in questa basilica vuol stiaiii da tutte le provincie del
consecrare vescovo qualche cardina- mondo a pregare innanzi ad essi,
le o prelato, celebra la funzione in che visitaronr) sempre con un pre-
alcuna cappella della medesima chic- sente, in omaggio della loro reli-
sa, come si può vedere all'articolo giosa divozione. Molte sono le o-
Vescovi. Tutlavolta il regnante Pon- pere che trattano di questo punto,
tefice Gregorio XVI nel 1844 agli e tra gli altri il Severano nelle
1 1 febbraio consacrò sull' altare di Memorie sacre delle sette chiese
san Pietro in vescovi i cardinali di Romaj il Piazza wtW Ejftmeri-
Castracane, Polidori , Cagiano e de vaticana^ pei pregi ecclesiasti-
Clarelli ; il primo in vescovo di ci di ogni giorno, e nel suo San-
Palestrina, il secondo di Tarso in tiiario o Menologio romano j e la
parlibus, il terzo di Senigallia, il maggior parte degli scrittori della
quarto di Montefiascone e Corneto. basilica Vaticana, il cui novero si
]\on è poi molto propria, volendo- legge a p. 2o5 e seg. della De-
si parlare giusta il rito dell'antica scrizione della sacrosanta basilica
disciplina della Chiesa, l'interpreta- Vaticana, Roma 1828 pel Pucci-
zione di quelli che col nome di nelli. 11 dottore s. Giovanni Cri-
limini degli apostoli intendono la sostomo nel libro intitolato : Qnod
sede apostolica ed il sommo Pon- Christus sii Deus, t. I^ p. 570,
tefice. Van Espen, part. I, tit. i5, n. 9, scrisse: In regia Urbe Ro-
n. 17, fonda questo suo sentimen- ma, niissis alìis omnibus, ad se-
io nella opinione del Fagnano, pulcra piscatoris, et tentorioruni
giudicandola favorevole al suo si- opifìciis accurrunt imperatores, con-
stema. Ma egli non distingue in sules, esercituum duces. Il p. Pie-
qual tempo ed in qual proposi- tro Lazzeri, nella Disquisitione de
io il Fagnano intenda col nome di sacra vetcrum christianonun roma-
sacri limini il sommo pastore della na peregrinatione, prova con varie
Chiesa universale. Se però si con- testimonianze contemporanee, alle
Sideri il vero significato de'limini pag. ^2, 58, 72, che fino dal se-
apostolici secondo il sentimento de- sto secolo era invalso l'uso della pe-
gli antichi canoni, confessa il Fa- nitenza de' eacri pellegrinaggi per
LIM
la redenzione de'peccati. Ma il p.
Mabillon, saec. IV Bened.^ p. 677,
illustrando un passo della vita di
s. Walfrido, ne assegnò i' introdu-
zione al secolo settimo, avendone
ricavalOj che jani tnni erat per-
suasuin, indulgenline gratiam con-
tìgere his, qui leligionis caussa ad
limina apostolonim peregrinabantur.
Anche il monaco Hartmanno nella
vita di s. Wiborada, presso i Bol-
landisti a' 3 maggio, narra essere
stata da lei allegata la stessa ragio-
ne addotta dal re di Danimarca
e d'Inghilterra Canuto li, per
condursi a Roma in pellegrinaggio
nel 1027 sotto il pontificato di Gio-
vanni XX : questo re nella lettera
scritta agli inglesi, presso Malmes-
bury lib. Il, e. 11, disse loro: Notifico
vobis noviler me iisse Romani, ora-
timi prò redemplìone peccatorum
meorum. La badessa Eangytli nel-
Y epist. 38 a san Bonifacio gli
disse: no'.iim libi facere volumus,
frater Bonifacì, quod multimi tem-
poris Jluxit, ex quo desideriiim
habuimuSj siciit plurimi noscunt ex
necessariis nostris, et cognatìs, sive
alienìs, quo quondam orbis domi-
nani Romani peteremus, et ibi pec-
catorum nostrorum veniam impe-
traremus. Costantino Papa nel 709
all'altare di s. Pietro ricevè la pro-
fessione monastica di Coenredo re
dei merciori, e di Offa re de' sassoni
orientali, che rinunziato il regno
eransi perciò portati in Roma.
Sotto s. Gregorio lì vi giunse pu-
re Ina re de' sassoni occidentali a
fare altrettanto, rendendo tributario
alla Chiesa romana il suo regno,
mediante l'annuo censo del Denaro
dis. Pietro[Fedi). Riuscì a detto Papa
di piegar l'animo di Luitpraudo re
de' longobardi, che minacciava l'ec-
cidio di Roma, di cousecrare all'ai-
VOL. XXXVIII.
LIM 225
tare di s. Pietro le sue armi, la
corona d'oro ed una croce di ar-
gento. Quando Pipino re di Fran-
cia ricuperò a Stefano III le terre
usurpale da Aistulfo re de' longo-
bardi, e ne donò altre alla Sede
apostolica, mandò le chiavi di esse
a Roma, e le fece porre sul sepol-
cro di s. Pietro , in signum veri et
perpetui dominii. Stefano IV ripro-
vando con lettera il maritaggio del
figlio di Desiderio re de' longobar-
di, colla figlia di Pipino, pose la
lettera sulla confessione di s. Pietro
ove celebrò la messa, e pe' suoi le-
gati fece intimare, che chi avesse
operato contro il contenuto di essa,
era allacciato dalla scomunica, e
dal regno di Dio escluso. Quattro
volte Carlo Magno si recò in Ro-
ma, ad vola persolvenda, et oran-
dum profecluni est. Allorché egli
restituì alla Chiesa romana i domi-
nii occupati dai longobardi, e fece
le note donazioni con che ampliò
il principato del romano Pontefice,
ne lasciò 1' autentico documento sul-
l'altare di s. Pietro, e giurò di
mantenere l'atto. A questo principe
s. Leone III mandò lo Stendardo
e le Chiavi di s. Pietro [Vedi), le
quali benedette, piene di reliquie e
della limatura delle Catene di s.
Pietro [Vedi), dopo essere state sul-
la di lui tomba, i Papi solevano
donarle ai principi benemeriti del-
la Chiesa. Avanti questa tomba saa
Leone III unse e coronò l'impera-
tore d'occidente Carlo Magno, rin-
novando così l'impero occidentale.
All'articolo Imperatore e Corona-
zione degl' imperatori [Vedi), si di-
chiara che tal funzione deve farsi
e fu fatta presso l'altare del prin-
cipe degli apostoli, nella quale ba-
silica ha pure luogo la Coronazio-
ne de' sommi Pontefici [Vedi). Noa
i5
7.16 LIM
solo gl'imperatori, ma anco i re,
furono coronati nella basilica va-
ticana, e s"! gli uni che gli altri
lasciai'ono sulla tomba magnifici
presenti. Altri principi non poten-
do venire di persona ai sacri limi-
ni, supplirono con lettere, con am-
bascerie e con preziosi donativi.
Narra il Donesmondi nella Istoria
di Mantova, t. I, p. 224, che la
gran contessa Matilde portatasi in
Roma nel 1082, dopo aver fatta
divotamente orazione a Dio nella
chiesa di s. Pietro, con gran rive-
renza offrì colle pioprie mani so-
pra r altare di lui, la carta scritta
della donazione, ch'ella spontanea-
mente fece di tutto il suo sfato a
santa Chiesa. Solevanoquelli ch'erano
calunniati di eresie o altri delitti, giu-
stificarsi nella chiesa di s. Pietro con
emettere giuramento sulla confessio-
ne: gli spergiuri piìi volle provarono
la divina punizione. Il vescovo di
]\'arni s. Cassio ebbe tanta divozione
al principe degli apostoli , che dopo
fatto vescovo, continuò ogni anno
a recarsi in Roma per la festa di
s. Pietro : questo esempio fu imita-
to da altri vescovi, ed al presente
suole effettuarsi da quello di No-
cera. 11 Papa s. Leone IX dal La-
terano tre volte la settimana e a
piedi scalzi si recava nella basilica
vaticana, ove si fece portare prima
di morire, e spirò avanti la confes-
sione. Innanzi a questa volle essere
sepolto Pio VI, secondo il divoto
costume de' primi Pontefici , che
vennero tumulati presso il corpo di
s. Pietro.
Per altro non deve credersi, che
per la visita de' sacri limini s' in-
tendesse indicata la sola basilica di
s. Pietro, come sostiene il p. Laz-
zeri citato, Of" liininihus apostolonini
pag. 27, avendo perciò raccolto e
LIM
prodotto lutti i passi, in cui ha
trovato indicato soltanto limina bU'
silica b. Petri. E noto che chiun-
que, sino dalla più remota antichità, J
veniva a Roma alla visita de' sa- '
cri limini, andava a detta basilica,
ed a quella dell'apostolo delle genti
s. Paolo. Venanzio Onorio Fortu- |
nato, che dichiara di avere ricevu-
ta una grazia da s. Martino prima
dell'anno 56o, nomina precisamen-
te la basilica di s. Paolo, parlan-
do della frequenza de' suoi tempi
alla visita di que' sacri limini, non
meno de' vaticani, ne'suoi versi De
parta Firginis, toni. Il, p. lyS; ove
dice, qiios recipil sacra porta Pe-
tri, quos Janna Pauli. Onde il p.
Lazzeri s' ingannò opponendosi al
giusto parere del p. Teodorico Rui-
nart nelle note a s. Gregorio di
Tours. Poiché s. Gregorio I, 1. 2,
epist. 74 ad Eiisehiutn vescovo di
Tessa Ionica, scrisse: Lator praesen-
tium TheodoruSj ecclesiae veslrae
lettor, ad ss. Àpostolorimi limina
veniens Si auteni rursas ad
orationeni htic ad sanctos /éposto-
los venire volueril. B neW epist. 35,
1. 1 2 ad Desiderium vescovo di
Vienna : Pancratins lator praesen-
tinnì, ut asserii diaconus, Aposto-
lorunt se liininibus repraesentans, a
nobis noscitur petiisse, ut euni fra-
ternitatis veslrae deherenius specia-
liter commendare. L'autore della
vita di s. Romano scrive: che pe-
tiit ab episcopo suo licentiani da-
ri, in Romaniani { non Romagna,
ma bensì i paesi che contenevano
il distretto e le vicinanze di Roma)
transnieare , ubi piis precibus ad
limina ss. Petri et Pauli, et eaete-
rortini sanctoruni precibus vacaret.
Paolo Diacono, De rebus longob. e.
4, narra che Tlieudo Bajerioruni
. genti s duXf or alionis causa, Romani
I
LIM
ad hb. Apostolorum vestigia venil.
Così Wiliibaldo, biografo di s. Bo-
nifacio aposlolo della Germania ,
presso il p. Mal/illon, saec. HI Be-
lied, riferisce: Literis edam com-
mendali tiis ad Umilia Apostolortim,
Romam venire tenlavit. S. Audoeno
vescovo Rotomagense, venuto in Ro-
ma per visitare i corpi de' ss. Apo-
stoli, con molti doni per offrirli a
s. Pietio , mentre avanti la confes-
sione faceva orazione bagnando con
lacrime il pavimento, esclamò con
gran spirito : Exullahnnt sancii in
gloria, e sentì rispondersi dai me-
desimi: Laetahiintur in cubilihus
suis. Il Papa s. Nicolò I deir858
lìeW epist. Q.O, Carolo glorioso regi
maj'ori, l'esorta ad beatissima ss.
Apostolorum prìncipunt Petri et
Pauli confugere li mina. In altra e-
pistola di s. Nicolò I si dice, diim
de iiniversis mundi partibus creden-
tiitm agmina principimi apostolo-
rum liminibus properant; e più dif-
fusamente nell'ottava ad Michaeltnt
imp. : tanta millia hominum prote-
clioni et intercessioni bb. Apostolo-
rum prìncipunt, Petrì et Pauli, ex
omnibus Jìnibus terrae properantium
sese quoiidie conferunt, et usane in
fìnem vita e suae a pud eorum li mi-
na semel mansura proponunt, ut
praeter illud, quo vas e coelo sub-
missum, in quo cunctoruni ostensa
sunt eidem b. Petro horum omnium
rectori animantium genera, catlioU-
cam signat ecclesiam, et etiam ipsa
sola romanorum urbs, apud quam
ejusdem Apostoli corporalìs prae-
sentia sedulo veneratur, ipsius vasis
cunctas dignoscatur in se contine-
re universorum animalinm {quae
homines intelligunlur spiritaliter) na-
tiones. S. Cesareo vescovo d'Arles,
oltre i ss. Ireneo ed Ilario, Limina
Jpostolorum peliil, sotto il ponti-
LIM a 27
ficaio di s. Simmaco del 49^, il
(|uale come abbiamo dal Breviario
Parisiense de' 27 agosto, eum do-
mani invilavit, excepit humanissì-
me, et palii dignitate honestavit. S.
Amando vescovo di TrajettOj nel-
l'anno 627, venne ad limina bb.
Aposloloruni Petri et Pauli, come
leggesi in Bollando.
Il Ciampini, Vet. monim. t. I, e.
22 , p. 2o5, riportando i versi
che Giovanni Vili fece incidere nel-
la porta di s. Paolo, riferisce i due
seguenti. Hanc proceres ìntrale, se-
nes, j avenesque togati, plibsque sa-
crata Dei limina sacra petens. Tra
VEpist. summ. Pont. RomaeiSgi,
p. 296 , si trovano queste parole
scritte dallo stesso Papa ad impe-
ratorem et imperatricem Apostolo-
rum fautoruni veslrorum limina.
Epist. 1 5, p. 1 5. Gesilberto epi-
scopo Cartensi, ad limina aposto-
lorum Petri et Pauli, per longa
itinerum spatia prò ipsius delieti
abolì tione venire curavit, petere stu-
demus, ut prò amore Dei, et eoruni
ad sacratissimas ecclesias venit; e dì
nuovo allo stesso vescovo ep. 2 5, p.
3o8. SS. apostolorum Petri et Pau-
li ad limina properare. Inoltre nel-
Tep. 27. Carolo imp. p. 3i4: apo-
stolorum adiisse limen ab
ipsa b. Petri apostoli patroni vestri
confessione. Di più nell' ep. 180 al
vescovo Anselmo p. ^1^, ad limi-
na bb. Petri ac Pauli aposfolorunt
principum. E nell'ep. 247, Sfeuto
pulchio corniti p. 469 : ad limina
ss. apostolorum Petri et Pauli. Nel-
la lettera colla quale Martino IV
esenta l'abbate del monastero Ce-
sariense, Bajacen. dioecesis, ut nari
leneatur basilicae principis aposto-
lorum limina visitare. Ingolfo mo-
naco croynlandense essendo venuto
in Roma da Gerusalemme con altri
238 LI IVI
inglesi nel io5i, notificò a' suoi
concittadini, secondo che riferisce il
Gale, Rerum Jnglican. t. II, p. 74,
che ss. apostoloruni Petri et Pauli
liniina et copiosissima ss. mariy-
rum monumenta per omnes siatio-
nes osculati sumus. Racconta l'Us-
pergense presso il Baronie, all' an-
no 1 1 16, n. 6, che Pasquale II his,
qui propter concilium et animaruni
suaruni remedium, apostolorum li-
mina visitarent, qui de capitalibus
poenitentiam agerent, quadraginta
dieruni poenitentiam indulsit; come
notò pure l'Amortj De origine, prò-
gressu, valore ac fructu indulgen-
tiaruni p. 178. Gregorio IX accor-
dò a tutti coloro che avrebbono vi-
sitata la nuova basilica da lui eret-
ta in Asisi ad onore di s. Fran-
cesco, le stesse indulgenze che si
lucravano da quelli che andavano
alla visita de' sacri limini de' ss. A-
postoli, come si legge nelle bolle
Mirificans misericordia, e Speravi-
nius hacienus. Eonifacio Vili ve-
dendo che alia fine del secolo XIII
Teniva in Roraa grandissimo e
straordinario numero di pellegrini,
per la tradizione che venerandovi
i corpi de' principi degli apostoli
ogni cento anni, si guadagnava l'in-
dulgenza plenaria , ristabilì questa
pia consuetudine, assegnando il nu-
mero delle visite alle basiliche di
s. Pietro e di s. Paolo per lucrar-
la. Clemente VI poi vi aggiunse la
visita della basilica Lateranense , e
Gregorio XI quella della basilica
Liberiana, f^. Anxo santo. Sulla ve-
nerazione prestata dai fedeli ai sa-
cri limini delle basiliche Vaticana
ed Ostiense, si possono inoltre con-
sultare : il p. Giacomo Gretsero, De
sacris peregrinationibuSj t. IV, lib.
2 ; il p. Gio. Crisostomo Trom-
belli, De culla sancLorum t. I, p. 2;
LIM
gli autori citati da Benedetto XIV
nel t. Ili, p. 65 e 218 del Bull.;
ed il Cancellieri nella Lettera so-
pra la visita de' sacri limini delle
basiliche Vaticana ed Ostiense, Ro-
ma 182 1 presso il Salviucci.
Quanto alla visita de'sacri" limi-
ni ingiunta ai cardinali, ai vesco-
vi, ai vicari apostolici, benché noa
insigniti di dignità vescovile, ma
che abbiano amministrazione di
chiese; ed agli abbati, preposti,
priori secolari e regolari che han-
no giurisdizione quasi vescovile, e
territorio separato cioè nullius dioe-
cesis di prima classe, incominciere-
mo da quanto la santa Sede pre-
scrisse neirVIII secolo. Il Papa s.
Zaccaria nel concilio romano del
743, col can. 4. pubblicò un de-
creto con cui obbligò tutti i ve-
scovi all'ordinazione della Sede a-
postolica subordinati, acciocché
debbano negl'idi di maggio, o co-
me altri leggono, circa gli idi di
questo mese, presentarsi in Roma
alla visita de'limini de'ss. Apostoli.
Questa medesima costituzione è
inserita nel decreto di Graziano,
in Decret. dist. 98, sebbene essa
si attribuisce in primo luogo al
Pontefice s. Anacleto del io3, il
quale terminò e dedicò il tempio
o oratorio, che sul sepolcro del
principe degli apostoli avea comin-
ciato mentre era prete. I critici
non convenendo che s. Anacleto
ordinasse ai vescovi, che ogni an-
no venissero in Roma ad liniina
Apostolorum j ed attribuendo l'o-
rigine di tal decreto a s. Zaccaria,
si possono leggere il Labbe', Con-
dì, t. VII; il Bull, basii. Fatic.
t. I, p. 1 1 ; il p. Catalani, Coni-
vient. in Pont. Rom. tom. I, De
consecr. episcop. tit. i3, § 9, n. 9.
Il Fagnano inerendo al sentimento
à
LIM
di GrazianOj non solo vi riconosce
l'autorità di s. Anacleto, ma crede
inoltre, che questa legge sia stata
stabilita dai medesimi apostoli :
quasi che anco nel primo secolo
della Chiesa si trovasse già eretto
il tempio in cui non solo i fedeli,
ma ancora i vescovi si trasferissero,
come avvenne in quello edificato
dall'imperatore Costantino il Gran-
de. Dice il decreto di s. Zaccaria :
Juxta sanclorum patrum et cano-
nutn statuta, omnes episcopi, qui
hujus Àposiolicae sedis ordinalioni
subj'acebunt, qui propinqui sunt,
annue idibus maii sanctoruni prìn-
cipuni aposloloruni Petri et Pauli
liminìbus praesententur . Dunque
si rileva da questo decreto ch'esso
non fu una legge introdotta circa
la mela dell'ottavo secolo in cui
fiori s. Zaccaria, ma era già stata
prescritta ne' tempi e canoni an-
tecedenti. Il Pontefice s. Gregorio
I, in più luoghi delle sue lettere
fa menzione di una somigliante
obbligazione, la quale astringeva i
vescovi a portarsi in Pioma per
celebrarvi il giorno natalizio del-
l'apostolo s. Pietro ; ma special-
rnente in quella scritta a Pie-
tro suddiacono, nella quale cosi
parla, presso il citato Bull. Val.
p. 4- '^i ^os (intende i vescovi)
convenire necesse est, in h. Petri
apostoloruni principis nataleni con-
veniant. Potrebbe alcuno credere,
che questo comando tragga la sua
origine da questo Papa ; ma con-
viene credeilo molto più antico,
poiché s. Paolino sino dal quarto
secolo chiama questo costume non
già nuovo e recente, ma solenne,
vale a dire comunemente osserva-
to, e perciò da lungo tempo in-
trodotto. Dal che si raccoglie l'an-
tichissima istituzione di questa leg-
LIM 229
gè, ed il motivo ragionevolissimo
in cui essa era fondata, giacché
aggiunge s. Gregorio I : ut ei, ex
cuj'us largitale pastores sunt, gra-
tiaruni actiones solvanl. Il carat-
tere e r autorità episcopale, cosi
richiedono; e ragion vuole, che
siccome dal principe degli aposto-
li, capo e primo Pontefice della
Chiesa di Gesù Cristo, si comuni-
ca à'vescovi la giurisdizione che
godono di padri e di pastori, co-
sì debbono nel giorno festivo di
questo santo presentarsi al di lui
sepolcro per contrassegno d' osse-
quio, e insieme di ringraziamento.
Quindi non è meraviglia se i ze-
lanti Pontefici e padri della Chie-
sa, al rigore del precetto da essi
stabilito, hanno poi aggiunta ai
vescovi una nuova legge più pre-
cisa e più particolare, con obbli-
garli a farne solenne promessa, ed
a registrarla di pioprio carattere,
dando con ciò nuova sicurezza
della loro obbedienza. Questo atto
di nuova obbligazione fu chiama-
to chirografo.
Gli antichi rituali non solo fan-
no menzione di questo chirografo,
ma eziandio ne riferiscono il te-
nore, ed i capi delle promesse che
in esso si contenevano. Uno di
questi, che si legge in Diurn. Rom.
Pont. tit. 7 , era il seguente. Pro-
mitto me eliani ad nataleni Apo-
stolorwn, si nulla necessitas inipe-
dieritj annis singulis venturum.
Questa obbligazione é uniforme al
costume introdotto nella Chiesa,
prima ancora dell'epoca di s. Gre-
gorio I, come si é detto. Anche
s. Zaccaria nel mentovato decreto
parla del chirografo, e dopo aver
proposta a' vescovi la necessità
della visita de'sacri limini da far>i
ogni anno, parlando di que'vesco-
23o LIM
vi che abitano in lontani paesi,
soggiunge : Qui vero de longinguo,
fiixta chirographuin siiurn inipleant.
Siccome la legge che da questo
Pontefice si prescrive è ristretta
alla visita de' limini generalmente,
senza determinare, o il giorno fe-
stivo di s. Pietro, o altro tempo,
può credersi che il chirografo di
pui egli fa menzione, abbia corre-
lazione a questo precetto. In fatti
la formola della promessa registra-
ta nel secondo libro delle decreta-
li, che deve giurarsi dal vescovo
in proposito della visita de' limini,
è adattata non solo allo spirito,
ma anche alla lettera del decreto
di s. Zaccaria, essendo concepito
cosV. Apostoloruni Umilia singulis
annis aut per me, ant per certuni
nuncinni visitabo. Dal che facilmen-
te s'intende che questo Pontefice
esentò dalla visita personale i ve-
scovi piii rimotij concedendo loro
la facoltà di poter soddisfare a
questa obbligazione anco col mez-
zo altrui. Dalla varietà de'chiro-
grafi, e dalla diversità de'termini
co'quali parlano s. Gregorio I e
5. Zaccaria , può congetturarsi che
il precetto ingiunto ai vescovi di
venire a Roma in occasione della
festa di s. Pietro, siasi cangiato nel-
la visita de'limini da farsi ogni
anno, senza determinazione di tem-
po, lasciandosi all'arbitrio de' vesco-
vi eleggersi nel corso dell' anno
quel tempo, ch'essi giudicato aves-
sero più opportuno. Questo senti-
mento non solo concilia la diversa
espressione della quale si sono ser-
vili i romani Pontefici, e la va-
rietà de' chirografi co' quali i ve-
scovi hanno confermate le loro
promesse; ma inoltre dimostra es-
sere antichissima 1' osservanza di
visitare i limini apostolici. Impe-
LIM
rocche o fosse determinata questa
visita nella festa di s. Pietro, ov-
vero senza limitazione di giorno
fosse prescritta dentro il corso
dell'anno, il rito è il medesimo, e
la venerazione dovuta alle basiliche
de'ss. Apostoli non ha ricevuto al-
cun detrimento, quanto alla so-
stanza, non ostante che nella cir-
costanza del tempo abbia per po-
co variato la disciplina.
Con qual rigore ed esattezza sia
sfato osservato il decreto di s.
Zaccaria, lo dimostra una lettera
del zelante Pontefice san Grego-
rio VII scritta all' arcivescovo di
Piouen presso il lib. lX,epist. i. Egli
lo rimprovera acremente per ave-
x'e omessa la visita de'sacri limini,
e rinnova il rimprovero anche
contro i di lui sulTraganei rei del
medesimo mancamento. Gli esorta
tutti ad emendare la colpa, ed
intima loro pene gravissime, qual-
ora in avvenire ricadano in tali
mancanze. Da ciò rilevasi che do-
po trecent'anni il decreto di s. Zac-
caria era in pieno vigore, ed i
vescovi fuori d'Italia erano tenuti
ad esattamente osservarlo. Neil' e-
pist. 74 poi che s. Gregorio VII
scrisse a Demetrio re de' russi, ed
alla regina sua sposa, gli disse :
Filma vester liniina aposloloruni
visitans ad nos venit j et quadre-
gnum illud dono s. Petri per ma-
nus nostras vellet obtinere, eident
b. Pelro apostoloruni princìpi de-
bita Jidelilale exhibita devotis pre-
cibus posiulavit. Pare che questo ^
pio uso ne' secoli successivi fosse ■
dai vescovi trascurato, lo che mos-
se il Papa Sisto V a pubblicare
la bolla Romanus Pontifex, de'20
dicembre i585, Bull. Rem. t. IV,
par. IV, p. 173. In essa si dolse
della mancanza di alcuni vescovi
i
LIM
nel visitare i sacri limini, ed a-
scrisse a questo inconveniente, co-
me ad una delle principali cagio-
ni, quelle molte calamità e disav-
venture, dalle quali era allora op-
presso il cristianesimo. Quindi per
richiamare alla primiera osservanza
una materia di tanto rilievo, sta-
bilì die tutti i vescovi dei mondo
cattolico sieno tenuti alla visita
de'sacri limini o sepolcri de' ss,
Pietro e Paolo, ed a prestare ob-
bedienza al vicario vivente in ter-
ra di Gesù Cristo ; però moderan-
do gli antichi canoni determinò
con qualche distinzione e propor-
zione, secondo la lontananza o vi-
cinanza da Roma, il tempo in cui
dovevano recarvisi. Ai più vicini
prescrisse il termine di tre anni,
agli altri di quattro, di cinque e
anco di dieci anni, quando la lo-
ro residenza fosse nelle più rimote
parti dei mondo. Cioè ai vescovi
d'Italia e delle isole adiacenti, or-
dinò Sisto V che dovessero com-
parire ognuno in Roma il terzo
anno, non dopo la loro ordinazio-
ne o possesso, ma sibbene dal
giorno in cui fu emanata questa
bolla; che dalla Germania, dalla
Francia, dalla Spagna, dall'Unghe-
ria, dall'Inghilterra, e dalle altre
Provincie di Europa, di qua dal
mare Germanico e Baltico, .e da
tutte le isole del mare Mediterra-
neo, dovessero venire nel quarto
anno ; che dalle più remote regio-
ni d'Europa, dai lidi dell' Africa,
di qua dai continente del nuovo
mondo o America, dovessero por-
tarsi nell'anno quinto; che dall'A-
sia e dalle altre regioni orientali,
meridionali , occidentali e setten-
trionali, e da tutto il rimanente
del mondo, giungessero in Roma
nell'anno decimo, replicando tutti
LIM 23 1
la slessa visita colla suddetta in-
dividuale proporzione ogni tanti
anni. Inoltre Sisto V comandò,
che ciascim vescovo nell'essere con-
secrato, o nel ricevere il pullio se
sono arcivescovi, dovesse giurare
l'osservanza di questa bolla, e ri-
chiamando in vigore gli antichi
chirografi, impose gravi pene ai
trasgressori, come la sospensione
dell'ingresso nella chiesa, e (juella
della amministrazione spirituale e
temporale, non che del godimento
de'frutti. Veggasi l^annalista Spon-
dano all'anno i585; e Sidone e
Martinetti, Della sacr. basilica dì
s. Pietro, lib. I, p. 107. Questa
bolla non ha in mira unicamente
la venuta de' vescovi in Roma a
prestare obbedienza al sommo Pon-
tefice, ma dal contesto rilevasi es-
sere stata in primo luogo inculca-
ta la visita de' templi materiali
de'principi degli apostoli. Il Fa-
gnano giudica essere stato prescrit-
to ai vescovi l'accesso in Roma
per tre cagioni, cioè per visitare i
sacri limini, per prestar ossequio
ed obbedienza al Papa, e per in-
formarlo altresì dello stato delle
loro chiese e diocesi. Va osserva-
to che allorquando sette Pontefici
risiederono io Avignone, i vescovi
della Francia principalmente non
cessarono di portarsi in Roma a
venerare i sacri limini. Dai regi-
stri dell'archivio apostolico si ha
una lettera d'Innocenzo VI, colla
quale raccomandò ai canonici va-
ticani Raimondo vescovo di Ro-
dez, che portavasi in Roma per
visitar i limini del principe degli
apostoli, acciò fosse benignamente
licevuto e cortesemente trattato.
Sisto V a' 3 dello stesso mese di
dicembre i585 avea pubblicato al-
tra bolla, PostquatUj loco citato, p.
s3a LIM
279, in cui dispose ottime provvi-
denze riguardanti i cardinali ; tra
esse ordinò che i prelati asijjnti da
Roma si debbano creare cardinali
con l'espressa condizione, che sie-
no tutti obbligati dentro l'anno di
recarsi in Roma per visitare i santi
limini dei beati Apostoli, e che a-
vanti di ricevere il berrettino ros-
so, dovessero giurare il prescritto
dalla bolla e quindi eseguirlo, al-
trimenti si stimino privati della di-
gnità cardinalizia. Prima di pubbli-
care tale bolla voleva Sisto V pri-
vare del cardinalato Giorgio Dra-
scovizio per non essersi portato in
Roma entro Tanno, ad onta delle
preghiere dell' imperatore Rodolfo
JI, che supplicò il Papa di dilazio-
ne per aver bisogno dell'opera del
cardinale, come viceré d'Ungheria:
iTienlre il cardinale nel i58B si
avviava a Roma per umiliarsi ai
sacri limini e prendere il cappello
cardinalizio, morì in Presburgo. Do-
po la pubblicazione della bolla Si-
sto V voleva egualmente deporre
dalla dignità di cardinale Giovan-
ni Mendoza spagnuolo, se il sacro
collegio non avesse fatto conside-
rare al Pontefice, che il termine
di un anno si poteva intendere,
non dalla creazione ma dal giura-
mento del nuovo cardinale ; quin-
di spedi un corriere a Giovanni
iniòrmandolo della pontificia deter-
niinazione, onde il cardinale si re-
cò prontamente in Roma. Intorno
ai cardinali suburbicari, nella con-
gregazione del concilio si agitò la
questione, se fossero tenuti a visi-
tare i sacri limini e presentare al
sommo Pontefice la relazione dello
stalo delle chiese alla pastorale lo-
ro cura aflldate , laonde la sacra
congregazione a' 16 gennaio i6i6
lescrissc. » Agendum esse cum Ss.mo
LIM
D. N., ne illos obslringat; «ed po-
tius benigne declaret non teneri hu-
jusmodi onus subire, cum sitit quo-
tidie in conspectu Sanctitatis suae ".
Ma Paolo V che allora regnava ,
come si legge al lib. XIX de' me-
moriali, presso detta congregazione,
pag. 887, non volle emanare questa
dichiarazione; » sed dìxit, ne vel-
ie se illis id oneris imponere si alias
non teneantur, verum expedire, si-
bique piacere ut et ipsi constitu-
tiouem observent ". Clemente XI
con suo breve, Epist. Brev. t. II,
p. 176, avvisò nel 17 12 il patriar-
ca de' caldei, che i vescovi esistenti
nelle parti degli infedeli non erano
obbligati per la bolla di Sisto V
a visitare personalmente i sacri li-
mini, ma potevano supplirvi per
un procuratore da essi deputato,
com' egli lo esortava a fare , con
inviare pel medesimo alla congre-
gazione di propaganda fide lo stato
spirituale della sua chiesa. Clemen-
te XII nella sua costituzione. Pa-
storale, qf/icium, al § 9 , dichiarò
essere tenuti anche i cardinali ve-
scovi suburbicari alla osservanza
della bolla di Sisto V, » nec non re-
lationem status earumdem ecclesia-
rurt» et dioecesium, quibus praesunt fl
ipsi Pontifici juxta constitutionem
sa. me. Sixli P. V praedecessoris
quoque nostri, quae incipit Roma'
nus Pontiffx, exhibire ". Benedetto
XlII introdusse la benedizione dei
sacri PalLii [Fedi), dopo il vespero
pontificale per la festa de' ss. Pie-
tro e Paolo nella basilica vaticana;
e Benedetto XI V determinò il rito
di tenerli in detta chiesa avanti la
tomba del principe degli apostoli ,
sotto la custodia del prefetto delle mk
ceremouie pontificie (/^. Maestro
DELLE CEREMONIE PONTIFICIE), C del
canonico AUarisla, al modo del-
LIM
to al suo articolo. Lo stesso Be-
netìetto XIV nel 1740 a' 28 no-
vembre, colle bolle Qitod sancta
Sardicensis , presso il suo Bolla-
rio lom. I, pag. ig, e Ad san-
cta, pure de' 2 3 novembre, Bull.
Maga. t. XVI, p. II, non solo con-
fermò la bolla di Sisto V con pre-
cetto di sospensione a tutti quei
•vescovi che non si portavano nei
tempi determinali ad liniina apo-
slolorum , ma estese questa visita
a tutti gii abbati, priori , preposti
secolari e regolari, e prelati che
hanno giurisdizione quasi vescovile
e territorio separato con giurisdi-
zione, comprensivamente ai vicari
apostolici : prescrisse la visita di ti'e
in tre anni ai prelati d'Italia, e di
cinque in cinque anni ai prelati
oltramontani. Dispose ancora, che
in questa visita dovessero rendere
conto esatto dello stato spirituale
e temporale delle loro diocesi, e del
gregge alla loro cura commesso,
per ricevere le istruzioni di cui a-
vesserò bisogno, e della relazione
delle loro chiese ne prescrisse la
formola, come meglio dicemmo al-
l'articolo Congregazione del con-
cilio, deputata ad esaminare tali
relazioni, a vegliare sull'adempi-
mento della visita ad liiiìina, eoa
facoltà di dispensare o prorogare
secondo i casi. La detta formola
era stala già prescritta dal concilio
romano del lyaS, e riportata nel-
l'appendice del medesimo concilio.
Noteremo, che secondo la costitu-
zione di Benedetto XIV, i vescovi
che hanno l'amministrazione di più
diocesi devono fare la relazione del-
lo stato d'ognuna, e fare la visita
de' sacri limini tante volte quante
sono le chiese che governano, an-
corché sieno cardinali , e cardinali
suburbicaii. Quanto poi ai vescovi
LIM 233
e vicari apostolici insigniti di ca-
rattere vescovile, tutti soggetti alla
sacra Congregazione di propaganda
Jide i^Vedi), sono pure essi tenuti
a fare la visita ad liniina : si de-
vono però da questa eccettuare i
soli vescovi orientali, giacché i pa-
triarchi sono obbligati di recarsi
ogni decennio a Pioma per tale vi-
sita, ma sono ad essa suppliti per
mezzo del loro procuratore. Hanno
quindi l'obbligo di mandare le re-
lazioni dello stato delle loro diocesi
0 luoghi di loro giurisdizione, noo
solo i suddetti patriarchi, arcive-
scovi, vescovi e vicari apostolici ,
non però i vescovi orientali, ma
ancora i prefetti delle rispettive
missioni, chi ogni anno e chi ogni
cinque anni, a seconda delle loro
distanze da Roma. Rilasciano l'at-
testato della visita fatta alle due
patriarcali basiliche di s. Pietro e
di s. Paolo, nella prima il canoni-
co altarista, nella seconda l'abbate
benedettino, o per esso il suo vi-
cario. P'. L' Amydeno, De pielate
romana p. 146, cap. II. De iuni-
niini Aposloloruin, aliarumque ec-
clt'siariwi perenni, et sedala visita'
iione.
LIMININO (s.), martire. Soffer-
se inAlvergna, con molti altri con-
fessori di Cristo, verso l'anno 01,66.
1 suoi atti, che esistevano ai tempi
di s. Gregorio di Tours, non sono
pervenuti sino a noi. La sua festa
è posta ai 29 di marzOj e quella
della traslazione delle sue reliquie
ai 1 3 di maggio.
LIMIRA, Lymira. Sede vesco-
vile della provincia di Licia, nel-
l'esarcato d'Asia, sotto la metropoli
di Mira, eretta nel V secolo. Era
situata la città di Limira sul fiu-
me Limira o Limiro da cui prese
il nome. Molle Notizie fanno men-
234 LIM
zione di questa città, nella quale
morì Caio Cesare ritornando dal-
l'oriente in Italia. Furono vescovi
di Limira, Diatimo di cui parla s.
Basilio nell'epist. 43 ad Anfiloco
d'Iconio; Lupicinio che assistette al
primo concilio generale di Costan-
tinopoli ; Stefano che fu al conci-
lio di Calcedonia , e sottoscrisse la
lettera della sua provincia all' im-
peratore Leone ; Teodoro che tro-
vossi al quinto concilio generale;
Leone al settimo, e Niceforo a quel-
lo di Fozio. Oriens christ. t. I, p.
972. Limira, Lymiren, al presente
è un titolo vescovile in parlibusj
sotto 1 arcivescovato pure in parti-
bus di Mira, che conferisce la san-
ta Sede. Il Pupa regnante Grego-
rio XVI a' 28 luglio 1837 fece
vescovo di Limira o Limirense, e
coadiutore del vicario apostolico del
distretto orientale di Scozia, mon-
signor Giacomo Gillis.
LIMNEO (s.), solitario, discepo-
lo di s. Talassio, ambedue contem-
poranei di Teodoreto vescovo di
Ciro, nella cui diocesi viveano. S.
Talassio dimorava in una caverna
appartata , occultando agli occhi
degli uomini la sua santità. Li-
ni neo si rese celebre per avere
operato molte guarigioni miracolo-
se. Esso venne spesso assalito da
violenti coliche e da altre infermi-
tà che sofferiva con eroica pazien-
ta, senza impiegare per liberarsene
alcun soccorso. Non lasciava entra-
re nel suo recinto che Teodoreto
suo vescovo, non parlando mai agli
altri che da una finestra. La me-
moria di questi due santi solitari
è onorata a' 22 di febbraio.
LIMOGES (Lemovicen). Città
con residenza vescovile in Francia,
capoluogo del dipartimento del-
l'Alta-Vienna, di circondario e di
LIM
due cantoni sulla riva destra della
Vienna, distante venti leghe da
Poitiers e settantasei da Pari£;i. È
residenza di una corte reale, di tri-
bunali di prima istanza e commer-
cio. Vi sono pure le direzioni del
demanio , delle contribuzioni, la
conservazione delle ipoteche, la ca-
mera consultiva di manifatture, la
società i-eale di agricoltura, scienze
ed arti, l'università, il collegio rea-
le e la zecca. Questa gran città è
eretta sopra una collina, da dove
si gode di una vista deliziosa sul
corso sinuoso della Vienna e sul
suo delizioso vallone. Vi si osser-
vano ancora molte strade strette
e ripide, piccole piazze, e case in
legno partendo dal primo piano,
le più antiche sono di pietra,
colle facciate all' inglese e le fine-
stre ad arco appuntito; ma da un
altro lato strade nuove , larghe
e a dritta linea , nuovi baluardi,
una bella piazza, quella di Orsey
formata suU' antico anfiteatro, al-
cune belle case e fontane numerose
cangiarono del tutto l' aspetto che
tempo addietro offriva questa cit-
tà antica. Vi si ammira il pub-
blico palazzo, èdifizio moderno,
l'episcopio co' suoi belli giardini ^k
sulle rive della Vienna, e la cat- ^"
tedrale, uno de'bei monumenti di
gotica architettura del secolo XIII.
Limoges possiede molti ospedali e
bagni pubblici, un circolo lettera-
rio, un teatro , tre biblioteche
pubbliche, una borsa, una scuola
di disegno ed una di commercio,
un gabinetto di fisica, un monte
di pietà, una casa centrale di de-
tenzione con officine di lavoro,
un museo di storia naturale e di
antichità, un conservatorio di og-
getti d'arti e meccanica, un se-
menzaio reale, e molte società di
LIM LIM 235
beneficenza. Sonovi molle fabbri- menti di questa epoca ; i suoi an-
che, massime di l'oicellana, la lichi templi, le arene ed i bastioni
quale ivi per la prima volta fu scomparvero del tutto, non restan-
fabbricata in Francia. La posizione do ben conservato che un bello
di Limoges, cui fauno capo diverse acquedotto sotterraneo, che forni-
principali strade, rende il suo sce abbondantemente la fontana
commercio assai importante. E pa- di Aigoultne, situata ne! luogo
tiia di Clemente \l, d' Innocenzo più allo della città. Sidonio A-
VI, di Urbano V, o almeno oriun- pollinare dice che molto sofferse
do, di Gregorio XI, di diversi car- dalle guerre in tempi diversi. Nel
dinali, del p. Onorato di s. Ma- quinto secolo Limoges cadde in
ria caririelitano scalzo, dolio scrit- potere de'visigoti, quindi de'fran-
tore, del ministro di sialo Silhouet- chi, che la saccheggiarono. In pro-
te, di La Pieine autore de'mi- gresso cangiò sì spesso di padrone,
gliori stabilimenti di polizia a Pa- e fu tante volte devastata sino
rigi, del poeta Dorai, di Enrico all'anno i36o, epoca della sua
Fr.mcesco d'Aguesseau celebre cau- cessione agli inglesi pel trattato
celliere di Francia, di Marmon- di Bretigny , che sembra quasi
tei dell' accademia francese, e di impossibile abbia dessa resistilo a
altri illustri personaggi e venera- tante sciagure. Fu riacquistata alla
bili servi di Dio. Francia nel 1871 da Bertrando
Questa città capitale dell'antico du Guesclin, indi cadde in potere
Limosino, è antichissima. Sembra es- del principe di Galles che la pre-
sere stata la città principale dei /fmo- se d'assalto pochi anni dopo. la
vidi, popolo gaulese, che abitava seguito i francesi se ne impadro-
questa contrada all'arrivo di Giulio nirono di nuovo, e venne riunita
Cesare, pretendendo alcuni che sia definitivamente alla corona di Fi'an-
stata fabbricata appunto da un eia sotto Carlo V. La città di
principe della Gallia, che le diede Limoges ebbe anche dei visconti
il suo nome: egli la trovò grande ereditari, come lo erano del Li-
e popolosa. Tolomeo gli dà per mosino, e che sono menzionati in
antico nome gaulese quello di diverse cai te del secolo IX. Nel
Jiastialuniy ma questo fu cangiato gennaio i8i4, allorquando il Pa-
sotto i romani nell'altro di Augii- pa Pio VII, sotto il nome di ve-
slorilum, e più tardi prese quelli scovo d'Imola, si portò da Fon-
ài Lemovicitm, Lemovica, Lemovici- tainebleau a Savona, da Orleans
na, o Lemovìx, da cui derivò poscia proseguì il cammino per la Ferté,
il più moderno nome di Limoges. la Motte, Saibris : ivi ripiegò il
Esistono ancora alcuni monumen- passo verso Limoges, e circa do-
ti comprovanti che questa città dici miglia distante dalla città, in
sia di origine gaulese, e fra gli un luogo così detto la Casa rossa,
altri un sotterraneo di 4^7 '^s<^ i' Pontefice rinvenne il clero, e
di lunghezza, che incominciando monsignor Maria Gianfìlippo du
nel luogo ove fu costrutto Tanfi- Bourg di Tolosa, che nel 1802
teatro, termina alla Vienna. Fu avea fatto vescovo di Limoges, il
assai florida sotto i romani, ma quale genuflesso protestò la invio-
conservo pochi avanzi dei monu- labile sua fedeltà verso la santa
236 LIM
Sede, ed esclamò: Tu es Petrus,
et super liane petrarn aedificaho
Ecclesia ni nieam, et portae inferi
non praevalebunt adversus eam.
Il Papa rispose: est de fide, e be-
nedì il vescovo, il clero ed i li-
mosini.
La sede vescovile di Limoges fu
eretta nel secondo o terzo secolo,
e fatta suffraganea della metropoli
di Bordeaux, di cui lo è tuttora.
Il primo vescovo di Limoges fu
s. Marziale, apostolo dell' Aquita-
ria, che fu spedito da Roma nel-
le Gallie a predicarvi il vangelo
verso l'anno 25o. Nel pontificato
di Giovanni XIX detto XX in-
sorse la controversia fra i liinoge-
si e i parigini, se s. Marziale do-
vesse chiamarsi soltanto confessore,
come contendevano i primi, o a-
postolo come volevano i secondi. Il
Papa colla costituzione Ad pasio-
ralein, presso il Bull. Rom. t. 1,
p. 340, e nella Raccolta de'concilii
del Coleti, t. XI, col. 554^, decise
a favore de' parigini, ed inoltre
fabbricò un bell'altare nella basi-
lica vaticana a s. Marziale. Suc-
cessero a s. Marziale, s. Aureliano,
Ebulo, Attico, Ermogeniano, s. ■
Sacerdote, Adelfio, ec. Gli autori
però della Gallia Christiana, di-
cono che non si può asserire nul-
la di certo relativamente a questi
primi vescovi di Limoges. Si no-
mina anche Dativo qiial sesto ve-
scovo di Limoges, che venne de-
posto dopo diecinove anni di ve-
scovato, in tempo della persecuzio-
ne di Diocleziano. Pvelia GaWa
Christiana è riportata la serie dei
vescovi di Limoges, e nelle an-
nuali Notizie di Roma sono regi-
strati i vescovi del secolo passato
e del corrente. Il nominato vesco-
vo du Bours ebbe a successori :
LIM
nel 1822 Gio. Paolo Gaston de
Pins di Castres, traslato da Beziers;
nel 1825 Prospero Tournefort
della diocesi di Avignone, fatto ai
2 r marzo da Leone XII. Per sua
morte, il Papa che regna Grego-
rio XVI, nel concistoro de' 1 7
giugno 1844 pi'econizzò l'attuale
vescovo monsignor Bernardo Buis-
sas di Tolosa, già canonico arcipre-
te di quella metropolitana. Prima
il vescovo di Limoges era signore
delle castellanie di Alezat. In tem-
po di sede vacante il visconte di
Comborn percepiva le rendite di
quelle castellanie, e ne faceva am-
ministrare la giustizia, senza che
vi fosse luogo a diritto di regalia.
La chiesa cattedrale è dedicata a
Dio sotto l'invocazione di s. Stefa-
no protomartire. Il capitolo si
compone di otto canonici, senza
dignità: nelle feste gli alunni del
seminario sono inservienti alla
divina offiziatura. Prima il capito-
lo aveva tre dignità, veutotto ca-
nonici, e dieciotto semi-prebendati.
Il canonico arciprete è il parroco
della cattedrale, ove è il battiste-
rio. Il palazzo vescovile è annesso
alla cattedrale, ed è un ampio e-
difìzio. Nella città vi sono inoltre
tre altre chiese parrocchiali muni-
te del sacro fonte, diverse case
religiose e confraternite; l'ospedale,
il monte di pietà, un gran semi-
nario, essendovene altro piccolo
nella diocesi. Questa comprende i
dipartimenti dell' Alta Vienna e
della Creuse. In passato compren-
deva pilli di seicento parrocchie ;
in oggi non ne conta che cinquan-
tacinque, con trecentoventolto chie-
se sussidiarie e trentasei vicariati.
Prima nel 1789 conteneva altresì
tredici capitoli e ventotto abbazie:
in Limoges eranvi quattro abba-
I
LIM LIM 237
zie, cioè di s. Marziale, occupata condo la tradizione del paese Io
dai benedettini ; di s. Agostino faceva discendente dalla stirpe di
della congregazione di s, IVJauro ; Abramo, parente di s. Pietro e
di s. Martino egualmente di be- di s. Stefano, e lo diceva ordinato
nedettini; e i' abbazia detta della vescovo da Gesù Cristo. Questa
Regola, che apparteneva alle mo- storia era stata composta sotto il
nache benedettine, fondate da Lo- nome di Aureliano suo discepolo,
dovico I Pio. Ad ogni nuovo ve- e in oggi è riconosciuta del tutto
scovo i frutti della mensa sono apocrifa. Vennero poi fatti dei
tassati nei libri della camera apo- regolamenti sulla disciplina eccle-
stolica in fiorini 370. siastica. Fu stabilita, come in al-
tri, la tregua di Dio. Dicesi che
Concini di Limoges. quelli che non vollero sottomet-
lervisi furono percossi dall'infermi-
II primo fu tenuto neir848, e tà degli ardenti, vale a dire di
venne in esso accordata la regola un fuoco che divorava loro le vi-
ai canonici secolari di s. Marziale, scere. Vi si pronunziò una scoaut-
Arduino t. II. nioa terribile contro quelli che
Il secondo nel C)q4- "O" conservassero la pace e la
Il terzo nel 1028 o icìg. Vi giustizia, come prescriveva il con-
fu deciso che s. Marziale fosse a- cilio. Diz. de concilii j Reg. t. XXY ;
postolo. DIz. de' concila. Labbé t. IX; Arduino t. VI.
Il quarto nel io3i, a' 18 no- 11 quinto concilio ebbe luogo
vembre. Lo presiedette Aimone nel io52 sopra l'ordinazione d'un
arcivescovo di Lione, assistito da vescovo. Labbé t. IX.
nove vescovi. Vi si agitò la que- Il sesto neliogS, convocato dal
stione, come nel piecedente, se do- Papa Urbano li, che a'3o novem-
vevasi dare a s. Marziale vescovo bre da Clermont era partito per
di Limoges il titolo di apostolo, Limoges. Ivi pure il Pontefice
ovvero semplicemente quello di trattò della crociata contro i sa-
confessorej e fugli confermato il raceni, e depose dal vescovato il
titolo di apostolo dato già a quel vescovo , accusato e convinto di
santo dai limosini. Si citarono gli più delitti. Labbé t. X ; Arduino
atti di s. Marziale, ch'erano igno- t. VI.
ti sino al secolo X, e dai critici II settimo nel 1182, presieduto
riguardati come apocrifi, ma in dal cardinal Enrico, legato della
quei tempi si credevano verissimi, santa Stde a Limoges.
Niente meno essi dicevano che s. LIMOSA NI. Città piccola e ve-
Marziale era stato battezzato da scovile nel regno delle due Sicilie,
s. Pietro, e ch'egli avea ricevuto nella provincia del Sannio, sulla
lo Spirilo Santo insieme cogli riva sinistra del Biferno, distante
apostoli nella Pentecoste, mentre trenta miglia da Benevento. Ha due
nella sua vita composta da s. chiese, due conventi di religiosi,
Gregorio di Tours, è detto che ed un ospedale. Fu anticamente
fiorì verso l'anno 2 5o. Il fonda- sede d'un vescovo, che poi fu u-
mento dell' opinione dell'apostola- nita alla metropoli di Benevento
to era una certa storia, che se- di cui era sulfragauea. L' Ughelli
238 LIN
ntW Italia sacra t. X, p. \^^^ re-
gislra due vescovi : Gregorio mo-
naco di Monte Cassino, clie sedeva
nel Ilio; ed Ugiisio del ii32.
Pompeo Sarnelli nelle Memorie
degli arcÌK'escovi di Bene^'ento, dice
cbe la città di Limosani fu foiula-
■ta dalla nobile famiglia Fantasia
beneventana. Conferma cbe la se-
de era suffiaganea di Benevento,
e cb'ebbe i due nominati vescovi;
il secondo però lo cbiama Ugo-
ne. Dice cbe al governo spiri-
tuale delle anime successe un ar-
ciprete.
LIMOSINA, Eleenio^yna. V. E-
lEMosiivA, Elemosiniere, Elemosi-
niere DEL Papa, e Poveri.
LINARES o LEONE NUOVO
(De Linares). Città con residenza
■vescovile nell'America settentriona-
le, nello slato del Nuovo-Leone, del-
la confederazione Messicana. È una
piccola città, posta in arido terre-
no non lungi dalla sinistra riva
del Tigre, ove stanziano principal-
mente i possessori di numerose
mandrie di bestiami, attesa la co-
modità dei pingui pascoli vicini.
Contiene più di duemila abitanti,
ed è distante diecisette le°be dal
capoluogo dello stato, cioè Monte
Rey. Questa città di non grande
estensione, ma molto regolnimente
fabbricata, giace in riva al Tigre.
Fu fondata nel i -'>99, ed ivi ven-
ne eretta la cattedrale, e due cbie-
se di elegante aicliitettura, oltre
r edifizio del seminario. Nei din-
torni trovansi miniere d'oro, d'ar-
gento e di piombo. Il suo com-
mercio si va progressivamente ac-
crescendo, e vi risiede la corte di
giustizia per gli stati di Nuovo-
Leon, di Cohabuila e di Tamau-
lipas. Conta più di undicimila a-
bitanti, ed è distante centosettanta
LIN
Icglie al nord di Messico, e novan-
ta da Durango.
La sede vescovile, ad istanza di
Callo III re di Spagna, fu eretta
da Pio VI nel 1777, nella pro-
vincia allora di Maracaibo, collo
smembramento dell'arcivescovato di
s. Fede, e del vescovato di Carac-
cas o s. Giacomo di Benezuela,
» quali erano troppo estesi. La se-
de la dichiarò suffraganea della
met|'opoli del Messico, di cui lo è
ancora. Per primo vescovo, Pio
VI preconizzò nel concistoro de'28
settembre 1778, fr. Antonio di
Gesù da Sacedon nella diocesi di
Cuenca, minore osservante scalzo,
il quale ebbe i seguenti successori.
Nel 1782 fr. Raffaele Giuseppe
Verger minore osservante di San-
taiiy diocesi di Majorica. Nel 1791
Andrea Ambrogio de Llanos -y-
Valdes di Xeres diocesi di Guada-
laxara. Nel 1801 Primo Feliciano
Marin di Tamaron diocesi di Burgos.
Nel 18 17 Giuseppe Ignazio de A-
ranciva di Lequicizio diocesi di
Calahorra. Il Papa regnante Gre-
gorio XVI nel concistoro de' 28
febbraio i83i preconizzò vescovo
monsignor Giuseppe di Gesù de
Bealunzeran minore riformato; e
per sua rinunzia in quello dei 3o
gennaio i843 dichiarò a succe-
dergli l'odierno monsignor Salva-
tore Apodaca di Guadalxara, già
pai'roco. ■
La cattedrale, di antica strutta* ■
ra, è nella città di Monte-Rey; ivi
è la parrocchia, amministrata da
un prete deputato, ed il battisterio.
Il capitolo si compone di tre di-
gnità, la prima delle quali è il
decano, di alcuni canonici , e dì
venti ecclesiastici pel divino servi-
gio. L' episcopio è contiguo alla
cattedrale. Nella città vi sono due
LIN
conventi di francescani , uno cioè
<l'o.sservanti, l' altro di cappuccini,
l'ospedale ed il seminario con cir-
ca trenta alunni. Vastissima è la
diocesi, che si estende per mille
cinquecento leghe quadrate, e con-
tiene più luoghi , e trecentomi-
la abitanti. Ogni nuovo vescovo è
tassato ne' libri della camera apo-
stolica in fiorini trentatre, ascen-
dendo le rendite della mensa a
circa ventimila scudi.
LINCOLN, Lincolnia. Città ve-
scovile d' Inghilterra , capoluogo
della contea di Lincoln-Shire, divi-
sione di Lindsey, distante quaranta-
tre leghe da Londra , bellamente
situata sulla sommità di una ripi-
da collina , alla riva sinistra del
Witham. In generale non è ben
fabbricata, tranne alcune belle ca-
se. Questa città, divisa in alta e
in bassa, ha una superba cattedra-
le posta sopra un' eminenza, ed
undici altre chiese ; un gran nu-
mero di cappelle pei cattolici, e
pei ballisti indipendenti, i calvini-
sti ed i metodisti ; molte scuole,
un teatro, ed un bel silo per le
corse di cavalli. Si osserva soprat-
tutto la cattedrale , ediflzio fonda-
lo nel 1086, poi rifabbricalo nel
I ^83; essa è sormontata da tre torri,
una delle quali s'innalza a trecen-
to piedi : prima della pretesa ri-
forma era una delle più 1 icche chie-
se de! regno. Possiede ancora una
ricca biblioteca, una bella prigione
della contea ed altra della città,
un ospedale della contea vantag-
giosamente situato, ed un arsenale.
II commercio, benché favorito da
vari corsi d' acqua navigabili, che
, aprono facili comunicazioni col ma-
re del nord e col Treni, è poco
importante.
Lincoln, Lindum, Lincolnia^ Liti-
LIN 23r)
rìecollinitm, antichissima città, offre
una gran quantità di vestigia di
monumenti sassoni e normanni ,
che attestano il suo remoto splen-
dore. Vi si osservano ancora gli
avanzi del castello fortificalo, che
Guglielmo I il Conquistatore vi fe-
ce costruire; questa città era allo-
ra una delle più ricche e popo-
lose dell' Inghilterra. Molto soffiì
nelle guerre civili. E anche cono-
sciuta nelle storie per essere stata
la dimora di qualche re di Mer-
cia , e perchè i bretoni sotto il
loro re Arturo discacciarono i sas-
soni. Tronside vi scacciò pure i
danesi, che 1' avevano saccheggiata.
JNelle sue vicinanze l'anno i i4o
avvenne una battaglia fra la im-
peratrice Matilde, ed il re Stefano,
che fu allora fatto prigioniero. En-
rico III ebbe una più prospera sor-
te allorché s' impadronì di Lincoln
il 19 maggio 1217, quantunque
gli stati del regno la difendessero,
sotto il comando del principe Lui-
gi, che si vide obbligato di ritirar-
si a Londra, e poco tempo dopo in
Francia. Fu patria di diversi uo-
mini illustri , come di s. Ugo di
Lincoln martire.
Remigio vescovo di Dorchester,
trasferì quivi la sua sede vescovile
verso Tantio 1000, epoca che Com-
manville protrae al lO'jS ; indi vi
fabbricò la cattedrale , dedicandola
alla Beata Vergine ed a tutti i
santi, la quale venne poscia ma-
gnificamente rifabbricata nell'anno
II23, dal vescovo Alessandro, che
ne aumentò anche le prebende.
Prima della pretesa riforma la
chiesa vescovile di Lincoln, suffia-
ganea della metropoli di Cantorbe-
ry, era una delle più ricche d'In-
ghilterra. 11 primo vescovo fu il
nominato Remigio, già monaco di
24o LIN
Feschamps, che oltre la cattedrale
edificò due monasteri. Fra i suoi
successori si distinsero particolar-
mente il memorato Alessandro ,
che fu vescovo dal i i23 al i i47 •
fu inviato a Roma due volte, dove
si distinse per la sua saviezza e
dottrina. Il Papa lo nominò suo
legato in Inghilterra , dove tenne
un concilio per la riforma dei co-
stumi. Roberto di Chesney, suc-
cessore di Alessandro, fondò il prio-
rato di s. Caterina presso Londra,
e mori nel i 167. S. Ugo o tigo-
ne, già priore della certosa di Wi-
lliam, che Enrico II re d' Inghil-
terra nel 1186 fece eleggere in
"vescovo dal decano e capitolo del-
la cattedrale: morì nel 1200 a
Londra, mentre stavasi per aprire
un concilio a Lincoln, ove fu por-
tato il suo corpo, ed Onorio 111
lo canonizzò nel 1220. Roberto
Grout-Head, o grossa testa, celebre
per la sua erudizione e per le al-
tre qualità del suo spirito, nominato
vescovo nel i2 35, mori nel i2 53.
Riccardo Flemming eletto nel i4^o,
fece abbruciare nel (4^5 il cor-
po dell' eresiarca VViclef , indi nel
i43o fondò nell'università d' Ox-
ford il collegio di Lincoln. Giovan-
ni Russel vescovo dal 1480 al
1490 , si distinse assai per pietà,
saviezza, erudizione , ed esperienza
negli affari. Guglielmo Smith dal
1495Ì al i5i3; fondò un ospedale
per dieci poveri, ed una scuola per
l'istruzione de' fanciulli. Tommaso
Watson o Wtitston , dottore in
teologia , consecrato vescovo nel
iSSy; ma fu scacciato poco dopo
per ordine del parlamento d' lu-
ghilterra, per aver costantemente
ricusato di acconsentire alla sedi-
cente riforma.
LINCOPING o LINDROEPING,
LIN
Ltngadopia o Lincopin. Città ve-
scovile della Svezia nell'Ostrogozia,
la cui sede fu eretta nelI'VIil se-
colo sotto la metropoli d' Upsala.
Il primo vescovo si vuole che fos-
se s. Eriberto che predicò la fede
nella regione nell'anno 716. Ni-
cola Anglico, legato del Pontefice
Eugenio III, vi celebrò un concilio
nel I 148, per erigere il vescovato
di Lunden in arcivescovato. Lahbé
t. IX ; Arduino t. VI.
LINDA NO Guglielmo. Nacque
a Dordrecht in Olanda nel i5i5',
fece i suoi studi a Lovanio, dove
fu licenziato in teologia nel i552,
dopo essere stato a Parigi a per-
fezionarsi nello studio della lingua
greca ed ebraica. Dipoi fu per tre
anni professore di sacra Scrittura
a Dilingen, ed in seguito inquisi-
tore delia fede contro gli eretici
nell'Olanda e nella Frisia. Filippo
II lo nominò al vescovato di Ru-
remonda, dal quale nel i588 fu
trasferito a quello di Gand, e mori
in detto anno a'4 novembre nell'età
di sessantatre anni. Fu uno dei
più insigni prelati e dei più abili
scrittori del secolo XVI, essendo
pur tenuto per uno de'controversi-
sti di primo ordine. Egli era dot-
to in antiquaria , in teologia, ia
morale; versato nella lettura dei
padri e de'concilii; avea inoltre
elevato ingegno, forza di ragiona-
mento, e stile vibrato. Abbiamo di
lui le seguenti opere, i. Panoplia
evangelica. 2. Tre libri intorno al-
la miglior maniera d' interpretare
la sacra Scrittura. 3. Tre libri di
Stromati in difésa del concilio di
Trento, 4- ^1 dialogo intitolato:
Dubitantius, sull' origine delle sette
del suo tempo. 5. Dialogo sulla
tranquillità dell' anima. 6. Della
vera Chiesa contro quelli di Vit-
LIN
tenaberga, 7. Apologetico per la
concordia della Chiesa cattolica con-
tro la confessione Augustana. 8.
La concoidia discordante, e confu-
tazione della pretesa concordia dei
luterani e sacramentari, g. Sul
voto della continenza, e sul celiba-
to de' preti, io. Difesa della pre-
senza reale del Corpo vivo di Cri-
sto nell'Eucaristia. 11. L'aquilone
mistico. 1 2. Esortazione agli olan-
desi per richiamarli alla Chiesa.
i3. Uno scritto sulla fuga degl'idoli,
e contro i nuovi dommi evangelici.
i4- Confutazione della confessione
di Anversa, e l'apologia di questo
scritto in fiammingo. i5. Un trat-
tato contro chi mangia carne in
quaresima. 16. Laberinto cristiano;
catechismo ; metodo pei* confessar-
si ; lo specchio sacerdotale ; l'anti-
co salterio purgato dagli errori, e
illustrato col testo ebraico. 17.
Parafrasi dei trenta primi salmi,
dei sette salmi penitenziali, e del
salmo CXVIIL 18. Costituzioni
sinodali ; discorso contro le srego-
latezze del clero. 19. Molti ser-
moni, ed altre opere inedite.
LINDiSFARNE o LLNDIFFARN,
Lindisfarnia . Isola e sede vesco-
le del mare del nord, chiamata
pure Holy-Island, sulla costa o-
rientale dell'Inghilterra. Dipende da
quella porzione della contea di Dur-
ham, che si chiama Island-Shire, e
che trovasi rinchiusa fra la contea
di Northuroberland ed il territo-
rio di BerAvick. E vicino tanto al-
la costa, che i cavalli e le vettu-
re possono passarvi a bassa ma-
rea. Un ruscello chiamato Lindis
che scorre verso il sud, la fece
chiamare un tempo col nome di
Lì'ndisfarne. Il principale villaggio
sta sulla costa sud-ovest; fu un
tempo molto più considerabile, ed
VOI. xxxvin.
LIN 24'
ebbe anche il titolo di citta. Si ve-
dono in vicinanza le rovine di un
monastero fondato dal re Oswaldo
nel 635, che ne fece la sede del
vescovato di Lindisfarne sotto la
metropoli di York. Il monasteio
divenne celebre , ma avendolo di-
strutto i danesi, la sede vescovile
fu trasferita a Durhara. Sulla ba-
ia dell'isola evvi un piccolo porto,
e sopra una montagna assai scosce-
sa si trova un castello fortificato
con una guarnigione. Essendo l' i-
sola stata anticamente il soggior-
no di molti santi ed illustri mo-
naci e solitari, le venne perciò il
nome che porta presentemente, il
quale significa Isola santa.
LINGUA, lingua. Membro eh' tt
nella bocca, ed uno degli strumen-
ti del formare la voce e del par-
lare. Idioma, linguaggio, favella. La
voce si qualifica per quel suono
prodotto colla bocca, e modulato
dalla lingua per manifestare ed e-
spriraere qualche affetto, parola,
vocabolo, suono di stromento da fia-
to, ec. De Cerando, nel suo li-
bro Dei segni e dell' arie di pen-
sare^ richiama l'attenzione de'leggi-
tori su quella mirabile facoltà che
l'uomo possiede di produrre o d'i-
mitare tutti i suoni che vengono
a colpire il suo orecchio, e su quella
ch'egli ha di udire e di discernere
tutti i suoni ch'escono dalla sua boc-
ca. Allorché, dic'egli, si studiano le
intime relazioni stabilite tra l'orga-
no della voce e quello dell' udito,
e si osserva la corrispondenza delle
leggi alle quali que'due organi so-
no stati sommessi, non si può trat-
tenersi dal credere o dall' immagi-
nare che la natura gli abbia spe-
cialmente destinati a divenir il mez-
zo ordinario di quelle comunicazio-
ni sociali che esercitare debbono un
16
242 LTN
sì grande uffizio nello sviluppameli-
to delle nostre facollà inlellelliiaii.
Il vantaggio che ha l' orecchio di
non essere abitualmente distratto
ed occupalo, come lo è la vista, da-
gli oggetti che ne circondano, il van-
taggio che ha la voce di poter emet-
tere i suoi suoni, senza farci ab-
bandonare i nostri ordinari la-
vori, e senza esigere da noi alcu-
no sforzo o alcun apparato ester-
no; quella varietà quasi infinita
di modificazioni, di cui trovansi
suscettibili i suoni; il piacere che
quasi sempre accompagna le im-
pressioni che cagionano in noi ;
quella facilità che noi abbiamo di
farci intendere da quelli che non
possono vederci ; mille circostanze di
questa natura dovettero determinare
la preferenza che in tutti i tempi e in
tutti i paesi fu data all' arfe della
parola per la comunicazione ordi-
naria de' pensieri. La parola e 1' u-
dito non sarebbero stati per noi di
presso che alcuna utilità, se conse-
crate non l'avessimo a produrre e a
riconoscere i segni del pensiero e del
discorso; rivestili l'uno e l'allro
di questo uffizio, lasciano gli altri
nostri sensi liberi di occuparsi nel-
le loro vtTfrpOrtanti funzioni. In que-
sto modo mentre l'occhio e il tat-
to osservano e studiano, l'udito e la
parola raccolgono gli avvisi che deb-
bono dirigerli, e trasmettono le i-
struzioni che hanno raccolte. Men-
tre quelli ci pongono in relazione
colla natura materiale e fisica ,
questi formano la catena che ci
imisce alla natura morale ed in-
telligente, idea che ci è stata otti-
mamente espressa in alcune allego-
rie degli antichi. Warburton dice,
che se giudicar si dee dai monu-
menti degli antichi e dalla natu-
ra della cosa, il linguaggio deve
LIN I
essere slato da principio somma- I
mente rozzo, sterile ed equivoco,
cosicché gli uomini dovevano tro-
varsi continuamente imbarazzati per
farsi intendere gli uni dagli altri,
qualora ad essi presentavasi qualche
nuova idea o qualche caso straor-
dinario. Ma la natura li condusse
a prevenire que' difetti, aggiungen-
do alle parole segni convenevoli e
significativi. In conseguenza la con-
versazione nei primi secoli del mon-
do forse fu sostenuta da un discor- ■
so frammischiato di parole e di a-
zioni. L'uso ed il costume, come ac-
cade nella maggior parte delle altre
cose della vita umana, cangiarono
col lasso del tempo in ornamento
quello che dovuto era alla sola ne-
cessità; ma la pratica dovette an-
cora per lungo tempo sussistere
dopo che cessata era la neces-
sità ; e questo singolarmente do-
vette aver luogo tra gli orientali, il
di cui carattere naturalmente si ac- ■
comodava ad una forma di conver-
sazione, che esercitava fortemente la
loro vivacità col movimento, e la
appagava sovente con una rappre-
sentazione perpetua d'immagini sen-
sibili. La sacra Scrittura ci som-
ministra più esempi di questa sorte
di conversazioni e di discorsi espres-
si per mezzo di azioni, e n'è piena
altresì l' antichità. All'articolo O-
spizio DELLA Madonna degli Angeli,
parleremo dello stabilimento uma-
nissimo de'sordo-muti.
Inoltre la parola //«g-Mrjj prenden-
dosi per la lingua materiale che è l'or-
gano del parlare, o per il linguaggio
che si parla, si disputa molto sulla
lingua presa in questo secondo senso,
vale a dire per il linguaggio. Avvi
una lingua naturale all'uomo? Dio
è egli l'autore della prima lingua,
e la diede egli ad Adamo per iiifu-
LIN LIN 243
sione? Questa lingua sussiste ancora, fu preso uno cui si fece quanto
e quale è ilessa ? Da che provenne la si potè per insegnargli a parlare, ma
moltiplicità delle lingue, e quante se senza alcun successo, quantunque!
ne furmarono alla confusione di Ea- medici afferniassero non aver egli
bele? L'uomo ha certi suoni, certi se- alcun difetto nella lingua. L'uomo
gni, certi movimenti naturali per in- non ha dunque una lingua natura-
dicare la gioia, il piacere, il dolore, i le, e bisogna riconoscere Dio non so-
dcsiderii e le altre passioni, ma non lamente qual creatore dell'universo
ha lingua nalin-ale. Se gli uomini a- che egli con un tratto della sua on-
vessero una lingua che loro fosse nipotenza tolse dal nulla, ma come
naturale, tulli la parlerebbero, od l'autore altresì della lingua del pri-
ahneno essi avrebbero una grande mo uomo, che egli creò in uno
inclinazione e grandi disposizioni stato perfetto ed atto per conseguen-
a parlare, e ne resterebbero mol- za ad esprimere tosto i propri pen-
te tracce fra i diversi popoli del sieii e le proprie sensazioni. La
mondo : i fanciulli abbandonati , Scrittura lo indica bastantemente,
esposti, sordi , parlerebbero una mostrandoci Adamo che parla col-
siffatta lingua. Tultociò è smen- la sua compagna Eva, e che asse-
tito dall' esperienza ; si tralasci di gna nomi a tutte le cose, in un
parlare ad un bambino, egli non tempo in cui non avea potuto aver
parlerà mai alcuna lingua cono* l'agio di formare una lingua. Dio
sciuta o sconosciuta. II Sarnelli nel stesso parlò ad Adamo cui presen-
t. X delle LcU. eccl. ci dà la lelt. tò gli animali acciò li chiamasse
XXXVII: Del clono delle lingue, e con un nome ; dunque Dio è l'au-
se il nato sordo possa imparare a tore del linguaggio. Le speculazio-
pai lare. Racconta con Erodoto l'è- ni de'moderni filosofi sul modo on-
sperimento che Psammetico re di de gli uomini poterono formailo,
Egitto fece con due fanciulli, che non solo sono contrarie al rispetto
non trattando con veruno, pronun- dovuto alla rivelazione, ma sono un
ziarono la parola frigia beccos, che composto di visioni, che Lattanzio
avevano imparata dal belar delle già confutava nel IV secolo, Divin.
pecore loro nutrici. Ed il p. Meno- inslit. I. 6, e. io. Basta aver buon
chio che riporta il medesimo fat- senso, dic'egli, per conoscere che non
to, dice esser ciò conforme alla dot- vi furono mai uomini usciti dall'in-
trina di Aristotile, il quale nel prò- fanzia e che fossero uniti senza a-
blema 27, sez, II, tiene che nessun ver l'uso della parola: Dio che non
bambino proferisca voce articolata, voleva che l'uomo fosse un bruto,
se non ad imitazione di quelle vo- si degnò di parlargli e d'istruirlo
ci che gli sono entrale pegli orec- al momento stesso che lo creò,
chi. Si narra, che Melabdin Eche- Ma quale era mai la prima lin-
bas re dell' Indoslan, avendo fatto gua che Dio diede ad Adamo? (jo-
allevare lungi dal consorzio degli rope Becan, x\q\\' Origin. Antnerp. \.
uomini un fanciullo, questo rimase 5, p. SSg, sostiene seriamente che era
sempre privo della facoltà di par- la fiamminga ; e quasi tutte le lin-
lare. Nel 1661 in Polonia si rin- gue di oriente aspirano a questo o-
vennero due fanciulli novenni in nore. Ma la maggior parte de'cri-
mezzo ad un branco di orsi ; ne tici danno la preferenza all'ebraica,
244 LIN
benché molti fra di essi credono
nello stesso tempo che questa lin-
gua, quale noi la vediamo presen-
temente nella Bibbia, e quale era
al tempo di Mosè, non è la lingua
primitiva nella sua purezza. Le lin-
gue orientali in molta parte sono
derivate dall'ebraica, ed i pivi anti-
chi libri del mondo sono stati scrit-
ti nella medesima lingua. La sua
concisione, semplicità, energia, mae-
stà, e l'etimologia dei nomi de'pri-
mi uomini che trovansi naturalmen-
te in questa lingua; i nomi di ani-
mali che sono significativi nella lin-
gua ebraica, e che indicano la na-
tura, la proprietà degli animali stes-
si, tutti questi caratteri riuniti for-
mano un' opinione favorevolissi-
ma per la sua preminenza e per
la sua eccellenza. La moltiplici-
tà delle lingue provenne dalla con-
fusione di Babele, cioè dalla con-
fusione della lingua degli uomini che
edificavano per ordine di Nembrod
figlio di Chus la torre, per garan-
tirsi da un nuovo diluvio univer-
sale, e mettersi anche in posizione
di vendicare contro Dio stesso la
morte dei suoi antenati causata dal
diluvio, al dire di GiosefFo, Aiiliquit.
1. I, e. 5. La Scrittura dice soltan-
to, che gli uomini per rendere il
loro nome famoso, vollero erigere
una città, ed una torre la cui som-
mità si elevasse fino al cielo; che
il Signore conoscendo il loro dise-
gno, confuse la loro lingua, e fu-
rono costretti a disperdersi ed ab-
bandonare la loro impresa. Genesi
XI, 4^ ^> ^' ^^- ^^^' discrepanza
di opinioni intorno al modo con
cui avvenne siffatta famosa confusio-
ne, in cui gli uomini non poteva-
no più intendersi fra di loro, e sul
numero delle lingue che vi si for-
marono. Si dubita se Dio abbia ad
LIN
un tratto fatto dimenticare a tutti
gli uomini la loro propria lingua,
per darne ad essi delle altre affatto
nuove; o se confondendo le loro i- ;
dee egli abbia posto nelle loro boc-
che diversi dialetti della prima lin-
gua, che rimase intatta m alcune
famiglie soltanto ; o finalmente se
Dio avendo permesso che entrasse
la discordia fra gli uomini, e che
quelli si separassero, la loro sepa-
razione abbia causato il cambia-
mento della lingua, in conseguenza
della lontananza de' luoghi e della
mancanza di commercio. Queste di-
verse opinioni hanno ciascuna i loro
sostenitori, ma l'ultima ripugna al-
le parole della Scrittura. Quanto
al numero delle lingue che forma-
ronsi all'atto della confusione di Ba-
bele, nulla vi è di più incerto. Mol-
ti fra gli antichi le fanno ammon-
tare a settanta, altri a settantadue,
altri a seltantacinque ; s. Paciano
vescovo di Barcellona ne annovera
centoventi; ma vi sono alcuni che
appena ne contano venti, altri do-
dici, ed altri, che non sono da se-
guirsi, le riducono a tre. Eusebio
Scaligero ed altri dicono che la
confusione delle lingue accadde nel-
l'anno i8oo circa del mondo e
22o4 anni prima della nascita di
Gesù Cristo ; da questo fatto ebbe
principio la divisione ed origine delle
nazioni. Lo sviluppo e divisione del-
le genti può vedersi con iscelta e-
rudizioue presso il p. Kircher ge-
suita, nella tavola cronografica. Tur-
ris Bahel, sect. HI, p. Ili, cap. XIII,
lib. II, fino al XVII inclusi vamente.
Il Martinetti, Collezione classica
delle anlichità ec. t. I, p. 3o4,
coli' autorità del p. Kircher dichia-
ra inesatti i cronologi che lo han-
no preceduto , e pone il fatto
dellci confusione degli idiomi, negli
LIN
iìjnni del mondo igSi, dell'età di
Noè 876, e dopo il diluvio 276.
jl p. Kircher propone la gran
questione, in qual modo accadde
la confusione delle lingue, se per
istantanea moltiplicazione, o per
divisione di famiglie, e dopo aver
riferito molti pareri, soggiunge.
Vico br^viter, inductani pvinium di'
i'iuiUis in omnibus fami li is oblivia-
ncni nadvae linguae, idest hebrai-
cae, praelerquain in Heber et PhU'
Icg, in quibus illa inviolala per-
viansit , tuni insertam infasamque
jìOi'am linguani omnibus Janiiliis,
prout olini infusa fuerat Adamo
et uxori ejusy adeo ut Ulani non
fìiinus haberent in promplu, quam
si cani cuni nutricis lacte didicis-
sent. Cii'ca il modo e l'esecuzione,
può dirsi che gli angeli vi abhia-
po contribui|.o, come quelli che
sono stati sovente i ministri delia
divina giustizia; laonde secondo O-
jigene poterono gli angeli contri-
buire a questo castigo mediante
l'ordine che suppouesi ingiunto da
Dio. Venite, descmdanius, et con-
fundamu^ ibi linguapi eprum. Di
questo parere è s. Epifanio. Non è
poi riceyuta opinione , secondo il
il Martinetti, che le lingue fossero
moltiplicate senz'ordine, e tra per-
sone di una stessa famiglia e tri-
bbi; poiché la comune opinione si
è, che Dio provvidentissimo distri-
buì le lingue secondo le famiglie
e le cognazioni, non già qhe dalla
casuale unione di persone che in-
tendessero la stessa lingua, nasces-
sero nuove famiglie. E ciò inse-
gna Mosè quando tratta de' figli
di Jafet, dicendo. « Ab bis divisae
5unt insulae gentium in regionibus
guis, unusquisque secundum lin-
guam suam et familias suas in na-
|ionibus suis ". Così dei figli di Cham,
LIN
245
« Hi sunt filli Cham in cognationi-
bus et linguis et generationibus,
terrisque et genlibus suis ". Il p.
Kircher, quanto al numero delle
lingue ispirate, dopo varie opinio-
ni dottamente esaminate, opina che
fossero settantadue, anche per l'au-
torità de'padri, fra'quali di s. Pro-
spero d' Aquitania che disse : In.
eunideni nunieruni fere onines anti-
qui conveniunt. Il p. Kircher ne dà
ragione, e fa l'analisi di tali lingue
con isquisita erudizione. Nota il
citato Sarnelli, che la lingua ebrai-
ca di Abramo restò nel solo Eber
e ne'suoi posteri, insieme colla vera
fede, religione e pietà; negli altri
rimasero gli stessi elementi della
prima lingua, ma altrimenti com-
jjinali, eh' è propriamente l'effetto
della confusione. Aggiunge, che in
questa confusione, Iddio fece di
nuovo le lingue matrici solamente
e le infuse agli uomini, e da que-
ste poi sono derivate le altre. Gos»
r ebraica fu madre della siriaca,
caldaica ed araba; la latina della
italiana , della vallaca , francese,
spagnuola; la greca della dorica,
ionica, eolica ed attica ; la schia-
vona della polacca, boema, russa ;
la germanica dell'elvetica, sassone,
inglese ; la tartarica della turchesca,
sarcomanìca ; e l'abissina dell'etio-
pica, sabea, ec. Il p. Menochio
nelle sue Stuore, centuria III, trat-
ta al cap. LXXI : Quante lingue
fossero introdotte di nuovo in queir
la confusione dei fabbricatori della
torre di Babel. Su questo punto si
possono consultare il p. Calmet nella
dissertazione sulla confusione delle
lingue; e Penaver nella raccolta di
osservazioni antiche sull'origine del-
le lingue. Nel voi. XII degli An-
nali delle scienze religiose di mons.
de Luca, a p. 171 è riparlala la
246 LIN
Disseriazione sopra l'epoca della
prima origine e varietà delle Un-
^tie del dottor Giambernardo de
Rossi contro Vitringa.
Il p. Meuochio inoltre, nella cen-
turia VII discorre al cap. VII :
Che lingua parlano i beali nel
paradiso. Riportando le diverse o«
pinioni, gli uni dicono la lingua
greca; altri la latina che si usa
nel culto de'divini ufiici nella Chie-
sa militante , nella maggior parte
d'Europa, nelle Indie tanto orien-
tali che occidentali , ed in alcune
parti dell'Asia e dell'Africa; altri
la lingua ebraica. Il medesimo p.
Menochio nella centuria IV di-
chiara al cap. XXVIII: Che lingua
parleranno li beali nel cielo, e che
lingua parlò Cristo in terra, e par-
ticolarmente se in qualche occa-
sione parlò in lingua latina. Anche
in questo capitolo riporta testimo-
nianze ed erudizieni in favore del-
le lingue greca, latina ed ebraica.
Quanto al dubbio se Gesù Cristo
abbia talvolta parlato latino, pro-
va quanto i romani erano tenaci
nel parlare la lingua latina ancor-
ché sapessero lu greca, ciò che di-
cemmo ancor noi all'articolo La-
zio, parlando dell'idioma latino. E
siccome al tempo della predicazione
del Redentore, in Gerusalemme ove
molto egli conversò eranvi molti
soldati romani, e la corte di Pila-
to presidente della Giudea, slima
probabile che Gesù parlasse o ri-
spondesse ad alcuni di essi colla
lingua latina. Il p. ab. Biagi ca-
maldolese, annotatore del Bergier,
nell'articolo: Lingua di Cristo e
degli Jpostoli, dice che la que-
stione agitata su questa materia
dagli eruditi, la crede terminata
ila Giambernardo de Rossi colle
JPisserlazioni della lingua propria
LliX
di Cristo ec. stampate nel 1778,
il quale scrisse contro Domenico
Dlutliiti, che dopo il Vossio che
ne .ivea detto alcuna cosa contro
Ricard Simon, ch'erasi assunto di
dimostrare nella sua opera: De
Christo graece loquente ec. 1 7 67,
die il linguaggio nativo di Cristo
e degli apostoli fu greco, ossia el-
lenistico, cioè greco misto talvol-
ta di Siro-caldaico. Confutando le
rngioni del Diodati, il de Rossi
dimostra nella dissertazione I, che
dall'età degli Assamonei sino a quel-
la di Cristo, regnò nella Palestina
il linguaggio siro-caldeo, né potè
questo mutarsi nei greco: 1. per-
chè non furono mai nella Pale-
stina introdotte tali e tante e per
sì lungo tempo colonie greche, che
vi potessero render comune e pa-
trio il greco linguaggio; 2. perchè
nella Palestina fu grande lo stabi-
limento e concorso degli ebrei cal-
daizzanti; 3. perchè i palestini erano
tenacissimi nel conservare il proprio
idioma ; 4- perchè anzi gli ebrei
palestini avevano grande avversione
al greco ; 5. all'opposto nudrivano
una grande affezione e stima al
caldeo ed al siriaco; 6. finalmen-
te perchè grande si era la did'e-
l'enza del greco dal siro-caldeo ,
poca l'affinità. Che se in quella
stagione alcuni re greci dominaro-
no in Palestina, domina ora pure
in molle cillà d'Italia l'imperatore A
d'Austria, e gl'italiani conservano »
patria la lingua italica. Se alcuni
de'palestini in quell' età scrissero
in greco, anche molti italiani scri-
vono in latino ed altre lingue. Se
gli ebrei ellenisti e greci, abitanti
principalmente fuori della Giudea, M
avevano di que'tempi incominciato ■
a leggere la versione dei settanta;
gli altri ebrei però continuamente
LIN LIN 247
si querelavaDO che i loro codici cioè nella lingua allora nativa «le-
ebraici veri ed incorrotti non fos- gli ebrei. Per la lingua che parla-
sero letti dagli ebrei. Gli ebrei va Gesù Cristo, quando cìrcuibat
palestini erano alTezionatissiaii al docens.... et praedicans regnimi
lesto loro ebreo, né troppo amare coelorum, ecco quel che scrive il
potevano la versione dei settanta p. Perrone gesuita, Praelect. theO'
da quello talora discorde. £ apocri- log. t. VI, p. 186, tract. De Eucha-
fo il libeicolo attribuito a s. Tom- ristia. Quid si adderelut Chrisluru
niaso, ove comparisce Zaccheo mae- Doininum minime lingua syra (co-
slro di scuola che insegna a Gesù me ammette monsignor Weiseman
fanciullo r alfabeto greco ; ed in nelle sue Horae syriacae) aut sy
un codice arabico di Sike si dice rochnldaica usuni esse, sed pecu-
altrettanto. Questa narrazione fu Ilari dialecto hierosolymitana min.'
iuteipolata in un codice da un ara- cupata, quae eadeni est cuni lin-
bo, the finse essere dal maestro inse- gua rabbinica.'* Rem porro ita se
guata la sua lingua araba a Cristo, habere patet ex, etc ut o-
II nome di questi era l'ebraico stendit ci. Drach in opera: Inscri-
Messia, quelli degli apostoli sono ptions hebra'ùjuCy 2. edit., Romae
tutti presso che ebrei o siro-caldei. i83i. Questa dissertazione fu tra-
Sulle parole siro-caldee , ebree e dotta in italiano, ed inserita nel
caldee dette da Gesù, a lungo ra- tora. II del testo della Bibbia di
gìona il de Rossi contro Diodati. Milano.
Cristo parlò in lingua ebraica, os- Il dono delle lingue è una gra-
sia siro caldea, quando prodigiosa* zia che Dio comparle ad un indi-
mente converti l'Apostolo; citò più viduo, quando gli dà per miracolo
volte de' testi dell'antico Testamen- e senza bisogno di studio la cono-
to, non giusta la versione greca scenza e l' uso di una lingua che
dei settanta, ma giusta l'originale egli nun sa ; in maniera che esso
ebraico. Le ragioni però che mos- o l' intende o la parla, ovvero la
sero gli evangelisti a scrivere in intende e la parla nel tempo istes-
greco, essendo allora vastissima la so. Lo Spirito Santo discendendo
nazione greca, consigliarono i me- sugli apostoli nel giorno di Pen-
desimi a citare i testi del vecchio lecoste, loro accordò il dono delle
Testamento secondo i settanta. Mol- lingue che si sparse sopra un gran
ti scrittori attestano scritto in si- numero di altri fedeli, e che sus-
ro-caldeo il vangelo di s. Matteo, sisteva ancora nella Chiesa a' tem-
quindi non è meraviglia se il tra- pi di s. Ireneo, come egli attesta
dottore greco v' abbia tolte le e- nel lib. V, e. 6. Nel di della Pen-
spressioni caldaico -sire. S. Girola- lecoste, una delle tre principali fe-
nio però chiaramente dice, che s. ste dell'anno, celebriamo la discesa
Matteo nel citare i testi del vec- miracolosa dello Spiwto Santo sopra
caio Testamento usò sempre del gli apostoli e discepoli, cioè quan-
testo ebraico; ed il de Rossi ne do nel cenacolo in forma di tante
porta gli esempi. S. Paolo per di- lingue di fuoco si posò sopra cia-
fendere sé stesso accusato dagli e- scuno di quelli che ivi erano pre-
brei palestini di grecismo, rispose senti, e celebriamo la promulgazio-
loro in ebraico o in siro-caldaico, ne dell'evangelio e lo stabilimento
248 LIN LIN
della legge di Gesù disio. Lo Spi- miraculo Pentecostali t. II; Dissero
lilo Santo apparve sotto la forma talionuni in loca quaedam novi Te-
di tante lingue di fuoco, per figura stamenti ^ Amstelodarai lySa; e
dei lume che ricevettero gli apo- Gottofredo Tilio, Dissert. de lin-
slolij e che sparsero poscia per guis ignitis, t. II, ibid. 43o, n. 17,
tutto il mondo, di quello zelo, di mostrano che il dono delle lingue
quel!' intrepido coraggio che vesti- ha dovuto essere assai frequente tra
rono essi e tramandarono agli ere- i primi discepoli degli apostoli. In
di del loro apostolato. Questo se- castigo della superbia degli uomini
gno miracoloso delle lingue di fuo- nella torre di Babele, la confusio-
co fu eziandio una figura sensibile ne delle lingue li disperse. 11 dono
del dono delle lingue, in grazia del delle lingue all'atto della pubbli-
quale gli apostoli facevansi inten- cazione della nuova legge ha ser-
dere dalle genti di tutte le nazio- vito ad unire tutte le nazioni sotto
ni, con cui avevano a trattare, l'impero della legge di grazia, e
Queste lingue erano spartite, il rappresentare tutto in uno la loro
che significava la diversità dei lin- unione, mercè la carità, come è
guaggi. Sant'Agostino, lib. 19 De detto in Daniele: Tulle le lingue
civit. Dei, cap. 7, e parecchi altri serviranno il Signore. VII, i4- ^•
interpreti dicono che gli apostoli s. Gregorio I, oniel. 3o in Evang.j
intendevano e parlavano tutte le ed il p. MenochiOj t. II , centuria
lingue iu virtù del dono sovran- Y, cap. XXVII: Del dono delle
naturale che ricevettero allora, al- lingue che ebbero gli apostoli. Di-
meno in certi tempi e secondo il chiara che alcuni hanno stimato,
bisogno. S. Paolo, i. Carini. XIV, che questo dono delle lingue con-
ringruzia Dio che gli ha dato di sistesse che parlando gli apostoli
parlar la lingua di quelli che egli la propria lingua fossero da tutti
ha convertito. Alcuni conchiudono intesi : così leggiamo nelle vite dei
dai versetti 8, 9, io del secondo santi, che s. Vincenzo Ferreri pre-
capo degli Atti degli apostoli, che dicando nella sua lingua spagnuo-
quando essi parlavano in ebreo, eia- la, era inleso dai francesi, fìammin-
scuno dei loro uditori gì' intendes- gin, inglesi ed italiani; s. Antonio
se nella propria lingua. Può essere di Padova predicando alla presen-
che ora l'uno, ora l'altro di questi za del Pontefice, era parimente da
miracoli accompagnasse la loro pre- quelli di diverse nazioni inteso; s.
dicazione, secondo il richiedevano Bernardino da Siena nel concilio
le circostanze. Ma né l'uno né l'ai- generale di Firenze, nelle prediche
tro sembra essere stato costante e era inteso da tutti i padri che lo
perpetuo ; perocché sovente gli a- componevano di varie nazioni; non
postoli adoperavano degli interpre- che greci ed orientali. Iddio cornu-
ti per iscrivere le loro lettere. Sem- nicò il dono delle lingue a s. Fi'an-
bra almeno certo, che in caso di cesco Saverio apostolo delle Indie
necessità parlassero e si facessero orientali . Questo ultimo santo ,
intendere in tutte le lingue. F. s. con pochissimo studio apprese me-
Tonitnaso 2. 2, qnest. 176, art. i. ravigliosamente il giapponese, e
I dotti critici protestanti, Giovanni con naturalezza singolare vi pre-
Cristoforo Ilarumberg, Dissert. de dicava ; senza che avesse studia-
LIN
to il cinese, pel dono permanente
delle lingue, predicò in quell' idio-
ma ai mercanti della Cina che in
gran numero trafficavano nel Giap-
pone; e quello che riuscì più sor-
prendente , fu che soddisfece con
una sola risposta ad un gran nu-
mero di persone che lo inten-oga-
vano nello stesso tempo sopra ma-
terie tutte diverse, e bene spesso
diametralmente opposte. Con tutto
ciò osserva il p. INlenochio, che non
si può dubitare che gli apostoli
non parlassero tutte le lingue, per-
chè altrimenti il miracolo sarebbe
slato piuttosto negli uditori , che
negli apostoli, come bene argomen-
ta s. Gregorio Nazianzeno nell'ora-
zione 44j oltre che il sacro testo
degli AUi assai chiaramente lo si-
gnifica , mentre dice nel cap. 2 :
Coeperunt loqui variis linguis, va-
rie e diverse da quelle della loro
patria; il che anco si ricava dalla
interpretazione siriaca, ove si legge:
Loquehontur lingua et lingua. 11
medesimo dono di parlar le lingue
ebbe s. Paolo , il quale scrisse ai
Corinti utW episl. i, cap. i4, 'B:
Gralìas ago Dea meo, quod omnium
veslrurn lingua loquor. Conchiude
il p. Menochio, non sembrargli im-
probabile che gli apostoli sapesse-
ro solamente quelle lingue, alle
quali erano destinati dallo Spirito
Santo, acciocché ivi con maggior
facilità pubblicassero 1' evangelio.
Yi è una gran disputa Ira i cat-
tolici e i protestanti, se sia uso lo-
devole od un abuso celebrare l'uf-
fizio divino e la liturgia in una
lìngua che non è intesa dal popolo.
Questo è uno de' principali rim-
proveri che i controversisti etero-
dossi fecero alla Chiesa romana ;
l'accusano di avere in ciò cambiato
l'uso della Chiesa primitiva, di oc-
LIN 249
cullare al popolo le cose che ha il
maggiore interesse di conoscere, di
obbligarlo a lodare Dio senza nien-
te intendere di ciò che si dice. Non
si può negare che al tempo degli
apostoli e nei primi secoli il ser-
vigio divino nella maggior parte
delle chiese si facesse in lingua
volgare, cioè in quella lingua che
volgarmente si favellava, vale a di-
re in siriaco in tutta l'estensione
della Palestina e della Siria, in
greco nelle altre provincie dell' A-
sia e dell'Europa. Vi è anco mo-
tivo di presumere che nell'Egitto
quando si usava il greco nella città
di Alessandria, si celebrasse in copto
nelle altre chiese di questa regio-
ne : però non si sa precisamente
in qual tempo abbia cominciata
questa diversità. Inutilmente Bin-
gham si prese gran pena per pro-
vare il fatto generale, poiché non
è contrastato da alcuno. Orig. ec-
cles. 1. i3, e. 4- ^I^ ^i sono però
alcune eccezioni che non si devo-
no tacere. Quando s. Paolo per-
tossi a pi'edicare nell'Arabia, è forse
certo che vi abbia celebrato la li-
turgia in arabo ? Sebbene il cristia-
nesimo abbia durato almeno quat-
trocento anni in questa parte del
mondo, non vi è in tutta l'anti-
chità vestigio alcuno di una litur-
gia araba. Durò meno lungo tem-
po nella Persia, né mai si udì par-
lare di servigio divino fatto in lin-
gua persiana. Al tempo di s. Ago-
stino la lingua punica era ancora
la sola che fosse in lesa da una
buona parte dei cristiani dell'Afri-
ca, lo sappiamo dagli scritti di lui j
però non si parlò mai di tradurre
in questa lingua le orazioni della
liturgia. Quando il cristianesimo
penetrò nelle Gallie, il latino non
era piìi la lingua volgare del pò-
25o LIN
nolo, come il francese non Io è
al presente nelle provincie distanti
dalla capitale ; niullo meno lo era
presso gli spagnuoli , gì' inglesi e
gli altri popoli del nord ; tuttavia
in tulio r occidente celebrossi co-
stantemente la liturgia in latino.
Dunque non è universalmente vero
che nei primi seculi il servigio di-
vino sia slato fatto iu lingua vol-
gare , poiché le tre lingue , nelle
quali da principio è slato celebrato,
non erano volgari iu una gran par-
ie del mondo cristiano. Nel pro-
gresso de' tempi, quando la mesco-
lanza de' popoli cambiò le lingue
e moltiplicò air infinito i linguag-
gi, sia nell'oriente, sia nell'occiden-
te, la Chresa non si assoggettò a
tutte queste variazioni , conservò
costantemente nell'uffizio divino le
stesse lingue, nelle quali da prin-
cipio era stato celebrato, e tale
condotta fu sapientissima. Perchè i
protestanti lessero the i greci ce-
lebrano il loro uffizio in greco, i
sirii in siriaco, gli egiziani in copto,
pensarono che queste lingue fossero
ancora popolari, come lo erano uà
tempo in quelle regioni; questo è
un errore sciocco. Il greco volgare
d'oggid'i diversifica dal greco let-
terale: la lingua volgare dei sirii
non è il siriaco, ma l'arabo che
&i parla anco fra i cristiani di E-
gitto. L'etiopico è quasi interamen-
te perduto presso gli abissini per
una nuova legge che un re di stir-
pe straniera v'introdusse; l'arme-
no moderno non è più quello in
cui è siala scritta la liturgia ar-
mena; la liturgia siriaca fu portala
presso gì' indiani dalla costa del
Malabar, che non hanno avuto
giammai l'uso di questa lingua;
dessa è iu uso presso i nestoriani
the non la iuleudouo più. F. i'As-
LIN
semani, Biblloih. orient. tom. IV,
e. 7, § 12. Dunque tutti questi po-
poli sono obbligati di studiare per
intendere il linguaggio della loro
liturgia, come noi siamo costretti
apprendere il latino. Fu un' ingiu-
stizia de' protestanti il rimprovera-
re alla sola Chiesa romana una con-
dotta eguale a quella di tutte le
altre società cristiane; ma i pretesi
riformatori non si istruirono abba-
stanza, per giudicare con fonduiueu-
to di ciò che è bene o male.
Avrebbero avuto qualche ragio-
ne di querelarsi, se la Chiesa avesse
deciso doversi assolutamente cele-
brare il divino uffizio in una lin-
gua ignota al popolo ; ma in vece
di far ciò, non escluse alcuna lingua,
anzi permise l' introduzione d' una
nuova lingua nel divino servìgio,
quando credette che ciò fosse ne-
cessario per agevolare la conver-
sione di tutto un popolo. Perciò la
liturgia è stata celebrata non solo
in greco, latino e siriaco sino dal
tempo degli apostoli, ma anche da
tempo antico in copto ; nel quarto
secolo quando si compì la conver-
sione degli etiopi e degli armeni
fu tradotta in etiopico ed in ar-
meno ; nel quinto fu scritta in que-
ste sei lingue. Nel nono e decimo
fu tradotta in illirico per quei della
Moravia o della Russia, e fu loro
permesso celebrare in questa lin-
gua. Ma quando si cambiarono
tutti questi linguaggi, hanno con-
servala la liturgia come era, ciò
che fu ben fatto. E necessaria l'u-
nità del linguaggio per conservare
una più stretta unione e comuni-
cazione di dottrina più facile fra
le dilferenti chiese del mondo, e
per renderle più fedelmente attac-
cate al centro della unità caltolica.
Che le diverse società protestanti ,
1
LIN
le quali niente liaiino Ira loro
(li comune, non abbiano procuralo
di conservare nel divino servigio
uno stesso linguaggio, ciò non sor-
prende ; ma la cosa e diversa per
Il Chiesa cattolica. Se i greci ed
i latini avessero avuto una stessa
lingua, non sarebbe stato tanto fa-
cile a Fozio ed ai suoi partigiani
di trascinare nello scisma tutta la
Chiesa greca, attribuendo alia Chie-
sa romana degli errori e degli abu-
si di cui non fu mai rea. Subito
che un protestante è fuori delia
sua patria, non può più aver parte
nel culto ptibljlico; il cattolico non
è fuori del suo paese in nessuna
delle chiese latine. Dicesi che la
premura dei Papi per introdurre
in ogni luogo la liturgia romaua,
era etfettu della loro ambizione e
della brama di dominare; ma in
fatti fu elFetto del loro zelo per la
cattolicità , che è carattere della
vera Chiesa, ed inolile tenacemente
vollero conservate le liturgie e gl'i-
diomi di non poche nazioni, come
può vedersi ai relativi articoli ove
parlasi dei riti delie medesime. La
lingua dotta intesa soltanto dagli
uomini istruiti, ispira più rispetto
che il linguaggio popolare. Sem-
brerebbero ridicoli la maggior parte
de' nostri misteri , espressi in un
linguaggio troppo famigliare. La
instabilità delle lingue viventi pro-
durrebbe necessariamente del cangia-
mento nelle formule del culto di-
vino e dell ammiiii^tnizione dei sa-
cramenti; queste trequeuli alterazio
ni ne prudurrebliero infallibilmen-
te anche ntlla dultrina, poiché que-
ste foruìule sono una professione
di iìsde. Se ne vide la prima presso
j protestanti , la cui credenza al
[)i esente è diversissima da quella
che predicarono i primi riforma-
LIN 25i
tori. La necessità di apprendere la
lingua della Chiesa, conservò in
tutto l'occidente la cognizione del
bilino. Se fra noi bastasse inten-
dere la lingua volgare per la ce-
lebia/.ione dei divini uffizi, bea
presto più d'uno limiterebbe la sua
scienza a saper leggere.
E necessario che i ministri del-
la Chiesa intendano e parlino la
lingua della diocesi e delle parroc-
chie, nelle quali devono provvede-
re ai bisogni spirituali dei popo-
li confidati alle loro cure. Il Pon-
tefice Innocenzo HI , convinto di
questa necessità, fece emanare nel
concilio generale Lateraueuse IV ,
tenuto nel 12 15, un decreto il
quale ordinava che i vescovi no-
niinerebbero dei pastori capaci di
istruire il loro gregge, secondo i loro
riti e la loro lingua od idioma. JVoa
essendo però eseguito con sufficiente
zelo quel decreto apostolico, molti
principi vi rimediarono ne'loro sta-
ti. 11 Papa Eugenio IV conoscen-
do esso pure la necessità che i par-
rocchiani dovessero intendere la
lingua o r idioma dei loro curati,
pubblicò la regola 20 di cancelle-
ria : De idioniate, concepita ne' se-
guenti termini, llem voluit, quod
si contingat ipsuni alicui personae
de paroi Inali ecclesia vel quo vis
alio beneficio exeicitium curae ani-
marurn parochiaaoruin cjuornodolibeL
habente providere, nisi ipsa persona
intelligat, et intclligtùiliter loqui sciai
idioma loci ubi ecclesia vel beue-^
ficiuni hujusniodi consistita provisiay
seu mandalum , et gralia, desuper
quoad parochiulcf/i ecclesiam, vel
benefìciuni huj'usniodi, nullius sint
roboris, vel ìuonienli. Questa rego-
la De idiotnale, ha luogo soltanto
relativamente ai benefizi in cura
d'anime, ed il Poulefice può, quaa-
252 LIN LIi\
do nella sua saviezza lo ere- vina Istiluzlone, il togliere al sem-
tÌA , derogarvi; avvertendo che la plico popolo la consolazione di con-
derogazione sia espressa , come giungere la sua voce a quella di
scrive il Gomez in liane reg. , tutta la Chiesa ; cona'egli preterì-
12, i4' Non è vero che coll'uso deva che accadesse per cagione del-
d'una lingua morta i fedeli si tro- la lingua liturgica al popolo igno-
vino privati della cognizione di ta. Nel sinodo di Pistoia del 178^,
ciò che si contiene nella liturgia; ove si parla dell'orazione § 24>
la Chiesa invece d' impedire loro si è ripetuta baldanzosamente la
questa cognizione, raccomanda ai proposizione di Quesoello con una
suoi ministri spiegare al popolo le sola mutazione: cioè ove Quesnello
diverse parti del santo sacrifizio, disse divina istituzione, nel sino-
e il senso delle pubbliche preghie- do si dice divino consiglio ^ e con
re: ella comandò così nello stes- tuttociò la proposiziope sinodale,
so decreto del concilio di Trento, intesa dell'uso d' introdurve lìngua
« Sebbene la messa contenga un volgare pelle preci liturgiche, si
gran soggetto d'istruzione pel co- è da Pio VI colla bolla Aneto-
niune dei fedeli, tuttavia i padr| reni Fidei , meritata la censura
non giudicarono espediente che fos- di falsa, temeraria^ perturbatila
se celebrata in lingua volgare. Per dell'ordine prescritto per la cele'
questo, senza allontanarsi dall' uso brazione de' misteri, e facilmente
antico di ciascuna chiesa, approva- produttrice di molti mali. Vedi
lo da quella di Roma, eh' è la la dissertazione di d. Giuseppe Fer-
niadre e il capo di tutte le chiese, rari arciprete di s. Leopardo di
e perchè non manchi il pane del- Mantova, pubblicata nel Suppl. al
|a parola di Dio alle pecorelle di giornale ecel. di Roma dell'anno
Gesù Cristo, il santo concilio or- ^797» p- 219, qon questo titolo;
dina a tutti i pastori, e a tutti intorno al leggersi in lingua voU
quelli che hanno la cura delle a- gare le divine scritture. Finalmente
ifime, che spesso fra la celebrazione non è vero che quando il popolo
delle messe, o da loro medesimi, ypisce la sua voce a quella dei
o per altri espongano qualche co- ministri della Chiesa in pn^ lingua
ga di quelle che leggonsi nella mes- pbe non gli è famigliare, non sap-
sa, e fra le altre dichiarino quelle pia assolutanaente quello che dice;
che spettano a questo santissimo almeno sa confusamente il senso
sagrifizio, nei giorni di domenica delle orazioni che fa, e ciò basta
specialmente e festivi ". Sess. 2-2 , per nutrire la sua fede e la sua
e. 8. Alcuni altri coucilii parti- pietà. E importantissimo l'osserva-
colari ordinarono io stesso, pè vi è re che pelle pubbliche preghiere è
,'vlcun pastore che non si creda ol)- la Chiesa medesima che otfre a
bligato di soddislhre pienamente 4 Dio l'adorqziope e le supplicazione
questo dovere. ip nome de! popolo, di modo che
Nella bolla Unigenitus di Cle- basta esservi presenti e unirsi alle
niente XI, fu condannata la prò- sue intenzioni, per fare con lei una
posizione 86 di Quesnello, con cui preghiera eccellente, anche senzt^
egli scrisse essere un uso contra- l'intelligenza delle parole. Fecero
rio ^Ua prassi apostolica e alla di- gran rumore i coutroveisisti prqte-
LIN
stanti sul passo in cui s. Paolo di-
ce, Corint. I , e. i4> v- 19- " Se
io prego in una lingua che non
intendo, è vero clic prega il mio
cuore, ma sono senza frutto il mio
spirito, e il mio intelletto .... Vo-
glio piuttosto dire nella Chiesa cin-
que parole che intendo, per istruir-
ne ancora gli altri, anziché dirne
diecimila in una lingua ignota ".
Ma la lingua di cui si serve la
Chiesa nelle sue preghiere non è
assolutamente ignota neppure al
popolo; poiché colle lezioni de'pa-
slori, e colle traduzioni della li-
turgia, il semplice fedele viene suf-
ficientemente istruito di ciò che si
dice. Non era lo stesso quando un
cristiano, dotato soprannaturalmen-
te del dono delle lingue, parlava
nella chiesa, e diceva alcune ora-
zioni private, senza che alcuno lo
potesse capire; questo è 1' abuso
che s. Paolo voleva riformare ,
bramando per l'utilità de' fedeli,
che fossero da essi spiegate e in-
terpretate. Non veggiamo eh' egli
stesso che converti gli arabi abbia
fatto per essi la liturgia nella loro
lingua. Questo è in sostanza lo
spirito della Chiesa anche attual-
mente. Vieta ella 1' uso della lin-
gua volgare nelle sacre funzioni,
ma ha comandato a tutti quelli
che hanno cura di anime di spie-
gare al popolo ciò che appartiene
al santo sacrificio della messa, e
permette la traduzione degli ufiizi
divini, perchè con la intelligenza
delle parole il popolo possa ac-
compagnare i ministri che li ce-
lebrano. Tutta la precedente dot-
trina viene riepilogata dalle seguen-
ti parole che il celebre Bossuet
scriveva ai dissenzienti, instruct. I.
Pastorelle sur les proniesses de l'E-
giise, n. 42. " Di che mai vi do-
lete ? Perchè non riconoscete piut-
tosto l'onore dell'antichità nel lin-
guaggio di cui si serve la Chiesa ro-
mana? Avvezza allo stile, alle c-
spressioni, allo spirito de padri .tii-
tichi che riguarda per suoi maestri,
ella gode di aver tuttora in bocci),
e di conservare illibate le preghie-
re, le collette, le litiugie, le messe
che i grandi Pontefici s. Leone I,
s. Gelasio I, s. Gregorio I profe-
rivano al sacro altare, son già die-
ci o dodici secoli. Già vi abbiamo
avvertito che il concilio di Tren-
to ha pensato alla vostra istruzione :
noi vi abbiamo data un'esposizione
della dottrina cattolica, la spie-
gazione di tutti i misteri, un ofiicio
dove sono in volgare le più comu-
ni preghiere della Chiesa, e se ciò
non basta siamo pronti a darvi in
iscritto ed a viva voce la lettura
e lo spirito di tutte le preghie-
re ecclesiastiche, parola per paro-
la. Riconoscete adunque che i vo-
stri ministri coi loro vani lamenti
non pensano che a muovere lite
alla Chiesa nascostamente, e non
cercando che un' occasione di rom-
perla coi loro amici e coi loro
fratelli, la pace e la carità non è
con essi ". Si può inoltre consul-
tare la Dìssert. sulle liturgie del
Renaudot p. 4^ ; la Spiegaz. della
mes.m di Le Brun t. VII, p. i^;
e la Dissert. o trattato sull'uso di
celebrare il servigio divino in una
lingua non volgare, del p. d'Ante-
court. E per conto dell'idioma la-
tino, quanto dicemmo all' articolo
Lazio.
I romani Pontefici furono an-
cora benemeriti dello studio delle
lingue orientali e di altri idiomi ,
sia per la propagazione e mante-
nimento della fede, che per l'incre-
mento degli studi e vantaggio del-
9/74 LÌN
le scienze ; come ancora per il
tiihiiiiale della penitenza nell'isH-
tiiiie religiosi penitenzieri, periti
nelle principali lingue ne'più cele-
bri santuari cl(-l mondo, ov' è più
fiequente 1' accesso di diverse na-
zioni. Di cpiesti ne parleremo al-
l'articolo Peivitenzieri. Nel 1287
per ordine del Papa Onorio IV si
cominciarono ad insegnare nell'u-
niversità di Parigi, in cui egli a-
vea studiato, la lingua arabica ed
altre orientali, necessarie per istrui-
re nella fede i saraceni e gli sci-
smatici dell'oriente. Considerando il
Pontefice Clemente V ch'era ne-
cessaria e vantaggiosa allo studio
della teologia la cognizione delle
lingue greca ed ebraica, nel con-
cilio generale di Vienna del i3ii
promulgò il celebre decreto, Cle-
meni, de magiatris e. i , col qua-
le prescrisse che nelle più celebri
accademie ossia università di Eu-
ropa, cioè in Roma, Bologna, Pa-
rigi, Oxford e Salamanca, si eri-
gessero cattedre di professori per
l'insegnamento delle lingue greca,
ebraica, arabica e caldaica, per
ammaestramento della gioventù in
detti linguaggi, e per l'intelligenza
de'testi de' sacri libri e di quelli
degli antichi padri : Illiiis cuj'us
vicem in terrìs, licei ini meri lì, gerì-
mus, imilantes exemplnm, qui per
universum mundnm ad evangeli-
zanduni aposlolos missurus , in
omni lingiiarum genere esse voluit
erudilos^ viris catholicis notitiani
linguarum hahentihus, quibus utun-
tur vìfìdeles praecipue abundare
san ciani affvcianius Ecclesiani, qui
infideles ipsos sciant et valeant
sanctis ìnstitutis instniere, Chrisli '
colarumque collegio per doctrinam
christianae fidei, ac susceptioneni
bapdsnii aggregare^ etc. Tanto or-
LIN
tlinb Clemente V. R-innovò In cer-
to modo il vigore di questa legge
Paolo V, particolarmente fra' re-
golari , con la costituzione i53
de'3i luglio 16 IO, Bull. Rom. t.
V, par. V, p. 898. Lo Spondano
a detto anno n. 9 riferisce : Ut
in cujuslibi't ordinis , et inslituti
regulan'uni studiis omnibus, essent
linguarum hebraicae^ grecae, et
lalinae, iti majorìbus et celebriorì-
Ims etiani arabicae doclores. Per
allettarli a questo studio, volle il
Pontefice, che al conseguimento dei
gradi negli ordini e congiegazioiii
religiose, fossero preferiti coloro
che nella perizia delle lingue si
sarebbero distinti. Il Rodotà nel lib.
II, p. i5c). Dell'origine del rito
greco, osserva in fatti, che gli
espositori ed i controversisti di
chiaro ed illustre nome, sono sta-
ti per lo più prodotti dagli ordini
regolari, fra i quali lo studio del-
le lingue più costantemente si col-
tiva, e col frequente esercizio pren-
de anche aumento maggiore. Coa
documenti comprovano ciò, Mel-
chior Cano, nel capit. de lingua-
rum hebraìcae, et grecae ìitilita-
te, De locis tlieol. lib. 2, e. i5; il
padre Mabillon, De studiis mona-
stici s, p. 3, e. I I, n. 2 ; il padre
Bernardo Lamy r\e\[' y4pparato Bi-
blico, lib. 2 e 3, cap. Vili ; ed il
Salvini nel 5S de'suol discorsi ac-
cademici tom. I. Tale fu ancora
il sentimento di s. Agostino, De
docl. christ. I. 2, cap. io: Et la-
tinae quidem linguae homines, quos
mine instruendos suscepimus,duabus
aliis ad Scripturarum divinarum co-
gnitionem kabent opus. Hebraica
scilicet, et graeca: ut ad exempla-
ria praecedentia recurratur j si
quani dubilationem atlulerit latino-
rum interpretum infinita varietas.
LTN LIN s?":
I medesimi Pontefici hnnno isfi- men grnnde lin luogo nella dn-
tuilo in Roma la Congregazione menica dopo 1' Epifanin e nel di
per la correzione (felibri della rhic' appresso, cioè la Jexla delle lingue,
sa orientale [Vedi), per la revi-. come vogliono chiamarla gli eslra-
sione e correzione de'lihri liturgici nei, ossia quelle accarlemie elio
di alcune nazioni orientali. In Ro- descrivemmo ai due citati articoli
ma fra i collegi delle diverse na- Coltegio Urcwo, ed Epifamx.
zioni, si distingue quello della Questo è un esercizio di sacra poe-
congregazione di propaganda fide, sia datovi dagli alunni in qu^ran-
cioè il Collegio Urlmno (Vedi), ove ta e più favelle, una diversa dal-
si ricevono alunni di tutte le na- l'altra, e tutte in un istesso luogo
zioni, meno quelle che hanno se- alla presenza d'un cospicuo udito-
minari o collegi nazionali, tranne rio di tutte le nazioni, celebranti
qualche caso particolare, per eser- in vari metri il mistero dell'Epi-
citare il sublime ministero dell' a- fania. Nell'accademico esercizio gli
postdato per tutto il mondo. In spettatori, per quanto sieno dotti
detto collegio oltre il parlarsi quei nelle lingue antiche e moderne,
linguaggi che notammo al suo ar- veggono umiliato il loro amor
ticolo, ed oltre le cattedre per le proprio : essi applaudono ad ogni
scienze, ve ne sono per le lingue alunno, ma nessuno di loro può
ebraica, siriaca, arabica, armena, dire di averli tutti compresi; ap-
cinese, greca, latina, ec. Nell'istesso plaudono perchè colpiti dalla no-
articolo parlammo della sua celebre ^ità degli accenti, e dalla varietà
stamperia, famosa per la copia e dell'atteggiamento ed espressione
qualità di caratteri di quasi tutte dei declamatori. Ma uno degli
le lingue, e perciò ivi sono opere astanti vi ha, a cui non è stra-
stampate pressoché in tutti gli i- niera nessuna di quelle molte liu-
diomi, laonde ne facciamo menzio- gue, per ispecial dono celeste: que-
ne ai luoghi rispettivi. Nella chic- sti è il cardinal Giuseppe Mezzo-
sa del collegio Urbano si celebra fante bolognese, membro della
con gran solennità la festa dell'^- congregazione di propaganda fide,
pifania [Fedi), ed ivi in tal gior- vero prodigio di natura, il quale
no si ammira uno spettacolo che più di tutti porge attento orecchio
invano si cercherebbe altrove. Sa- a que'poetici componimenti ; indi
cerdoti diversi per nazioni e per colla stessa prontezza il cardinale
costumi, vestiti con abiti sacri dif- volge il suo discorso a ciascuno
ferenti nella forma e nel colore, nella propria lingua, sia etiope,
recarsi a celebrare la messa con egiziano, cinese, indiano, caldeo,
arredi diversi, e consecrare quali siriaco, arabo, armeno, greco, illi-
nel pane azimo, quali nel fermen- rico, e a qualunque altro. Nell'ul-
tato, con va li riti e linguaggi. Nel tima accademia, tenuta in detta e-
medesimo tempio s'innalza a Dio poca nel corrente anno, si è senti-
la medesima preghiera in diverse to parlare per la prima volta la
favelle, intuonate quando da voci lingua dei selvaggi dell'Oregon. Tale
alte e sonore, quando da fioche si è il bello spettacolo, che forma
ed aspre, a seconda dell' indole e parte de'trionfi della Chiesa roma-
dei linguaggio. Uno spettacolo non na, che presenta l'alma Roma,
256 LIN LIN
destinata mai sempre ad essere derivato dallo scito-celtico, ha for-
grande, e sotto i Cesari e sotto i mato : il meso gotico, l'aoglo-sas-
Papi. Nelle sue biblioteche sono sone, il frisone. Dall' anglo sas-
codici e libri in tutte le lingue, sone si è formato: l'inglese, che
di un pregio inestimabile. Parlan- trovasi misto di danese e delle
do delle celebri biblioteche e li- lingue romane e normanna ; il bas-
brerie, si fa menzione se hanno so- scozzese, che è meno dell'inglese
tali pregi. misto di lingua romana. Ha pure
Malgrado il numero prodigioso formato il belgico, chiamato antica-
delle diverse lingue che parlano i mente fiammingo, ora l'olandese,
differenti popoli che coprono il 11 dialetto moderno della Svizzera,
globo, e la confusione che la me- eh' è quello che ha maggiormente
scolanza delle nazioni portare do- conservata relazione coli' antico te-
vette negli idiomi di cui esse si desco ; il franco- teutonico o il bas-
servono, alcuni eruditi hanno ten- so sassone: dalla mescolanza di
tato di riferire tutti gl'idiomi co- queste due lingue è derivato il
nosciuti ad alcune lingue madri, moderno tedesco. L'antico tedesco
Nel numero di questi infaticabili e il franco-teutonico non esistono
investigatori , il francese Latour più che nelle vecchie scritture, co-
d'Auvergne ci diede le seguenti me pure il meso-gotico e l'anglo-
nozioni sull'origine e discendenza sassone ; V antico frisone esiste
delle lingue. I dotti piìi istrutti tuttora nelle pianure della Frisia,
nel meccanismo delle lingue, tra i 3." Della lingua scito-celtica o
quali massime il celebre Tankato gallese. Lo scito-celtico o il vec-
scrittore olandese, riconoscono tre chio gallese, che esiste tuttora nel-
lingue madri di quelle dell' Euro- la sua forma originale neh' antica
pa, cioè la Ciinhrica, la Teutonica Armorica o Bassa-Bretagna, come
e la Celtica j ma que'dotti prova- pure nella provincia di Galles nel-
no nello stesso tempo con gran 1' Inghilterra ; quella lingua affine
numero di esempi, che si può ri- della ciinhrica ha pure dato origi-
condurle tutte alla stessa radice, ne all'ergo o irlandese e scozzese
e riconoscono la lingua scito-celtl- delle montagne, l' irlandese e la
ca o gallese, come il principio o lingua slava. Nelle parti più orien-
il tronco di tutte le altre lingue, tali dell'Europa domina la lingua
I. Della lingua cinibrica . La slava, e vi è stata portata ne'pri-
lingua cimbrica o runica, figlia mi secoli della nostra era dagli
della lingua scito-celtica, ha for- sciti. Essa comprende la lingua
mato: il danese- gotico o l'antico russa, la dalmatina, la croata, la
danese ; Io scano-gotico, lo svevo- serviana, la carnica, l'illirica, la
gotico, o il vecchio svedese ; il polonese, la boema e la vandala.
danese e Io svedese moderno so- Si trovano pure in questa parte
no misti di alcun poco di tedesco. dell'Europa quattro specie di lin-
Ha pure formato il norvegiano e gue, che differiscono interamente
l'irlandese; queste due lingue sono dalle altre. i.° Quelle della Litua-
le meno imbastardite, i." Della nia e della Livonia, le quali han-
lingua tedesca o teutonica. L'an- no una grande relazione tra di
tico teutonico o l'antico tedesco, loro e sono mescolate di alcune
LIN
parole slave. ">.." Quelle dell'Estonia,
della Finlandia e della Lapponia:
si ravvisalo in queste tre lingue
delle parole cimbriclie e tedesche.
3." L'ungherese. 4-" La tartara,
la turca. Si crede che queste due
lingue conservino delle ti-acce del*
l'antico scito. Ma la più nobile
lingua di questa parte d'Europa è
la greca, la quale benchò alterata,
e non più pina e bella come
l'antica, tuttavolta mantiene la me-
moria di quel celebre idioma su-
periore a tutte le altre lingue
dotte. Ebbe questo diversi coltissi-
mi dialetti, e molte parole del-
l'eolico passarono nella lingua del
Lazio sino da' tempi vetusti, e si
formò con altri idiomi indigeni la
bella lingua latina, che anche in
oggi è la lingua universale dei
dotti. Questa trasportata in diver-
si paesi, ha formato gl'idiomi ro-
n3ani, come : i ." l'italiano, il porto-
ghese, lo spagnuolo : in queste tre
lingue si sono introdotte di molte
parole gotiche ; le due ultime si
trovano miste di arabo o more-
sco; 2.° il grisone, il francese, il sar-
do; la lingua francese composta in
parte di latino e di celtico, contiene
pure molte parole franco- teutoni-
che. Più precise notizie sulla de-
rivazione delle principali lingue si
possono leggere agli analoghi arti-
coli, ove citiamo pure le opere re-
lative.
Lingue morte diconsi il greco
I letterale, il latino e la maggior
parte delle lingue orientali, come
l'ebraico, il caldaico, il siriaco, il
copto in Egitto, il sanscritico nel-
le Indie orientali ec. Ma non è
così dell'arabo, e di molte altre
lingue dell'oriente, come dell'india-
no, del malabarico, del cinese, ec,
che si parlano tuttora in vastissi-
VOl. XXXVIII.
LIN 25^7
me regioni, e da popolazioni assai
numerose. Si deve somma lode a
coloro che coltivando le proprie,
fanno profondo studio altresì delle
lettere antiche, e in quelle lingue
morte scrivendo si esercitano; il
che se poco aggiunger può al no-
me loro, molto però contribuisce
a conservarle in venerazione e con-
sigliarne lo studio. Né perchè mor-
te si dicono tali lingue, creder si
deve, che con qualche parte per
avventura della retta pronunzia,
morto ne sia il valore. Morto è
per coloro, ai quali manca studio
ed ingegno capace di penetrare, sic-
come de'nostri, così lo spirito de-
gli antichi scrittori. Le opere però
di questi come di quelli durano
ancora e in gran copia ; e come
la lingua scritta de'classici non è,
ne presso gli uni né presso gli
altri, la favella popolare del volgo,
così perì ben questa con poco
danno, secondo alcuni, per ciò che
spetta alle lingue antiche. Ma la
lingua di que'dolli, una in tutte le
infinite loro opere, vive in tutta
la forza sua, quanto vive quella
de'classici moderni. Quanto al nu-
mero delle lingue, secondo Fran-
cesco Cherubini, il quale pubblicò
in Milano nel 1824 un prospetto
di tutte le lingue note, in Europa
si parlano cinquecentottantaselte
lingue; novecentottantasette in A-
sia ; duecentosettansei in Africa;
milleduecentoquattordici in Ameri-
ca. Le lingue perdute secondo questo
prospetto sarebbero centosessanta-
quattro. Da ultimo venne pubbli-
cata da un autore russo un'opera
sulle lingue conosciute e i loro
differenti dialetti ; rilevasi da que-
sta, che in Asia esistono novecen-
tòtrentasette lingue e dialetti ; in
Europa cinquecentottanlasette ; ia
17
7.5S LIN LIN
Africa duecentottantasei , ed in lo deve al greco linguaggio, e che
America milledueccntosessantaquat- fante prese auge, die i cumaiii ed
tro. II eh. Gabriele Calindri nel- altri popoli soggetti alla repiibbli-
l'imporlanle Saggio slalisdco-stori- ca, impetrarono dal senato romano
co del pontificio slato , Perugia di lasciare l'avita favella, per usare
1829, tit. XIII, Eticologift, arlic. di quella latina; ma nel 58i cir-
I, linguaggio e scrittura, dice che ca cessò di essere in Italia la lin-
in Europa soltanto sono cinque- gua del volgo, come altrettanto fu
cenlottantasette i dialetti , che in Francia nell'S l 'T, su di che può
partono tutti dalle tre lingue ma- leggeisi l'articolo Francia. Questa
drij cioè la cimbrica, la teuto- nostra lingua nel secolo XIV giun-
nica e la celtica, come abbiamo se al sommo della bellezza, ma nel
detto di sopra ; che nel sojo Da- seguente perde alquanto, e solo nel
ghestan, provincia della Russia eu- principio del secolo XVI riprese il
ropea, si parlano circa trecento suo ardore. Strabene asserisce, che
lingue; in tutto il globo poi sono il linguaggio dai nostri avi usato,
tremila e sessantaquattro tali lin- sente dello siile egizio e del greco:
gue, secondo Adelung. Il Balbi di fatti l'etrusca favella era Tanti-
meglio le distingue ed aumenta, ca greca alterata e corrotta. Con-
dicendo che sono ottocentosessanla "viene ancora avvertire, che ora sot-
le lingue, e cinquemila i dialetti to la lingua meramente italiana
cogniti nel mondo. Ci sembra op- intendesi la latina e la romana, e
portuno qui appresso riportare sotto la lingua pretta italiana vuol-
quanto il lodalo Calindri scrive si significare la toscana, e per essa
sul linguaggio e scrittura dello la sanese. Il Muratori nelle sue
stato pontificio, oltre quanto sulla Dissertazioni sopra le cntichità ila-
lingua italiana dicemmo all'artico- liane, massime nella XXXIII, Del-
io Ìtalia. ; come pure quanto dice l'origine o sia dell" etimologia delle
sulla denominazione di ciascun al- voci italiane, dice che secondo al-
fabeto, e storia di alcuni di essi, cuni le lingue arabica e germani-
Dell'origine delle lettere e degli ca sono le più ricche di voci delle
alfabeti, ne parlammo all' articolo altre lingue, e più di esse la greca;
Lettera. che tutte e tre hanno dato molte
L'etrusca o loscanica favella, det- voci alia lingua italiana; e che la
ta idioma italiano, è quella usata lingua latina è madre dell' italiana,
dagli abitanti dello stato pontificio, la quale fu perciò anco appellata
i quali trovandosi stazionati nel se- lingua latina; che cominciò a co-
no dell'Italia, riconoscono in ciò noscersi sotto i re longobardi, spe-
gli stessi principii dell' idioma del- cialmente nelle antiche carte. So-
r Italia tutta. Com' è parlata co- pra l'origine della lingua volgare
sì è scritta dagli indigeni, e tan- o italiana il num. 17 àcW Àlbum
to dal ceto nobile e colto che iSSg ci diede un'erudita lettera
dal plebeo; prescindendo da al- del eh. Gaetano Lenzi. Questi di-
cune corruzioni del popolo basso, chiara essere imbarazzante la que-
e dai dialetti propri di varie prò- stione dell'origine delle lingue, per
vincie. Surse poi la particolare lingua la diversità de' pareri de' letterali,
latina delta del Lazio, la quale mol- non essendo mancati di quelli che
L 1 1\
hnnno sostenuto die nessuna delle
antiche lingue più viva al mondo,
ed hanno procurato di far vedere
a quali vicende soggiaccia ogni lin-
guaggio nel corso di non molte età,
sino a divenire un altro. Quanto
alla lingua italiana, sulla questione
di sua origine, si è sempre soste-
nuto dai dotti che derivi dalla la-
lina guasta e corrotta per la ve-
nuta dei barbari in Italia; ma al
dire di tale scrittore si sono in-
gannati, poiché egli dimostra che
viene dalla gallico-germanica, lin-
gua italica de' primi tempi, e co-
mune allora a tutta quanta la no-
stra nazione. Da questa nelle di-
verse Provincie d' Italia si furma-
rnno poi vari dialetti e varie lin-
gue. In Roma stessa, che popolossi
da principio di gente collettizia,
non avevano lutti la medesima lin-
gua, ma varia a tenore delle pro-
vi ncie o de' luoghi a cui quei pri-
mi abitatori appartenevano. Au-
mentatasi dipoi la città coU'unione
de' popoli convicini, massime de' la-
tini, la lingua comune de' romani
divenne quella del Lazio; e questa
lingua hilina o aborigenesca , che
viene dalla ligustica circompadana,
i quali popoli andarono colà ad
abitare, ebbe quattro differenti età,
e poi fu abbellita col nascere delle
lettere a[)presso i romani. Ma gli
antichi germani e più i galli in
gran numero reiteratamente ciano
già venuti nella nostra bella peni-
sola, e quivi stanziavano da mol-
tissimi anni, prima che i romani si
dilatassero per l'Italia, e divenisse-
ro di essa i dominatori. 11 linguac-
gin adunque della maggior parie
degli italiani era ancora quello dei
galli, che fu già il primo secondo
il Lanzi, e che tornossi a rinvigo-
rire coir intervento in Italia di
LIN 259
nuovi galli. Che poi la lingua ita-
liana abbia molto ereditato dal la-
tino ed ancora dal greco, non è da
porsi in dubbio, per I' uso grande
che si è fatto e si fa tuttora di
quelle due lingue presso di noi. Per
la qual cosa ora è ben diversa
dalla vetusta volgare, iniperciocchè
non solamente a poco a poco andò
deponendo le antiche barbare for-
me, ma sorsero tre geni singolari,
cioè Dante, Petrarca e Boccaccio,
che la dirozzarono totalmente , ed
in seguito altri chiari e distinti in-
gegni r hanno abbellita in guisa
eh' è divenuta la lingua la più
dolce, la più armoniosa, e la più
bella di quante mai sieno.
Passando ora alla scrittura, è
quasi impossibile di rintracciare nel
buio di tanti secoli l'origine dell.»
scrittura donde avvenga, osservan-
do discordi tanti eruditi nell'accor-
dare questo onore chi agli assirii;
chi a Cadmo figlio di Agenore re
di Fenicia, creduto quello che istruì
i greci neli' alfabeto fenicio nel
1494 ovvero i5i9 prima dell'era
volgare; chi ai caldei; chi ai ca-
nanei ; chi a Cecrope ; chi ai cine-
si; chi agli ebrei o feuicii circon-
vicini , nel quale loro carattere è
scritto il Pentateuco samaritano ,
codice di tanto anteriore a Cadmo
fenicio, perchè il più antiio che si
conosca ; chi agli egizi ; chi ad
Ercole; chi agli etiopi; chi agli
etruschi ; chi al settentrione euro-
peo ; chi all'arcade Evandro; chi
ai fenicii, pei quali opina ancora
Fabricy ; chi a Getro; chi ai greci:
chi a ìVicostrata ; chi ai pelasgi ov-
vero aoni ; chi agli sciti ; chi a
Tagete anteriore ad Evandro ed
Omero ; Platone dice Thaut coeta-
neo di Mosè , che in Egitto pd
primo distinse le vocali dalle rou-
26o LIJN'
sonanti, e che però l'alfabeto tc-
iiisse dai sirii che il dettarono ai
fenicii , i quali vi cambiarono la
forma delle lettere. Ma per non
andare più a lungo, è la piìli
comune opinione che tal gloria
si debba ai fenicii abitatori del-
l'Egitto, che l'insegnarono ai gre-
ci, in allora anch' essi popolo roz-
zo, il quale non fu illuminato che
dagli egiziani; ma questi pure lo
cambiarono in progresso, come di-
versificarono il primitivo dialetto.
Ciò viene ad essere però conforme
al detto da Diodoro Siculo, da
Ferraio, da Neutono, e da Pana-
iotti Kodrika, per non citare altri.
Quei fenicii di cui qui si parla so-
no quelli che originarono dall'an-
tichissima e celebre città di Si-
done , ond' è che ogni ragione
vuole che da essi noi riconoscia-
mo la scrittura , e forse ancora il
linguaggio. Ecco adunque che an-
diamo a riportare il promesso cen-
no del numero delle lettere conte-
nute nei vari alfabeti più cogniti
del globo, con alcune analoghe no-
zioni.
Ventotto lettere ha 1' alfabeto
arabico; ventidue il caldeo; ot-
tanta e più mila il cinese, e que-
ste non sono lettere, ma altrettan-
te cifre ridotte a duecento quattordi-
ci chiavi; trentadue il coptico; venti-
due l'ebraico. Un gran numero non
ancora determinato l'egiziano, che
ha tre generi di scrittura; cioè il
demolieo, ossia popolare, che anco
dicesi encorico o epislolagrafico, il
jeratico ossia sacerdotale, e il ge-
roglifico, che si divide in figura-
tivoj fonetico, cioè esprimente suo-
ni, e simbolico. Salt ne aggiunse
altri omofoni, cioè d'uno slesso suo-
no cogli altri fonetici. Duecentodue
lettere ha l'alfabeto etiopico, ma
LIN
è da notarsi che ogni lettera cou*
sonante modifica la sua forma se-
condo la vocale con cui si unisce,
siccome l'alfabeto etiopico con più
proprietà si chiama sillabario. Die-
ciselte lettere ha l'etrusco, benché se-
concio i vari pareri ne abbia venti-
quattro, ed ancora ventisei, essen-
dovi già tredici alfabeti fatti fin
qui su di questa lingua e lutti
varianti. Nella lingua dei grigioni
vi sono molte vestigie della lingua
etrusca. Sedici il fenicio. Si vuo-
le che sia il fenicio della slessa o-
rigine del samaritano; credesi an-
cora che dall'alfabeto fenicio sortis-
sero il greco ed il Ialino, tranne
pochi cambiamenti. Ventitre il fran-
cese. Questa lingua si è talmente
generalizzata che un immenso nu-
mero di opere è scritto in france-
sCj ed ovunque si viaggia trovasi ,
chi la conosce, ed è divenuta di- ]
plomatica , per cui è necessaria
quanto la lingua latina. Quaranta
il giorgiano. Ventiquattro il greco.
La lingua greca conta più di ven-
tisette secoli che è nota; la pre-
sente però è mollo distante dai
primordi. L'antica lingua greca è
detta ellenica, e la moderna ro-
maica, e questa differisce assai da
quella. L' alfabeto copto de'secoli
cristiani è preso dal greco, ma vi
furono aggiunte altre lettere pei*
esprimere suoni propri che non ha
il greco. Bernardo di Montfaucoo _
ha scritto eruditamente della lin-
gua greca. Cinquantadue lettere con-
ta l'alfabeto indiano sansorilico, il
qualeèdiramato in cinque linguaggi,
suddivisi in più dialetti, le cui cin-
quantadue lettere sono uiiite a più
miiiliaia di ses'ni e di ahbreviatu-
re sillabiche. Le lingue semitiche, ^
cioè l'araba, la caldea, l'ebraica, la ^
samaritana, la siriaca, e inoltre la
turca e la persiana, sogliono per
r ordinario scriversi con sole con-
sonanti, usando punti o segni in
cambio delle vocali. Qiiarantnsei
l'indostano; ventiquattro l'inglese;
ventuna 1' italiano , quante volte
si tolgano V j, il k^ \' x e V y, le
quali quattro lettere non sono mol-
to usale nell'idioma italiano. Ven-
tuna il latino, benché siavi chi
lo faccia di ventidue. Trentadue il
russo ; trentuna il persiano ; ven-
tidue il samaritano, che Credasi
nato col fenicio aifidjelo; venlidue
il siriaco. Otto dialetti provengono
dallo slavo o illirico, ii quale ha
tienlolto lettere. Allrettanle ne
conta r armeno. La lingua latina
ha varie parole simili alle illiriche.
Trentatre lettere il turchesco. Chi
sopra i riportati alfabeti volesse più
estese cognizioni, consulti Buttman,
Champollion il giovane, Young,
Rircher, Rosegarten, Martini, Pey-
l'on, Seyffarth, e Spohn. Vi è
qualche fondamento per supporre
che le prime lettere gotiche si co-
noscessero nel 386 dell'era volga-
re ; e le prime cifre arabiche nel
ICS IO dell'epoca anteriore alla ri-
portata. L'imperatore Claudio nel-
l'anno 47 dell' era cristiana aveva
aggiunto tre lettere all'alfabeto la-
tino; ma dopo la sua morte anda-
rono in disuso nuovamente. Le no-
ve prime cifre numeriche furono ri-
trovale dagl' indiani che le inse-
gnarono agli arabi, e questi a noi,
e di proprio gli arabi trovarono
lo zero, ed inventarono 1' algebra.
1 numeri romani poi ebbero ori-
gine da certi chiodi metallici che
ogni anno nel settembre si confic-
cavano dai romani, come dicemmo
altrove, nelle paieti del tempio di
Giove Capitolino o Massimo in Ro-
Bia , come altrettanto seguiva a
LIN 26f
Volseno poi Bolsena nel lerapio
della dea Norzia. Tali chiodi alcu-
ni erano fìssi ed altri mobili, e
servivano per numerare gli anni,
le famiglie ed i giorni.
Pompeo Sarnelli nel t. IX delle
Lett. eccl.,\eiL XLVIII: Quanto sia
gioi'evole la perizia di varie lingue,
riprodusse in gran parte ciò che
il p. Menochio scrisse nelle Sluore,
centuria VII, cap, LIX: Quanto
si debba stimare l'aver cognizione
di varie lingue. Dato prima qui
appresso un sunto di quanto di-
cono ambedue, accenneremo poscia
i nomi e i pregi di qualche poli-
glotto, di quelli cioè che possedet-
tero la cognizione di più lingue.
Sonovi stali alcuni principi o pre-
sidi, molto gelosi e solleciti che i
cittadini loro soggetti non imparas-
sero lingue straniere, temendo che
con lo studio di idiomi forastieri
non s'introducesse ancora il modo
di vivere ed i costumi di altre
nazioni, poco coi loro confacenti .
Su di ciò prese provvidenze JXe-
hemia coi giudei dopo il suo ri-
torno in Gerusalemme. L'impera-
tore Claudio avendo fatto cittadi-
no romano uno di Licia, lo pri-
vò di tale onore quando conobbe
che ignorava la lingua latina, cui
i romani preferivano a qualunque
altro linguaggio, pel timore che
introducesse in Roma il linguaggio
ed i costumi diversi dai romani.
L'imperalor Severo nato in Afri-
ca, rimandò in questa regione la
propria sorella ch'era venuta io
Roma, perchè barbaramente par-
lava il latino. Ciò non pertanto
non si può negare, che l'avere
cognizione di varie lingue fu uti-
lissimo in molte occasioni, e sem-
pre di ornamento a chi le possie-
de. La cognizione delle diveise
262 L 1 N
specie di lingue, viene dall'aposto-
lo enunierala fra i doni dello Spi-
rito Santo. Quanto utile sia la
cognizione delle lingue ai principi,
perchè i sudditi amano di più
«]iie! sovrano che intende il loro
linguaggio, lo si vede in Isaia, e. 33,
V. 19, il quale per atterrire j giu-
dei, fra le altre cose di cui li mi-
nacciò, vi comprese la differenza
del linguaggio. E nel IV libro dei
Re, e. i8, V. 26, sapendo Rasbace
quanto importa la somiglianza del-
la lingua per guadagnarsi la be-
nevolenza del popolo , acciocché
più volentieri accettassero gli ebrei
r impero di Sennacherib, sebbene
fosse invitato a parlare in siriaco,
clamavit lingua judaìca. Fu co-
slume dei re di Persia, che gli e-
ditti loro, che per diverse provin-
cie dovevano pubblicarsi, fossero
scritti nella lingua particolare di
quella provincia alla quale s'invia-
vano, come abbiamo dal libro di
Ester, e. I, V. 22. Ennio si gloriava
di sapeie tre lingue, cioè la lati-
na, la greca e l'osca, e perciò di-
ceva avere tre cuori . Rlilrida-
te re di Ponto e di Bitinia sape-
va venlidue lingue, onde non avea
bisogno d'interprete, quando a'suoi
sudditi di varie nazioni dava udien-
za, perchè intendeva le lingue loro,
e nel medesimo idioma dava loro
le risposte. Di Cleopatra regina di
Egitto scrive Plutarco, che sapeva
la lingua degli arabi, de'siri, de' per-
siani, degli ebrei e degli etiopi,
il che era di glande ornamento
a quella regina. Amalasunta figlia
di Teodorico re degli ostrogoti, al
dire del Sabellio, possedeva tulle
le lingue delle nazioni che ave-
vano commercio co'romani. All'ar-
ticolo Letterato parlammo di al-
cuni romani poliglotti, e di altri
LIX
versati nella conoscenza di più i-
diomi.
11 Pontefice s. Leone IX fornito
di sapienza ed erudito, nell'età di
cinquanta anni cominciò ad istruir-
si nella lingua gi:eca , pei- meglio
poler confutare gli scrini de'greci
scismatici, siccome fece. Nicolò te-
desco fu creato caidinale da Lucio
lì, siccome dolio nelle lingue gre-
ca ed ebraica , le quali sono utili
agii studi. L' imperatore Federico
11 parlava con eleganza il Ialino,
il francese, lo spagnuolo , l'italiano,
il turco e l'alemanno, non che sa-
peva il greco letterale ed il vol-
gare. L'imperatore Carlo IV colla
bolla d'oro sull'elezione degl'impe-
lori, comandò che ai figli degli e-
letlori del sacro romano impero
s'insegnassero nella puerizia le lin-
gue latina, italiana e schiavona, re-
putandole necessarie. Il Papa Sisto
IV, di gran dottrina ed ingegno,
lo fu ancora nella cognizione delle
lingue. Versatissimo in molte di
queste fu pure Giovanni Pico si-
gnore della Mirandola, che lo Sca-
ligero chiamò mostro senza vizio.
Carlo Vili re di Francia non sep-
pe che tre parole latine, e suo
padre non volle che ne imparasse
di vantaggio; ma di questo difetto
se ne accorse quando montò sul
trono , dappoiché essendo privo
del soccorso delle lettere, fu co-
stretto regnare a gusto di altri ;
tuttavia desiderò sapere qualche
cosa di più, onde si fece tradurre
in francese l'elica, l'economica e la
politica di Aristotile; tanto asse»
risce Emilio suo biografo. Al ci-
talo articolo Letterato, parlammo
eziandio di alcuno di quelli di po-
che lettere, e di quelli che dive-
nuli smemorati dimenticarono \\\->
tcramenle la scienza delle lingue»
LIN
Alcuni scrissero che 1* imperatore
Carlo V studiò le belle lettere sotto
il magistero di Adriano Fiorenzi,
che fu poi Adriano VI ; che sapeva
favellare ottimamente diverse lin-
gue, anzi tutte quelle soggette ai
6U0 impero; ma il Sarnelli nella
citata lettera, dice che il pi incipe
in gioventù ebbe poca applicazione
alle lettere, per cui Adriano suo
precettore vedendolo alieno dall'i ni-
parare la lingua latina, gli disse
che un giorno se ne pentirebbe.
Ciò si verificò quando l'imperato-
re passando per Genova, non potè
rispondere che per interprete all'o-
razione che gli fece in latino quella
signoria. Aggiunge il Sarnelli che di
Carlo V si disse, che parlava con Dio
alla spagnuola, co 'domestici all'ita-
liana, colle donne alla francese, e
quando era in collera alla tedesca,
Nella corte di Carlo V fiorirono
nello studio delle lingue, Agrippa
Cornelio Enrico di JNettensheim ,
Mariangelo Accursio napoletano,
Claudio Arezzo di Siracusa, ec. 11
cardinal Girolamo Aleandri fu
profondo nella cognizione delle lin-
gue greca ed orientali, massime
dell'ebraica, e in questa fu si va-
lente, che fu creduto figlio di e-
breo. Il cardinal Alessandro Cam-
peggi fu peritissimo nelle lingue.
Nella corte del cardinal Ippolito
de Medici nipote di Leone X e
cugino di Clemente VII, erano
trecento persone letterate d' ogni
nazione, onde talvolta si parlavano
fino a venti diversi linguaggi. Il
cardinal Egidio Canisio fu dotto
nelle lingue greca, ebraica, arabica,
caldaica, turca e persiana ; pel suo
profondo sapere fu chiamato lume
chiarissimo del suo secolo. 11 Papa
Marcello lì dottissimo, lo fu pure
uelle lingue latina e greca^ come
LIN 263
nell'italiana in cui improvvisava con
eloquenza : il suo successore Paolo
IV in gioventù con successo si ap-
plicò allo studio delle lingue lati-
na, ebraica e greca, nelle quali fe-
ce tanto progresso che parlava coi
greci e cogli ebrei, come fosse uno
di loro nazione. 11 cardinal Anto-
nio Penenot di Granvela era col-
to nelle lingue , sette delle quali
parlava con incredibile facondia, e
simile a Giulio Cesare impiegava
ad un tempo cinque segretari, det-
tando loro delle lettere in diverse
lingue. 11 cardinal Silvio Antoniani
di dodici anni improvvisava mera-
vigliosamente sulla lira veisi greci,
latini e toscani. Il caitlinal Silve-
stro Aldubrandini pronipote di Cle-
mente Vili possedeva la scienza
di molte lingue. Il cardinal Vin-
cenzo Costaguti, dotto ed eloquente,
ebbe la cognizione di diverse lingue.
11 celebre gesuita padre Atana-
sio Kircher parlava e scriveva io
ventiquattro lingue diverse. La re-
gina Cristina di Svezia soleva di-
lettarsi di scrivere de' motti arguti
e delle sentenze ne'margini de'iibri
che leggeva, nelle lingue in cui e-
rano scritti, giacche essa ne posse-
deva undici, cioè la svezzese, la la-
tina, la greca, l'ebraica, la caldea,
l'arabica, la francese, la spagnuola,
la tedesca , la polacca e l'italiana,
benché per l' ordinario se ne cre-
de di avanzo per ogni donna an-
che una sola. 11 cardinal Giambat-
tista Tolomei, di rara dottrina, fu
profondo nelle lingue orientali, del-
le quali possedeva la perfetta co-
gnizione di nove diverse. 11 celebre
caidinal Giaciuto Sigismondo Ger-
dil studiò le lingue antiche e mo-
derne, laonde divenne perfetto nella
greca, nella latina, nella (rance.se
e ucirilaliuud ; colla sua eminente
264 LIN
dottrina compose quel gran nume-
ro di opere, che notammo alla sua
biografia. Il cardinal Michelangelo
Luchi cassinese , dotto nelle lin-
gue orientali, lasciò alla biblioteca
Vaticana 74 opere in greco e 119
in latino mss., ed avea il progetto
di pubblicare una nuova Bibbia
poliglotta in trenta volumi, al modo
che meglio diremo alla sua biogra-
fìa, li cardinal Giacomo Giustiniani
possedè non solo le lingue moder-
ne, inglese, francese, spagnuola, ma
ben anche le dotte e orientali, co-
me la greca, la latina, 1' araba e
r ebraica. Ora passiamo a fare
onorata e distinta menzione del
sullodato meraviglioso poliglotto,
di cui non solo si onora Ro-
ma, Bologna sua patria, ed Italia
tutta, ma eziandio forma l'ammi-
razione delle civili nazioni anche le
più lontane e più remote da noi.
Questi è l'illustre cardinal Giusep-
pe Mezzofante, che ben a ragione
il provvido Papa che regna Gre-
gorio XVI, prima lo fece prelato
e primo custode della biblioteca
Vaticana, quindi accrebbe il lustro
del sacro collegio col crearlo car-
dinale, conferendogli opportunamen-
te le cospicue cariche di prefetto
delle sacre congregazioni degli stu-
di, e della correzione de'libri della
chiesa orientale. Questo venerando
porporato si è acquistala la noti-
zia di circa cinquanta lingue; cioè
le principali di Europa, le loro
affini e quelle da loro derivale;
le più illustri delle vaste regioni
dell'Asia; ha pure cercato di co-
noscerne alcune dell'Africa e del
nuovo continente. Egli ha ancora
procurato di bene informarsi della
letteratura , e dei migliori autori
d'ogni lingua da lui appresa. Il
»uo pio desiderio di esercitare in
LIN
vantaggio de'forastieri l'ecclesiaslico
ministero, l' indusse a cercare di
rendersi famigliari i linguaggi più
astrusi, e più volte ha affermato
che ciò ha contribuito ad aumen-
tare il numero delle lingue da es-
so coltivate. Molti vi sono oggidì
che si applicano con grande onore
allo studio degl'idiomi, ed in ogni
nazione si hanno poliglotti ragguar-
devoli in maggior numero che nel»
le passale età; né è meraviglia,
essendo oggidì divenuta più facile
la comunicazione colle estere nazio-
ni ancorché più remote, e venendo
ogni anno alla luce gran copia di
libri d' esotica erudizione.
Daremo termine a questo arti-
colo col riportare alcune erudizio-
ni propriamente sopra la lingua
membro. Fra i moltiplici supplizi
cui soggiacquero i martiri, vi fu
pure la recisione della lingua, su
di che si possono consultare. De
lingua praecisa, Bibl. Britannica
t. V, p. 1 7 1 ; Ruinart, Hist. per-
sec. Fand.j il Zaccaria, La reli-
gione cristiana provata da un sol
fatto de'cattolici, che parlarono in
Tipasa neW Africa anche dopo
troncala la lingua^ nel t. XVII
delle sue Dissert. eccles. p. 175;
ed il Carpentier nel suo Glossario^
in Spingere. Il Rinaldi negli Ati-
nali ecclesiastici ci dà varie no-
tizie riguardanti la lingua; cioè
della lingua d'un giovane che sa
la tagliò coi denti e la spulò in
faccia d' una rea femmina ; che
senza essa per virtù di Dio parla-
rono Eusebio confessore, ed altri
confessori di Cristo ; che anche
senza lingua parlarotm i cristiani
nella persecuzione dei persiani ;
così i ss. Massimo, Anastasio e
Lcodegario martiri; che s. Pie-
tro vescovo di Damasco e marti-
1
LIN
re, celebrò la messa senza linguo,
e coD voce più distinta e sonora
che per lo innanzi; che un mu-
tolo senza lingua raccomandando-
si a s. Leone IX parlò. Alla bio-
grafia di s. Leone HI abbiamo
detto se ricuperò col patrocinio
dei principi degli apostoli la lin-
gua; in quella di Clemente Vili,
che piegò Dio nella sua elezione
che gli facesse divenire arida la
lingua prima di daie il suo consen-
so, se avesse dovuto la sua esaltazio-
ne recar danno alla cristianità ; ed
a quelle de'ss. Antonio di Padova
e Giovanni JVepomuceno, che le
loro lingue tuttora si conservano
non solo intiere, ma freschissime.
L'antipapa Maignulfo fini misera-
mente la vita, colla lingua corrosa
co' propri denti. All'articolo Be-
sTE.MMiA dicemmo che leggi civili
decretarono la mutilazione della
lingua a chi bestemmiava il sa-
crosanto nome di Dio ; e che s.
Luigi IX re di Fi ancia comandò
che ai bestemmiatori venisse pas-
sata la lingua con ferro rovente
per mano del carnefice. Noteremo
per ultimo, che monsignor Ales-
sandro Lazzarini in due volumi
stampò in Roma nel iSaS: Sul-
ranlichilà dell'uso della lettera R.
][ Casolini poi ci diede in tre vo-
lumi : Panegirici per ciascun gior-
no del mese Mariano, e quelli
senza la lettera R. 11 libro del-
l'AveroIdo pubblicato nel 1700 coi
litolo : Le scelte pitture di Bre-
scia, è pure singolare per essere
scritto senza la parola che.
LINO (s.), Papa II. Nacque in
Volterra, antica città della To-
scana, e fu figlio di Ercolano
dell'illustre famiglia de'Mauri, co-
me vuole Giovanni Palazzi, l'ite
4(' Pontefici^ nella vita di s. Lino \
LIN 265
ed il p. Sangallo nel t. Ili, p. 26
delle Gesta dé'Pont. Alcuni sup-
pongono che la famiglia Mauri sia
la stessa che la Morosina di Ve-
nezia, ovvero la Morigia di Milano,
come congettura il Guarnacci, Fi-
tae Ponti/., nella vita del cardinal
Giacomo Antonio Morigia. Lino
essendo nell'età di ventidue anni,
fu mandato allo studio di Roma,
ove abitò da Q. Fabio suo ami-
co, finché divenne seguace del
principe degli apostoli e primo
sommo Pontefice s. Pietro, che
l'inviò a predicare in Francia,
quindi fatto vescovo di Besanzone.
Su questo punto si può consultare
Giaiigiacoioo Chifflet nell'elogio s.
Lini Papae et archipraesuli Vesun-
tionensis, che sta in P'esuntionense
Imperiali, par. 2, Lugduni 16 18.
Tornato Lino a Roma, fu dal me-
desimo s. Pietro dichiarato suo
coadiutore per le sacre funzioni
delle chiese di Roma, come dice
il Beda in Histor. abatum PVer»
mutensiuni , o sia suo vicario nel
tempo de'viaggi che il santo apo-
stolo fece fuori di Roma. I cano-
nici regolari, poscia di s. Agostino,
che venerano s. Pietro per loro
fondatore^ contano s. Lino fra i
loro alunni, ma dell'una e del-
l'altra cosa ne sia fede appresso
gli autori che ciò riferiscono. Fu
eletto s. Lino in Pontefice alli 3o
giugno dell'anno 69, cioè nel dì
seguente al glorioso martirio di s.
Pietro. Nicolò de Piove, citato dal
p. Sangallo, dice che s. Lino ag-
giunse il Communicantes (J^edi),
al sacrifizio della messa, la quale
allora si componeva della conse-
crazione e dell'orazione domenica-
le. Ordinò s. Lino, secondo il pre-
cetto dello stesso s. Pietro, che le
femmine uou polessei'o entrare m
266 LIN
chiesa col capo scoperto, secondo il
cosluDoe delle pagane. Scotuunicò
i nieuandiiani, i quali avendo per
maestro Menandro samaritano, di-
scepolo di Simone mago^ sostene-
vano essere stato il mondo creato
dagli angeli non da Dio, e difen-
devano gli errori de'nicolaiti, che
pretendevano essere tutte le cose
di comune uso, comprese le fem-
mine. A s. Lino comunemente si
attribuisce l'istituzione del Pallio
Pontificale [Fedi) j altri la riferi-
scono al Papa s. Marco. Governò
undici anni, due mesi e ventitre
giorni. In due ordinazioni falle ia
dicembre, creò quindici vescovi e
dieciotlo preti. Patì per ordine di
Saturnino, la cui figliuola avea
liberato dalle vessazioni dei demo-
iiii, a'sS settembre dell'anno 80.
La provata sua bontà lo rese gra-
to al popolo. Fu sepolto nel Va-
ticano, ed il Tonigio lo trovò
nelle sacre grotte vaticane, vicino
al santo apostolo . Laonde non
sembra vero quanto il Platina,
I\azio, lllescas , e Caccino presso
l'Oldoino col. 86 in Ciaconium,
Fit. Poni., scrissero che il cor-
po di san Lino fosse stato da
Gregorio vescovo d'Ostia portato
nella sua chiesa di s. Lorenzo.
Wella Biblioh'va de padri si tro-
vano due libri allribuiti a s. Li-
no, scritti in gieco, ne' quali de-
bcrivesi la passione de'ss. Pietro e
Paulo ; ma i critici li credono
suppositizii, perchè sparsi di molti
errori e contaminati delle eresie
de'uìanichei. Il citato Chifflet non-
dimeno ci assicura, che in Eesan-
zone si conservano puri, e Loren-
zo de la Barre dolloie della Sor-
bona li corredò di scolii, e gl'inserì
nella sua Storia criiliana. Trovan-
si (incoru mss., secondo il JNovues,
LIN
nella biblioteca Barberina di Ro-
ma. Alcuni alt-li credono che il
medesimo s. Lino abbia estesa
parimenti la storia della disputa
avuta da s. Pietro contro Simon
Mago, e scritto molte lettere e
decreti, ma dai critici sono anche
questi stimati apocrifi. La sua fe-
sta si celebra a l'i settembre, ed
il Piazza nel suo Einerologio di
Roma, dice che le sue reliquie
sono pure nella cappella di s. Sil-
vestro nella chiesa de'ss. Quattro.
La santa Sede non vacò.
LINOA o LINOE. Sede vescovi-
le della seconda Bitinia, nell'esar-
cato e diocesi di Ponto, sotto la me-
tropoli di INicea, eretta nel VI se-
colo. Ne furono vescovi Anastasio
che sottoscrisse il canone in Trullo j
Leone che fu al VII concilio gene-
rale ; Basilio che trovossi al conci-
lio di Fozio, dopo la morte di s.
Ignazio; e Cirillo che fu al me-
desimo concilio. Oriens christ. t. I,
p. 557.
LINTERNO, Linlerniwi. Città
antica e vescovile del regno delle
due Sicilie nella Campania o Terra
di Lavoro, alla imboccatura della
riviera Clanis, ed in vicinanza del
lago chiamato Lintenia paliis da
Stazio, a cagione del quale Silio I-
talico chiama la città Linlernuni
Slagnosiini. Decantala da Ciccione,
fu disliuUa da Genserico re dei van-
dali nel 4^5. In seguito si eresse
nel luogo una torre, chiamata 7or-
re di Patria, dal vicino nominato
lago di Pallia, oggi villaggio di Vi-
co Pantano. 11 silo fu memorabile
per un vicino podere de'Scipioni, e
perchè dicesi che vi sia morto Pu-
blioCornelio Scipione V Africano, ove
«rasi ritirato come in una specie
«Il esilio volontario. Fu aiKioia il
luogo nuumatu pei che aulicaiueu-
le fu fecde vescovile sollo la me-
tropoli di Napoli, poscia liunila nel
VI secolo a Nola, secondo Com-
niaii\ille. F. l'U^^hclli, lUilia sacra
t. X, p. 122,
LINTZ (Lincieii). Città con re-
sidenza vescovile nell'aicidncalo di
Austria, capoluogo del paese al di
so['ra dell'Ens, il cui governatore
generale risiede in questa città, che
è ancora il capoluogo del ciiconda-
rio di Hausruck, posta sulla riva de-
sila del Danubio, che la divide dal
sobborgo di Ufra, al quale è con-
giunta mediante un ponte di legno di
Hoo piedi di lunghezza, essendo distan-
te più ili quindici leghe da Passavia,
e treiitacinque da Vienna. Si divide
in vecchia e nuova ciltà, ed ha tre
sobborghi. La prima parte non con-
siste che in una sola strada assai
lunga, che si estende dal sud al
nord, e rinchiude il castello arci-
ducale eretto sopra un'altura, da do-
ve si scopre da lunge una campa-
gna ridente ed amena. Si osserva
nella città nuova una bella piazza
ornala di una colonna di marino
e di due fontane sormontate dalle
statue di Giove e di Nettuno ; il
palazzo pubblico, quello in cui si
tiene la dieta, la chiesa di s. Igna-
zio ed il palazzo vescovile. Le stra-
Je in generale sono larghe e ben
distribuite; e le case, quasi tutte al-
le, sono belle e ben fabbricate. Que-
sta città contiene una biblioteca pub-
blica, un istituto pei sordi e muti,
un liceo che possiede una bibliote-
ca di circa ventiduemila volumi,
una scuola normale e delle arti, una
del genio, ed un magnifico teatro.
Evvi una famosa manifattura im-
periale di panni, stoffe di lana, te-
Je dipinte e tappeti, nella quale so-
no occupali circa q'ual Ironiiia in-
dividui. \ i souo ^nuc alUe fabbri'
L l N 267
che. Lintz è uno dei principali em-
porii per le falci della Sliria. Il suo
commercio è favorito dal Danubio
che le apre facili comunicazioni col-
la Baviera, il paese al disotto del-
l'Ens e r Ungheria. La esecuzione
del progetto della riunione del Da-
nubio e dell'Elba col mezzo di un
canale, che da Lintz andrebbe a
raggiungere la Moldau, affluente del-
l'ultimo di questi fiumi, non può che
rendere il suo commercio ognor più
florido ed interessante. Dall'altro la-
to del Danubio l'occhio è ricrealo
da un gran numero di belle case
di campagna, e di terreni coltivati.
Lintz o Linz si crede che oc-
cupi il luogo dell'antica Lentia o
Aredata . 1 conti di Kyrnberg ne
furono i primi possessori dei quali
faccia menzione la storia. Questa
città durante la guerra dell'alta-Au-
stria oppose una viva resistenza a
Fadinger che venne ad assediarla alla
testa dei paesani, onde disfarsi del
governatore lierberstorf, che la sua
tirannia reso aveva odioso. Fu ripre-
sa il 23 gennaio 174'^ ^^^ gran-
duca di Toscana, sull' elettore di
Baviera ed i francesi che se n'erano
impadroniti \\ 2 ottobre preceden-
te. 11 Papa Pio VI che nel 1783
si era portato a Vienna dall'impera-
tore Giuseppe II, parfi per Moìk, in-
signe monastero de' benedettini, da
dove passò a quello di s. Floriano
de'canonici lateranensi, e il martedì
24 aprile partì alla volta di Lintz,
ove fu ricevuto colla più singo-
lare solennità e dimostrazioni di
giubilo , col suono di tulle le cam-
pane della città, e salutato collo spa-
ro dell'artiglieria. Sua Santità disce-
se dalla cariozza al palazzo della cit-
tà, ove si trovò ad incontrarlo il
carilinal Leopoldo de Firmian ve-
scovo di Passavia, il presidente del
268 LIN
governo e lulto il corpo della nobiltà
delia stessa città ivi adunato forraal-
menfe. Asceso il s. Padreal superiore
appartamento sort\ nella loggia co-
perta da nobile baldaccbino e ma-
gnificamente addobbata, corrispon-
dente alla gran piazza ov'era nume-
roso corpo di truppa, e diede all'ini -
inenso popolo che la riempiva l'a-
postolica benedizione. Quindi Pio
Vi ammise al bacio del piede un
gran numero di dame e nubili, ed
accompagnato alla carrozza dal car-
dinale e dagli altri, continuò il suo
viaggio per Vels, e pel castello di
Ried ove pernottò. A Lintz nel
1800 un violento incendio vi ca-
gionò gravi danni, e distrusse il ca-
stello e il palazzo pubblico. Nel
1801 e nel 1809 i francesi se ne
impadronirono di nuovo, poscia ri-
tornò al dominio dell' imperatore
d'Austria.
La sede vescovile ad istanza del-
l'imperatore Giuseppe li, l'eresse
Pio VI nel 1784 a' 29 gennaio,
colla bolla Romanus Ponlifex, pres-
so il Bull. Rom. Contimialio to-
mo VII, pag. 247, per la porzione
dell'Austria superiore, ch'era com-
presa nella diocesi di Passavia, di-
chiarandola sulFraganea della metro-
poli di Vienna. Il medesimo Papa
nel concistoro de' 1 4 febbraio 1785
ne fece primo vescovo Ernesto Gio-
vanni Nepomuceno d'Heibeslein na-
to in Vienna, e traslato da Eu-
carpia in parlibns. Ad esso a* 1 5
dicembre 1788 diede in successore
Giuseppe Antonio Gali di VS'^eile-
stndt diocesi di Spira, ch'ebbe lun-
go vescovato. Per sua morte, Pio
VII a' 19 dicembre i8r4 preconizzò
vescovo di Lintz, Sigismondo di Ro-
lìenvrart di Cilleia nella Stiria, dio-
cesi di Gorizia; per la morte del
quale Leone XII ne! concistoro dei
LIO
2-'ì gingno 1827 nominò l'odierno
vescovo monsignor Gregorio Tom-
maso Ziegler dell'ordine di s. Be-
nedetto, nato inRirkheim diocesi di
Augusta, traslatandolo da Tarnovia.
La cattedrale, di ampia ed elegan-
te struttura, è dedicata a Dio sottp
il titolo della Beata Vergine assun-
ta in cielo. Il capitolo si compone
di Ire dignità, la maggiore delle qua-
li è il prevosto, di sette canonici, e
di altri preti e chierici addetti al-
la divina uflìciatura. Nella catte-
drale avvi la cura parrocchiale ed
il battisterio. L'episcopio, grande e
solida fabbrica, esiste in uno de'luo-
glii suburbaiii. Inoltre nella città
sonovi altre cinque chiese pairocchia-
li, due monasteri di monache, tre
conventi di religiosi, il seminario
con alunni e due ospedali. Prima
in Lintz esisteva pure un collegio
capace di trenta alunni, chiamati
dalla Germania settentrionale, e dai
regni di Norvegia, Svezia e Dani-
marca, per abilitaisi a quelle mis-
sioni, e perciò dipendente dalla con-
gregazione di propaganda Jide, ma
fu soppresso da Giuseppe li. Ogni
vescovo è tassato ne'libri della ca-
mera apostolica in fiorini 44-^) ^P''"
rispondenti all'annua rendita della
mensa vescovile, che ascende a set-
temila fiorini circa.
LIONE [ Liigditnen). Città con
residenza arcivescovde, grande, bel-
la, antica e popolosa ; la più im-
portante della Francia dopo Parigi,
capoluogo de! dipartimento del Ro-
dano, di circondario e di sei can-
toni, già c;ipitale del Lionese, Lyon,'
nnis. antica provincia della parte o-
rientale della Francia. Questa pro-
vincia dividevasi in tre parti: il
Lionese proprio, ove si trovava il
piccolo paese chiamato Franco-Lio-
nese, avente Neuville per capoluogo;
I
LIO
il Bosoicseo Beaujolais, ed il Fore/.e.
Questa contrada tu anlicaineiile a -
bilata dai scgusi o segiisiaiìi, e fu-
rono sotto la dipendenza degli Editi
o di quelli di Autun sino all'impe-
ro di Augusto che li rese liberi,
^'egli annali del regno di Fd p-
po, ed allioA'ej il Lionese è chia-
mato Pagus Ldgdiiiiensì'x. Era com-
preso nella provincia romana di
Ptirna Lionese, e alla caduta del-
l'inipero passò al regno di Borgo-
gna. Più tardi il Lionese proprio eb-
be i suoi conti particolari, poi fu
soggetto alla sovranità degli arci-
vescovi di Lione, ed in fine restò
riunito alla corona sotto Filippo IV
W Bello nel iSoy. 11 Bosolese do-
po avere avuto i suoi signori, ed
il Foreze i suoi conti, furono riu-
niti alla corona sotto Francesco L
Sovente i conti del Foreze furono
i signori stessi di Lione; 1' ultimo
fu il famoso Carlo contestabile di
Bourbon, ucciso nel i52'j sotto le
mura di Roma. Di questo paese si
formarono i dipartimenti del Ro-
dano e della Loira. Da Lione al-
tresì prese nonie il gran golfo Gal'
liciis siniis, che comprende tutta la
parte marittima dell' internamento
del Mediterraneo, nella Fiancia me-
ridionale, dai paraggi di Anlibo fi-
no a Perpignano. 11 golfo di Lione
si chiama pure Sinus Leonis im-
propriamente, dappoiché deriva dal-
la sensibile agitazione delle sue ac-
que, di cui si assomiglia la violen-
za al furor di un leone. I prin-
cipali polli sopra questo golfo so-
no quelli di Tolone, Marsiglia,
Celle, Agde e Collioure. Lione,
Lyon , è posta in un territorio
ameno, distante cento undici leghe
da Parigi, ventisette da Grenoble^
e sessanta da Torino. E il capoluo-
go della XIX divisione militare, e
LIO 269
della IV direzione delle foreste ma-
rittime, della VII divisione di pon-
ti ed argini ; sede di una corte rea-
le, da cui dipendono i dipartimen-
ti dell'Ain, della Loira e del Ro-
dano, di una corte d'assise, di tri-
bunali di prima istanza e di com-
mercio, di un consiglio di periti,
d'una camera di commercio, di luia
direzione delle contribuzioni dirette e
indirette, del registro e de'demani,di
una conservazione delle ipoteche, di
unaricettoria principale delle dogane,
di una direzione delle poste, d'una fab-
brica reale di tabacchi, d'una delle
cinque lotterie reali eli Francia, pri-
ma della loro soppressione nel i836,
di una zecca contrassegnata dalla
lettera D, d'una raffineria reale di
polvere, e di una università, cioè
accademia, la cui giurisdizione ab-
braccia i dipartimenti dell'Ain, del-
la Loira e del Rodano.
La città è municipalmente ri-
partita in divisioni del nord, del
mezzodì, e dell' ovest ^ suddivise
in ventisei quartieri : vi sono cin-
que circondari di riscossione del-
le contribuzioni dirette. La mag-
gior parte della città trovasi rin-
chiusa fra la riva destra del Roda-
no e la sinistra della Saona, e si
estende parte sul piano elevato, e
parte sui fianchi dell' altura di s.
Giusto, e di quella di Fourvieres,
che sospinge verso la riviera la roc-
cia pittoresca di Pierre Seise o Pier-
re Ancise, un tempo coronala da
un gotico castello ; un muro rin-
chiude all' ovest questa ultima por-
zione di Lione. Alcuni avanzi di for-
tificazioni ne cingono al nord la
parte principale; il passeggio chia-
mato corso del mezzodì, marca la sua
estremità meiidionale, e la divide
dalla penisola Perrache, che forma
un triangolo allungalo, la cui base
270
LIO
riposa sopra Lione, e la sommila
tocca il confluente del Rodano e
della Saona : questa è l'antica iso-
la Mogniat, di cui l'architetto Per-
rache fece una penisola nel 1776,
volgendo altrove, mediante un lun-
go argine, il corso del Rodano, e
respingendo per quasi una mezza
lega la congiunzione della Saona.
Alla destia di questa vi sono i sob-
borghi di s. Ireneo, di s. Giusto, e
di s. Giorgio o Quarantena. Sulla
destra del Ptodano si estende il sob-
boigo La Guillotiere, che forma col
bel quartiere dei Biotteaux una cit-
tà particolare. Dal lato del nord
evvi la Croce-rossa piantata sul pia-
no elevato e sui fianchi d'una col-
lina, e nuovamente eretta in città;
essa comprenile il sobborgo di s.
Chiara sulla liva destra del Roda-
no, e quello di Seriu sulla sinistra
della Saona. Sulla riva destra di
quest'ultima riviera si allunga il
sobborgo di Yaize, che costituisce
un comune a parte.
La penisola Perrache può essere
considerata come un nuovo quar-
tieie destinato a diventare una
città industriosa, la cui importanza
deve aumentale la ricchezza di Lio-
ne. iS'el centro della penisola si co-
slrusse un locale circolare, che of-
frirà un porto sicuro e comodo per
l'imbarco e sbarco delle merci. Il
Rodano co' suoi repentini accresci-
menti e grandi straripamenti ha
cagionato spesso dei guasti fune-
sti, fia i quali si possono ricor-
dare quelli del 18 12, 1825, e quel-
lo accaduto anni addietio. Tre pon-
ti attraversano il fiume. La Saona,
le cui acque quiete contrastano col
corso impetuoso del Rodano, è at-
traversata da .sei ponti. Lione ha tre
linee di strade lungo l'acqua e so-
no intersecale da diciassette bei pon-
LIO
ti, diversi dai nove nominati, e. .so-
no di legno , di pietra e di fer-
ro. Quivi da per lutto si rimane
sorpresi dal colpo d'occhio impo-
nente degli edilizi, dal quadro a-
nimato di una felice navigazione,
dalla bella pianura del DeKlnato.
L'interno della città ha case vec-
chie e solide. Fra le strade la Mer-
cerie, ch'è nel centro, è limarche-
vole pel gran commercio: nella stra-
da G rene Ite ebbero luogo numero-
se giostre, sotto i regni di Filippo
IV,' Carlo VII, Carlo Vili e Lui-
gi XII. La più bella delle sue cin-
quantasei piazze è quella di Luigi
XIV il Grande, o di Bellecour, li-
na delle più magnifiche d'Europa:
in mezzo s'innalza la statua eqtie-
stre di tale re, fatta da Lemof, in
luogo di quella insigne di Girardon
distrutta dalla rivoluzione, il cui pie-
distallo era adorno da due super-
bi gruppi di bronzo rappresentanti
il R.odano e la Saona, che furono
trasportali nel palazzo pubblico.
Nella piazza Confort è il palazzo
della prefettura, in quella de'france- È
scani una colonna colla statua d' ti- ■
rania, in quella de' Terreaux il pa-
lazzo comunale. Fra tutti gli edi-
fìzi di Lione devesi contare pel pri-
mo il palazzo pubblico, monumen-
to supeibo che si distingue per la
magnificenza della sua scala, della
grande sala, e del vasto cortile, e j
per la nobiltà ed eleganza della sua ^
facciata, dal cui mezzo si slancia ar-
ditamente la torre dell'orologio. Il
palazzo fu alquanto danneggialo da
un incendio a' [4 luglio i8o3. Que-
sto edilizio nel suo genere è uno
de'più belli d'Europa ; esso fu co-
strutto dal 1646 al i655, sotto la
direzione di Simon Maupin. 11 pa*
lazzo del commercio e delle arti,
antica abbazia di s. Pietro, è un al-
LIO
Irò edifizio osservabile che forma
uno dei gran lati della piazza dei
Terreaiix. Vi si stabiPi una scuoia
reale gratuita di disegno; corsi di
anatou)ia applicata alla pittura e
scoltura, di chimica applicata alle
arti e alla medicina, di geometria
pratica, di fìsica esperimentale, e di
storia naturale; la istituzione di La
IMartiniere per le arti e mestieri; un
museo di quadri; un gabinetto di
medaglie ed antichità, ove soprattutto
si distinguono superbi mosaici : un
museo lapidario; una gallerìa di
antiche figure in gesso; un gabi-
netto di storia naturale; un depo-
sito di macchine meccaniche per la
tabbiicazione delle stoffe di seta ; u-
na biblioteca, ed in fine la sala
della borsa . Nello stesso edifizio
hanno la loro sede le dotte società
esistenti in Lione, e gli iillìzi della
camera del commercio. 11 palazzo
della prefettura stabilito nell'an-
tico convento de' domenicani, con-
serva ancora le traccie della sua
vecchia destinazione, malgrado i
grandi lavori che vi furono ese-
guitij e non è osservabile nell'e-
sterno che per la estensione de-
gli edifizi ; dietro a questo palazzo
SI trova un bel giardino, il solo un
poco vasto ch'esista nell'interno del-
la città.
Fra gli altri pubblici monumen-
ti di Lione si devono nominare il
grande ospedale o 1' Hólel-Dieu, la
cui immensa facciala, opera di Souf-
flot, è sormontata da una cupola
equilaterale, e che sì estende mae-
stosamente sulla strada lungo il
Rodano; l' ospedale della Cai ita
destinato all' infanzia abbandonata
ed alla vecchiezza povera ed in-
ferma ; la chiesa de' certosini sor-
montata da una bella cupola; la
chiesa di s. Nizier, uno de' più beili
LIO 271
edifici gotici della Francia, ed os-
servabile particolarmente per la fac-
ciata, opera di Fìldjerto Delorme,
per la sua magnifica volta, e per
gli ornamenti del suo coro ; la
chiesa di s. Giusto, edifizio moder-
no che si distingue pel buon gu-
sto e la eleganza della sua costru-
zione ; la chiesa del collegio ove si
rimarca una assai bella navata ed
un ornato interno di marmo; il
monumento religioso innalzalo ai
Brotteaux in memoria dei lionesi
che perirono durante l' assedio del
1793, ed il soggiorno del troppo
famoso Collot-d' Herbois agente del
tiranno Piobespierre; il tempio dei
protestanti^ stabilito nell' edifizio
costruito da Soufflot per la vecchia
borsa. La cattedrale di s. Giovan-
ni Battista è un grand' edifizio di
gotica architettura, ove è una del-
le piìi grandi campane, la merìdia-
naj e si vede un famoso orologio,
oggi dissestato, che soiprende per
la sua complicazione, e che segna-
va il corso del sole, le fasi lunari,
gli anni, i mesi, i giorni, le ore,
i minuti secondi, tutti i santi del
calendario, ec. : lo celebrò anco il
Cancellieri nelle sue Campane. Il
palazzo arcivescovile contìguo alla
cattedrale è nn ampio edifizio, ma
neir esteriore non presenta niente
di bello. Vanno pure rammentati
il palazzo di giustizia, le vaste pri-
gioni nella parte orientale della
penisola; due teatri, il grande nuo-
vamente costrutto sul luogo di un
altro ch'era opera di Soufflot, ed
il teatro de' Celestini. Bello è il
passeggio, che porta il nome di
galleria dell' Argue; la torre Pi-
trat, destinata a servire di osser-
vatorio, sul colle che domina la
città al nord, essendo pervenut;i
ad una grande elevazione crollò
^73 LIO
nel 1828, onde venne ricostruita.
Lione presenta molte antichità, mas-
sime sulla collina di Fourvieres,
ove la chiesa della Madonna di
Fourvieres sta nel sito dell'antico
Forum Trajani, e dove la casa
delle anticaglie, ospedale de' pazzi
e de' sifilitici, è eretta sulle rovine
d'un palazzo degli imperatori ro-
mani. Si osservano begli avanzi di
acquedotti in vicinanza della chiesa
di s. Ireneo, nel sobborgo di que-
sto nome; alcune vestigie di un
teatro nel recinto dei minimi, e
serbatoi sotterranei chiamati bagni
romani in quello delle orsoline. Vi
si trovano in quantità medaglie,
monete e vasi antichi, molte fi-
gure di marmo e bronzo, lacrima-
toi e lampade sepolcrali, molti se-
polcri, e così pure i guasti dell'in-
cendio, quivi accaduto sotto Nero-
ne. La chiesa di Ainay olTie qual-
che rimasuglio d' un famoso tem-
pio d'Augusto; i quattro pilastri
di granito che sostengono la cu-
pola di questa chiesa provengono
da due colonne che fiancheggiava-
no isolatamente l' altare del tem-
pio. Si scopersero nel giardino bo-
tanico gli avanzi di una vasta nau-
machia. Sull'alto della collina di
Fourvieres sta il cimiterio genera-
le di Lione, stabilito nel 1808 e
detto di Levasse ; numerose pian-
tagioni e bei monumenti funebri
Io decorano. I suoi piincipali pas-
seggi sono quelli di Bellecour, il
giardino botanico, il corso Borbo-
ne, il corso di Herbouville; ed i
Brotteaux al di là del Rodano.
Una delle più importanti biblio-
teche di Francia è stabilita nell'e-
difizio del collegio reale, sotto il
nome di biblioteca della cittii; es-
sa rinchiude circa q2,ooc volumi,
nel cui numero vi sono più di
LIO
i,5oo manoscritti. Lione possiede
una facoltà teologica, una scuola
secondaria di medicina, una scuola
reale veterinaria e di economia ru-
rale; un'accademia reale delle scien-
ze, belle lettere ed arti; una società
reale di agricoltura, storia naturale
ed arti utili ; una società di medi-
cina, una di farmacia o chimica
applicata alla tintura, una di giu-
risprudenza, una società linneana,
una biblica protestante, una di
lettura ed incoraggiamento per
r industria, una cassa di rispar-
mio e di prestito , una società di
carità materna, tre ospizi ; un di-
spensatoio stabilito col mezzo di
soscrizioni, una direzione generale
delle levatrici, un istituto di sordo-
muli, un comitato di vaccinazione,
un gran numero di società di soc-
corsi mutui, e due prigioni civili.
I pretesi riformati hanno una chie-
sa concistoriale , ed una sinagoga
gli ebrei. Immensi sono l' industria
e il commercio di Lione, e le stoffe
di seta rinomate per la solidità
della tintura ed il buon gusto del
disegno, ne formano la base prin-
cipale. Vi si fabbricano pure altre
stoffe, ed anche d'oro e d'argento,
galloni e ricami ; la filatura dell'o-
ro è eseguita con perfezione : tali
sono i più importanti prodotti che
questa regina del commercio della
Francia orientale spande in tutte
le parti del mondo. Essa consuma
una gran porzione delle sete rac-
colte in Francia, ed impiega altresì
molta seta che ritrae dall'Italia.
Numerosissime perciò ne sono le
fabbriche: dicesi ascendere a 4o,ooo
i telai per la tessitura della seta ,
che occupano 80,000 artigiani. L'ar-
te libraria e la stampa , e molte
altre manifatture, sono pure rami
della sua industria e negoziato: le
LIO
lipogralle lionesi sono stale sempre
in onore, e copiosissimi i fondachi
dei librai. Fra gli stabilimenti pro-
pri a favorire il commercio lione-
se, conviene citare la così detta
Condizione delle sete, edifizio ove
i negozianti sono obbligati di de-
porre per un certo tempo le loro
sete, onde togliere l'umidità che han-
no potuto contrarre; il deposilo
franco delle derrate coloniali , e
quello de' sali. In una parola il suo
commercio abbraccia tutto ciò che
la più colta popolazione può abbi-
sognare. Le sue strade e i corsi flu-
viali favoriscono le sue immense
relazioni di commercio. La popo-
lazione della città e de' sobborghi
si calcola che superi i 190,000 a-
bitanti. Ivi il clima è dolce e sa-
no, quantunque soggetto a nebbie;
le campagne vicine sono fertili e
ben coltivate, sparse di belle case
di delizia, con vedute variale e pit-
toresche. I lionesi sono laboriosi ,
saggi ed esatti ne' loro impegni. Il
lusso è moderato, per cui le for-
tune sono quivi più che in altri
luoghi solidamente stabilite. Un
banco fu stabilito nel i835 col
capitale di due milioni di franchi;
altro fino dal 1 553 e di somma mag-
giore ne aveva istituito il cardinal
Francesco di Tournon arcivescovo
di Lione. I baluardi da cui ulti-
rnamente fu circondata la città, e
gì' importanti lavori che vi si fece-
ro, devono farla annoverare fra le
piazze forti del regno. Lione non
solo è una città essenzialmente com-
merciante, ma in essa si coltivano
assai le scienze, le belle arti e le
lettere. Fra i numerosi uomini ce-
lebri ch'essa produsse, citeremo fra
gli scrittori Sidonio Apollinare che
fion nel V secolo, Carlo e Giacomo
Spon , Duchoul , il p. INIenestrier ,
voi. xxxvui.
LIO 27"'
Gros de Boze, i Terasson, l'abbate
Rossut, Rlontucla, Guido Papa dot-
to consigliere, il poeta Vergier ,
Mercier S. Leger, l'abbate Morel-
let, e LeDiontey ; il meccanico Tru-
chet, il chirurgo Pouteau , i na-
turalisti Antoine, Bernardo e Giu-
seppe de Jussieu, Rozier e Bourge-
lai; l'architetto Filiberto Delorme;
gli scultori Coysevox, Chabry, Ni-
cola e Guglielmo Coustou, Chinard,
Lemot ; gl'incisori Audran e An-
dier des Rochers ; i pittori Stella,
de Boissieu, Vivien ; gli stampato-
ri de Tournes, Gryphe, Baibou e
Anisson ; il caucellieie de Bellievre,
il ministro Fleurieu , il marescial-
lo Suchet, Camillo Jordan; il mag-
gior generale Martin che lasciò un
no
legato di due milioni alla città di
Lione per una scuola di arti e
mestieri ; i viaggiatori Poivre e Son-
nerat.
Non si accordano gli storici sul-
l'epoca della fondazione di questa
città : gli uni la fanno risalire a
220 anni avanti dell'era nostra, e
l'attribuiscono ad una colonia di
Rodi, scacciata dalla Provenza dai
focesi stabiliti a Marsiglia, e con-
dotta da un certo Momoro o Mor-
mo principe gaulese, che il volo di
una quantità di corvi decise a sce-
gliere questa situazione, onde edi-
ticarvi una città , circostanza che
le avrebbe dato il nome di Liigduii,
Lugiulunnni o Liigdununt^ che in
lingua celtica significa montagna di
con'ij altri l'attribuiscono a Lucio
INIunazio Plauco console, che vi si
stabilì circa quarant'aniii prima di
Gesù Cristo , coi vieimiesi stati
scacciati dalla loro città dagli al-
lobrogi, e dicono che Lugdunnni
significava collina lunga o collina
alta, perchè edificata sull'erta di
una collina presso al confluente del
18
0.74
LIO
Rodano e della Saona; ìd fiue pre-
teodono alcuni che Plance non fe-
re che fabbricare una nuova città
presso di quella già costrutta dai
greci. Checché ne sia, Giulio Cesa-
re non ne fa menzione ne' suoi
commentari, e si può supporre che
se esisteva anche prima di Fian-
co, doveva essere assai poco consi-
derabile. Assicurano nitri autori che
quivi i druidi vi avevano tenute
le loro assemblee, e che i fenicii ed
i greci vi si erano stabiliti prima dei
romani, conducendovi delle colonie.
Questa città s' itigrandì in progres-
so sollecitamentf, divenne ben pre-
sto la principale dei segasi, e dal-
l'alto della collina di Fourvieres,
Forum vetus, secondo altri Forum
Veneris, su cui sembra fosse pian-
tata in origine, si estese rapida-
tnente sino alla riva della Saona,
e sull'opposto colle. Augusto, che
■vi dimorò tre anni, ne fece la ca-
pitale della Celtica, che prese al-
lora il nome di Lionese, e che pri-
ma divisa in due Lionesi , lo fu
poscia in cinque , la piima delle
quali aveva questa ci Uà per me-
tropoli. Colmata di benefizi dallo
stesso Augusto, le sessanta nazioni
de' galli v'innalzarono in suo ono-
re quel famoso tempio al confluen-
te della Saona e del Rodano, i cui
sacerdoti furono chiamati Sodales
Augustales. Fu da quel tempo con-
siderata questa città come il ba-
luardo dei romani al di qua delle
Alpi, ed Agrippa fece da essa par-
tire le strade militari della Gallia.
L' imperatore Claudio Caligola vi
fondò una celebre accademia chia-
mala ateneo, che fiorì nell'eloquen-
za latina e greca, non che per l'e-
mulazione: i vinti erano costretti
a premiare e commendare con pub-
blico elogio i vinciteli, e le opere
LIO
indegne della pubblica Juct- veni-
vano con eguale pubblicità c;i ocel-
late e distrutte. Istituì ancora Ca-
ligola diversi giuochi consistenti in
danze, corse di cavalli, esercizi mi-
litali, comballiinenti di gladiatori
ec, che divennero famosi posciii sotto
il nome di giuochi gaulesi. L' im-
peratore Claudio, quivi nato l'an-
no di Roma 744» egualmente che
il suo fratello Germanico, innal-
zolla da un municipio eh' era , at
grado di colonia romana, e ordinò
che prendesse il nome di Colonia
Claudia Augusta, al quale si ag-
giunse quello di Copia; avendo a-
vuto pure i nomi di Abbondanza,
per essere stata il granaio di tutte
le Gallie; di Grande, e felice città,
secondo Erodiauo; d'Illustre me-
tropoli, secondo Tolomeo , per es-
sere capo di una porzione delle
Gallie, chiamandola Sidouio Apol-
linare RhodanusiUy come la pinna
e pili bella città che vi fosse sul
Rodano.
Il suo stato di splendore non
fu di lunga durata, mentre cento
anni dopo la sua fondazione, que-
sta città fu distrutta in una sola
notte, da un orribile e slraoidina-
rio incendio, del quale forse non
trovasi un simile esempio ne^jli an-
nali della storia. Ristabilita solle-
citamente, ma nel piano, per le cu-
re ed a spese di Kerone, in poco
tempo trovossi in caso di conten-
derla con Vienna, che abbi'acciato
avea il partito di Galba contro Vi-
telilo. Traiano ordinò la fondazio-
ne del mercato, che porta il suo
nome. Forum Trajani, un altare
fu eretto ad Antonino Pio, sull'at-
tuale piazza di s. Giovanni. Le
persecuzioni contro i cristiani in-
cominciarono a Lione sotto ìMarco
Aurelio. Ristabilita ben presto nel
LIO
%uo primo splendore, fu saccheggia-
ta , ed in parie abbruciata per
ordine di Severo nel 197, onde
vendicarM degli abitanti di Lione,
che avevano dato ricovero ad Al-
bino suo nemico, dopo la battaglia
guadagnala su di esso da questo
imperatore; ma si rialzò insensibil-
mente sotto il regno di Costanti-
no. La beila basilica dei Maccabei
fu il primo edifizio monumentale
che il crislianesimo vi abbia innal-
zato : puco dopo, alcune orde di
popoli barbari la posero a saccheg-
gio. Aliorchè nel V secolo le Gal-
lie furono invase da queste nazio-
ni, Lione fu presa dai borgognoni,
il cui re di venne feudatario di Clo-
doveo 1 sul fine dello slesso secolo.
I figli di Clodoveo I distrussero
questo stato dei borgognoni, e si
resero padroni di Lione, acquistan-
done così i re franchi il possesso
nel VI secolo. Nel 583 una inon-
dazione della Sauna e del Rodano
distrusse la metà circa della città,
che la peste avea travagliato an-
tecedentemente. Esposta alle incur-
sioni dei tedeschi, dei goti, ed in
fine de' saraceni, i templi ed altri
suoi monumenti che ancora le ri-
manevano, scou) parvero sotto il fer-
ro di questi ultimi noli \ HI secolo,
Carlo Magno per altro non rilar-
dò a farla lialzare prontamente da
una gran parte delle sue rovine.
Più tardi L'one divenne la capitale
del regno di Borgogna Cisjurana o
di Piovcnza, lasciala in legato da
Lotario J a Carlo il minore de' suoi
figli. ]\el 954 il le di Fiancia Lo-
tniio li cede questa città per dote
di sua sorella Matilde , a Coriado
il Pacifico re della Borgogna Traiis-
jniana. Dopo la uìorle di Rodolfo
III, figlio di Corrado, Lione passò
sotto la potenza (enipnrale del suo
LIO sy')
arcivescovo Burcardo fratello di Ro-
dolfo ; da questa epoca hanno ori-
gine i diritti di sovranità che gli
arcivescovi esercitarono per sì lun-
go tempo sulla città, prima come
feudatari dell' impero, poscia conie
indipendenti, in virtù tli una con-
cessione di Federico I re di Bor-
gogna , emanata a' 18 novembre
iiSy, e per l'acquisto che fecero
dei diritti rivendicati dai conti di
Forez. Alla fine del secolo XII eb-
be origine a Lione la setta dei vo-
cìesi o valdesi^ di cui Pietro di
Vaud o Valdo, ricco mercatante
della città, fu il primo sciagurato
promotore. Gli eretici valdesi fu-
rono anche chiamati po^'eri di Lio-
ne. Al principio del secolo XIII i
cittadini si sollevarono contro la
giurisdizione ecclesiastica, e crea-
rono un governo municipale o con-
solato, del quale le prime assem-
blee si tennero nel iiiS; da ciò
risultarono fra i cittadini ed i ca-
nonici delle continue ostilità , che
durarono sino ai primi anni del
seguente secolo.
Innocenzo IF [Vedi), per porsi
in salvo dalie persecuzioni di Fe-
derico II, passò nel I244 '" Fran-
cia, dopo essere stato a Genova sua
patria, ed accompagnato dai car-
dinali e prelati, entrò soleimemen-
te in Lione a' 2 dicembre, dove
da! clero e dal popolo fu accolto
con indicibile allegrezza. Poco dopo
il Papa intimò per l'anno seguente
il concilio generale da tenersi nella
stessa città di Lione, cui egli pre-
siedette. In esso depose Federico II,
e promosse l'elezione in re de' ro-
mani di Enrico landgravio di Tu-
ringia. Dimorando in Lione Inno-
cenzo IV celebrò ivi le pontificie
funzioni, ed esercitò molti supremi
atti del suo apostolico ministei-o ,
ire LIO
massime col re di Norvegia , col
duca di Russia, cou approvar l'or-
dine de' silvestrini , con prendere
provvidenza sui riti degli schia vo-
lli, con canonizzare i ss. Edmondo
e Guglielmo vescovo, ec. Grato il
Pontefice di aver dimorato quasi
sette anni nel monastero dei ca-
nonici di s. Giusto, gli donò la rosa
d'oro benedetta, ed egual donativo
fece a Raimondo conte di Proven-
za, che avea visitato il Papa in
Lione. Essendo morto Federico II,
tisolvette Innocenzo IV di ritor-
nare in Italia ed in Roma sua se-
de. A dimostrare la sua gratitu-
dine verso i re di. Francia , con-
cesse dieci giorni d' indulgenza a
chi pregasse per la loro felicità ,
concessione tramandataci nelle ope-
re di s. Tommaso d'Aquino, e la
cui memoria è scolpita con una
speciale iscrizione in tutte le chiese
nazionali di Francia in Roma. Do-
po aver celebrato la messa nel
giorno di Pasqua 12^1, e desina-
lo in pubblico nel detto monaste-
ro di s. Giusto, Innocenzo IV partì
da Lione fra il plauso dei lionesi,
che affettuosamente ribenedì , se-
guito da Guglielmo d'Olanda nuo-
vo re de' romani, dai cardinali, dai
prelati ed altri di sua corte, rice-
vendo per tutti i luoghi ove passò
le più ossequiose dimostrazioni di
venerazione. Non andò guari che
Lione fu nuovamente onorata dalla
presenza del sommo Pontefice e dal-
l'augusta assemblea di altro con-
cilio generale. Avendo questo inti»
Tnato Gregorio X (P^edi), pel 1274
in Lione, vi si recò nel precedente
novembre, e vi giunse a' 2 i detto.
Fu accolto con gran festa per es-
sere egli stato canonico di Lione,
e per quei motivi che dicemmo
alla sua biografia. Questo Papa
LIO
presiedette al concilio, celebrò di-
verse sacre funzioni , ed assistette
ai solenni funerali del cardinal s,
Bonaventura, di cui facemmo cen-
no nel voi. XXVI, p. 8t del Di-
zionario. Ivi Gregorio X creò car*
dinali il suo nipote Giovanni Vi-
sconti, e Teobaldo da Ceccano. Ter-
minato il concilio , il Papa parti
da Lione per l' Italia a' 6 maggio
1275. Memorabile eziandio fu per
Lione la presenza di Clemente V
[Fedi), eletto Papa a' 5 giugno
i3o5; mentre trovavasi al suo ar-
civescovato di Bordeaux; dappoi-
ché, come meglio si è detto alla
sua biografia, si portò in Lione al
fine d'agosto, facendosi solennemen-
te coronare nella chiesa di s. Giu-
sto a' i4 novembre, corteggiato da
molti sovrani. La funzione fu da
diverse sciagure funestata, cadde il
Papa nella strada Gourgouillon ,
cadde il triregno, vi morirono ba-
roni e piincipi, altri restarono fe-
riti. Trovandosi il Papa in Lione
a' i5 dicembre i3o5 creò dieci
cardinali tutti francesi , a riserva
di un inglese; quindi stabilì la re-
sidenza pontificia in Francia , pas-
sando poi ad abitare in Avignone
[Vedi), ove rimasero anche sei suc-
cessori. Nel primo febbraio 1 3o6
in Lione Clemente V emanò la ce-
lebre bolla Meruit, in difesa del cle-
ro, e riguardante Bonifacio VIII e
Filippo IV; e poscia fece ritorno
a Bordeaux.
Continuando le ostilità fra i
cittadini e i canonici di Lione,
Filippo IV il Bello re di Francia
nel i3i2 fece rientrare la città
di Lione sotto il dominio dei re
di Francia, mediante una transa-
zione coll'arcivescovo Pietro di Sa-
voia, a cui si lasciò per altro una
giurisdizione sopia parte della cil-
LIO
là. Il consolalo conservò un potere
giudiziario, e nel XVI II secolo
formava ancora un tribunale co-
nosciuto e rispettato in tutta l'I^iu-
ropa pe'suoi lumi e pel suo spi-
rito di giustizia. Aveva incontrato
qualche cangiamento nel i5g3 al
passaggio per questa città del re
Enrico IV, avendo già Carlo Vili
accordato nel 149^ a' suoi mem-
bri il privilegio di nobiltà, confer-
mato poscia dagli altri re suoi
successori. Questo tribunale cono-
sciuto sotto il nome di Giudici
della conservazione, aveva la ispe-
zione della polizia delle fiere, ed
una giurisdizione che abbracciava
tutte le contestazioni tra' francesi
e stranieri, ne' mercati fatti a Lio-
ne. Sul fine del secolo XI II pa-
recchi italiani fuggendo le persecu-
zioni e le sanguinose contese dei
guelfi e ghibellini, vennero a ri-
cercare una nuova patria in que-
sta industriosa città ; si disse che
eglino inventassero l'uso delle let-
tere di cambio, e nei secoli seguen-
ti una folla di negozianti della
nazione istessa vi attirarono il
commercio della banca. Qui no-
teremo che l'origine delle lettere
di cambio si attribuisce agli ebrei,
e che gl'italiani e i negozianti di
Amsterdam furono i primi che
le introdussero in Francia, per cui
Luigi XI ne fece menzione nell'e-
ditto che promulgò nel 1462,
confermando i privilegi delle fiere
di Lione. Ritornando all'epoca del
Papa Clemente V, egli morì a'20
aprile i3(4 in Roquemaure, ed i
cardinali si rinchiusero in conclave
in Carpentrasso per eleggere il
successore. Per un incendio dovet-
tero fuggire, e dispersi passarono
ju veigognoso riposo più di due
anni. Ma Filippo conte di Poiticrs,
LIO 277
fratello di Luigi X re di Francia,
a cui successe col nome di Filippo
V, li foi-zò a portarsi in Lione, e
ad entrare in conclave nel conven-
to de'domenicani a'28 giugno i3i6
Ivi fu eletto a' 7 agosto Giovanni
XXII {Vedi), il quale a'5 settem-
bre si fece coronare in Lione, don-
de parti per Avignone in barca
nel fine di settembre, arrivando
alla sua residenza a' 2 ottobre.
Quando Giulio 11 nel i5io si ri-
tirò dalla lega di Cambray, i fran-
cesi ne furono talmente disgustati,
che il re Lui"i XII sedusse alcuni
cardinali spagnuoli e francesi a
ribellarsi al Papa. Essi cospirarono
di deporre Giulio II nel concilia-
bolo di Pisa, indi venendo espulsi
passarono a Milano, e per essere
ancora ivi scacciati si trasferirono
a Lione, onde Giulio II fulminò
contro la città l'interdetto, e con-
vocò il concilio generale Latera-
nense V. 11 di lui successore Leo-
ne X nel i5i3 si pacificò col
re, ed assolse i francesi dalle cen-
sure ecclesiastiche.
Un gran numero di negozianti
tedeschi e svizzeri in progresso di
tempo si portarono a stabilirsi in
Lione. Questa città molto solFiì
durante le guerre di religione sul
declinar del secolo XV 1, ed i pro-
testanti la presero nel i562. Pro-
vò più volte gli effetti funesti
della peste, massime nel 1628. Il
marchese di Cinq-Mars favorito di
Luigi XllI e rivale del cardinal
Richelieu, per essersi mischiato ne-
gli affari di Gastone d' Orleans
fratello del re, fu decapitato a
Lione sulla piazza dei Terreaux ai
12 settembre 1642. Egual suppli-
zio pafi dopo di lui l'intimo suo
amico Francesco Augusto de Thoii
primogenito dell' illustre storico,
ij8 LIO
imputato di aver avuto parte al
trattiito fatto colla Spagna da Ga-
stone. Nei secoli XVII e XVIII
la città di Lione incominciò a ri-
fiorire, ma la rivoluzione le portò
iiu colpo funesto. Esacerbati per
le vessazioni de'membri giacobini
del club centrale diretto dall'infa-
me Challier, i lionesi insorsero con-
tro »la loro municipalità terrorista,
e giunsero a strapparle l'autorità
nella notte del 29 al 3o maggio
lygS. La convenzione nazionale
fece tosto marciare contro Lione
un'armata di 60,000 soldati. Ab-
bandonata alle sole sue forze la
città intraprese una coraggiosa di-
fesa, innalzò dei trincieramenti,
accordando il comando delia piaz-
za al bravo Precy, e col solo soc-
corso di una debole artiglieria, e
di una guardia nazionale poco
numerosa, seppe valorosamente re-
spingere tutti gli sfoi-zi degli asse-
dianti. Invano questi ebbero ri-
corso al bombardamento; provaro-
no diversi rovesci, il più memora-
bile de'quali fu quello della peni-
sola Perrache il 29 settembre. Fi-
nalmente per r assoluta mancanza
de'viveri, i lionesi rinunziaiono al-
la difesa della loro sgraziata città,
dopo sessantatre giorni distretto as-
sedio, incominciato il giorno 7 agosto;
i più risoluti procurarono di fuggi-
re^ ma inseguiti dalla cavalleria
repubblicana, furono uccisi la mag-
gior parte. Collol d'Herbois, ed il
suo compagno Couthon, questi due
làmigerati carnefici, entrarono al-
lora in Lione con estesi poteri del
feroce Robespierre, e per un de-
creto della Convenzione fecero in-
cominciare la demolizione della
città, seguita dallo spoglio delle
famiglie più doviziose, e da una
blraue orribile de'suoi abitanti. La
LIO
piazza Bellecour soprattutto fu in
breve ingombra di rovine e rot-
tami ; le teste cadevano in gran
numero giornalmente sotto ima
guillottina permanente, ma come
essa serviva con troppa lentezza
la rabbia sanguinosa dei carnefici,
vi fu sostituita una batteria di
cannoni c;irichi a mitragli». Più
di seimila persone perirono duran-
te e dopo questo memorabile as-
sedio, nel quale fu incendialo ed
interamente distrutto il suo famo-
so arsenale situato sulla Saona.
Lione immersa nella miseria e nel
lutto, la sua popolazione venne
decimata colla perdita altresì di
molti uomini illustri ; le sue ma-
nifatture abbandonate, distrutti di-
versi monumenti, rammenterà con
orrore epoca sì fatale. La città ri-
cevette il nome di Cominie fatto
libero, Co/nmune affranchie, e lo
conservò sino al 7 novembre 1794»
in cui un decreto le restituì quello
di Lione.
In questa città fu convocala, il
3o dicembre 1801, la consulta
straordinaria che gittò le basi del-
la repubblica italiana, nominando-
ne Napoleone a suo primo presi-
dente. iVel i8o4 Lione fu dopo
cinque secoli circa nuovamente o-
norata dalla presenza del Sommo
Pontefice, cioè da Pio VII, che da
Tioma si recò a Parigi per incoro-
nare r imperatore Napoleone, con
decoroso seguito, ed accompagnato
da diversi cardinali. Incontralo dai
cardiniili de Bayane e Fesch arci-
vescovo di Lione, e da altri per»
sonaggi ragguardevoli, giunse Pio
VII la sera de' 18 novembre ai
ponte di Beauvoisin, e nel dì se-
guente parli per Lione incontrato
lungi i\i\& miglia da molti signori,
da due grossi distaccamenti di dr^'
LIO
goni e di cacciatori a cavallo, e da
tutto il clero in al)ito, con le au-
torilà civili e municipali della cit-
tà, che dopo aver ossequiato il
Papa, rimontati nelle loro carrozze,
Io precederono nella città. Il po-
polo tutto in festevole movimento
accolse il capo della Chiesa collo
più vive acclamazioni. I ponti sul
Rodano e sulla Saoiia erano, come
le sponde, tutti coperti, di pòpolo.
All'ingresso in Lione le artigliane
fecero molte salve al Pontefice, che
discese alla cattedrale, ove fu rice-
vuto Sotto ricco baldacchino, tra le
fila della nobiltà vestita di nero
e con torcie accese in mano, men-
tre vaghi fanciulli gittavano fiori
nel passaggio del Santo Padre. Il
cardinal Fesch intuonò il Tantiwi
t^i'go, e cui ss. Sagramento prece-
dentemente esposto comparti la be-
nedizione. Quindi Pio VII fra il
suono delle campane e delle trom-
be ascese le scale del contiguo e-
piscopio, ove dalla gran loggia be-
nedì solennemente l'immensa popo-
lazione, tutta tripudiante per reli-
gioso sentimento. JXel dì seguente
il Papa ascoltò la messa nella me-
Ij'opolitana, indi in trono ammise
al bacio del piede, il clero, i ma-
gistrali, la nobiltà, e molti del po-
polo. Dipoi coi cardinali Antonelli
e Fesch visitò l' ospedale principa-
le col più splendido accompagna-
mento. L'arcivescovo tiatiò il Pon-
tefice con gran magnificenza , e
nella città si manifestò la pietà dei
iiancesi con sensibili segni di di-
vozione. Ogni ceto di persone ac-
corse in folla a gittarsi ai piedi
del Santo Padre, il quale atfati-
cato dal viaggio e dal ricevere tan-
te dimostrazioni di venerazione ,
ripetè più volte : lasciate almeno
aviicinare i piccoli ragazzi, come
LIO 279
^ià avea esclamato Colui di cui era
vicario in terra, e li accoglieva con
tenere/za paterna. Ai 21 novem-
bie Pio VII partì per Iloanne,
lasciando in Lione gravemente in-
fermo il dotto cardinal Stefano Bor-
gia, che morendo ai 2 3 fu sepol-
to nella metropolitana. Nei nume-
ri loi e io3 del Diario di Roma
si legge la relazione della malattia
e morte del porporato, i solenni
funerali che gli furono celebrati
nella metropolitana, ove pronunziò
l'elogio il canonico Bonnevie (tut-
tora vivente, e decano di anziani-
tà di quel venerando capitolo), quan-
to la città ne deplorò la perdita,
e come il cuoie e le viscere furo-
no deposte nella cappella di s. Mi-
chele. P»educe da Parigi, Pio VII
a' 16 aprile arrivò a Lione dopo
che n'era partito Napoleone, venen-
do accolto con ogni onorificenza
come la prima volta. I cardinali
ricevettero il Pontefice sulla porla
della cattedrale insieme al clero, ed
in essa il cardinal arcivescovo Fesch
diede la benedizione col ss. Sagra-
mento. Asceso il Papa nella loggia
de! palazzo "benedì affettuosamente
la divola moltitudine. I giovani
lionesi formando la guardia d' o-
nore del santo Padre, l'incontra-
rono e fecero il servigio del pa-
lazzo. Durante la sua dimora in
Lione, il Papa riaprì con solenne
rito la chiesa di Fourvieres, cele-
bre per la divozione de'lionesi e
de'circostanti luoghi. A' 17 dello
stesso mese si condusse in nobilis-
sima barca a veder l'isola che re-
sta in mezzo al Rodano, distante
due miglia dalla città: il Rodano
fu coperto di barche, e le sponde
di popolo fesleggiante, ciò che pre-
sentò uno ipeltacolo meraviglioso
e commovente. Ai 18 Pio VII si
38o LIO
concUisse nella grtin piazza, e cl.illa
logijia della casa del maiies, diede
la solenne benedizione al popolo,
che avea preso posto dalia matti-
na, sebbene la funzione era stata
notificata per le ore quattro po-
meridiane. JVella mattina del 20,
dopo di avere ascoltato la messa
e ricevuto gli omaggi delle auto-
rilà, tra molte salve di artiglieria
e vivissime acclamazioni, Pio VII
partì da Lione scortato da nume-
rosa truppa di usseri a cavallo,
arrivando la sera a Chambery. Nel
governo imperiale Lione risorse, e
loinò ad essere florida ed opulen-
te. Ma nel 18 i4, alla decadenza di
Napoleone, la città fu il teatro di
molte azioni sanguinose tra i fran-
cesi e le truppe alleate. Nel 181 5
ricevette Napoleone, al suo ritorno
dall'isola dell' Elba. Nella restau-
razione de'Borboni Lione toccò l'a-
pice della sua felicità ; se non die
oltre il cambiamento di governo
nel i83o, le sanguinose sollevazio-
ni del novembre i83o, e dell'apri-
le 1834, arrestarono i progressi
della sua industria e del suo com-
mercio. Dopo però l'agitazione di
tali epoche ì' una e l'altro riprese-
ro un nuovo e brillante slancio,
e quei vantaggi che per la felice sua
posizione non gli possono essere
mai tolti.
La fede cristiana fu predicata in
Lione da s. Potimo o Potino, che fu
mandato nelle Gallie dalla santa
Sede verso la metà del secondo
secolo, con una illustre schiera di
ministri evangelici. S. Potimo era
stato discepolo di s. Policarpo ve-
scovo, e compagno nel viaggio che
questi fece in Roma nel pontifica-
to- di s. Aniceto del 167; ma il
Bercastel dice che questo viaggio
ebbe luogo nell'anno 08. Dall'I-
LIO
talia s. Potimo passò nelle Gallie,
e si stabilì in Lione, città allora del-
le più ragguardevoli. Vi annunziò
Gesìi Cristo, con felice riuscita, e
in breve vi fece una gran quanti-
tà di cristiani, de'quali e di Lione
egli fu il primo vescovo. Comman-
ville pone il principio della sede
vescovile di Lione all' anno 1 79.
Era aiutato s. Potimo nelle sue
funzioni ecclesiastiche dal santo pre-
te Leneo, che s. Policarpo avea
mandato dall' Asia. La chiesa di
Lione era composta in gran par-
te di greci venuti dallo stesso pae-
se. Il desiderio di ampliare il re-
gno di Gesù Cristo aveali senza
dubbio tratti fra i galli; nel tempo
stesso che i compagni di s. Poti-
mo si affaticavano in Vienna , la
qual chiesa, fondata da s. Crescenzio,
abbisognava di pronto soccorso. I
luminosi progressi fatti dalla paro-
la di Dio attrassero l'attenzione, e
ben presto eccitarono l'invidia de-
gli idolatri, che deliberarono di e-
stirpare il nome cristiano, mentre
la persecuzione erasi per alcun
tratto sospesa, dopo la vittoria che
Marc'Aurelio aveva ottenuto per le
preghiere de'cristiani della legione
miletina, detta poi legione fulminan-
te. Non aspettavano i pagani che
un'occasione, onde palesarsi con pro^
fìtto, quando i giuochi che si ce-
lebravano in Lione ogni cinque an-
ni, la somministrarono. Si cominciò
dal rendere odiosi i cristiani, attri-
buendo loro i delitti piìi abbomi-
nevoli ; quindi fu loro proibito di
entrare nei pubblici edilizi, e nelle
case eziandio particolari, eccettuate
solamente le loro. Vennero accom-
pagnate queste oppressioni da cru-
delissimi oltraggi. Insultavansi i fe-
deli in qualunque luogo, si batte-
vano inumanamente , e venivano
LIO
saccheggiati i loro fondi e le loro
robe. Ma siccome tutta la loro di-
fesa consisteva nella bontà e nella
pazienza, i loro nemici li condus-
sero innanzi a' tribunali. Quelli che
furono interrogati intorno alla re-
ligione, la confessarono con corag-
gio ; per cui vennero chiusi in una
stretta prigione fino alla venuta del
presidente della provincia , che si
stava attendendo. Appena gli furo-
no condotti innanzi, li fece tormen-
tare per solo sospetto che fossero
veri i delitti loro imputati. Ne
prese le difese Epagato, giovine
pieno di zelo e talento, ma inter-
rogato se fosse cristiano, e risposto
di sì, fu messo nel numero degli
altri confessori . Si trovarono però
alcuni fratelli timidi , che con la
loro caduta scandalezzarono e rattri-
starono quel santo drappello; al-
tri in vece sottentrarono valorosa-
mente nella lizza. Scatenossi la rab-
bia del popolo, e del giudice prin-
cipalmente, contro il diacono San-
to, il neofìto Maturo, Attalo, ed una
giovine schiava nominata Biandina,
la quale inutilmente fu provocata
con tormenti a denigrare i cristia-
ni. Santo fu pure tormentato inu-
tilmente; certa Biblide ch'era ca-
duta tornò a confessaisi cristia-
na; molti perirono sotto la tortura.
Fu preso il santo vescovo Potimo
ottuagenario, o meglio nonagenario
ed infermo, che pegli strapazzi rice-
vuti esalò lo spirito in prigione.
Maturo, Santo, Attalo e Biandina
furono condannati alle fiere, e ad
aitri tormenti. Altri sat^i prigio-
nieri convertirono gli apostati, scris-
sero ai cristiani dell'Asia, da cui
molti di essi erano originari, con-
tro l'eresia di Montano, ed al Pa-
pa s. Eleutero a fine d'impegnar-
lo a tranquillare le proviucie del-
LIO 281
l'Asia sulla celebrazione della Pasqua,
consegnando la lettera al santo pre-
te Ireneo. Consultato l' imperatore
Marc' Aurelio dal governatore, che
contegno dovea tenersi co' cristia-
ni prigioni, tutti furono dannati
a morte, e fra i martiri prese
pur luogo Alessandro medico fri-
gio. Tra tante vittime illustri vi
fu pure Ponlico, giovine di quindi-
ci anni ; i martiri furono quaran-
totto, fra 'quali parecchi erano cit-
tadini di Vienna. Questi ed altri
sono i santi martiri di Lione, dei
quali si riparlerà nella biografia di
s. Potino, così chiamati, perchè
questa città fu il teatro de'loro pa-
timenti. Furono pur detti i marti'
ri di Aisnay , perchè si giltarono
le loro ceneri nel Rodano vicino
al luogo chiamato allora Ateneo. Mi-
racolosamente si ricuperarono parte
delle loro ceneri, che furono de»
poste sotto r altare della chiesa,
che portava ab antico il nome degli
Apostoli di Lione.
Subilo dopo la morte di s. Poti-
no la chiesa di Lione nell'anno
177 scelse per suo vescovo il pre-
te Ireneo, che si meritò la stima
dei primi dottori della Chiesa,
massime di s. Agostino, che di
continuo ricorreva ai di lui scritti
per usarne contro gli eretici. Mai
fu ad alcun pastore necessario
il talento e le sublimi virtia co-
me a s. Ireneo. La procella che a-
vea rovinato la greggia, di cui e-
gli intraprendeva il governo, non
era che apparentemente cessata, e
ben presto ricomparve. Epipodio
di Lione, ed Alessandro greco nuo-
vamente resero celebre la chiesa
di Lione col loro martirio. Mar-
cello fu altro glorioso martire. T
corpi dei due primi, con quello
di s. Ireneo, furono riposti sotto
a8a LIO
l'altaie della chiesa di s. Giovan-
ni. S. Ireneo ridusse alla fede col-
le sue predicazioni quasi lutto il
paese ; e governò, secondo Eusebio,
le chiese delle Gallie, cioè delle
Provincie vicine alla Ncubonese.
Nel resto delle Gallie il vangelo
fu promulgato nel III secolo, da
s. Dionisio e dai suoi compagni.
V. PARANOIA , e Gallia. Severo
ch'era stato governatore di Lione,
divenuto imperatore, e ricordevole
dello stalo florido di questa chiesa,
nell'inveire contro i cristiani, si
tiene che dasse ordini particolari
a danno dei lionesi. In questa
persecuzione s. Ireneo soffri il mar-
tirio, insieme ad una innumerevo-
le mollitudme di cristiani, e secon-
do l'epitaffio che leggesi nella sua
chiesa in Lione, eisi furono dieci-
iiovemila, dappoiché s. Ireneo a-
veva convertito quasi tutti gli a-
bitanti di Lione, per le cui vie
scorse a ruscelli il sangue. Ciò av-
\enne nel 202 o forse nel 208 :
il Florio scrisse, De martyribus
LugdunensibuSy Lunoniae 1 779. Ter-
zo vescovo di Lione fu s. Zacca-
ria, cui successe s. Helius o Elia,
indi s. Faustino, alle cui istanze
s. Cipriano pregò il Papa s. Ste-
fano I a deporre dal vescovato di
Arles Marciano, che sì era unito a
JNovaziano, che come primo anti-
papa era stato cagione del primo
scisma nella Chieda, e che quindi gli
susliluisse allro vescovo. Lungo sa-
rebbe il riportare la serie de' ve-
scovi ed arcivescovi di Lione,
quale può leggersi nella Gallici
cknsliana, ed in Giovanni Chenu,
/irchii'piscopoi Hill, et episcoporum
Galltae chronologica hisloria. Quel-
la poi del passato e del corrente
secolo si legge nelle ann((ali JYo-
tizie di lìoinn j fuiemo cUaiquc
LIO
menzione di alcuni. Verso l'anno
35o fu innalzato alla sede di Lio-
ne s. Giusto che morì nel 890;
gli successe s. Albino che fondò la
chiesa di s. Stefano oggi cattedra-
le; nel 4f2 fiori s. Martino; nel
420 s. Antioco; nel 4^4 s. Elpi-
dio, cui successe s. Sicario, Nessu-
no dopo s. Ireneo fece tanto ono-
re alla chiesa di Lione come s.
Eucherio, che nel 4^4 f" fatto
vescovo ; sì attribuisce a lui la
fondazione di molte chiese di Lio-
ne e di altri pii stabilimenti. Do-
po il 45^0 gli successe s. Vera no ;
nel 470 s. Paziente, il cui zelo
non si restrinse alla provincia di
cui era metropolitano, ma abbrac-
ciò tutta la Gallia. Dopo il 4^0
fiorì s. Africano; nel 494 *• Ru-
stico; nel 49 "^ *• Stefiino; indi s.
Lupicino; poscia s, Vivenziolo ver-
so ÌI497J s. Lupo nel 526; s. Sa-
cerdote del 549, cui successe il
nipote s. JNicezio nel 55 1 e mori
nel 573. S. Enemondo finì la fab-
brica di s. Pietro, e vi pose una
comunità di vergini, indi terminò
di vivere nel 657. Dopo di lui fu
fatto vescovo s. Genesio; poscia fu
eletto s. Lamberto che morì nel
688. Neil' 81 5 fiorì s. Agobardo;
verso r85Q s. Remigio dottissimo,
cui successe neir869 s. Aureliano.
Burcardo figlio dell'impei atore Cor-
rado 1 divenne vescovo nel 979,
e fu sotto di lui e verso l'anno
1082 ch'ebbe origine il dominio
temporale degli arcivescovi di Lio-
ne. Clemente Ailardo o Alinardo
abbate di s. Benigno di Dijon
fu dal clero eletto arcivescovo, e
confermalo dal Papa Gregorio VI
nel 104^. Essendo morto a' 9 ot-
tobre 1047 '^ Pontefice Clemente
11, 1 romani speduono legali al-
1 inipeialoie Enrico Hi poi pai te-
LIO
cipargli lille nolizia. Lo Irovaiono
il) Folate» nella Sassonia, e nello
sleiso lenipo gì' in!«ìnuarono che
proponesse per successore l'arcive-
scovo di Lione Ailardo, degnissiirio
delia sublime dignità ponlilìcia.
Enrico 111 vi acconsentì di buon
grado, ma l'arcivescovo ricusò di
accettare il pontificato, per cui (u
invece eletto Damaso II, die go-
vernando ventitre giorni gli successe
8. Leone IX. Però il citato Chenu
t'cco come narra quest'avvenimen-
to. » Post m or lem Damasi II Pa-
pae, anno 1 049 romani pelierunt
ab imperatore Henrico, ut in ejus
locum hinc Alinardus, quem pro-
pler eloquentiam et coniilatem
multum amabant, substituerelur.
Sed cum nimis tardarci, Leo IX
electus fuit, qui mox Romae con-
cilium celebravi!, et ad illud Ali-
nardum vocavit, quem penes se
semper delinuit, et secum in A-
puliani duxit, ut legati munere
fungeretur, et mediator esset pa-
cis inter sanctam Sedeui et nor-
mannos. Alteri concilio itidem Ro-
ruae liabito inlerfuit, et ibidem
veneno obiit 4 1^'d. augusti, anno
jo52". In che consistesse poi in
tale epoca l'influenza iuiperiale, e
<jual valore avesse, lo dicemmo a-
gli articoli Elezione de' Pontefici,
s. Gregorio VII, e s. Leone IX.
Gebnino o Giboino lialello di Ar-
taldo conte di Lione, cui il Papa
s. Gregorio VII coufcrniò la di-
gnità di primate delle Gallie nel
J076 o nel 1079: dictsi che l'ar-
civescovato ili eretto nel Xll se-
tolo; ma sembra che prmia di
tal teuìpo godesse tale dignità,
come prima della conferma di s.
Gregorio VII godeva il diritto
pi iniaziale, dappoiché questa cliic>a
viene giusliunenle considerala CO-
LIO i83
me la prima e la più antica del-
le Gallie. S. Potino e s. Ireneo,
successori dei discepoli degli apo-
stoli ne gettarono le fondamenta,
ed ha essa la gloria di essere sta-
ta bagnata col sangue di più di
ventimila martiri. iVarra Comman-
ville che i prelati lionesi vantano
di aver portato il nome di pa-
triarchi nel VI secolo, ma che i
suoi arcivescovi non esercitarono
mai alcuna primazia sino a'tempi di
s. Gregorio A 11, che egli dice essere
stato canonico di questa chiesa, il
(juale dichiarò gli arcivescovi pri-
mati delle quattro provincie Lio-
nesi nel 1079. Aggiunge che Piouen
non se ne risenti perchè soggetta
ad altro signore temporale, ma
che Tours e Sens reclamarono for-
temente, ed ebbero luogo lunghe
dispute, nelle quali essendosi posti
a mediatori i re di Francia, otten-
nero dagli arcivescovi di Lione
nel I 3 I 2 la cessione della sovra-
nità, lasciandogliene l'utile dominio,
e riconoscendo la loro primazia
su Tours e Sens. In fatti l'arci-
vescovo di Lione assunse sino agli
ultimi tempi il titolo di primate
delle Gallie, estendendo la sua
primazia sugli arcivescovi di Sens,
Tours e Parigi. Gli arcivescovi
di Sens e di Rouen avevano già
da lungo tempo ricusato di cono-
scerla, quando per un decreto del
consiglio, de' 1 o maggio 1702, ven-
ne accordato all' arcivescovo di
Rouen di non riconoscere altro su-
periore immediato, fuorché il som-
mo Pontefice. In tempo di sede
vacante il vescovo di Aulun, con-
siderato pro-trono, avea l'ammini-
sli azione dello S{)irituale, e godeva
delle rendite dell' arcivescovato ,
ma quando era vacante la sede di
Autuii, l'arcivescovo di Lione ave-
284 LIO
va la sola amministrazione spiri-
tuale della diocesi. La metropoli
di Lione ha cinque sedi vescovili
siiffraganee, cioè Autun, Langres,
Dijon, s. Claude, e Grenoble. An-
ticamente lo erano pure quelle di
Macon, e Chalons sur Saone.
IMorendo s. Gregorio VII in Sa-
lerno a' 25 maggio i o85, tre gior-
ni prima di spirare esorlò i cardi-
nali, che ne lo aveano pregato, ad
cleafsere in successore o il cardinale
OD
Ottone vescovo d' Ostia, o il cardi-
nal arcivescovo di Lione Ugo di Die,
o il cardinal Desiderio; e siccome i
due primi erano assenti, così rac-
comandò più vivamente il terzo
eh' era piesente. Ugo era stato
creato cardinale da Alessandro II,
e fu il primo arcivescovo fregiato
di questa dignità : tutti i cardina-
li arcivescovi di Lione, ed i santi,
se posti nel martirologio, e che ne
traiti il Biitler, hanno biografie in
questo Dizionario, Ugo compreso
d'ambizione, vedendo eletto Desi-
derio col nome di Vittore III , si
gitlò al partito dell' antipapa, ven-
ne deposto, e poscia ripristinato da
Uibano li nella dignità. La prima-
zia di Lione fu pure confermata da
Pasquale II, nell'arcivescovo Um-
Jjaldo ; e Celestino II confermò la
primazia sopra gli arcivescovi di
Rouen, Tours e Sens, mentre era
arcivescovo Amedeo I. Es'^endo ar-
civescovo Eraclio de Rlontboissier,
r imperatore Federico 1 come re
di Boigogna , con diploma de'iS
novembre ii^y, riconobbe la so-
vranità degli arcivescovi di Lione
sulla città e provincia , con titolo
di conti. Filippo di Savoia fu fat-
to arcivescovo da Innocenzo IV
nel 1246, ed intervenne- al conci-
lio generale Lionese 1; nel 1268
divenne conte di Borgogna e di
LIO
Savoia , per cui Gregorio X nel
1273 fece arcivescovo Pietro Ta-
rantasia, ma non si sa di certo se
fosse consecrato, come avvertono i
Sammartani , Gallia christ. t. I,
p. 45o, ed i pp. Quietif ed Echard,
De scriptor. domenic. tom. I, p.
35o, avendolo poco dopo rinun-
ziato per essere stato creato cardi-
nale vescovo d' Ostia. Allora Gre-
gorio X nel 1274 fece arcivescovo
di Lione Aymaro cluniacense. Pie-
tro, per la morte di Gregorio X ,
nel 1276 fu eletto Papa col no-
me d' Innocenzo V, dopo avere as-
sistito al concilio generale Lionese
II insieme al successore Aymaro.
JNicolò IV nel 1289 fece arcivesco-
vo Berardo de Got, che Celestino
V creò cardinale e Bonifacio VIII
nominò legato in Francia; il di lui
fratello fu Clemente V, il quale
allorché si portò in Lione per es-
servi coronato, n'era arcivescovo
Lodovico de Villars eh' eresse in
collegiata la chiesa di s. Nicezio
con dieciotto canonici. Nel i3o8
gli successe Pietro III di Savoia
che si trovò arcivescovo quando in
Lione fu eletto Giovanni XXII.
Ne! 1342 Clemente VI creò car-
dinale Guido de Boulogne parente
del re Giovanni I. Nel gran scisma
d' occidente Giovanni de Thalam o
Talaru lionese, arcivescovo della
patria, fu fatto dall'antipapa Cle-
mente VII pseudo-cardinale, come
dicemmo al voi. Ili, p. 2i8 del
Dizionario: a lui Martino V rin-
novò i privilegi di primate; e poi-
ché gli ebrei nel 1 3 1 i erano stati
espulsi dall'arcivescovo Filippo di
Savoia, egli intraprese 1' atterra-
mento della loro sinagoga in Tre-
voux città diocesana. Carlo di Bor-
bone, da canonico di Lione, nell età
di undici anni, ebbe in commenda
LIO
nel i46G questa cliiesa da Paolo
11, crealo cardinale da Sisto IV :
eresse d.ii fondaiiienti il palazzo ar-
civescovile, ed ima cappella nella
cattedrale ove fu sepolto. Il cardi-
nal Andrea d" Espinay nel ifOO
Alessandro VI lo fece arcivescovo
di Lione. Il cardinal Giovanni di
Lorena nel iSSj Paolo III lo
prepose a questa chiesa. Il cardi-
nal Ippolito d' Este nel iSSg suc-
cesse al precedente.
Ecco la serie degli arcivescovi
di Lione delle annuali IVotizie
di Roma. Carlo Francesco de Chas-
teauneuf de Rochebonne Iraslalo
da jNoyon nell' anno lySi. Car-
dinal Pietro Guerin de Tencin tras-
lato da Ambrun nel 1740. Anto-
nio Malvin de INIontazet fatto nel
1758. Ivo Alessandro de Marbeuff
traslalo da Autun nel 1788, mor-
to a Lubecca nel 1799- Giuseppe
Fesch nominato a' 4 agosto 1802^
e creato cardinale nel i8o3 da Pio
VII, che inoltre a lui e successo-
ri conferì il titolo arcivescovile di
Vienna, PJ^ella detronizzazione del
suo nipote JNapoleone , non volen-
do rinunziar la sede , non gli fu
permesso di ritornarvi, ed egli con-
tinuò ad intitolarsi arcivescovo di
\ ienna e di Lione sino alla mor-
te che avvenne nel 1889 a' 1 3
maggio. Lui vivente Leone Xll a'3
maggio 1824 fece arcivescovo d'A-
masia in parlibus ed amministra-
tore della chiesa di Lione Gio. Pao-
lo Gaston de Pins traslato da Li-
moges. Il regnante Pontefice Gre-
gorio XVI, nel concistoro de' 27
aprile 1840, dal vescovato di Le-
Puy trasferì a questa metropolita-
na l'odierno zelante arcivescovo di
Lione e di Vienna, Lodovico Gia-
como Maurizio de Bonald, nato in
Milhau diocesi di Rhodez, che poi
LIO 28 1:
nel concistoro del primo marzo
I 84 I creò cardinale dell' ordine dei
preti j col titolo della ss. Trinità
al Monte Pincio. Fra i prelaii che
occuparono la sede primaziale di
Lione vi furono i santi e cardi-
nali che nominammo, quìndici tiali
principi, e la maggior parte degli
altri di grandi ed illustri Hìtniglir;
mi Pontefice, e due disegnati per
la medesima dignità; più di quin-
dici legali apostolici, vari minislri
di stato, molti grandi elemosinieri
di Francia, diversi luogotenenti dfl
re, ambasciatori, ec.
Forse non vi è altra città nel mon-
do, dopo Roma e Parigi, in cui si
parli con tanto vantaggio anche nelle
parti più rimote^ ed eziandio nell'iso-
le selvaggie di cui è sparsa l'Oceania,
quanto di Lione; poiché nacque in
essa la pia e benemerita opera della
Propagazione della fede. Questa re-
ligiosa associazione con preghiere
ed elemosine si propose di sovve-
nire i fedeli, ebbe il suo principio
in Lione nel 1822, dove tanti ra-
pidamente si unirono ad associarsi.
Di là passò in Avignone ed in al-
tre città della Francia. Stavano al-
la testa dell'opera ecclesiastici in-
signi per pietà e dottrina, e per
tiaterna carità, ed il grande elemo-
siniere di Francia ne assunse la
presidenza. Benedetta dal cielo si
diffuse colla rapidità della luce;
navigò la Manica, e andò a stabi-
lirsi nelle isole Britanniche; pasi-ò
la Mosa, il Reno, le Alpi, il Bel-
gio, l'Olanda, la Germania, l'Ita-
lia, anzi i paesi settentrionali; quin-
di la Romania, l'Algeria, le Bor-
boniche, e le Indie orientali ed oc-
cidentali pure l'accolsero; e dalle
più rimofe parti della terra, e dal-
le divise da noi terre oceaniche ri-
tornano alla Francia le benedi-
9.86 L I O
/ioni de' popoli, e di que' sacri mi-
nistri che vi bandiscono il vange-
lo. Questa pia opera fonda missio-
ni, innalza santuari, provvede dei
sacri arredi , mantiene i sacri mi-
nistri, somministra viatici, erige col-
legi ; ond' è che i vescovi dell' or-
be cattolico l'esaltano con alte lo-
di ; inoltre meritò che i romani
Pontefici r approvassero, e le con-
cedessero indulgenze e privilegi. Il
Papa che legna, come dicemmo al
suo articolo, nel 1840 eccitò i fe-
deli a contribuir limosine alla pia
associazione, in onore della quale
fece coniare una medaglia monu-
mentale.
La chiesa metropolitana e catte-
drale, è dedicata a Dio in onore
di s. Giovanni Battista , essendo
prima intitolata a s. Stefano. Que-
sto ampio edifizio di gotica strut-
tura , si compone delie tre chiese
di s. Giovanni Battista, di s. Ste-
fano, e di s. Croce: è vasta, bella
e ben illuminata. Anlicameiite in
<]uesla chiesa non si faceva musica,
né e'ravi organo; non si usavano li-
bri, e lutto cantavasi a memoria.
Tra le insigni reliquie che ivi si
venerano, nomineremo il cuore di
s. \'inceiizo de' Paoli , ed il coipo
di s. Esuperio martire che il me-
desimo Gregorio XVI donò all'ope-
ra della propagazione della lede.
Ivi è il fonte battesimale, e la cu-
ra delle anime si funge da un par-
roco vicario. Prima il capitolo era
diviso in tre corpi, e ciascun corpo
in tre ordini. Il corpo de'canonit-i,
detti conti , era diviso in dignità ,
in ospiti o forestiera!, e baccellieri.
Le dignità eiano nove, il decano,
r arcidiacono, il precenlure, il can-
tore, il cameriere, il sagrestano, il
custode maggiore , il pievoslo e il
mae.slro del coro. Gli ospiti e (o-
LIO
leslierai, ed i baccellieri erano gli
altri conti, e questi tre ordini fa-
cevano il numero di trenladue.
Tutti questi canonici avevano il
titolo di conti , e dovevano pro-
var la loro nobiltà per (|ualtro
generazioni, tanto dalla parte del
padre, che da quella della ma-
dre. Eranvi piti di trentadue al-
tri benefiziali , e circa settantadue
sacerdoti non benefiziati, con molli
chierici, ec; ed il re di Francia era
canonico onorario. In oggi il capi-
tolo della metropolitana di Lione
è composto di dieci canonici titola-
ri, fra' quali il decano ed il peni-
tenziere ; di molti canonici onorari,
di cappellani, e di circa cinquanta
pueri de choro addetti al servigio
divino. Pio VII concesse 1' uso della
mitra nelle solenni funzioni a lut-
ti i canonici della cattedrale di
Lione. Oltre la cattedrale, nella cit-
tà vi sono altre sedici chiese pai'-
rocchiali munite del battislerio ; di-
versi monasteri e comunità reli-
giose di donne , non che conventi
di reliijiose ; diverse confraternite,
un gran seminario contenente ciic i
25o alunni per lo studio della teo-
logia, oltre altri cinque in diversi
luoghi della diocesi : avvi 1' ospe-
dale ed il monte di pietà. L' arci-
diocesi di Lione che conteneva sel-
tecentosei parrocchie , e centotren-
taquattro chiese succursali , conta
in oggi cinquecenlosessanla par-
rocchie, tra le quali settanta dette
di prima e seconda classe , e piìi
duecento quarantatre vicariati. Vi
sono altresì due diverse congrega-
zioni religiose di nomini e di don-
ne, cioè i fratelli della carità di s.
Giovanni di Dio, che hanno la cu-
ra del vasto loro ospedale dei de-
menti, ed i Maristi per le missio-
ni estere principalmente dell'Ocea-
LIO
nia ; le sorelle di s. Carlo, e quel-
le di s. Giuseppe. Scuole gratuite,
servigio caritatevole iieqii ospedali,
e soccorso nelle case private: tale
è Io scopo di que>te due pie
istituzioni. Eranvi poi in Lione le
collegiate di s. Giusto, s. Paolo, s.
Tommaso di Fourvières , e s. ]Ni-
cetio ; quattro abbazie ed altret-
tanti priorati, due o tre seminari,
dieci congregazioni laiclie, cinque
compagnie di penitenti , due colle-
gi di gesuiti, cinquanta case reli-
giose, fra le quali distinguevansi
quelle de' doinenicatii, die vi face-
vano pubblica scuola di filosofia e
di teologia fino dal I236. L' arci-
iliocesi di Lione è vasta , e com-
prende i dipartimenti del Rodano
e della Loira : l'arcivescovo è as-
.sistito da Ire vicari generali. Ogni
nuovo arcivescovo è tassalo nei li-
bri della caraeia apostolica in fio-
rini cinquecento.
Concila di Lione.
Il primo fu tenuto l'anno 197
da s. Ireneo, con tredici prelati
delle Gallie; fu in esso confermato
il decreto fatto per la celebrazione
della festa di Pasqua nella prinir»
domenica, dopo il XI V^ giorno del-
la luna di marzo. Il vescovo s. I-
reneo scrisse al Papa s. Vittore I
a non escludere dalla comunione
gli asiatici quartodecimani. Baluzio
in CoUcclio.
Il secondo concilio nel 199, liu-
nito dal niedesimo s. Ireneo, cern-
irò i valentiniani e gli allri ei eti-
ci del suo tempo. La Lande p. 12.
Il terzo neir anno 460. Labbé
t. IV, ex Sirmondo.
Il quarto nel /\.j5 contro i pre-
destinaziani. Rcg. t. IX; Labbé t.
IV; Arduuio t. II.
LIO 987
Il quinto nel 49^- La ritratta-
zione di Lucido prete, die rinun-
ziò a' suoi errori denunziali al con-
cilio d'Arles, vi fu letta ed appro-
vala. Diz. eie cane.
Il sesto nel 5o t . Fu piuttosto
una conferenza de' cattolici cogli
ariani, che un concilio. Fu tenuto
alla presenza del le Gondcbaldo ,
anch'esso ariano. Gli ariani furono
convinti di errore da s. Avito <U
Vienna, e parecchi si convertirono;
ma il re, quantunque amasse i cat-
tolici, restò indurato, per cui leg-
gesi di questa conferenza : •» quia
Pater eum non traxerat, non po-
tuit venire ad Filium , ut veritas.
impleatur : non est volentis nec lie-
stinantis, sed miserentis Dei ". Diz.
de conc.
11 settimo nel 5 16. Baluzio.
L'ottavo nel 5 17, fu cotnposto
dall'arcivescovo di Lione s Viven-
ziolo , e da dieci vescovi ; venne
in esso condannato certo Stefano,
per aver contratto un matrimonio
incestuoso con sua cugina Palladia.
Furono altresì falli sei statuti sulla
disciplina e sopra altre materie ec-
clesiastiche. Reg. t. X ; Labbé t. I V ;
Arduino t. II.
Il nono nel 566 o 367, nel re-
gno di Gontrano figlio di Clotario,
dagli arcivescovi di Lione edi Vien-
na del Delfinalo. Qu;ittordici ve-
scovi, otto presenti e sei per de-
putati, vi fecero sei canoni. Il pri-
mo ordina che le difìerenze tra i
vescovi di una slessa provincia ,
verranno giudicate dal metropolita-
no; il secondo risguarda la vali-
dità delle donazioni falle alle chie-
se ; gli altri quattro canoni sono
relativi alla disciplina ecclesiastica ,
alla liturgia, ec. Inoltre vi si sco-
municarono quelli che volessero ri-
durre in servitù le persone libere.
a8S LIO
Reg. t. XII; Labbé t. V; Arclni-
co t. IH.
Il decimo nel 5'jo per la pace e
per la conservazione delia Chiesa.
Ibidem.
L'undecimo nel 5^5, che piut-
tosto vuoisi assemblea di stati. Pie-
tro diacono, fratello di s. Gregorio
di Tours, giustificossi dell'assassi-
nio di Silvestro eletto vescovo di
Langres, falsamente imputatogli. 1-
bidem e Lenglet.
Il duodecimo nell'anno 58 1, o
583, o 586, o 587, che si conta
pel terzo sotto Gontrano. Prisco
vescovo di Lione vi presiedette, e
vi assisterono otto vescovi con do-
dici deputati degli assenti. Si trattò
delia negligenza de' vescovi, per cui
furono fatti sei canoni, in uno dei
quali venne loro proibito di cele-
brare fuori delle loro chiese nelle
solennità di Natale e di Pasqua ,
toltone i casi d'infermila, o per
comando del re. Ivi.
Il decimoterzo fu celebrato nel-
r8i4j ove Agobardo fu eletto ve-
scovo della città. Arduino t. II.
Il decimoquarto neir828.
Il decimoquinto nell'Sag.
Il decimoseslo neir846-
Il decimosettimo nell' 848 , ove
venne assolto Godelcario prete. Ar-
duino t. II.
Il decimottavo nel 1020. Storia
de' vescovi ci' Auxerre.
il decimonono nel io34- Si ten-
nero in quest'anno molti concilii in
questa provincia pel ristabilimento
della pace, per la fede, per indur-
re i popoli a riconoscere la bontà
di Dio e distoglierli dai delitti, colla
rimembranza de' passati mali. Pagi
a detto anno.
Il vigesimo nel io55, tenuto da
Ildebrando poi s. Gregorio YII,
qual legato di Papa Vittore II iu
LIO
Francia. Vi fu deposto un arcive-
scovo simoniaco, e molti vescovi ac-
cusandosi della medesima colpa, ri-
nunziarono volontariamente le loro
sedi. Reg. t. XXV; Labbé t. IX;
Arduino t. VI.
Il vigesiraoprimo nel «079 o
1080. In esso Ugo di Die cardi-
nal arcivescovo di Lione e legato
della santa Sede, confermò la sen-
tenza che deponeva Manasse arcive-
scovo di Reims. Ivi.
Il vigesimosecondo nel 1098.
Il vigesimoterzo nel 1099.
Il vigesimoquarto nel 1126.
Il vigesiraoquinto nell'anno I245,
e fu il primo concilio generale di
Lione. Venne adunato e presieduto
dal Pontefice Innocenzo IF [Fedi),
principalmente per provvedere con-
tro r imperatore Federico II nemi-
co della Chiesa. Il Papa Gregorio
IX (Fedi) avea scomunicato Fe-
derico II, deposto dalla dignità im-
periale, assolto i sudditi dal giura-
mento di fedeltà, e solennemente
scomunicato nel giovedì santo. Di-
versi motivi aveano indotto quel
Pontefice a sì rigorose misure, fra
i quali perchè offendeva gli ecclesia-
stici, ledeva i diritti della Chiesa, e
contro il voto non andava in soccor-
so di Terrasanta. Questa famosa e
lagrimevole differenza, narrata ai ci-
tati articoli ed a quelli relativi ,
rovinò per sempre la casa impe-
riale degli Hohenstauffen di Svevia,
ridusse la Germania per circa tren-
t'anni in anarchia, ed immerse l'I-
talia in un abisso di sciagure. Ri-
soluto Innocenzo IV a porre un
rimedio agli estremi mali che op-
primevano la Chiesa, determinò di
celebrare quel concilio generale, che
Gregorio IX avea intimato in Ro-
ma, e V imperatore impedito col-
r imprigionare chi vi si portava.
LIO
Fuggendo le trame di Federico II,
il Papa si ritirò in Genova, e poi
in Francia, arrivando in Lione ai
2 dicennbre \i/\^. Ivi stabili cele-
brare il concilio, e con lettera cir-
colare nel d'i della festa di s. Gio-
vanni lo intimò per l'anno seguen-
te; vi chiamò pure i re e gli altri
principi, e vi citò particolarraente
Federico li. Al tempo prefìsso volle
aprirlo, quantunque il re di Fran-
cia s. Luigi IX bramasse una di-
lazione, Enrico III re d'Inghilter-
ra proibisse a' suoi prelati d'inter-
venirvi, e l'imperatore non cessasse
dal protestarvi contro. Trovaronsi
non pertanto al concilio Baldovino
li imperatore latino di Costantino-
poli, Raimondo conte di Tolosa,
diversi cardinali, i patriarchi latini
di Costantinopoli, di Antiochia e
di Aquileia, centoquaranta vescovi
ed arcivescovi di tutte le nazioni ,
molti procuratori de' prelati assenti,
e i deputali dei capitoli ; l'abbate di
s. Albano in Inghilterra vi mandò
un suo monaco , intervennero gli
ambasciatori d' Inghilterra, di Fran-
cia, di Giacomo I re di Aragona,
oltre i procuratori di Federico II.
Alla biografìa di Gregorio X dicem-
mo che essendo egli arcidiacono di
Liegi, fu da Filippo arcivescovo di
Lione adoperato per fare i preparativi
per la celebrazione del concilio. Nella
congregazione preliminare Taddeo
di Svezia, ambasciatore imperiale e
uomo assai ingegnoso, si studiò di
difendere la causa del suo princi-
pe, oflVi al Papa , che presiedette
al concilio, in nome del suo sovra-
no di essere pronto di opporsi alle
corse dei tartari, non che ai co-
rasmani, ai saraceni, ed agli altri
nemici della Chiesa ; e di andare
a sue spese in Palesfìna per libe-
rarla dal giogo degl'infedeli. Ma
voi,. XXXVITI.
LIO 289
Innocenzo IV conoscendo per espe-
rienza che Federico li mai effettuò
le promesse, ancorché fatte con giu-
ramento, rigettò tali offerte.
La prima sessione ebbe luogo
a' 28 giugno 1245. Il sommo Pon-
tefìce avendo alla destra l'impera-
tore Baldovino II, ed alla sini-
stra alquanti principi secolari, fece
un eloquente discorso, i cui prin-
cipali punti furono lo sregolamen-
to e la dissensione dei prelati e
dei popoli, r insolenza de' saraceni,
lo scisma de' greci, le crudeltà dei
tartari, la persecuzione che Fede-
rico II avea fatto al suo prede-
cessore Gregorio IX, aggiungendo
che quel principe era eretico e
sacrilego : questi dichiarò Innocen-
zo IV essere lutti dolori che cir-
condavano ed affliggevano il suo
animo. Taddeo di Svezia parlò pei
suo signore, e tentò di mostrare
che Federico II non era più ob-
bligato a mantenere le sue pro-
messe , avendo il Papa mancato
alla parola che gli aveva data, e
si sforzò di confutare l' accusa di
eresia. Nella seconda sessione a' 5
luglio, alcuni vescovi parlarono con
calore contro Federico 11^ ma fu
risposto con foi"za alle loro accuse.
Nella terza sessione a' 17 luglio, il
Papa ordinò, coli' approvazione del
concilio, che in avvenire si celebras-
se l'ottava alla festa della Natività
della Beata Vergine, Si lessero di-
ciassette articoli di regolamento, la
maggior parte riguardanti la pro-
cedura giudiziaria. Il Papa ordinò
che si procurerebbero aiuti all'im-
pero di Costantinopoli, e che vi si
impiegherebbe la metà della ren-
dita di tutti i benefìzi. 1 deputati
d' Inghilterra si lagnarono delle
esazioni della corte di Roma, a
nome di tutto il regno. Nella loro
19
390 Lio
lelleia di higuanze senza giusto ti-
l<ilo, si diceva, che i predecessori
d'Innocenzo IV ^olendo arriccliire
gli ecclesiastici italiani, il cui nu-
mero era divenuto eccedente, ave-
Aano dato loro delle cure delle
(juidì non prendevano nessuna sol-
lecitudine, né quanto alla condot-
ta delle anime, né per la difesa
de'iuonasteri dai quali dipendevano;
che non soddistaccvano al debito
dell' ospilalilU , né della elemosina;
che procuravano solamente di rac-
toglieie le rendile, e di portai le
fuori del regno con pregiudizio
degli inglesi , i quali in vece do-
rrebbero possedere tali benefizi ;
in una parola che i chierici ita-
liani traevano dall' Inghilterra piìi
di sessantamila marche di aigen-
to ; che il legato Martino invialo
dal Papa, voleva disporre inoltre
di altri benefizi simili, riservan-
doli a disposizione della santa Sede
quando venissero a vacare ; ch'egli
estorceva dai religiosi delle tasse
eccessive, e scagliava scomuniche
o interdetti contro coloro che si
opponevano a' suoi tentativi; che
non potevano persuadersi eh* egli
operasse a quel modo per coman-
do d'Innocenzo IV, supplicavano
])ertanto sua Santità a rimediarvi.
11 Papa rispose che questo ailaie
esigeva una matura deliberazione.
Ideila quarta sessione Taddeo di
Svezia dichiarò, che se il Pontefice
voleva procedere contro l'impera-
tore Federico li, egli appellavasi
al Papa futuro ed al concilio ge-
nerale, piùducendo una dichiara-
zione dell'imperatore, che chiama-
va il concdio giudice incompetente
e parziale. Al che rispondendo il
Pontefice, che il concilio era gene-
rale, pronunziò sentenza di depo-
sizione contro Federico li dall'ira-
LIO
pero, e dai reami di Sicilia e di
Gerusalemme, che dichiarò vacanti,
ed assolvette dal giuramento tutti co-
loro che gli avevano giurato fe-
deltà, minacciando di scomunica
chiunque gli avesse dato aiuto o
consiglio. 1 delitti di Federico II
espressi nella sentenza sono lo sper-
giuro, il sacrilegio, l'eresia e la fel-
lonia, per cui fu pure scomunica-
to, avendo i suoi procuratori am-
plificalo i meriti suoi e negato gli
errori commessi. La formola della
sentenza pronunziata da Innocenzo
IV, ed il modo come i padri la
approvarono, lo riportammo alla
biografia di quel Papa. Aveva Tad-
deo promesso che l'imperatore sa-
rebbe venuto a difendersi nel con-
cilio, quando non sapeva addurre
più altie ragioni; ma Federico II
non comparve, né d Pontefice era
SI poco prudente di attenderlo, co-
noscendone il carattere violento e
barbaro.
Nel concilio si trattò inollre
della riforma del costume e della
disci[)lina ecclesiastica; della crocia-
ta per la Palestina, per la quale
fu eletto generale s. Luigi IX re di
Francia ; determinossi il cappello
rosso ai cardinali, che il Papa in-
vitò ad andare a cavallo, mentre
per umiltà e moderazione incedeva-
no a piedi ; non correggendosi San-
cio II re di Portogallo, ad istanza
de' magnati del regno , di questo
fu privato, e vi fu sostituito il suo
fratello; un vescovo di Palestina e-
spose lo slato infelice di quella
provincia, abbandonala a sé slessn
dal cognato e luogotenente di Fe-
derico li ; un vescovo lombardo de-
plorò i progressi de'patarini, eresia
oìtremodo dilatata in Italia, Anche
lo scisma de' greci fu argomento
ti allato in questo concilio, in uà
LIO
alla uiiiniic della Chiesn Inìiria con
roiierifalf. Diccisette furono i ca-
roiii falli, e ri-guaiflanti il diritto
canonico, i rescritti della curia ro-
mana, le elezioni, ie piocediire, le
scomuniche, le usure, la condanna
delle eresie, ec. Alcuni negarono
che tutte le accennate cose fossero
trattate in questo concilio, su di
che si può leggere l'articolo Lione,
confutato dal p. Biagi, del Dizio-
vario del Bergier, difendendo il
Biagi l'operato del Ponleficej e di-
pingendo qua! fosse Federico II, e
lo stato delle cose, con forza di
ragioni e di fatti. Forse alcuni con-
fusero le cose operate da Innocen-
zo IV mentre era in Lione, come
ti aliate nel concilio. Reg. t. XXVIII;
LaLbé t. XI ; Arduino t. VII ;
Diz. dt'conc.
11 vigesimosesto dell'anno iiy^,
e fu il secondo concilio generale
di Lione. Venne adunato e presie-
duto dal b. Gregorio X [Fedi), già
canonico di Lione, prircipalnieufe
per la riunione dei greci alla Chie-
sa cattolica, per la crociata di Ter-
rasanta, e per la riforma della
disciplina ecclesiastica. Il Papa lo
inlimò nel primo aprile 1272, al
modo narrato alla citata biografia,
ove pur dicemmo come fu ricevu-
to a Lione quando vi giunse ai
21 novembre 1278, e ciò che ivi
operò. Gregorio X invitò pure al
concilio s. Tommaso d'Aquino, ac-
ciocché con s. Bonaventura, già
colieghi dfc'suoi studi nell'universi-
tà di Parigi, confutassero gli erro-
ri de'greci, dichiarando al primo
di portar seco il libro contro di essi
da lui scritto per ordine di Urba-
no IV; ma s. Tommaso partendo
da Napoli per Lione, morì a'7 raar-
70 nel monastero di Fossa Nuova,
assoggettando con umiltà i suoi
LIO 29r
angelici sciilli alla censura della
Chiesa. Universale fu il dispiacerò
ppr tanta perdita, ed il Pontefice
versò copiose lagrime. Inleivcnnero
al concilio qtiindici cai'dinalì, i pa-
triarchi latini di Costantinopoli e
di Antiochia , cinquecento tra pri-
mati, aicivescovi e vescovi, altri
dicono .settanta arcivescovi e cin-
quecento vescovi ; il Labhé dice
più di settecento, fra' quali trenta
domenicani ; sessanta o settanta ab-
bati, e più di mille altri prelati
inferiori. V intervennero pure gii
ambasciatori di Michele Paleologo
imperatore d'oriente, di Rodolfo di
Habsburg re de'romani, di Filippo
III re di Francia, di Carlo I re
di Sicilia, di Odoardo 111 re d'In-
ghilterra, di Abagam re de'tarlari,
e di molti altri principi ; i gran
maestri dei tempiali e degli ospi-
talieri o gerosolimitani, e i depu-
tati dei capitoli, ond' è questo il
più numeroso di tutti gli altri con-
cilii, e la più copiosa adunanza che
siasi formala nella Chiesa. Il Pon-
tefice deputò per la custodia e
cura del concilio l'arcivescovo di
Lione A di maro o Ai maro, ed alla
guardia della città numerosa solda-
tesca ; mentre il le di Francia a-
vea incaricato il suo parente ca-
valiere Iniberto di Belloloco, a ve-
gliare con diverse compagnie sulla
sicurezza del Papa e de'cardinali.
In questo tempo ed avanti la ter-
za domenica dopo Pasqua si por-
tò in Lione Giacomo I re d' A-
lagona. Una lega lunge dalla città
fu incontrato da tulli i cardinali,
dal gran maestro de'cavalieri tem-
plari , da Giovanni e Guglielmo
di Bossiglione deputati alla guar-
dia e governo della città, da mol-
ti prelati e signori, non che da
tutta la corte romana. Giunto il re
agi LIO
al palazzo del Papa, fu da questo
ricevulo affettuosamente , dopo a-
\ergli il re baciato i piedi. Giaco-
mo I rimase così compreso di ve-
nerazione per Gregorio Xj che
pieno di compunzione gli fece la
sua confessione generale. A'2 mag-
gio 1274, essendo tutto all'ordine
per la celebrazione del concilio, il
Pontefice ingiunse a tutti i prelati
e cappellani suoi un digiuno di
tre giorni, quindi lunedi 7 maggio
ebbe luogo la prima sessione. Il
Papa dall' episcopio nella matti-
na calò nella contigua cattedrale
di s. Giovanni, dove con ogni de-
coro nella nave maggiore erano
apparecchiate tutte le cose neces-
sarie e le sedie, essendo stato eret-
to nel coro il trono pontificio. Fat-
ta Gregorio X orazione avanti l'al-
tare si pose a sedere in mezzo a
due cardinali diaconi ; e per esse-
re giorno di digiuno fece cantare
le ore di terza e sesta. Dopo le
quali un suddiacono lo calzò di
sandali, mentre i cappellani che
circondavano il trono recitarono i
consueti salmi. 11 Papa lavatosi le
mani, e vestito dal diacono e sud-
diacono de'paramenti di color bian-
co, per essere il tempo pasquale,
assunse pure il pallio. Indi prece-
dendo la croce pontificia, salì Gre-
gorio X sul pulpito maestosamen-
te apparato , ed assiso sul faldi-
storio, ebbe ad assistenti un cardi-
nale prete , il primo diacono, ed
altri quattro cardinali diaconi : il
primo diacono era il cardinale
Ottobono Fieschi nipote d' Inno-
cenzo IV, poi Papa Adriano V.
Presso il soglio sedeva il re d'A-
ragona, assistito da diversi cappel-
ni o uditori di sua Santità in cot-
ta. Sedendo il Pontefice , benedì
tutti i prelati ed il concilio. JNel
LIO
mezzo della gran nave sedevano
Pantaleone patriarca di Costanti-
nopoli, e Opizzo patriarca d'An-
tiochia ; e nelle altre bande al
lato destro del Papa cinque car-
dinali vescovi suburbicari, fra' quali
Pietro di Tarantasia poi Innocenzo
V, e s. Bonaventura cui il Pon-
tefice avea commesso il regolamen-
to del concilio, il perchè dipoi
Sisto IV nella bolla della di lui
canonizzazione disse che questo san-
to presiedette al concilio : dal lato
sinistro sedevano tre cardinali pre-
ti. Dietro ai cardinali da una
parte e dall'altra sedevano tutti i
primati, arcivescovi e vescovi, gli
abbati, i priori, ed altri prelati del-
le chiese , come prevosti ed altri
deputati dei capitoli ; sedevano es-
si senza differenza di luoghi, aven-
do il Papa ordinato , che senza
pregiudizio delle loro chiese se-
dessero come ed ove potevano.
Rimanevano poi da basso molti ca-
valieri templari col gran maestro,
e gli ospitalari, e gli ambasciatori
dei sovrani e dei principi. I can-
tori intuonarono l'antifona ; Exaudi
nos Domine, la quale finita, sua
Santità levandosi in piedi disse :
Oremus, il cardinale Ottobono sog-
giunse : y7ea:w geni b US , ed il cardi-
nal Giacomo Savelli diacono di
s. Maria in Cosmedin poi Onorio
IV: Levate. Dipoi immediatamen-
te il Papa cantò ad alta voce la
orazione^ che si legge nel pontifi-
cale, indi un cappellano intuonò le
litanie, stando Gregorio X, i car-
dinali e i prelati genuflessi e sen-
za mitre. Terminate che furono,
sua Beatitudine alzossi di nuovo,
dicendo: Oremus. Allora rispose il
cardinal Giacomo: flexis genibus,
ed il cardinal Goffredo di Alatri
diacono di s. Giorgio disse Leva-
LIO
le. Il Pontefice seguitò a dire nel
medesimo tono, che detto avea la
prima, un'altra orazione. Indi dal
cardinal Ottobono, previa la rive-
renza al Papa, e ricevuta da esso
la benedizione, si cantò l'evangelo
dì s. Luca: Desigtiavìt Dominus
el alias septuaginta duos. E ciò
finito, essendo sua Santità in piedi
e senza mitra, con voce sonora
intuonò il Veni Creator Spiritus,
proseguendo 1* inno sino al fine,
accompagnato da tutti quelli del
concilio con gran divozione. Quindi
tornato il Papa a sedere, e i pre-
Iati e gli altri ai luoghi loro, inco-
minciò il Pontefice a sermoneggia-
re, prendendo per tema le parole
di Cristo : Desiderio desideravi hoc
Pascha manducare vobiscum, ante-
quam paliar , aggiungendo, ante-
quam moriar etc. Ed al suo pro-
posito egregiamente adattandole, por-
tò nel fine del discorso i motivi,
e l'ardente desiderio dell'animo suo,
con tutte le cagioni che l'aveano
indotto a congregare il concilio, e
le cose che in esso si avevano a
deliberare, cioè di porgere valido
aiuto ai cristiani per la conquista
dei luoghi di Terrasanta, di far
r unione della Chiesa greca colla
Ialina, e di riformare i costumi
di tutto il cristianesimo. In tal mo-
do si celebrò la prima sessione,
tacendo il Pontefice intimare per
un altro determinato giorno la se-
conda. Indi tornò al luogo ove si
era vestito , depose i paramenti
pontificali, 8 disse nona, restituen-
dosi poi alla sua residenza. 11 re
d'Aragona per \xx\ complesso di
cose religiose, maestose e gravi,
restò penetrato di profonda vene-
razione.
Neir intervallo di tempo che tra-
scorse alla seconda sessione , Gre-
LIO 293
gòrlo X si occupò in negozi e con-
ferenze pel bene della Chiesa. I pre-
lati gli rappresentarono gì' innume-
rabili disordini e scandali ch'erano
nella Chiesa, s"ì per colpa de' chie-
rici che de' laici. Dimostrò Grego-
rio X il suo affetto per la chiesa
di Liegi, di cui era stato arcidiaco-
no, con iscrivere energicamente al
duca del Brabante, acciò non oc-
cupasse la villa di s. Trudone di
ragione di detta chiesa. Ammoni
ancora Enrico vescovo di Liegi a
riscuotersi dai suoi scandalosi por-
tamenti, con immenso danno del
gregge. Indi concesse privilegi al-
l'ordine cistcrciense, ed all'abbazia
della ss. Trinità della Cava , con-
fermando le prerogative che gode-
vano. Nel dì dell'Ascensione dichia-
rò incorsa nella scomunica e nel-
r interdetto Genova, perchè confe-
deratasi contro r inibizione pontifi-
cia coi pavesi, già seguaci di Fe-
derico II. In questo tempo partì
da Lione il re d' Aragona, perchè
il Papa si ricusò coronarlo, se pri-
ma non pagava alla Chiesa il tri-
buto promesso dal re suo padre
Pietro II. Con soavi maniere il
Papa ottenne dai vescovi e dagli
abbati una decima delle l'endite
ecclesiastiche per sei anni in tutto
il cristianesimo, in soccorso de' cri-
stiani della Palestina. La seconda
sessione si tenne a' 18 maggio,
nella quale si osservò il medesimo
cerimoniale praticato nella prima,
tranne il digiuno ed il sermone :
altri assisterono il Pontefice, di-
verso fu il vangelo, così le orazio-
ni. Si pubblicarono delle costitu-
zioni spettanti alla fede, e vennero
licenziati tutti i procuratori de'ca-
pitoli, gli abbati e priori a' quali
non era conceduto l'uso della mi-
tra, toltone quelli che furono es-
204 LIO
pressauienle cliìamatì al concilio.
Jljedesi altresì licenza agli altri pre-
lati inferiori ancorché mitrali. Io
(jiiesto mentre durando le contese
sulle pretensioni all' impero di Al-
fonso X re di Castiglia, e di Otto-
caro re di Boemia, benché il Papa
avesse i-iconosciuto Rodolfo coro-
nato in Aquisgrana, Gregorio X ri-
iìiilando le proteste del primo e i
ricchissimi doni del secondo, udite
le nuove ragioni del procuratore
del terzo, a' 6 giugno ricevè in
concistoro il solenne giuramento di
obbedienza e fedeltà dasfli amba-
sciatori e procuratore di Rodolfo,
che a nome di questi promisero
di confermare e mantenere i pri-
vilegi alla Chiesa romana concessi
dai precedenti imperatori. A' 7 giu-
gno si celebrò la terza sessione pra-
ticandosi nel cerimoniale quanto ab-
biamo detto delle precedenti. Vi si
pubblicarono dodici costituzioni in-
tuino alla elezione de' vescovi, ab-
bati e canonici, ed alle ordinazio-
ni de' chierici. Tra le altre cose
esse prescrissero. i,"Che quelli che
si oppongono alle elezioni , ovvero
ne appellano, esprimeraiuio nell'at-
to di appello tutti i molivi della
loro opposizione, né saranno più
ammessi a proporne altri. 2." Che
nel partaggio della elezione, se i
due terzi sono da una parte, l'al-
lio terzo non sarà ammesso ad
opporre contro l'elezione, ne contro
l'eletto. 3.° Quantunque gli appelli
delle elezioni debbano essere por-
tati alla santa Sede, come cause
maggiori, tuttavia se l'appello in-
terposto fuori di giudizio è frivolo
non sarà portato alla santa Sede.
4- Gli avvocati e i procuratori da-
ranno giuiamento di non sostene-
re se non le cause giuste, e lo rin-
noveranno ogni anno pel foro ec-
LIO
clesiastico : furono altresì prescritte
le sportule ed i salarli, come il modo
di proferire le scomuniche. Indi
Gregorio X concesse ai padri del
concilio di potersi sollevare non più
lungi da sei leghe da Lione, ed at-
tendendosi l'arrivo de' greci non
fu determinata l'epoca per la quar-
ta sessione.
Poco dopo giunsero lettere di
Grecia dai nunzi apostolici, che il
Papa tripudiante fece leggere da
s. Bonaventura ai padri nel luogo
del concilio, dopo che questo car-
dinale pronunziò un dotto discorso,
perchè annunziavano 1' imminente
arrivo degli ambasciatori e princi-
]>i o senatori greci. In falli questi
vi giunsero a' 24 giugno, incontrati
dai prelati, dalla famiglia pontifì-
cia, dal vice-cancelliere e dalle fa-
miglie de' cardinali, ed accompa-
gnati dal Pontefice che li ricevette
in una gran sala, ammettendoli al
bacio di pace con paterna tenerez-
za. Essi presentarono le lettere im-
periali sigillale con bolle d'oro, e
quelle de' prelati delle chiese orien-
tali. Lasciala da parte la contro-
versia che sopra l'impero era tra
]\Iichele Paleologo e Filippo figlio
di Baldovino li e genero del re
di Sicilia, chiesero supplichevoli di
essere ammessi nel seno della san-
ta Chiesa romana, con totale ob-
bedienza e riconoscimento del pri-
mato della Sede apostolica, secondo
la regola della fede proposta da
Gregorio X. Indi i principi e gli
ambasciatori fuiono onoratamente
condotti da molti prelati e signori
negli appartamenti preparati son-
tuosamente dal Papa. Questi, chia-
mati poi a sé i greci, li volle pre-
senti ad una lunga disputa che si
tenne dai latini coi dotti di loro
nazione intorno alla processione del-
LIO
lo Spirito Santo; dove cliiarltisi fi-
lialmente i greci su qnesl' articolo,
confessarono la nostra vera creden-
za, egualmente procedere Io Spiri-
lo Santo dal Padre e dal Figliuo-
lo, e si ridussero fra gli applausi
nll' unione colla Chiesa latina. INella
festa de' ss. Pietro e Paolo il Papa
cantò solennemente la messa nella
cattedrale, con l'assistenza di lutti
i padri venuti al concilio. L'episto-
la e l'cvangelo furono cantati in
latino ed in greco, facendo s. Bona-
ventura un erudito sermone. Finito
questo, i greci ed i latini cantaro-
no il simbolo della fede ; pei Ialini
cantarono i cardinali vescovi , fa-
cendo da coro i canonici di Lione;
pei greci cantarono Germano pa-
triarca di Costantinopoli , Teofane
metropolitano di Nicea, gli arcive-
scovi greci di Calabria, e due pe-
nitenzieri pontificii, Morbecca do-
menicano e Giovanni di Costanti-
nopoli francescano, che sapevano la
lingua greca. Quando essi arriva-
rono alle parole : qui ex Potre Fi-
lioque procedit, tre volte ad alta
■voce le ripeterono. A questa so-
lenne professione di fede, seguiro-
no inni festosi di lode, che il pa-
triarca e gli arcivescovi greci can-
tai'ono a Gregorio X. Questi frat-
tanto fece molti atti pontifìcii, fra
i quali confermò le immunità ed e-
senzioni che godeva Pisa anco in
Gerusalemme; e venuto da Liegi
l'indegno vescovo Enrico, per le
querele che la città rinnovò contro
la sua rea condotta, il Papa lo
depose dalla dignità episcopale, e
finì miseramente i suoi giorni. Tol-
se r abbazia di s. Paolo fuori le
mura a Federico, e depose il car-
dinal Riccardo Àiinibaldi. Giunti in
Lione gli ambasciatori del re dei
tartari, Gregorio X lì fece incon-
LIO i9>
trare; indi ordinò ai cursori che
intimassero la quarta sessione pei 6
luglio.
In questa sessione gli ambascia-
tori dell' imperatore d' oriente se-
derono dopo i cardinali. Il cardi-
nal di Tarantasia fece un bel dis-
corso ai padri, dopo il quale il Pa-
pa prese la parola e ripetè i mo-
tivi pe' quidi avea convocato il con-
cilio, e che i greci venivano all'ob-
bedienza della Chiesa romana sen-
za domandar niente di temporale,
avendone T imperatore riconosciuto
il primato, ed il Papa capo della
Chiesa universale, le cui lettere e
quelle de' prelati d'oriente fece leg-
gere, compresa la professione di
{'tàc di Michele Paleologo, ch'era
quella mandatagli da Clemente IV.
Indi l'ambasciator greco e gran lo-
gotela Giorgio Acropolito professò
e giurò che l'imperatore con tutto
il suo imperio teneva la stessa fe-
de romana che si era letta nel con-
cilio, e che quella avrebbero sem-
pre inviolabilmente mantenuta , e
ciò detto sottoscrisse la professione
di fede, anche in nome di trenta-
otto vescovi greci ; indi si terminò
la quarta sessione intuonando il
Papa il Te Deum lauilamus. Se-
guirono altre orazioni, e si rinnovò
da tutti la professione di fede iu
latino ed in greco col Credo in
umitn Dermi, recitandosi due volte,
{fili ex palre filioque procedi! j sim-
bolo che in greco cantò il patriar-
ca Germano. Allora Gregorio X
dichiarò al concilio, qualmente il
re de' tartari avea inviato amba-
sciatori con lettere, che fece leg-
gere, essendo presenti gli amba-
sciatori, con gran gaudio di tutto
il consesso. Caduto gravemente in-
fermo il cardinale s. Bonaventura,
con universale cordoglio morì a' «4^
2g6 LIO
luglio. Il Papa disse che la Chiesa
avea fatto una deplorabile perdita,
ed oltre i solennissimi funerali fatti
al cardinale, coraandò a tutti i pre-
lati e sacerdoti, che in ogni parte
del mondo dovessero celebrare due
messe, una per l'illustre defunto,
l'altra per quelli che intervenendo
al concilio fossero morti. Istruiti i
tre ambasciatori tartari delle cose
della fede, il Papa li fece vestire
di scarlatto, e solennemente battez-
zare dal cardinal di Tarantasia.
La quinta sessione si celebrò a' i6
luglio. Rammentandosi Gregorio X
della lunga sede vacante che pre-
cedette la sua esaltazione, ordinò
utilissime leggi per evitarla, e diede
ottime provvidenze per l' elezione
canonica e sollecita de' Papi, e per
la celebrazione del Conclave , al
cjuale articolo tutto riportammo
anche illustrato con commenti. Pri-
ma di promulgare questa costitu-
zione nel concilio, per pubblica u-
tililà e quiete di santa Chiesa ,
perchè alcuni cardinali non erano
ad essa favorevoli pel suo rigore,
e perchè non più in luogo aperto
ma in conclave serrato dovevano
procedere all'elezione del Pontefice,
Gregorio X ne fece fare sette co-
pie, e chiamati a sé i prelati se-
condo le nazioni e provincie, la fece
da essi sottoscrivere ed apporvi i
loro sigilli. La prima lo fu da tutti
i prelati d' Italia compreso Ottone
arcivescovo di Milano ; la seconda
dai prelati di Spagna ; la terza da
«juelli di Francia; la quarta da
quei di Germania; la quinta dai
vescovi inglesi ; la sesta dai pa-
triarchi di Costantinopoli, di An-
tiochia e di Grado; la settima da-
gli abbati e generali degli ordini
cistercieiise, cluniacense e premon-
itratense. Dopo questa costituzione
LIO
se ne lessero altre tredici. La pri-
ma fulminò la scomunica di pieno
diritto contro coloro che avevano
promesso di prendere, di uccidere,
di molestare nella persona o nelle
sostanze un giudice ecclesiastico
per aver pronunziato qualche cen-
sura contro i re, i principi, i loro
uffiziali o qualsivoglia altra perso-
na. Venne proibito sotto le stesse
pene a chiunque di qualsiasi di-
gnità, di usurpare sopra le chiese
il diritto di regalia, per impadro-
nirsi de' beni della chiesa vacante,
e quelli eh' erano in possesso di
questi diritti furono esortati di non
abusarne. Le altre costituzioni con-
tengono diversi canoni contro i bi-
gami ; sopra il rispetto dovuto alle
chiese; contro gli usurai manifesti,
a' quali si vietò di dare l' assolu-
zione e la sepoltura ecclesiastica.
Si prescrissero eziandio canoni per
l'elezioni e provvisioni delle chiese
inferiori, e delle dignità e benefizi
ecclesiastici. Vietossi ai canonici ed
altri di nascondere l'immagine del-
la Beata Vergine e quelle de' santi,
per rappresaglia contro i laici che
non volevano soddisfare le chiese,
perla qual cosa cessavano ancora dal
celebrare i divini uffizi con grave
scandalo.
La sesta ed ultima sessione eb-
be luogo a' 17 luglio. Il Papa vi
si recò vestito pontificalmente , e
fece leggere le due costituzioni ,
Religionurn diversitateni , e Cunt
Sacrosancta; la prima per impedire
la moltitudine e le nuove regole
degli ordini religiosi, benché aves-
se approvato quello de' celestini in
Lione, ove si portò il fondatore poi
s. Celestino V, edamasse e favorisse
quelli di s. Domenico e di s. Fran-
cesco ; quindi estinse quello detto
de' penitenti di s. Maria Maddale-
LIO
na che professavano la regola di s.
Benedetto, istituita da certo Bol-
drano, e ricusò di approvarne al-
cuni altri. Poscia il Papa disse dal
pulpito, che quanto alla terza cau-
sa della convocazione del concilio,
ch'era la riforma de' costumi, sei
prelati correggessero sé stessi, non
sarebbe necessario di far decreti
per la riforma; ch'egli si stupiva,
come tanti di loro che menavano
scorretta vita, non si emendassero,
e dichiarò che se noi facessero, lo
farebbe egli stesso con gran severi-
tà ; soggiungendo che i prelati, cou
lo scandalo che davano, erano ca-
gione delia rovina di tutto il mon-
do. Promise di rimediare molti al-
tri abusi, il che non si era potuto
eseguire per la moltitudine degli
affari. Si parlò poi nel concilio
dell' affare di Terrasanta , per la
quale era stata stabilita la sacra
guerra, e per mantenerla le deci-
me per sei anni ; ed il Pontefice
aggiunse di aver determinato di
tornar a visitare la Palestina, ed
ivi morirvi per unirsi a quel Dio,
che essendovi volontariamente mor-
to per noi, v' era divenuto la no-
stra risurrezione e salute, ciò che
mosse a lagrimare il venerando
consesso. Del rimanente le costitu-
zioni pubblicate in questo concilio,
e delle quali il Papa ne fece fare
una raccolta, compongono trentuno
articolij che furono poi inseriti nel
sesto delle decretali. Secondo alcu-
ni Gregorio X condannò in questo
concilio i flagellanti ; e prescris-
se l'inclinazione del capo nel pro-
nunziare il ss. nome di Gesù,
Terminata la sessione ed il conci-
lio, dopo di aver cantato la solita
orazione, Gregorio X diede solen-
nemente a tutti la benedizione apo-
stolica, e dicendo il cardinal Otto-
Li O 297
bono, Recedamus in pace, il Pa-
pa concesse licenza a' vescovi e pre-
lati di ritornare ciascuno alle pro-
prie case. Si tratteime tultavolta
Gregorio X in Lione sino a'6 mag-
gio del susseguente anno, occupato
sempre nel suo apostolico ministe-
ro. Scrisse ai prelati della Grecia,
all' imperatore e ad Andronico suo
primogenito, dando a tutti raggua-
glio del felicissimo successo della
concordia e unione celebrata tra
essi e la Chiesa latina con indici-
bile letizia di tutto il sacrosanto
concilio. Provvide quindi di ottimi
pastori le chiese vacanti, e quella
di Liegi con Giovanni vescovo Tor-
nacense nipote del re di Francia ,
scrivendone l'accomandazioni al ca-
pitolo, clero, duchi, conti e baroni
di Liegi e luoghi soggetti. Reg.
tom.XXVIII; Labbé tom. XI, col.
2626; Arduino t. \1I, col. 6cj^ e
698 ; Tolomeo da Lucca, Hist. eccl.
lib. XXI II, cap. 3, iiiler Script,
rer. Ital. tora. XI, p. i 166; Bo-
nucci. Istoria del b. Gregorio X,
p. 160 e seg.; e Diz. de conc.
Il vigesimosettimo concilio fu
adunato in Lione nel 1299, il
Lenglet dice nel 1297, contro i
principi che mettevano imposizioni
sul clero. Reg. tom. XXVIII ; Gal-
lia christ. tora. IV, p. ^o'ò; Lab-
bé tom. XI, ma lo crede supposto.
Il medesimo Lenglet ne registra
altro nel 1292, sulla disciplina.
Il vigesimottavo nel 1876.
Il vigesimonono nel i424> con-
tro alcuni impostori. Rinaldi a ta-
le anno.
Il trentesimo nel i5ir. Gallia
christ. tora. Ili, p. 368.
Il trentesiinoprimo ed ultimo
fu tenuto nel 1027, contro l'ere-
siarca Lutero, sulla disciplina, e
per accordare al re di Francia uu
2f)8 LIP
sussidio onde poter liberare gli
ostaggi mandati in Ispagna per la
liberazione di Francesco I, cioè i
di lui figli. Marlene, Thesaur. to-
mo IV.
LIPARI [Llparen). Città con
residenza vescovile del regno delle
t\uG Sicilie, nella valle Minore di
Messina, capoluogo d' un cantone
composto dell'arcipelago delle Li-
pari, sulla costa orientale dell'iso-
la del suo nome. Lipari, Aeoliae
o Vulcanìae Insulae, gruppo di
nove isole del mare Tirreno, delle
quali sono sette le principali, tro-
vandosi al sud quella die ne porta
il nome, sparsa di montagne con
snolo fertile ; la città di Lipari
sulla costa est n' è il luogo prin-
cipale ed il capoluogo del gruppo.
In queste isole osservansi molte
curiosità naturali, ma sono soggette
a frequenti terremoti, e quello spe-
cialmente del 5 febbraio 1783 vi
cagionò grandi rovine. Come vul-
caniche, pel fuoco abbondante che
dalle medesime eruttò e scaturisce
ancora, vennero dagli antichi rap-
presentate per la dimora di Vul-
cano e dei Ciclopi, ed il soggior-
no di Eolo re de' venti, e perciò
furono chiamate co' loro nomi, ed
anche con cjiicUi di Plolae, Hcphe-
siine e Liparae, dicendosi eolici i
loro monti. Omero ci parlò sol-
tanto d' un' isola Eolia, la quale a
suo tempo si credeva fluttuante, seb-
bene fosse cinta da una grande mura-
glia di bronzo inespugnabile per le
inaccessibili balze che le facevano
controscarpa. La città di Lipari, o
Lupara o Meligum's, posta in un
sito eminente e scosceso, ma in
clima puro, salubre ed ameno, ha
un forte in buono slato e ben mu-
nito con comoda baia. Non molto
ben fabbricata, ha peiò una catte-
LIP
diale che primeggia tra i suoi e-
difìci , un bel palazzo vescovile,
diversi conventi, ed un ospedale. 11
commercio vi è importante, fìicili-
tato dal porto. I dintorni sono be-
ne coltivati , e coperti in parte
di giardini ; fra le sue montagne
aride e nude, è osservabile il mon-
te Guardia. Vi sono sorgenti mine-
rà li j e si trovano alcune antichità.
Vanta Lipari l'antichità più ri-
mota, e la si vuole anti-troiana, e
che ricevesse il nome dal suo fon-
datore, dopo il quale regnandovi
Eolo, al vagante Ulisse generosa
ospitalità avesse accordato. I gnidi,
che dalla Caria giunsero nella pri-
ma olimpiade navigando al Lili-
beo, e fabbricarono Mozia, discac-
ciali poscia dai fenicii, ripararono
in Lipari, ed accomunati agi' indige-
ni vi si stabilirono. Si distinsero
nel commercio, nella nautica e nel
valor militare. Si collegarono coi
siracusani nella guerra contro Ale-
ne. Imilcone occupò Lipari militar-
mente coi cartaginesi, e v' impose
r enorme contribuzione di trenta
talenti. La prima vittoria navale
romana fu liportala da Duillio
contro i cartaginesi in queste acque,
rienemerito de'romani fu Timasiteo
di Lipari, che salvò i legati cadu-
ti in mano de'corsari, e ne scortò
il viaggio, ricevendone ampio gui-
derdone. Venne in potere di Ro-
ma per mezzo dei consoli Lucio
Cecilio, e Caio Furio, deducendovisi
quindi una colonia. Roberto I re
di Napoli s'impadronì di questa cit-
tà nel i34o. Dal famoso corsaro
I3arbarossa fu nel i544 saccheggia-
ta e quasi distrutta interamente,
fece schiavi gli abitanti e li con-
dusse in Africa ; laonde ne deve
la riedificazione e ri popolazione al-
l' imperatore Carlo V.
LIP
La sede vescovile fu erclla nei
rrirai secoli del ciisliaiiesimo, e
latta snfiìaganea della ineliopoli
di Messina di cui lo è fuUoia.
?fe (il primo vescovo s. Agatone
che sedeva verso l'anno 2')4 , "ve-
nendo peispguilato da Diomede pre-
f(;llo di Po77.iìoIi sotto l'imperato-
re Dccio. (ili successe Agostino che
inteiveiine al concilio romano sot-
to Pajia s. vSin)maco. Il terrò ve-
scovo fu Agatone II, nel cui tempo
si portò neir isola s. Calogero di
Coslantinopoli. Essendo desolata la
città, il Papa s. Gregorio 1 nel
592 ne afiklò il governo a Pao-
lino vescovo di Taiuania nella Ca-
labria. Mei 59^ ebbe di nuovo il
vescovo, ma se ne ignora il nome.
Pellegrino fu al concilio Lafera-
iiense di s. Martino I nel 649-
Basilio fu al secondo concilio ge-
nerale di Nicea, succeduto ad un
anonimo. Samuele intervenne al fal-
.so concilio di Fozio neir879. ^*^^'
V occupazione de' saraceni la sede
vescovile restò senza vescovo (ino
al ii5o circa, se pure i greci
non la ripristinarono in questo
tempo con uno del loro rito: cer-
to è che Lipari ebbe un vescovo
greco suffraganeo dell' arcivescovo
greco di Siracusa. Frattanto Pviigge-
ro normanno conte di Sicilia, nel
1088 (ondò un'abbazia di monaci
benedettini scilo 1' invocazione di
san Bartolomeo, per la salute del-
l' anima sua e remissionede'pec-
cati, ciò che confermò il Papa Ui'-
l)ano II nell'anno 1091. Dipoi l'ab»
bazia fu nel 1094 unita a quella
di Patti che avea fondata il me-
desimo Ruggero. Queste due ab-
bazie governale da un istesso ab-
bate vennero erette in vescovato
nel secolo XII dall'antipapa Ana-
cleto Il con pseudo-bolla del i i3i.
LIP 299
data in Piperno a' 18 ottobre, e
sottoscritta da sei anti-cardinali ;
contemporaneamente fu intruso per
vescovo l'abbate di esse Giovan-
ni II. Questi fu deposto dal Pon-
tefice Innocenzo li nel iiSg, nel
concilio generale Lateranense li.
Indi Eugenio III nominò vescovo
delle due sedi di Patti e di Li-
pari Gilberto monaco benedettino.
Gli successe Stefano che Lucio III
nel II 85 assoggettò al metropo-
litano di Messina, e fra i di lui
successori nomineremo fr. Bartolo-
meo Varello domenicano, eletto nel
1^52 dal capitolo, e raccomandato
ad Innocenzo IV; Pandolfo del
1286, che morto in Pioma, fu se-
polto nella chiesa di s. Agata alla
Suburra ; Giovanni canonico di s.
Maria Maggiore, fatto nel i3o3da
Benedetto XI; il beato Pietro Tom-
masi carmelitano, nominato da In-
nocenzo VI nel 1354, poi legato
apostolico e patriarca di Costanti-
nopoli. Nel 1372 fu elevato a que-
sta sede fr. Ubertino di Corleone
francescano, prTidente e dottissimo.
L' antipapa Benedetto XIII nel
1 392 dichiarò vescovo di Lipari
e di Patti il francescano Giovanni
de Caussa. Nel iSgy il Pontefice
Bonifacio IX fece vescovo di Lipa-
ri e di Patti Fiancesco Gatlola, sotto
il quale con le costituzioni ^pO'
stolatiis ojjiciuni, de' 16 aprile o
maggio 1399; e Dudum ex cerlis
cnu.iis, 6 id. julii, sciolse l'unione
delle due chiese, ripristinò i loro
separati vescovati, ed a ciascuna
diede il proprio vescovo : a Lipari
lasciò Francesco; di Patti nominò
vescovo Francesco Hermemir ca-
talano, personaggio rispettabile.
Francesco Gatlola essendo morto
ne! i4oo, gli successe Antonio ar-
cidiacono della cattedrale, quindi
3oo LIP
noteremo i vescovi di Lipari suc-
cessori, degni di particolare memo-
ria. Bartolomeo di Salerno, fatto
Tescovo nel i432 da Eugenio IV,
governò lungamente. Giulio II nel
i5o6 vi traslatò dalla chiesa di
Rapolla Francesco, che Leone X
nel i5i4 trasferì a Viesti. Grego-
rio Magalotti eletto da Clemente
VII nel i532, Governatore di Ro-
ma [Vedi), al quale articolo ri-
portammo le sue notizie nella se-
rie di tali prelati da noi formata.
Baldo Ferratini di Amelia, nomina-
to nel i534 da Clemente VII, de-
gno di eterna ricordanza : sotto di
lui Ariodeno Barbarossa pose al-
l'estremo eccidio la città, indi nel
i558 Paolo IV lo trasferì alla di
lui patria. Antonio Giustiniani di
Scio, arcivescovo di Nazianzo, chia-
ro pel suo intervento al concilio
di Trento, traslato a questa chiesa
da Pio IV nel i564. A degno
successore s. Pio V elesse nel iSyi
Pietro Cancellieri di Pistoia. Nel
i58o Gregorio XIII nominò Pao-
lo Bellarditi, personaggio letterato
e virtuoso. Fr. Alfonso Vitali mi-
nore osservante spagnuolo, divenne
vescovo nel i5g9, lodato per esse-
re acerrimo difensore dell' eccle-
siastica giurisdizione ; accrebbe e
ristorò il convento de'cappuccini
di Calabria, e nella vigna della
mensa eresse un nobile edilìzio,
quale venne ampliato dal successo-
re fr. Alberto Caccamo domenica-
no di Palermo, ove nella chiesa di
s. Maria della Vittoria fabbricò
un bel monumento e vi fu sepolto
nel 1622. Urbano Vili nel 1627
nel nominarne vescovo Giuseppe
Candidi siracusano, tolse la sede
vescovile dalla giurisdizione di Mes-
sina, e la dichiarò immediatamente
soggetta alla santa Sede colla bolla
LIP
Romanus Pontìfex. Giuseppe ab-
bellì e beneficò la sua chiesa. In-
nocenzo X nel i65o fece vescovo
Benedetto di Gerace parroco di s.
Maria di Campo Carico in Roma,
ove morendo nel 1660 fu sepolto
nella chiesa di s. Agata alla Su-
burra. Nel i663 divenne vescovo
Francesco Arata siciliano, affabile,
integerrimo ed amante de'poveri ;
gli successe il teatino Gaetano Ca-
stillo nobile palermitano, insigne
per le doti della mente e del
cuore. Altro teatino fu Girolamo
Ventimiglia palermitano, letterato ;
in morte di Innocenzo XII recitò
al sacro collegio l'orazione de eli-
gendo, e mori in Roma nella casa
de'suoi correligiosi in s. Andrea
della Valle, Nel 17 io gli successe
Nicola Maria Tedeschi nobile di
Catania, cassinese e segretario dei
riti e dell' esame de' vescovi, nomi-
nato da Clemente XI che confer-
mò l'esenzione della chiesa di Li-
pari. Con questo vescovo l'Ughelli
termina la serie de' vescovi, Italia
sacra t. I, p. 771 j quale serie
viene continuata sino ad oggi dalle
annuali Notizie di Roma. Nel se-
colo corrente furono vescovi, nel
1807 Silvestro Todaro di Messi-
na de' minori; nel 18 18 Carlo
Maria Lenzi palermitano, delle
scuole pie ; dopo lunga sede va-
cante il regnante Papa Gregorio
XVI fece vescovo nel i83i Gio-
vanni Portelli di Lipari, cui diede
per successore nel 1839 monsignor
Gio. Maria Visconte Proto di Me-
lazzo, benedettino cassinese, il qua-
le venendo dal medesimo Ponte-
fice traslatato alla chiesa di Cefa-
li! che governa, nel concistoro dei
22 luglio 1844 preconizzò l'odier-
no vescovo monsignor Bonaventura
Atanasio di Lucerà.
LIP
La cattedrale, situata nel castel-
lo, è sacra a Dio sotto l'invoca-
zione di s. Bartolomeo apostolo.
La cura delle anime è a/ìidata ad
uno de'canonici secondari ; vi è il
fonte battesimale, e tra le reliquie
insigni che ivi si venerano, avvi
il legno della ss. Croce, ed un di-
Io pollice del medesimo santo a-
postolo patrono della città. !1 ca-
pitolo si compone di quattro di-
gnità, essendone la maggiore l'ar-
cidiaconato, di quattordici canonici
che si dicono primari, comprese
le prebende di teologo e peniten-
ziere, di altrettanti beneficiati,
chiamati canonici secondari, e di
altri sacerdoti ed ecclesiastici de-
stinati alla divina uflìziatura. Il
vescovo per sua abitazione ha due
case, una in città vicina alla cat-
tedrale, l'altra in luogo suburbano
ove fa l'ordinaria residenza a ca-
gione del cattivo slato cui si tro-
va al presente la prima. Oltre la
cattedrale, nella città vi è un'altra
chiesa parrocchiale, due conventi
di religiosi, otto confraternite, l'o-
spedale e il monte di pietà, man-
candosi ora del seminario. La dio-
cesi si estende nell'isola di Lipari,
ed in altre cinque isole adiacenti.
Ogni nuovo vescovo è tassato nei
libri della camera apostolica in
fiorini cinquanta, corrispondenti a
j 3 1 7 oncie delle monete del rea-
me, pari a circa tremila scudi ro-
mani, penxìonem lanieri perpetua
scutorum similiuni septi genio rum
triginta quinque ejusdem calhedra-
lis favore gravali.
LIPPOINIAINO Luigi. Nacque in
Venezia, e pel felice suo ingegno
e dottrina si acquistò una gran
riputazione nel secolo XVI. Dotto
nelle lingue, nella Scrittura, nei
padri, nella teologia, e nella stona
LIP 3oi
ecclesiastica, fu successivamente fat-
to vescovo di Modena, coadiutore
di quello di Verona, e poi vesco-
vo di Bergamo. Fu incaricato di
diverse ambascerie, come nel Por-
togallo ed altrove, e si distinse
nel concilio di Trento, di cui fa
uno de'tre presidenti sotto Giulio
IH. Nel i556 Paolo IV lo spedi
nunzio in Polonia, indi lo nominò
suo segretario. Queste moltiplici
occupazioni e dignità non gl'im-
pedirono di scrivere le seguenti
opere, fino alla morte che avven-
ne a'i5 agosto i55g. Ecco le sue
opere. i.° E.accolta delle vite dei
santi, ed atti de'martiri con note,
in otto volumi, Venezia i555. 2."
Catene de'Padii sulla Genesi , Pa-
rigi i546; suir Esodo, ivi nel
i555; e sui primi dieci Salmi,
Roma i58o. 3. Esposizione del
Simbolo e dell'orazione Domeni-
cale, Venezia i568. 4-° Conferma
di tutti i domnii cattolici, Vene-
zia i555. 5." Aggiunte al Prato
spirituale di Giovanni Mosco , Pa-
rigi 1610. 6." Costituzioni sinoda-
li. 7.° Sermoni sui santi.
LIPPSTADT o LIPPA, Lipsia-
diuni, Lippia. Città di Germania
che si trova parte negli stati prussia-
ni della provincia di Weslfalia, reg-
genza, distante più di otto leghe
da Arensbeig, ov'è capoluogo di
circolo ; e parte nel principato di
Lippa Detmold, balinggio di Lip-
perode, sulla Lippe che l'attraver-
sa. Essa è fortificata, e le sue
strade sono regolari e ben fabbri-
cate. Sembra sia stata fondata
nel secolo XI 1, quantunque alcuni
la credono la Luppia di Tolomeo.
Molto soffrì da quattro incendi.
Fu un tempo libera, imperiale ed
anseatica. Le truppe combinate di
Spagna e di Neuburg la presero
3o2 LIP
rei 1629.; indi i francesi se ne
impadronirono nel i6yf) e nel
1757; tentarono riprenderla nel
1759, ma battuti a ÌNlinden, furo-
no obbligati abbandonare il pro-
getto. In questo luogo fuiono te-
nuti due concilii. Il primo nell'an-
no 780 per erigere vescovati nella
Sassonia. Reg. t. XVIII ; Labbé
t. VI. Il secondo nel 782 sopra
la disciplina. Ivi.
LIPSIO Giusto . Nacque in
Iscli, \illaggio presso Bru<seiles, ai
18 ottobre fS/^j. In questa città
apprese i primi rudimenti de'suoi
sludi j indi d'anni dodici passò in
Colonia, dove in poco tempo im-
parò il greco e la filosofia; di die-
cinove si recò in Lovanio a prose-
guire i suoi studi, dove il cardi-
nal Granvela lo nominò segreta-
rio suo per le lettere latine. Dopo
aver accompagnato questo cardinale
in Italia, nel 1572 fu nominato
professore di storia a Jena. Tor-
nato a Lovanio vi fu addottorato
nel 1576, e ritiratosi in Leida per
tredici anni v' insegnò la storia.
Restituitosi in Lovanio insegnò le
belle lettere con riputazione, fino
alla sua morte che segui a' 2 3
marzo 1606. Egli compose un
gran numero di opere che furono
stampale in Amsterdam nel 1609
in sei volumi. La maggior parte
di esse riguardano argomenti di
letteratura e di critica ; pochissi-
me essendo quelle di materie ec-
clesiastiche, come il suo importan-
te, erudito ed esatto trattato sulla
Croce, uno sulla Madonna di Hall,
uno su quella di ftlontaigu , ed
un opuscoletlo sulla religione : De
ima religione advcrsus dialogisiai/i.
Abbiamo altresì di Giusto Lipsio
no trattato sulla costanza, opera
filosofica sui mali pubblici, e sul-
LIP
l'uso che devesi fare della propri.!
ragione nei tempi critici. Quindi
sono false le accuse de'proteslanfi
ch'egli fosse incostante in materia
di religione, almeno quanto all'e-
steriore. Giusto Lipsio fu uno dei
piìi dotti uomini e de' più giudi-
ziosi critici del suo tempo.
LIFSKI Gt Mvx ALESSANDRO, Car-
dinale. Giannalessandro de' conti
Lipski, nacque a' i 5 giugno 1690
in Rirzkavvia nella Polonia. la
età giovanile si portò in Roma
per applicare nel seminario roma-
no alla scienza de' canoni, donde
passato in Parigi, compì felice-
mente il corso de'suoi studi nel-
l'università de'la Sorbona ; indi
percorse le principali città di Fran-
cia, di Geruiania e d'Italia, ondi?
si restituì alla patria assai erudito,
e possessore di cinque diversi idio-
mi. Ivi olile all'insigne prepositu-
ra Choczkense di giuspalronato di
sua nobilissima casa, fu provvedu-
to ed arricchito del primiceriato
della chiesa di Gnesna , e fatto
custode della real chiesa di Var-
savia, prevosto della cattedrale di
Posnania, e parroco Fraustadiense;
non che abbate di Chiaratotub.i
dell'ordine ci>terciense, e fregiato
della prepositura Mechoviense, col-
la presidenza del supremo tribu-
nale di lutto il regno, e colla ca-
rica di consigliere e cancelliere
dell'arcivescovo di Gnesna. Acqui-
statasi la grazia di Augusto 11 re
di Polonia, fu eletto pro-cancellie-
re del regno, e promosso al ve-
scovato di Lucko, che portava
seco annessa la dignità di senatore
di Polonia. Poco prima della
morte del re fu trasferito alla
chiesa di Cracovia, e perciò duca
di Severia , ed in mancanza del
primate e di alui, cui di ragione
^1 appaileiieva, fece nel 1734 la
funzione di consecrare solennemen-
te nella calteilrale il nuovo re
Angusto 111 e la regina. Avendo
fiatlanlo c(>n mirabile saviezza e
prudenza cont[)osle e quielate le
dillerenze che ardevano Ira i ma-
gnali ed i palatini del regno, ad
istanza di detto re, la cui elezione
il prcliilo avea promosso, Clemen-
te Xn a' 20 dicembre lySy lo
creò cardinale dell'ordine de'preti.
Filialmente dopo avere licusato la
dignità di primate olFertagli spon-
taneamente dal re, e fatto sì che
per la pace del regno fossero re-
stituiti i beni patrimoniali al già
re Stanislao Lesczynski, mori in
Kieke sua residenza a'20 febbraio
I 74(^5 universalmente compianto, di
anni cinquantasei, e fu sepolto nel-
la sua cattedrale con onorevolissi-
ma iscrizione.
LIRBA, Lyiha. Sede vescovile
della prima Panifilia nell'esarcato
d'Asia, setto la metropoli di Side,
eretta nel IV secolo. Ne furono
vescovi Zenzio che intervenne al
concilio di iXicea ; Caio che fu al
primo concilio di Costantinopoli ;
e Tauriano che fu al primo di
Efeso. Oiiens christ. l. I, p. 1 009.
LlSBOiNA {Lisbonen). Città con
residenza patriaicale, maestosa ca-
pitale del regno di Portogallo, ca-
poluogo della provincia dell'Estre-
niadura portoghese e di comarca ;
residenza del soviano, della corte,
delle camere de'pari e de'deputati
del regno, che ivi si radunano,
delle supreme magistrature, e dei
rappresentanti diplomatici, in un
al prelato nunzio apostolico. Di-
verse sono stale le opinioni riguar-
do alla sua latitudine, per cui di-
cesi stare dalla linea equinoziale
Terso il nord 38 gr. ^1 o 4B
LIS 3o^
min. Sia sulla riva destra del Ta-
go, nel luogo ove questo fiume,
nello scorrere da levante a ponen-
te, dopo aver formato il lago det-
to mare della Paglia, si lestringe
onde gittaisi ben presto nell Oceano
Atlantico, cioè (juattro leghe lungi
da Lisbona, la quale è distante
da novantasei a cento leghe da
Madrid. La città edificata sopra
molte colline o sette monti ia
forma di semicircolo, presenta uà
vaghissimo anfiteatro, i cui contor-
ni coperti di magnifici conventi,
case di campagna bellissime, olive-
ti e giardini ameni, formano un in-
sieme incantatore. La bella pro-
spettiva che olirono i numerosi
navigli ancorati nel vasto specchio
d'acqua che forma il fiume, e l'in-
sieme degli edifìzi, delle alte torri
e dei moli di Lisbona, dominata
anche da montagne cariche di
ricche piantagioni, non si può pa-
ragonare che air aspetto delizioso
di Costantinopoli; egli è gran
danno che il suo interno diminui-
sca una parte di questa aggradevo-
le impressione. Le antiche porte
di Lisbona fino al 1375 furono
dodici. Accresciuta in quel tempo
la città, le porte comprese le por-
ticelle giunsero al numero di tren-
ladue. Le porte attuali sono po-
chissime, cioè s. Apollonia, Arco
del cieco, s. Sebastiano da Pedrei-
ra^ Alcantra e poche altre. Lisbo-
na è presentemente una città a-
perta, più non scorgendovisi che
alcuni rimasugli delle sue vecchie
mura. L'antica ed ampia cittadella
o castello, situata sulla più alta
collina di s. Giorgio, non serve
in alcun modo di difesa. Questa
città si divide in tre parti : Alfa-
ma, Bairro-Alto, e Mouraria, sud-
divise in dodici quartieri, che su-
3o4 LIS
no: Alfamn, Anclaluz, Bairro-Alto,
Castello, s. Caterina, Limoeiro,
Mocambo, Mouraria, Remolaies,
Ribeii-a, Rocio, e Rua-Nova. Vi si
contano 35 1 strade principali, più
di sessanta piazze e circa quaran-
tasei mila abitazioni. Si osserva un
sorprendente contrasto fra la par-
te antica che sfuggi al terremoto
dell'anno i 755, e la porzione eret-
ta dopo questa epoca fatale. In
generale le case sono di legno, ma
rivestite di pietre bianchissime in
qualche parte all'esterno. Gl'incen-
di sono quivi frequenti, ma poco
dannosi, perchè provvidamente le
macchine o pompe per estinguerli,
sono sparse in gran numero nei
diversi quartieri. La piazza del
commercio è la più bella e gran-
de di Lisbona; essa è quadrata,
Lagnata al sud dal Tago, e fian-
cheggiata negli altri tre lati da
begli edifìzi adorni di portici, co-
me sono la dogana, l'edifizio delle
Indie, la intendenza della marina,
la biblioteca reale, ed altri stabili-
menti ; i lati del nord-ovest non
sono pur anco totalmente finiti ;
il centro è ornato della statua e-
questre in bronzo di Giuseppe I,
eretta sotto il ministero del famoso
marchese di Pombal^ che vi avea
collocato il suo ritratto nel piedi-
stallo, cancellatovi dall'odio popo-
lare, sotto il regno di Maria I :
a tale ritratto fu sostituita una
nave colle vele gonfie, allusiva al
commercio marillimo del regno,
ma ultimamente vi fu rimesso il
ritratto come prima. Da questa
piazza si comunica con quella di
liccio, mediante tre strade della
maggior bellezza ; questa piazza,
molto più piccola che quella del
Commercio, figura un lungo qua-
drato, ed è quasi interamente lor-
LIS
nita di botteghe eleganti e di bel
calle ; il lato nord era in parte
formato dell' antico palazzo della
inquisizione, occupato poi dagli
uffizi dei ministri di stato, quindi
venne demolito e nello stesso luo-
go è stato fabbricato un teatro, il
quale si è aperto nel i845. Le al-
tre piazze meritevoli di ricordo,
sono quelle di Figueira, ove si
tiene il mercato degli erbaggi, di
s. Paolo, di Caes de Sodre sopra
uno de' moli, das Amoreiras, di
Alegria, di s. Chiara e di s. An-
na. A queste si può aggiungere il
giardino pubblico ch'è piccolo e
monotono. Veramente s. Chiara
e s. Anna non sono piazze, ma
chiamansi campì. Nel primo di
essi si trova il palazzo del mar-
chese di Lavradio, quello del Cor-
des, e quello del conte di Barba-
cena, e poco distante quello dei
conti di Rezende, 1' ospedale di
marina, ed il monastero delle
francescane di perpetua adorazio-
ne, fondato dall'infanta d. Marian-
na figlia del re Giuseppe I. La
prima istitutrice di questa regola
fu Maria del Costato, essendone la
casa primaria quella di Lourical.
Lisbona racchiude copioso nu-
mero di chiese, cappelle, conventi,
monasteri, ed ospedali che si fan-
no giungere al numero di tredici
e ben tenuti. Le chiese di Lisbo-
na, comprese quelle della comarca,
si fanno ascendere forse a 35o ;
prima della soppressione i conventi
e monasteri erano ottantotto, e le
parrocchie quarantotto nella sola Lis-
bona. Vi sono inoltre cinque teatri
e due circhi pei combattimenti del
toro e gli esercizi di equitazione.
Ad eccezione dell' acquidotto di
Agoa-Livre, non evvi un edifizio
che dir si possa un capo d'opera
LIS
di aichileltura ; ma molli sorpren-
dono per la loro estensione e pei
luio ornamenti; alcuni hanno del-
le parli veramenle belle. ìù pri-
mieramente osservabile la cattedra-
le, che domina uno desuoi colli,
chiamata la basilica di s. Maria
Maggiore, di un'antica costruzione,
ma restaurata alla moderna dopo
il 1755; e la chiesa di s. Piocco,
la cui superba cappella di s. Gio-
vanni Battista, a coriiu evangelii,
come meglio diremo, fu tiasporta-
ta da Roma, ove Giovanni V l'a-
vea fatta costruire, per onorare il
santo del suo nome, essendo l'an-
tica disadorna. La chiesa del con-
vento del sacro Cuore di Gesù,
appartenente al convento di E-
strella , è l'edificio piìi vasto ed
il più bello che sia stato costrutto
a Lisbona dopo il 1^55; esso è
sormontato da una cupola di una
ardita esecuzione, e racchiude il
mausoleo della regina Maria I
fondatrice di questa chiesa. La
chiesa del convento di Belem, e-
dificata magnificamente dal re Em-
manuele. La chiesa di s. Engrazia
martire portoghese, altro fabbrica-
to assai vasto, tutto di pietra, con
bella cupola. Sì può ricordare an-
che la chiesa di s. Antonio per
la sua architettura ed interni or-
namenti; quella di s. Vincenzo de
Fora, così detta per essere stata
fondata fuori del primo circuito di
Lisbona ; e la chiesa dei Martiri o
di s. Maria delle Grazie, fabbrica-
ta sul luogo ove Alfonso I diede
l'ultimo colpo ai mori impadro-
nendosi di Lisbona, e la cui sa-
grestia contiene il mausoleo di
Al/onso Albuquerque, vice-re del-
l' Indie. Merita ancora menzione la
chiesa di s. Maria di Loreto o di
Nostra Signora degli italiani, una
VOI. XXXVJU.
LIS 3oT
delle più belle della città. Essa è
degli italiani, e monsignor nunzio
vi offizia ed esercita i pontificali,
sedendovi in trono, ad onta delle
questioni che su ciò mosseio i pa-
triarchi. jNel numero i3 delle TVb-
tizie del giorno eli Roma del i84'3j
si legge, come monsignor di Pie-
tro arcivescovo di Berito a'i feb-
braio pontificò in detta chiesa la
solenne messa, per l'anniversario
dell' esaltazione di Papa Gregorio
XVI; che vi assisterono i pari, i
deputati, una gran parte della no-
biltà e della cittadinanza di Lisbo-
na, non che il principe Leopoldo
di Sassonia-Coburgo fratello del
re. Questo e la regina erano rappre-
sentati dal conte di Penafiel gen-
tiluomo di camera, e dal visconte
di Campanabam aiutante di campo
del re. Al palazzo poi della nun-
ziatura ebbe luogo nella stessa se-
ra un gran ricevimento con ban-
chetto, al quale intervennero il
nominato principe, l' infanta d. An-
na di Gesù, il nuovo cardinal pa-
triarca di Lisbona, e molti vescovi
che ivi si trovavano.
Il più bel monumento di Lis-
bona è il detto acquidotto Agoa-
Livre, che può essere messo a
confronto con tutlociò che produs-
se di più vantato in questo gene-
re r antichità. Si divide in due
rami, il primo dei quali, uno dei
più lodati modelli dell'architettura,
termina al nord della città, e
l'altro di architettura romana, al
nord-ovest. Costrutto nel 1 743
tutto di marmo bianco, ha 268
piedi d'altezza, 2400 di lunghezza,
107 di larghezza, e si compone
di trentaciuque archi: porla l'ac-
qua dalla collina Canessas, lontana
dalla città circa tre leghe dalla
parte settentrionale, ed alimenta
20
3o6 LIS
Irentaquallro fontane pubbliche.
La sua costruzione è tanto solida
e bene intesa, che non soffrì al-
cun danno nel terremoto del
1 755. Gli altri osservabili edifizi
sono il palazzo reale di Ajuda,
la cui architettura, quantunque re-
golare, non è esente da difetti : iu
questo palazzo era la patriarcale,
ma ora la chiesa non solo è stata
abbandonata, ma è anche quasi
del lutto demolita. Il piccolo pa-
lazzo reale di Bemposta, quello
das Necessidades ; i conventi di s.
Vincenzo, dos Grilos, da Graca, s.
Giovanni Evangelista, del Gesù,
dos Paulistas, di s. Francisco, di
Belem, di s. Bento o Benito ove
stanno gli archivi reali, e quello
di Tombo, che ha una scuola di
diplomazia. Si può nominare pur
anco il teatro reale di s. Carlo
per r opera italiana, l'arsenale di
marina^ quello dell'armata, la zec-
ca, quello che rinchiude scuole di
fisica e chimica, diversi tribunali,
la real fonderia di cannoni, il col-
legio della nobiltà con una bellis-
sima cavallerizza, la manifattura
reale di seta, la corderia, h stam-
peria reale, i vasti ospedali della
marina e di s. Giuseppe, il palaz-
zo del gran cacciatore, ov'è stabi-
lita l'amministrazione delle poste, il
palazzo di Calhariz, occupato da
molte accademie e dal deposito
di guerra, e la prigione chiamata
LiinoeirOy antica residenza reale.
Alcuni edifizi particolari, deco-
rati del nome di palazzo, meritano
pure di essere ricordati, e fra gli
altri quelli dei marchesi di Pal-
mella, di Niza, di Borba, di Ca-
stello-Melhor, di PombaI, di 01-
hao, dei duchi di Cadaval e di
AlafoenSj del conte da Ponte, e
quelli di Quintella e di Ratlao
LIS
per non nommarne altri. Gli sta-
bilimenti per lo studio delle scien-
ze e delle arti sono numerosi, ed
hanno prodotto alcuni personaggi
distinti. I principali sono l'accade-
mia delle scienze, fondata nel
1779 dal. duca di Alafoens; quella
detta della marina, fondata nel-
l'epoca stessa ; quella delle guar-
die marine, nel 1782; quella delle
fortificazioni, nel 1790; gli archivi
militari, o deposito carte; il colle-
gio reale de' nobili ( il collegio
reale militare anni addietro rima-
se bruciato); le scuole di com-
mercio, di disegno, di archiietlura,
di scoltura, di fisica, di chimica,
di chirurgia e di medicina ; un
istituto pei sordi-muti ; le scuole
dette del convento di s. Vincenzo,
ove s'insegna la teologia morale,
la filosofia, la fisica, la geometria
ec. ; gli stabilimenti di Alfama, del
Rocio, di Bairro-Alto, per la ret-
torica, filosofìa, lingua greca e la-
tina ec. ; si contano in Lisbona
molte biblioteche ; quella del re,
la più considerabile, contiene otlan-
taoinquemila volumi ; l'altra del-
l'acaidemia delle scienze, dodicimi-
la ; le altre stanno nei conventi,
o annesse ai diversi stabilimenti
d'istruzione. Evvi presso a Lisbo-
na un gabinetto di storia naturale
a Belem ; e così pure belle colle-
zioni di medaglie, ed un giardino
botanico ; l'accademia delle scienze
possiede un gabinetto di storia
naturale, uno di medaglie, un os-
servatorio, ec. Quantunque questa
città abbia una società d'incorag-
gimento per l'industria portoghe-
se, le manifatture non sono nu-
merose ; le principali sono quelle
di armi bianche e da fuoco, stof-
fe, galloni d'oro e d'ai genio, por-
cellana, maiolica, stoviglie, tabac-
LIS
co, ec. Se le manifatture uon fe-
cero glandi progressi a Lisboua,
le sue commerciali relazioni al
contrario presero un considerabile
accrescimenlo ; questa città fa non
solo quasi tutto il commercio del-
le colonie portoghesi, ma ancora
quasi tre quinti di quello di tutto
il regno coU'estero, Il suo porto,
uno de'migliori d' Europa, non è,
propriamente parlando, che un
vasto sicurissimo ancoraggio for-
mato dal Tago; ina sebbene si
dice del Tago quell'acqua che
bagna le rive di questa città, quel
fiume o nou ci arriva, ovvero
quand'aqche ci arrivi è molto
mescolata la sua acqua con quella del
mare che vi entra. Il porto è largo
in questa situazione un terzo di
lega : ha due ingressi, uno al nord
e l'altro al sud della città ; può
dirsi al coperto di tutti i venti,
e contiene vascelli di guerra di
alio. bordo. La baia è capevole di
molle flotte, abbracciando il baci-
no del porto cinque leghe da s.
Benito a Cascaes ; molti e ben
muniti baloardi ne proteggono
l'ingresso, alquanto reso malagevo-
le dagli scogli e dai banchi di sab-
bia. Quivi veleggiano navi d'ogni
nazione. Tutta la costa vicina
presenta un facile approdo, ed è
protetta da numerose batterie, e
dai forti di Cascaes e di s. Giu-
liano, in faccia al quale, in mezzo
all'ingresso del Tago, s'innalza la
torre di Bugio, di una formidabi-
le difesa. Presso al porto sono ba-
cini e cantieri da costruzione. Le
asportazioni da questa città consisto-
no in diversi generi del Brasile e
prodotti del regno. Lisbona fa con
l'Inghilterra cambi continui di mer-
ci ; commercia pure coli' Irlanda,
colle regioni del nord, colla Spa-
LIS 3o7
gna, colla Francia, coli' America,
ec. Vi sono perciò case di com-
mercio in gran numero, e più di
centocinquanta straniere : gli affa-
ri di banco vi sono considerabili.
La temperatura di Lisbona è
assai costante, l'inverno vi è umido,
ma il freddo poco intenso ed i ghiac-
ci sono quasi sconosciuti , essendo
generalmente il clima nelle diverse
stagioni buono e dolce. L' aria è
generalmente sana ; pevb i terre-
moti gli furono motto funesti, pro-
vandosene spesso qualche scossa più
o meno forte, quando ad un au-
tunno assai secco, succedono im-
mediatamente le pioggie abbondan-
ti. Fra gli uomini celebri di cui
Lisbona è patria, citeremo il poeta
Camoens, il giureconsulto Antonio
di Govea, il viaggiatore Girol, il
gesuita Lobo, il rabino Isacco A-
barbanel, Antonio Veira, s. Marti-
no vescovo di Braga, s. Antonio det-
to di Padova, il Pontefice Giovanni
XXI, molti cardinali, prelati, illu-
stri religiosi, ec. La popolazione di
questa città, eh' è la più vasta, di
tutte le Spagne, supera d'assai i
trecento diecimila individui. L'esten-
sione di Lisbona si può calcolare
circa otto miglia, compresi i sob-
borghi che formano una continua-
zione della città. La sua configu-
razione poi, osservandola dalla par-
te opposta al Tago, è la vessica di
un pesce, come si legge in una
descrizione in latino. Diversi con-
torni di questa città sono deliziosi.
Belem, Bethleeni, splendidissimo bor-
go sulla destra sponda del Tago, è
degno della regia munificenza del
re Emmanuele che ne fu il fon-
datore verso il principio del XVI
secolo. Nel sovrano palazzo è rac-
colta ogni sorta di delizie, e tutto
il lusso vedesi dispiegato nel raae-
3o8 LIS
sloso tempio, che destinato a rac-
chiudere le tombe de' monarchi
portoghesi, fa vaga pompa de' mar-
mi più preziosi negli adorni mau-
solei, ricchi di colonne e figure; ivi
si tumulano anco i principi della
famiglia reale d'ambo i ^essi. Que-
sta chiesa è dedicata alla Beata
Vergine ed è in forma di croce.
Superba mole è pure il monaste-
ro e la chiesa magnifica de'giro-
Jamini, per la singolarità della sua
architettura, arditezza delle volle,
bellezza e larghezza del chiostro ,
distribuzione e vastità delle sue
parti interne, e pe' suoi giardini e
fontane. La torre grande e qua-
drata, chiamata pure di Belem ,
che s'innalza sulle sponde del Ta-
go, viene riguardala come l'ante-
murale e la cittadella di Lisbona:
essa ha una piattaforma, ed è prov-
veduta di numerosa artiglieria ; ser-
ve anco a prigione di stato. In Be-
lem evvi un ospizio pei poveri gen-
tiluomini, che impiegarono la loro
gioventù nel servigio reale. Benifi-
ca, altro bel borgo posto in vici-
nanza del gran acquidotto d'Agoas-
Livres, sparso all' intorno di casini
deliziosi. Dappresso evvi il villag-
gio di Campolide, cioè Campo del-
la lite, luogo che fu il teatro d'u-
na battaglia fra gli spagnuoli ed
i portoghesi sotto il re Ferdinan-
do nel secolo XIV. Caxias, reale
castello, di cui sono principale or-
namento i vasti amenissimi giar-
dini, donde le varie specie di li-
moni, cedri ed aranci bellissimi, a
vedersi, spandono la più soave fra-
granza. QueluZj villaggio e castello
reale posto in una valle solinga.
Apparteneva alla casa dell' Infan-
tado, ma dopo l' incendio del pa-
lazzo d'Ajuda è stato il soggiorno
ordinario della corte. Le Trtlibriche
LIS
sono irregolari, ma di beltà appa-
renza, quantunque erette in diverse
volte; sono ameni i giardini e bello
è il parco. Cintra, borgo giosso e
rinomato assai, posto sul declivio
della montagna del suo nome. È
assai bene edificato, e per la salu-
brità della sua purissima aria molli
abitanti di Lisbona, e molti mem-
bri del corpo diplomatico vi van-
no a passare la bella stagione, go-
dendovi un clima delizioso. Vi sono
quattro chiese, molle case di cam-
pagna ed un antico castello reale
di gotica o moresca architettura.
Le pitture di una delle sue sale
rappresentano gli stemmi de' no-
bili portoghesi. Quivi nacque nel
i43o, e morì nel i^Si Alfonso V
re di Portogallo; e qui pure vi
morì prigione Alfonso VI a' 12
settembre i683. Nel 1808 a' 22
agosto il general Junot, poi fatto
da Napoleone duca d'Abrantes, se-
gnò in questo borgo un trattato
per r evacuazione dal Portogallo
dell'armata francese. Caldas, borgo
distinto pei celebrati suoi I>agni sul-
furei, che vi attirano vantaggiosa-
mente l'affluenza de' forastieri. Con-
tiene una chiesa, un ospedale ed
una fabbrica di maiolica. Mafra,
ragguardevole luogo ch'eterno mo-
numento presenta della grandiosa
profusione e delleniinente pietà del
re Giovanni V, per di cui opera
fu edificata una chiesa ed un mo-
nastero, onde compire il voto chs
fatto avea al momento della na-
scita del principe ereditario, che
diflicilmente può essere sorpassato
in sontuosità ed ampiezza. IP '.;a-
stello, la chiesa ed il monastero
sono dovuti al iodato re, al talen-
to d'un architetto straniero, ed al>-
belliti da pittori e da scultori di
varie nazioni, e formano il pjù ma-
LIS
gnifìco monumento del Poitogallo.
Lungi quatti'o leghe dalla foce del
Tiigo, ove le montagne di Cintra
6i abbassano verso il mare, sorge
maestoso il palazzo di Mafia, ove
(Giovanni VI colla corte reale so-
vente passava spesso a deliziarvisi ;
alla regia dimora è contiguo un
estesissimo parco , bei giardini e
luogo riservato per la caccia, chia-
mato la Tapada. L'erezione del
palazzo di Mafra creò fra i porto-
ghesi r arte di lavorare la pietra
con una rara perfezione, e fu ca-
gione della scoperta di bellissimi
marmi nei monti di Cintra e nelle
cave di Peropinheiro. Fra questi
marmi si ammirano soprattutto le
colonne di rosso e nero, che ador-
nano i principali altari della chiesa,
la cui grandezza però non corri-
sponde all' esterna mole quadrata.
IN'el vestibolo e nel!' interno sono
distribuite cinquanta statue di mar-
mo di Carrara, alcune delle quali
sono di perfetta esecuzione. Il re
di Portogallo Giovanni W, padre
dell' imperatore d. Pedro e del re
d. IVlichele, abitava il palazzo di
Mafra prima di partire pel Brasile.
Il convento racchiude una bella
biblioteca, ed è adorno di belli e
vasti giardini.
Alcuni autori pretesero che Lis-
bona sia stata fondata da Ulisse, e
che portasse in origine il nome di
Ulissypo o Utissypone; è tuttavia
certo che prima di divenire colo-
nia romana sotto il nome di Fe-
licilas Julia, o Giulia, con cui volle
«lecorarla Giulio Cesare, essa si chia-
mava Olisipo o Olissipo. Forse de-
ve la sua origine ai fenicii, ma la
storia della sua fondazione è assai
dubbiosa. Sebbene si attribuisce ad
Ulisse, un cosmografo insigne dice
che questo capitano greco non ci*
LIS 3o9
Irepassò lo stretto di Gibilterra ,
ed Erodoto asserisce parimenti che
i focesi furono i primi che impre-
sero lunghe navigazioni, tanti secoli
dopo la rovina di Troia. Avvi an-
cora un'altra opinione un jxtco più
ardita, quella cioè che fa fondato-
re della città Elisa figlio di Tavaa
pronipote di Noè: n'è autore Gio-
vanni Goropio medico del Brabante.
I primi abitatori della città di Lis-
bona furono i turdoli antichi, dai
quali derivarono i moderni abitanti
dell' Andalusia, ed i turditani sugli
algarvi. Furono celebri i nomi di
Cesai on, Viriato e Cancheno. Au-
gusto la popolò quasi interamente
di cittadini romani, e ricevette poco
dopo il titolo di città municipale;
piìi non rimane degli antichi ro-
mani monumenti, che gli avanzi di
un teatro, scoperto alla fine del-
l'ultimo secolo in una strada vicino
alla cattedrale. Questa antica città,
che in origine s'mnalzò in una a-
menissima collina, in progresso di
tempo dilatatasi, nel principio del
secolo XVI giunse a racchiuderne
cinque, ed ora ne novera sette nel
suo ampio recinto, onde Cadaval
Gravio la chiamò Acropolis y fa-
cendo di sé nobile, maestosa e pit-
toresca mostra. Gli alani assedia-
rono i primi questa popolosa me-
tropoli nel comincia mento del se-
colo quinto, e gli abitanti mal atti
a difendersi cercarono a forza d'o-
ro di cattivarsi la benevolenza dei
nuovi venuti a signoreggiarli dopo
i romani. In progresso di tempo,
molte sono state le invasioni de'di-
versi popoli, le quali molto distur-
barono la tranquillità del paese;
ma la costanza ed il coraggio dei
portoghesi superarono tutte le dif-
ficoltà. I mori s'impadronirono di
Lisbona nell'anno 716. Ordegno
3io LIS
IH re di Leone e delle Asturie se
ne rese padrone e la fece smantel-
lare dopo la raetà del secolo X.
Fu appena rifabbricata che i mori
la ripresero. D. Enrico padre di
Alfonso I, primo re di Portogallo,
nel principio del secolo XII la tolse
ai mori, ma ben presto dopo cadde
di nuovo in loro potere. Essendo
allora il tempo delle crociate, Al-
fonso I ne formò una, onde toglie-
re questa città dalle mani degl'in-
fedeli ; quindi nel 1 145 con una
numerosa flotta di fiamminghi, in-
glesi, tedeschi, Alfonso I entrò nel
Tago, attaccò i mori e tolse loro
Lisbona. Possessore di essa, Alfon-
so I la popolò di cristiani e la fece
capitale del suo regno di Portogal-
lo [Fedi], in luogo di Coimbra che
lo era stato fino allora. Noteremo
che il suddetto d. Enrico era un
gran signore, che non si sa preci-
samente a qual nazione appartenes-
se, poiché diverse sono state le opi-
nioni su tal proposito. Ad esso fu
data per isposa d. Teresa figlia di
Alfonso VI re di Castiglia e di
Leone, la quale ebbe in dote il Por-
togallo e si chiamò regina : il loro
figlio d. Alfonso Henriquez fu il
primo re di Portogallo, acclamato
nel campo di Ourique. Nel XIV
secolo il re Ferdinando cinse que-
sta città di mura, guernite di set-
tantasette torri. Enrico II re di Ca-
stiglia e di Leone, trovandola sprov-
vista di difesa, la prese nel iSyS.
Rientrala in progresso in potere
de' portoghesi^ essi la ritennero sino
a che il duca d' Alba , dopo la
battaglia di Alcantara, la fece pas-
sare sotto il dominio spagnuolo re-
gnando Filippo II. Il severo duca
fece man bassa sui partigiani di d.
Antonio priore di Grato. Infine, in
conseguenza della rivoluzione del
LIS
1640, il duca di Braganra fu pro-
clamato in Lisbona re di Porto-
gallo, col nome di Giovanni IV.
Già sino dal principio del secolo
XVI il re EiTimanuele fece di Lis-
bona la sua residenza, ed il porto
divenne il centro delle marittime
spedizioni de' suoi stati ; da questa
epoca principalmente ha origine la
prosperità di questa città, che senza
dubbio sarebbe molto accresciuta ,
se non fosse stata vittima di molti
terremoti; dopo quello del i53o,
il più funesto di tutti fu quello
del primo novembre i'j55 , che
distrusse la maggior parte della
città, atterrando circa seimila case,
e fece perire circa ventimila per-
sone; altri dicono trentamila. Dopo
tal tremendo disastro fu costruita
la magnifica città nuova , con vie
spaziose. Nel 1807 un'armata fran-
cese capitanata da Junot, s' impa-
dronì di Lisbona a'3o novembre,
e quivi seppe resistere per qualche
tempo alle forze combinate anglo-
portoghesi. Dopo l'evacuazione dei
francesi , gì' inglesi posero questa
città al sicuro da* colpi di mano ,
mediante linee che innalzarono so-
pra una continuazione di alture a
circa cinque leghe di distanza; que-
ste salvarono in fatti la città nel
1809, minacciata per ordine di Na-
poleone da un'armata francese sot-
to il comando de! maresciallo Mas-
sena. Le agitazioni che le vicende
politiche del Portogallo le cagiona-
rono negli ultimi tempi, pregiudi-
carono molto all' incremento e pro-
sperità del suo commercio.
La sede vescovile fu eretta in
Lisbona ne' primi tempi del cri-
stianesimo , e s. Mansos romano,
discepolo di s. Giacomo apostolo,
fu il primo vescovo di Lisbona, e
soffrì il martirio ad Evora : suo
LIS
successore fu il martire f.enesio.
Tuttavolta sono vescovi dubbi di
Lisbona s. Mansos, che vuoisi fio-
rilo nell'anno 36, un anonimo,
Filippo Filoteo del 92, s. Pietro I
del 166, s. Pietro li del 2i3, Gior-
gio del 260, Pietro IH del 297,
s. Gens, Gennaro del 3oo , Pota-
mio del 356, Antonio del 373,
IVeobridio del ^3o, Giulio del 46 f,
Azulano, Giovanni del 5oo, Eolo
del 536, e Nestoriano del 578. Ec-
co poi la serie dei vescovi certi.
589 Paolo, 6ro Goma, 633 Vi-
riaco, 646 Neofrido, 656 Cesario,
666 Teodorico, 683 Ara, 688 Lan-
derico. Restò vacante la sede ve-
scovile sotto il dominio de' sarace-
ni, e solo nel 11 4" fu ripristinata
con Gilberto, ch'ebbe i seguenti
successori sotto i re portoghesi.
1167 Alvaro, 1186 Soeiro, 12 io
Soeiro Yiegas, i233 Payo, 1240
Ayres Vasques, 1244 Matteo, 1259
Stefano Anes, 1284 Domenico lar-
do, 1289 Giovanni Martins, i3ii
Stefìino If, i322 Gondisalvo Pe-
reira, i3^6 Gio. Alfonso, 1342 Va-
sco IMartins, i344 Stefano IH, i354
Teobaldo, i356 Reginaldo, i359
Lorenzo Rodrigues, i365 Pietro
Gomes, 1370 Ferdinando, 1371
Vasco IF, 1371 Agapito, i38i Gio-
vanni d'Aix, i383 Martino, i383
Giovanni Anes.
Certo è, quanto all'origine ed an-
tichità della sede vescovile, che nel
quinto secolo eravi il vescovato di
Lisbona sotto la metropoli di Me-
nda, la quale nel secolo XII fu
trasferita a Compostella. La sede
vescovile di Lisbona restò soppres-
sa quando i maomettani mori s'im-
padronirono della città nell' anno
716, quindi venne ristabilita nel
I i47, quando Alfonso 1 tolse dalle
mani degl' infedeli Lisbona, poscia
LIS 3ii
nel 1 199 fatta suffraganea di Com-
postella. Ad istanza del re Giovan-
ni I, e con bolla de' io novembre
1394, dal Papa Bonifacio IX fu
tolta dalla giurisdizione di Compo-
stella ed eretta in arcivescovato,
venendogli assegnate per suffraga-
nee le sedi vescovili di Coimbra,
a cui era unita, Eminium e Leiria,
ovvero Lamego, Guarda, Silves ed
Evora, la quale ultima ben presto
fu tolta con breve del 1396, ema-
nato dallo stesso Bonifacio IX. Ne
fu primo arcivescovo il suddetto
Giovanni Anes, cui successero: i4o3
Giovanni Esteves d'Azambuja car-
dinale, i4'4 Dìpgo Alvares, 1424
Pietro di Noronlia, i453 Jacopo
cardinale, i^5g Alfonso Nogueira,
1464 Giorgio da Costa cardinale,
i5oi Martino da Costa, i52 3 Al-
fonso infante di Portogallo cardi-
nale, i54o Ferdinando de Vascon-
cellos e Meneses, i564 Enrico car-
dinale e poi re, 1570 Giorgio d'Al-
meida , 1 586 Michele de Castro ,
1627 Alfonso Furtado, i633 Gio-
vanni Emanuele, i636 Roderico da
Cunha , 1669 Antonio Mendoza ,
1676 Luigi di Souza cardinale,
1703 Giovanni di Souza. Questi
sono gli arcivescovi di Lisbona.
In progresso di tempo alla se-
de arcivescovile di Lisbona furono
sottoposte diverse chiese, ed anche
delle isole del mare Atlantico, del-
l'Africa, dell'Etiopia, della Guinea
e del Brasile, sino al numero di
undici vescovati suffraganei, i quali
ecco come li enumerò d. Gio. Carlo
Stadel nel suo Compendium geo-
graphiae eccles. stampalo nel 171 3,
Coimbra, Porlalegre, Elvas, Leiria,
Funchal, Angra, Congo, s. Giaco-
mo di Capo Verde, s. Tommaso,
Baia di tutti i santi , ec, Altrel-
tanto si legge nel p. Mirco, Notitia
3[2 LIS
episcop., stampato nel i6i3, a pag.
191, se non che vi aggiunge Ceu-
ta. Lo Stadel dice che l'arcivesco-
vo di Lisbona godeva quarantamila
ducati di rendita, e nell'arcidiocesi
pranvi quaranta parrocchie, trecento
chierici, venti monasteri con 2 365
monaci, dieciotto monasteri di mo-
nache con i83o religiose. Com-
manville, Histoire de tous les ar-
chev., parlando delle sedi vescovili
d'Africa sutFraganee dell'arcivesco-
vato di Lisbona, registra queste
sedi nel 1700. Ceuta, Tanger, An-
gra, Funchal, Ribera nell' isola di
Capo Verde , s. Thomè , Loanda
sulla costa d'Angola, e s. Salvato-
re capitale del Congo. Roderico da
Cunha arcivescovo di Braga, trasfe-
rito a Lisbona, nel i636 pubblicò
la serie de' vescovi ed arcivescovi
di Lisbona , e la storia ecclesiàsti-
ca. Tra gli arcivescovi di Lisbona,
come si è notato, molti furono car-
dinali, le cui notizie riportiamo al-
le loro biografie, come dei cardi-
nali patriarchi di cui andiamo a
parlare. Questa chiesa dalla sua
erezione conta trentatre o come altri
scrissero trentasette vescovi sino a Bo-
nifacio IX, che secondo il portoghese
iVovaes nel i 393 (mentre Marianna,
Bzovio, Mirco ed altri la dicono
elevata al grado metropolitano nel
1390) l'eresse in arcivescovato,
onde sino a Tommaso d' Almeyda
portoghese de' conti d'Avintes e
Lavradio, nato in Lisbona da una
signora della nobile famiglia dei
conti d'Arcos agli 11 settembre
1670, che come diremo fu il pri-
mo patriarca, ebbe venti e secon-
do altri ventiquattro arcivescovi, dei
quali furono due infanti di Por-
togallo, cioè i cardinali Jacopo fat-
to da Nicolò V nel i453, ed En-
rico nominato da Pio IV nel i564)
LIS
che fu anco re di Portogallo , ed
altii sei cardinali, dicendo il me-
desimo JVovaes con quarantamila
scudi di mensa arcivescovile. Nel
secolo passato le rendite della pa-
triarcale, delle chiese e de'benefizi,
superavano il mezzo milione c\\
scudi romani.
11 Pontefice Clemente XI , gra-
to ai soccorsi ricevuti in uomi-
ni e vascelli contro i turchi dai
portoghesi, ad istanza del re di
Portogallo Giovanni V, nell'an-
no 1708 eresse in collegiata la re-
gia cappella del palazzo di Lisbo»
na, prima in onore di s. Tomma-
so apostolo, poi dedicata alla Bea-
ta Vergine assunta in cielo, nellj|
quale il re avea destinato nume-
rose e rioche prebende. Costituì il
capitolo composto della dignità del
decano colla rendila di duecento-
sessantasei ducati d' oro, di altre
cinque dignità, di dieciotto cano-
nici colla rendita di duecento du-
cati d' oro, e di dodici beneficiati
colla rendita di cento ducati d'oro.
Dipoi il medesimo Papa a' 19 ago-
sto 17 16 um alla collegiata la ren-
dita di tre parrocchie di regio pa-
tronato nelle diocesi di Braganza e
di Lamego, col disposto dalla co-
stituzione In supremo, presso i\
Bull. Roni. iota. XI, p. II, p. 77. Ma
essendo tuttociò ancor poco ai di-
segni del pio e magnanimo re Gio-
vanni V, il Papa Clemente XI
coir autorità della bolla In supre-
mo apostolaUis solio, loco citato
p. 87, per esaudire le sue preghie-
re, eresse la regia collegiata della
Beala Vergine assunta in cielo ii^
chiesa cattedrale _, metropolitana e
patriarcale ; e per benevolenza e
stima verso il religioso monarca,
emanò la bolla a' 22 ottobre 171^,
siccome giorno annivers^v'O delU
LIS
<ìi lui nascila. Biamarono i mini-
siri portoghesi, cioè l'ainbasciato-
re, e i due ministri ordinario e
straordinario piesso la santa Sede,
che per maggior solennità fòsse tal
bolla non già sigillata col piombo
secondo lo stile ordinario, ma ben-
sì con r oro, onde venne perciò
chiamala la bolla d'oro. Dividendo
Clemente XI la città di Lisbona
in due metropoli e parti, assegnò
la Lisbona occidentale al nuovo
patriarca, colla residenza nella me-
desima, e la giurisdizione di cap-
pellano maggiore della cappella
leale, e lasciò la Lisbona orientale
sotto l'antica cattediale metropo-
litana, e sotto l'arcivescovo: prese
il Papa questo temperamento per
togliere la deformità di creare e
riconoscere due arcivescovi del me-
desimo rito e lingua in una istes-
sa città. Assegnò all'antico arci-
vescovo per sutfraganee le chiese
vescovili di Guarda, Portalegre, s.
Giacomo di Capo Verde, s. Tom-
maso, e s. Salvatore di Congo. Al
nuovo patriarca sottomise i vesco-
vi di Leiria, Lamego, Funchal ed
Angra. Il tal modo la città e l'an-
tica arcidiocesi di Lisbona furono
separate in due diocesi, e furonvi
due prelati nella medesima città,
il patriarca e l'arcivescovo, seb-
bene restò in appresso solo il pa-
triarca, con autorità di fare tutte
le sacre funzioni nel real palazzo ,
con preminenza sopra tulli i gran-
di delia corte, e sopra tutti gli
arcivescovi e vescovi del regno ,
Quindi nel concistoro de' 7 dicem-
bre 1716 traslatò dalla chiesa di
Poito il prelato Tommaso d'Al-
meyda, e lo fece primo patriaica
di Lisbona. Egli avea esercitato con
integrità e giustizia le più rispet-
tabili e gelose cariche della corte,
LIS 3rl
fia le quali quelle di procuratore
del regio erario, di proto- cancel-
liere di tutto il regno e di presi-
dente dell' ecclesiastico dipartimen-
to, ed era eziandio stato vescovo
di Lamego, laonde fu pure dichia-
ralo cappellano maggiore. L' Ot-
tieri nella Storia dell' Europa, t.
VII, p. 118, tratta a lungo dell'e-
rezione di questo patriarcato. No-
ta r Alberti nelle sue Cattedrali
d' Europa, che per la spedizione
delle bolle del nuovo patriarca e
patriarcato si pagarono alla date-
ria apostolica venticinquemila scudi
d' oro.
Per maggiormente condecorare
la nuova patriarcale , Clemente
XI concesse al patriarca di Lis-
bona i privilegi che godeva il pa-
triarca di Venezia, e l'uso dell'a-
bito rosso come gli arcivescovi di
Salisburgo, cogli onori di legalo a
latere j dappoiché gli diede facoltà
per tutti i regni del Portogallo e
di Algarvia di procedere colla cro-
ce astata, di portare il rocchetto
scoperto, alzar baldacchino, far pon-
tificali, dar pubbliche benedizioni,
ed anche l' indulgenze, come suole
e può fare il nunzio apostolico.
Trovandosi il patriarca nella dio-
cesi di altro vescovo o arcivescovo,
eziandio nelle proprie chiese, a
quello concesse la precedenza, e or-
dinò che in presenza di lui i pre-
lati non potessero esercitare alcuna
pubblica funzione di giurisdizione ,
onore o potestà, come appunto se
ne devono astenere avanti il legato
apostolico. Noteremo che i preti,
ossiano i cappellani che apparten-
gono alla famiglia del patriarca,
vestono l'abito di mantellone, co-
me i camerieri segreti del Papa.
Al capitolo poi il Papa accordò
l'abito prelatizio^ col rocchetto ?
3i4
LIS
c;ippa magna rossa come i canonici
di Pisa, e la mitra come i cauo-
nici di Benevento e di altre me-
tropolitane. Quindi a' 12 marzo
J717 Clemente XI colla coslitu-
r/ione Ineffabili, loco citato p. 108,
■vi aggiunse la concessione di parte
dell'abito cardinalizio, cioè la sot-
tana rossa a' ventiquattro principali
canonici; l'abito prelatizio paonaz-
zo a settantadue altri canonici ; e
la cappa magna violacea, colle pel-
li di armellino nell' inverno, e col-
la fodera di seta rossa nell' estate,
ai benefiziati della medesima. Non
sembrò tuttavia al gran Giovan-
ni V, die la sua straordinaria ma-
gnificenza fosse pienamente degna
di lui, se da Clemente XI non ot-
teneva che il patriarca di Lisbona
fosse cardinale nato al momento
che fosse assunto al patriarcato ;
ma per quanto egli pregasse istan-
temente di questa grazia il santo
Padre, mai questi vi acconsent"i ,
per riguardo all' autorità del nun-
zio apostolico di Lisbona, e alla ge-
rarchia della Chiesa. Più tardi il
re desiderò ancora che il nunzio
di Lisbona fosse al termine della
sua nunziatura creato cardinale,
dilferenza che accomodò Clemen-
te XII. Questi nel concistoro dei
10 dicembre 1787 creò cardinale
dell' ordine de' preti il patriarca di
Lisbona Tommaso d' Almeyda, a-
Tendo a' 1 7 dello stesso mese già
emanato la costituzione Jnler, pres-
so il Bull. Roni. t. XIV, p. 204,
per terminare le questioni col re,
ed accordato che il patriarca di
Lisbona fosse per l' avvenire per-
petuamente promosso al cardinala-
to, ma però nel primo concistoro
seguente a quello in cui era stato
preconizzato il patriarca, e in luo-
go di quel cardinale, che nella pri-
LIS
ma promozione delie corone do-
vrebbe essere nominato dal re me-
desimo. In tal modo Clemente XII
moderò le pretensioni di Giovan-
ni V, il quale rimase soddisfatto
del preso temperamento. Indi per
nuove istanze del re, Clemente XII
con la costituzione Religiosa, loco
citato p. 207, agli 8 febbraio 1788,
gli concesse che le quarte parti
delle rendite delle chiese di Por-
togallo, applicate già dai Pontefici
Clemente XI ed Innocenzo XIII per
dote della patriarcale di Lisbona,
si ampliassero alle terze parti di
dette rendite, sicché a duecenlo-
tientaduemila cinquecento sessanta-
sei ducati d'oro, che costituivano
le . quarte parti dei benefizi alla
patriarcale già applicale, si aggiun-
sero altri trentatremila cenlotren-
tasette ducati simili, ch'era la ter-
za parte de' frutti delle medesime
chiese o benefizi del regno. Inoltre
Clemente XII per abbondare in
benevolenza verso il re Giovanni V,
con bolla degli 8 marzo dell'anno
stesso, Cìrcumspecta, loco citato p.
2 1 9, concesse ad esso e suoi succes-
sori il diritto di nominare le digni-
tà, canonicati e benefizi della chie-
sa ancora orientale, poiché l'avea
già Clemente XI concesso per la
chiesa occidentale o sia patriarcale.
I canonici di questa seconda, Cle-
mente XII con la costituzione In.'
signem, loco citato p. 229, data
a' 22 marzo 1738, gli ornò mag-
giormente col privilegio di celebra-
re ogni giorno una messa un'ora
prima dell'aurora e una dopo il
mezzodì nelle cappelle delle loro
case, coir assistenza di essi o della
loro famiglia. Con altra bolla de'6
dicembre. Ad sacrosnnctum, loco
citato p. 333, die la facoltà al pa-
triarca di formare un nuovo calen-
LIS
flario della sua chiesa, già prescrit-
to da Clemente XI, e da Innocen-
zo Xlll, che poi fu stampato a Ro-
ma corretto da Benedetto XIV,
Abbiamo più volte nominato il
cardinal d'Almeyda della famiglia
in oggi conosciuta sotto il titolo
di marchesi di Lavradio, essendo
egli stato pel primo insignito della
sublime dignità di patriarca di
Lisbona, e per averlo solo accen-
nato nella biografia, perchè cadde
nel primo volume alquanto com-
pendioso, ci sia permesso qui sup-
plirvi colle principali sue notizie.
Fin dai primi suoi anni dimostrò
l'Almeyda tale inclinazione per le
scienze che divenne celebre fra i
più studiosi suoi contemporanei.
Dottorato nell'università di Coim-
bra ne' Siicri canoni, fu fatto de-
putato del 6. ofEzio in Lisbona
nel 1695, entrando quindi nel
tribunale della cosi detta Rtlacao
nella città di Porto, dopo il solito
rigoroso esame de jure aperto nel
COSI detto Deseriìbargo do Paco.
In appresso venne a Lisbona, do-
ve servì come magistrato, e come
parroco nella chiesa di s. Lorenzo,
adempiendo con grande esaltezza
tanto gl'impieghi di magistratura,
quanto quello della sua chiesa.
Clemente XI ni'l 1706 ad istanza
del re lo fece pe'suoi meriti vesco-
'vo di Lamego, donde nel 1709
lo trasferì alla sede di Porto, ed
ivi nel seguente nmio celebrò un
sinodo diocesano. Cionoscenrlo il re
Giovanni V esseie il più degno
prelato del Porlognllo, ottenne <\;\
Clemente XI che venisse traslerilo
alia nuova patriarcale di Lisbona,
laonde prese solenne possesso con
gran pompa, dalla poita di s. An-
tonio sino alla patriarcale. Subito
amministrò la cresima a più mi-
LIS 3i5
gliaia di persone, e distribuì co-
piosissinre limosine a' poveri. Do-
po essere stato elevato alla sacra
porpora, fece costruire un palazzo
in s. Antonio di Tojal, ed un altro
in Marvilla, non che il monastero e
chiesa delle monache trinitarie di
Campolide. Spese molto in quella
de'signori della missione di s.
Vincenzo de Paoli; nell' erezione
della nuova parrocchia di s. Isa-
bella, dando per tal fine il suo
vasellame d'argento, contentando-
si di servirsene di altro di un
metallo più inferiore. Conchiude il
Castro, che la generosità, clemen-
za, giustizia, religione, carità ed
altre virtù di questo cardinale, es-
sendo tante, non si trovano parole
adatte per esprimerle.
Il Papa Benedetto XIV per
soddisfare alle suppliche del re
Giovanni V, a'i3 dicembre 1740»
al modo che narra l'Oltieri, colla
bolla Salvalorìs nostri, riunì in
una le due chiese, soppresse l'ar-
civescovato orientale di Lisbona,
restando la sola chiesa patriarcale.
Dichiarò Benedetto XIV suSraga-
nee del patriarcato di Lisbona,
le chiese di Leiria, Lamego, Guar-
da e Porfalegre; e le oltremarine
di Funchal, Angra, Grao, Para
e Maranhao. Il re di Portogallo
Giovanni V con la spesa di cin-
qnecentomila scudi fece edificare
in Roma una sontuosa cappella
con altare di preziosi marmi an-
tichi, in onore di s. Giovanni Bat-
tista, il cui quadro in musaico,
presso dipinto del INIasucci, lo
rappresenta in alto di battezzare
Gesù Cristo: ne furono architetti
Salvi e Vanvitelli. Benedetto XIV
a'i5 dicembre 1744) P^'' 1^ P'^
istanze del re, si portò solenne-
mente a benedire la cappella, e
3i6 LIS
consacrar l'altare nella cbiesa na-
zionale di s. Antonino, ove fu
collocata nei vano dell'altare mag-
giore; vi celebrò la messa e lo
dichiarò pontifìcio, con quei pri-
vilegi che notammo nel voi. 1, ]).
281, e voi. Vili, p. 99 del Di-
zionario. Il re gradi tanto l'ope-
rato del Pontefice, che gli donò
duecentomila scudi ; indi giunta
in Lisbona la cappella e l'altare,
la fece collocare nella chiesa di
s. Rocco de'gesiiiti, essendo delle
dimensioni dell'antica, sacra al me-
desimo santo ; tale cappella si
tiene coperta nel suo ingresso da
una gran tenda, e solo nelle gran-
di solennità si scuopre. Quindi il
Pontefice a' 3 1 agosto 174^, con
la costituzione Singularem volupla-
lem, approvò e confermò i de-
creti fatti dal cardinal patriarca,
per la sua chiesa e diocesi. Il
cardinale d' Almeyda primo pa-
triarca di Lisbona mori in questa
cillà nel 1753, o meglio a' 27
fe!)braio 1754, e fu sepolto nella
detta chiesa di s. Rocco della ca-
sa professa della compagnia di
Gesù, vicino all' altare maggiore.
Riporteremo qui appresso la serie
fle'patriarchi suoi successori. Be-
nedetto XIV a'20 maggio 1754
dichiarò patriarca Giuseppe Ma-
iioel d'Attalaja di Lisbona, già da
lui creato carciumle fino dal 1747-
C'-lemente XUI a 9.8 maggio 1759
preconizzò patriarca Francesco de
iSaldanha di Lisbona, che Benedet-
to XIV avea creato cardinale nel
1756. Pio VI nel primo marzo
1779 dichiarò patiiarca Ferdinan-
do de Sou7a e Silva di Lisbona,
che avea cieato caidinale nel pre-
cedente anno. 11 medesimo Pio
VI a' IO marzo 1788 preconizzò
pylriarca Giuseppe Francesco de
LIS
Mendoza di Lisbona , che a' 7
del seguente aprile creò cardinale;
indi nominò di lui sulfraganeo
Antonio Gaetano Maciel Calheiros
delia diocesi di Braga, che nel
1780 avea fatto arcivescovo di La-
cedemonia in parlihus. Pio Vii ai
23 agosto 1819 dichiarò patriarca
Carlo de Cunha di Lisbona, che
poi a' 27 settembre creò cardinale:
a questi Leone XII assegnò in
sulfraganeo Antonio Giuseppe Fer-
reira de Souza della diocesi di
Braganza, che nel 18^4 fece ar-
civescovo di Lacedemonia in par-
tibns, indi continuò ad esserlo col
seguente. Leone XII a' i3 marzo
1826 traslatò dalla chiesa arcive-
scovile di Evora a questo patriar-
cato, Patrizio da Silva eremitano
di s. Agostino, di Leiria^ che nel
1824 avea creato cardinale. Il Pa-
pa regnante Gregorio XVI nel
concistoro de'3 aprile i843 preco-
nizzò in patriarca fr. Francesco
Sarai va da s. Lodovico dell'arci-
diocesi di Braga, già vescovo di
Dliria in parlibus e coadiutore
con futura successione del vesco-
vo di Coimbra; indi in quello dei
19 giugno lo creò cardinale.
Ecco lo stato della chiesa patriar-
cale di Lisbona all'esaltazione di det-
to patriarca, secondo la proposizio-
ne concistoriale. Esso fu presentato
alla santa Sede a' 12 dicembre
1 84'2 per questa chiesa dalla re-
gnante Maria li regina del l^orto-
gallo e degli Algarvi. La cappella
regia era decorata con titolo e gra-
do di chiesa patriarcale. La chiesa
di s. Maria Maggiore basilica e
collegiata è un tempio antichissimo
di gotica struttura, insignita da an-
tico tempo della dignità di catte-
drale, e da Bonifacio IX elevata
a metiopolilana. Il patriarcato l\a
LIS
otto chiese vescovili per suffraganee,
cioè Laniego, Leiiia, Portalegre,
Castel Branco, Guarda, Fuiidial, Aii-
gra e s. Giacomo di Capo verde.
11 capitolo anticamente si compone-
va di venti dignità o capitolari
principali, le quali venivano scelte
dalle famiglie più nobili del regno,
aventi ognuno circa scudi seimila
d'annua rendita, anzi i primi cin-
que avevano di piìi, e molto piìi
il decano; di sellantadue prelati
con più di scudi duemila di ren-
dita; di venti canonici con mil-
le scudi per cadauno; di settanta
beneficiati, e di altii preti addetti
al culto divino, come cap[)ellani,
musici, dodici confessori ed ullicia-
li secolari. Gio. Battista de Castro
nella sua mappa sul Portogallo, in
Lisbona registrò 4' parrocchie; 62
conventi, ospizi e collegi; 35 mo-
nasteri e conservatorii; 78 chiese
collegiate, seminari, romitori e spe-
dali; 7.3 parrocchie nella comarca
fuori della città, e nella stessa co-
marca 2 3 conventi e monasteri. Al
presente, per essere slate le altre
soppresse, due sono le dignità prin-
cipali, otto i prelati, ed altri ca-
nonici, beneficiati, ministri eccle-
siastici inservienti all' iiliiziatui a .
La cura delle anime nella ba-
silica parrocchiale di s. Maria Mag-
giore, ov'è il fonte battesimale, è
amministrata da un parroco retto-
re. Fra le insigni reliquie che nel-
la medesima si venerano, vi è il le-
gno della ss. Croce, ed il corpo di
s. Vincenzo niartire. Il palazzo pa-
triarcale è nel monastero di s, Vin-
cenzo, alquanto distante dalla ba-
silica di s. Maria Maggiore. In Lis-
bona vi sono trentotto chiese par-
rocchiali, tutte munite del sacro t'un-
te, oltre la collegiata di Bonjpo>ta
insignita di eguale preroguliva; vcu-
LIS 317
tisetle monasteri di monache, mol-
ti conservatorii per le donzelle, col-
legi pei giovani , coiilraternite, e
case pie di benedci istituti per l'e-
ducazione de" fanciulli poveri. La
diocesi è amplissima e contenente
luoghi e città cospicui, con tre-
cento parrocchie. La mensa è tas-
sata ne'libii della camera apostoli-
ca in fiorini duemila, corrisponden-
ti alle sue rendite, che ascendono a
circa annui scudi romani dodici-
mila, quah si pagano dal pubblico
erario. Nel grossissimo borgo di San-
tarer/i, quattordici leghe distante d.)
Lisbona, è il magnifico seminario
pei chierici . Questo luogo posto
nella provincia di Estremadiira, sul-
la sommità e sul pendio d'un alta
montagna alla destra del Tago, si
divide in tre parti, cioè Mara villa,
Ribeira e Alfange, essendo la piì;
deliziosa quella chiamata Maravilla,
pel suo bel punto di vista. E as-
sai ben fabbricato, con molti begli
edifizi : la sua vantaggiosa situazio-
ne lo rende iuìportante sotto 1' a-
spetto militare, sebbene non abbia
regolari fortificazioni. Vi sono chie-
se, monasteri, conventi e pii stabi-
limenti. Nel 174? ^' fu istituita una
accademia di storia e di archeolo-
gia. Attivo è il suo commercio con
Lisbona, ed occupa il prin)o posto
nell'assemblea delle cortes; ha con-
torni fertili e ben coltivati. Anti-
chissimo è quésto luogo, e chiaimi-
vasi Scalobis prima dei romani, i
quali gli diedero il soprannome di
Praesidium JuUum, e vi fiìcero pas-
sar la via che andava da Merida a
Lisbona. 11 suo nome attuale è di
origine araba ;. altri lo dicono de-
rivato da s. Irene, che vi soffri il
martirio. Ai roniani lo tolsero i go-
ti, ed a questi i mori, i quali fù-
rouo sforzali renderlo ad Alfonso i
3i8 LIS
nel I i47- ^' «e Alfonso III lo po-
polò di cristiani, e nel 1254 gli
confen grandi privilegi che lo fe-
cero prosperare ; fissandovi allora
i re di Portogallo la loro residenza
sino a Giovanni I re del i385 che
la trasferì a Lisbona, il perchè ci
permettemmo questo cenno.
Il Pontefice Gregorio XVI nel
1843, quinto idus uoverabris, ema-
nò la bolla : Quartwis aequo Apo-
stolico solleciiudiiiis , riguardante
questo patriarcato. Con questa bol-
la il Papa autorizzò il patriarca
cardinal Sarai va a riunire le due
chiese principali di Lisbona, cioè la
patriarcale e la collegiata in una
sola , per sede e cattedra del pa-
triarcato ; e di formare con intel-
ligenza della regina di Portogallo
un nuovo capitolo composto di ven-
tiquattro canonici, fra' quali sei
soltanto dignitari, vale a dire per
primo il decano, poi il cantore, l'ar-
ciprete, l'arcidiacono, il tesoriere
maggiore, ed il maestro di scuola;
di dieciotto beneficiati titolari, e di
quindici cappellani cantori. Inoltre
Gregorio XVI con detta bolla di-
sciolse e soppresse l' antico capito-
lo, ed al nuovo confermò tutte le
prerogative e singoli privilegi go-
duti dal precedente ; dispose pure
che se i membri del capitolo disciol-
to non fossero stati ammessi nel
nuovo, venisse provveduto al loro
congruo mantenimento. Con la bol-
la poi Quae olioi a sunitnis Pontifi-
calibus, idibus januarii i844> '1
Papa Gregorio XVI tolse dalla giu-
risdizione metropolitana di s. Sal-
vatore del Brasile le sedi vescovili
di s. Tommaso in Africa, e di An-
gola o Angora pure in Africa , e
le sottopose al patriarca di Lis-
bona . Finalmente il medesimo
Gregorio XVI , nel concistoro dei
LIS
24 novembre 184^, traslatò a que-
sta sede patriarcale, restata vacan-
te nel maggio dell' istesso anno per
morte del cardinal Sarai va, l'odier-
no Guglielmo Heariques de Car-
valho di Coimbra, già vescovo di
Leiria , indi nel concistoro de' 19
gennaio 184^) lo erto cardinale.
Al medesimo diede in suffraganeo
monsignor Emmanuele Benedetto
Rodriguez della diocesi di Porto,
della congregazione de' canonici re-
golari di s. Giovanni Evangelista,
col titolo di vescovo in partibus di
Metelino. Il Papa spedi a Lisbona
la sua guardia nobile d, Eugenio
de' principi Ruspoli , colia notizia
della seguita promozione ed il ber-
rettino rosso al nuovo cardinale, e
destinò monsignor Lorenzo Barili
suo cameriere di onore, ed uditore
della nunziatura di Lisbona , ad
ablegato pontificio per la tradizio-
ne della berretta rossa , che nella
chiesa reale di Belem a' i5 feb-
braio impose sulla testa del cardi-
nale de Carvaiho la regnante re-
gina Maria II, col seguente cere-
moniale. In detto giorno recaronsi
alla chiesa con carrozze di corte ,
accompagnati da uno squadrone di
lancieri, il cardinale e l' ablega-
to, ed in altra la guardia nobile
col console generale pontificio. La
regina si assise in trono, aven-
do accanto il re d. Ferdinando
di Saxe-Cobourg e Gotha, ed i due
primi loro figli. In varie tribu-
ne erano il corpo diplomatico, i
pari ed i deputali del regno, i mi-
nistri, ed i più ragguardevoli per-
sonaggi del clero, della corte e del-
la città. Premesse le solite allocu-
zioni, la regina ricevette la berret-
ta dall' ablegato e dignitosamente
la impose al cardinal patriarca ,
quindi si cantò uà solenne Te
LIS
Deuni. Dopo la funzione la regina
fece servire nel cotiliguo reale ap-
partamento una lauta colazione ,
nella quale sedettero eoo essa a
mensa quarantaquattro ragguarde-
voli personaggi, fra' quali il cardi-
nale, monsignor di Pietro iuter-
uunzio straordinario e delegato a-
postolico , i' abiegato e la guardia
nobile. Nella sera monsignor di
Pietro diede un pranzo diplomati*
co in uniforme di quaranta coper-
te : questo prelato fece gli auguri
a sua maestà Fedelissima, il mi-
nistro degli affari esteri li fece al
santo Padre, ed il presidente dei
ministri al cardinal patriarca. La
regina nominò l' abiegato commen-
datore dell' ordine della Concezio-
ne, e la guardia nobile di quello
di Cristo.
Lisbona è stata sempre un mez-
zo pei sommi Pontefici , e per la
congregazione di propaganda Jide,
per trattare il bene della religione
cattolica nei paesi di dominio por-
toghese sparsi pel mondo , perchè
lo zelo e la pietà dei monarchi
del Portogallo, prestò sempre aiu-
to alla santa Sede per stabilire il
cristianesimo nei loro doniiuii di
Asia, Africa ed America. Laonde
qui faremo menzione dei collegi
ed ospizi istituiti in Lisbona ed in
alcuni luoghi del regno, per s\ in-
teressante e religioso argomento, ed
anche nazionale. Incomincieremo
dagli ospizi. Sì trovavano in Lis-
bona due ospizi, uno de' quali di
proprietà francese. Ebbe la fonda-
zione per fine di dare gli aiuti
spirituali a que' francesi, che vi ri-
chiamasse il commercio o l'amore
di viaggiare. L' altro ospizio detto
di s. Apollonia era dei cappuccini
italiani, ed ebbe principio nel 1693.
Riconoiceadoseue la necessità, fuut-
LIS 3r9
tenuta una casa spettante alle mo-
nache del Santus con annuo cano-
ne. Ma poiché un tal peso non
conveniva allo stato povero che
professano i cappuccini , il re di
Portogallo, a cui era di mollo gra-
dimento che i cappuccini avessero
ivi ricovero , si obbligò a pagar
lui il canone. L'oggetto di questa
fondazione fu che vi si potessero
fermare i missionari dell' ordine
destinati al Congo, Angola e Bra-
sile, per apprendere la lingua por-
toghese; che ivi si potessero riave-
re dalle infermità coloro che ritor-
navano da quelle missioni oppressi
dagli anni e dalle fatiche in un'a-
ria talvolta insopportabile agli eu-
ropei. Ivi vivevano in pace il ri-
manente della loro vita, ammini-
strando i sagramenti a molti di-
voti portoghesi, presso i quali era-
no in molta venerazione sotto la
giurisdizione di un prefetto dell'or-
dine. Insorse poi grave controver-
sia tra i cappuccini della provincia
di Genova, e tra quelli delle altre
Provincie d' Italia , a chi spettasse
la proprietà dell' ospizio , il re de-
cise tosto la lite dicendo, che era
di suo patronato e sua proprietà,
e ciò fu nel lySa. In Lisbona e-
sisteva una piccola casa, in ciii si
istruivano sopra gli articoli di no-
stra religione i convertiti dalia set-
ta maomettana, sotto la direzione
de' gesuiti. Un' egual casa trova va-
si nell'Alentejo, ed una nella città
di Oporto. Questi ospizi e queste
case, come tutti gli altri pii stabi-
limenti, perirono nelle ultime poli-
tiche vicende. Passiamo ora a dire
dei collegi stranieri di Lisbona.
Del collegio inglese di Lisbona fou-
dato nel i632 da d. Pietro Ca-
tiuho Fidalgo d'illustre famiglia, ir»
sollievo della religione muluicuau
Sio LIS
in Inghilterra [Vedi), ne parlam-
mo a queir articolo: la sua chiesa
è dedicata ai ss. apostoli Pietro e
Paolo. Dei collegi irlandesi di Lis-
bona, uno detto di s. Patrizio sotto
la cura de' gesuiti, ne trattammo
?AVaviìco\o Irlanda [Vedi). Anche i
domenicani irlandesi v' hanno il
collegio del ss. Rosario, per le
missioni dell'Irlanda e della Scozia
e di qualche isola dell'America. II
Papa Innocenzo XI, che avea ap-
provato alcuni collegi di missioni
nella Spagna, due ne fondò anche
nel Portogallo ; cioè uno in Brau-
cannes, l'altro nel convento di s.
Antonio del Varatojo diocesi di
Lisbona. Questi collegi ebbero i
loro privilegi, come si legge nella
bolla del fondatore. Ex injuncto
nobis, de' 2 3 novembre 1679. ^'*
Vinhaes diocesi di Braganza, vi fu
altro collegio di missionari apostoli-
LIS
ci, fondato da Benedetto XIV nel
lySo: ebbe nel 1785 tutti i privilegi
che erano stati accordati ai coUeai
del Varatojo e di Brancannes e agli
altri di Spagna da Innocenzo XI
e da Clemente XI. Nel monte di
s. Maria Maddalena nella città di
Braga, fu eretto altro collegio o
seminario di missioni, e fu affida-
to ai francescani alcantarini ; il
merito di questa fondazione si
deve al clero e popolo di quella
città, o meglio al p. Fr. Antonio
di Gesìi già missionario ne! colle-
gio e seminario di Vinhaes, simile
a quelli del Varatojo, di Bran-
cannes e di Mosanfrio. Leone XII
nel 1828 a' 2 3 maggio, con la
costituzione Ex quo aelernae sa-
lutis, accordò a detto collegio tut-
ti i privilegi, colle condizioni ri-
chieste da Innocenzo XI per quello
del Varatojo.
FINE DEL VOLUME TRIGE.SIMOTTAVO.
i
BX 841 .n67 1840
sncR
Moron i , Gaetano,
1802-1883.
Dizionario di erudizione
storie o-ecclesiastica
AFK-9455 (awsk)